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Acqua e non fuoco

pubblicato 25 feb 2021, 09:58 da Cultura della Pace

L'Italia fa acqua da tutte le parti...

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Alessandro Graziadei sulla situazione idrica in Italia


Non è un problema nuovo. Da anni leggiamo inchieste e report che denunciano la fatiscienza e i problemi della rete idrica italiana, quello che sorprende è che sia stato fatto poco o nulla per arginarli. Secondo i dati raccolti da Istat nel report "Censimento delle acque per uso civile", pubblicato lo scorso dicembre con i dati relativi al 2018, il volume di acqua per uso potabile prelevato nel Belpaese, per gli usi domestici, pubblici, commerciali, artigianali, nonché industriali e agricoli che rientrano nella rete nazionale, è pari a 9,2 miliardi di metri cubi l’anno. Se è vero che a partire dal 2008 i consumi idrici nei comuni italiani sono più virtuosi e registrano una diminuzione costante anche di acqua per uso potabile (con un -2,7% sul 2015), continua a crescere l’acqua che neanche arriva al nostro rubinetto: “nel 2018 il volume delle perdite idriche totali nella fase di distribuzione dell’acqua, calcolato come differenza tra i volumi immessi in rete e i volumi erogati, è pari a 3,4 miliardi di metri cubi”. Così, indipendentemente dall’uso più o meno virtuoso che noi consumatori ne possiamo fare, l’acqua, bene comune sempre più prezioso in tempi di siccità e cambiamenti climatici, viene pubblicamente e quotidianamente sprecata.

Complessivamente si perde il 42,0% dell’acqua immessa in rete, e nonostante centinaia di interventi di risanamento, più emergenziali che strutturali, si registra un incremento delle perdite totali percentuali, pari a circa mezzo punto, rispetto al 2015, a conferma della grave inefficienza dell’infrastruttura idropotabile italiana. Per l’Istat la presenza di perdite è direttamente proporzionale al gran numero di allacci e all’estensione della rete. “Una parte è fisiologica, incide inevitabilmente su tutte le infrastrutture idriche e varia generalmente tra il 5% e il 10%; una parte è fisica ed è associata al volume di acqua che fuoriesce dal sistema di distribuzione a causa di vetustà degli impianti, corrosione, deterioramento o rottura delle tubazioni o giunti difettosi, componente prevalente soprattutto in alcune aree del territorio; una parte è amministrativa, determina anche una perdita economica per l’ente, ed è legata a errori di misura dei contatori (volumi consegnati ma non misurati, a causa di contatori imprecisi o difettosi) e ad allacci abusivi (volumi utilizzati senza autorizzazione), ed è stimata intorno al 3-5%”. In riferimento all’acqua prelevata dalle fonti di approvvigionamento questo significa che in Italia la dispersione in rete è quantificabile in 156 litri al giorno per abitante. 

Stimando un consumo pro capite pari alla media nazionale, per Istat il volume di acqua disperso nel 2018 soddisferebbe le esigenze idriche di circa 44 milioni di persone per un intero anno. Ma com’è possibile? In questi anni il dibattito sulla risorsa idrica si è fermato al fondamentale referendum “sull’acqua pubblica” del 2011 e i principali problemi legati alla dispersione idrica sono rimasti di competenza degli enti locali, che nella stragrande maggioranza dei casi si occupano di gestire direttamente sia la risorsa, che l’infrastruttura. Sebbene il numero di gestori pubblici attivi nel settore idrico in Italia sia molto ridotto, questa spiccata parcellizzazione gestionale, al momento non aiuta a ridurre le perdite di rete: “I gestori che operano in Italia nel campo dei servizi idrici per uso civile nel corso del 2018 sono stati 2.552; nell’83% dei casi si tratta di gestori in economia (2.119), ovvero enti locali, e nel restante 17,0% di gestori specializzati (433)”. Per colmare il gap infrastrutturale accumulato nei decenni passati sono necessari ingenti investimenti, il cui finanziamento e la cui concreta realizzazione sul piano tecnico possono essere assicurati solo se ben finanziati e ben coordinati. Ad oggi gli investimenti nel servizio idrico nazionale ammontano a 3,6 miliardi di euro/anno, in netto aumento rispetto al 2013, ma per risolvere i problemi occorre crescere ancora per arrivare almeno alla quota di 5 miliardi di euro/anno, finanziati anche attraverso la tariffa idrica, ritenuta necessaria dalle aziende di settore.

Sempre a spese nostre? In realtà diminuire le perdite idriche e aumentare la qualità dell’acqua del rubinetto sarebbe non solo un importante risparmio di risorse naturali, ma anche un beneficio economico per i cittadini, contando che nel 2017 la spesa media mensile di una famiglia per il consumo di acqua minerale è stata pari a 11,94 euro, contro i 14,69 euro legati alla fornitura di acqua nell’abitazione ogni famiglia. Rispetto al 2014, si osserva una crescita delle spese familiari per acqua minerale (+20,6%) maggiore rispetto a quelle per la fornitura di acqua alle abitazioni (+11,8%). Proprio per questo migliorare la qualità della rete idrica potrebbe diventare un vantaggio per tutti gli utenti, sia economico che ambientale.

Ma se vogliamo migliorare la gestione delle risorse idriche nazionali dobbiamo ripensare prima di tutto l’uso che ne viene fatto nei campi agricoli. Per l’Istat il settore agricolo da sempre si contraddistingue per essere il maggiore utilizzatore di acqua, visto che “Più del 50% del volume complessivamente utilizzato in Italia è destinato all’irrigazione”. In questo caso un incremento dell’efficienza andrebbe a beneficio innanzitutto degli agricoltori e un programma di intervento fondato sulla strategia “Di più con meno” con l’adozione di sistemi di irrigazione a goccia, dove possibile in relazione alle infrastrutture irrigue presenti, consentirebbe di incrementare le rese e diminuire l’utilizzo dell’acqua in modo sensibile e sostenibile. Nel caso del pomodoro, per esempio, si registra un aumento della resa pari al 54% insieme a un risparmio idrico del 20%; per il riso rispettivamente del +23% e -50%, mentre con l’olivo addirittura del +108% e -33%. Proprio perché di questo problema sentiamo parlare da anni, occorrerebbe agire rapidamente, coordinado tutte le necessità infrastrutturali dei diversi territori italiani e migliorando la gestione di quel bene comune che è l’acqua pubblica.

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