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Chiusura

pubblicato 26 mag 2017, 10:08 da Cultura della Pace

Daadab (Kenya): chiudere o aprire?

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Sara Bin sul grande campo profughi di Daadab

dadaab

In Kenya, le elezioni presidenziali sono previste per l’8 agosto. Esattamente tra tre mesi. La campagna elettorale non è ancora entrata nella sua fase ufficiale, ma le tensioni, gli scontri e il clima anche di paura regna già da molti mesi. Di proteste se ne continuano a vedere, l’ultima e sicuramente più mediaticamente nota è quella dei medici durata ben cento giorni.

Poi c’è un’altra questione, che è stata apparentemente risolta con una sentenza dell’Alta corte del Kenya, ma che resta più aperta che mai: Daadab. Nel linguaggio internazionale Daadab è un campo profughi gestito dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), istituito nel 1991 per rispondere alla crisi generata dal conflitto somalo e dalla caduta di Siad Barre. Il Kenya ha rappresentato nei primi anni Novanta, e continua anche oggi a rappresentare la meta più vicina per le persone di origine somala in fuga dalla crisi politica, economica e sociale.

I primi ad arrivare si sono stabiliti nelle aree di Dagahaley, Hagadera and Ifo; nel 2011 il campo necessitava di un ulteriore allargamento per l’arrivo di oltre cento mila somali cacciati dalla siccità e sono state realizzate altre due aree attrezzate, Ifo II e Kambioos. Daadab si configura oggi come una vera e propria città per numero di abitanti, circa 250 mila e per la presenza, seppure precaria, di servizi sanitari e scolastici nonché strutture ed attività commerciali. Le opportunità sono scarse, ma c’è chi, tra la generazione dei venti-trentenni non ha conosciuto altro luogo di vita. C’è chi è nato a Daadab e mai vorrebbe tornare in Somalia; Daadab rappresenta la sua casa. Per molti giovani è così oggi e lo sarà per quelli di domani: secondo stime delle Nazioni Unite, nel campo nascono circa mille bambini al mese. La popolazione giovane è numerosa e desiderosa di futuro. Questi sono nati in Kenya, dove sono cresciuti, hanno studiato e sentono di poter essere delle risorse per il paese: sono somali, ma anche kenyani. Una seconda e già oramai una terza generazione vivono questa duplice appartenenza non del tutto o per niente riconosciuta e legittimata. Il caso non ci è sconosciuto: la questione è posta anche in Italia con i figli degli immigrati nati in Italia o arrivati quando piccolissimi, residenti in Italia, iscritti alle scuole italiane di ogni ordine e grado (nel 2016 in tutto gli studenti con cittadinanza non italiana erano quasi 815.000), immersi nella cultura italiana eppure non o non ancora cittadini italiani. Una questione pesante, in discussione, ma non ancora risolta.

È tale anche in Kenya, un paese che con i suoi quasi cinquanta milioni di abitanti vantava, nel 2015, una presenza straniera stabile di oltre un milione di persone, secondo le stime dell’organizzazione mondiale per le migrazioni, e un numero di richiedenti asilo e rifugiati che nello stesso anno era di ben oltre mezzo milione di persone in gran parte provenienti da Somalia e Sud Sudan. Nello stesso anno, in Italia, su una popolazione totale di quasi 61 milioni di abitanti, poco più di cinque milioni sono gli stranieri regolarmente residenti, poco più di 71 mila i richiedenti protezione internazionale e 10 mila le persone a cui è stata concessa qualche forma di protezione (asilo politico, sussidiaria, umanitaria).

Tornando in Kenya, metà di quel mezzo milione è concentrata nell’area di Daadab, nella contea di Garissa nella North Eastern Province. Una provincia che ha un significato profondo nella storia del Kenya e delle sue relazioni con la Somalia, in particolare perché è terra somala inglobata nel territorio keniano al momento dell’indipendenza dalla corona britannica. A rivendicare l’area sono gli Al-Shaabab, “i giovani”, un gruppo affiliato ad Al-Qaeda, “nemico” numero uno del governo keniano segnato da due attentati importanti rivendicati dal gruppo stesso, quello del 21 settembre 2013 al centro commerciale Westgate di Nairobi e quello all’università di Garissa il 2 aprile 2015.

Le connessioni con Daadab sono molteplici. La principale è legata alle paure del governo che vede il campo profughi come un bacino favorevole al reclutamento di persone da arruolare nei gruppi terroristici attraverso organizzazioni internazionali. È questa la principale ragione che ha spinto l’esecutivo ad avviare una procedura di chiusura del campo fin dal 2013 grazie ad un accordo tripartito con il governo somalo e l’UNHCR per il rimpatrio “volontario ed assistito” dei somali ospitati nel campo. Era esattamente un anno fa, nel maggio 2016, quando il governo sembrava voler procedere quanto prima con la chiusura poi più volte rinviata anche grazie alle pressioni locali ed internazionali. Nel febbraio 2017 è anche giunta la decisione dell’Alta Corte del Kenya che ha definito l’operazione una persecuzione di gruppo, una discriminazione illegale ed incostituzionale. La politica dei rimpatri volontari è però continuata. Nessun rimpatrio è “volontario”, nessuno vuole tornare laddove è scappato. Secondo un rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF), Dadaab to Somalia: Pushed Back Into Peril del 2016, otto somali su dieci non vogliono lasciare il campo per il timore di essere reclutati forzatamente da gruppi armati, essere abusati sessualmente e per la totale mancanza di cure sanitarie nel paese somalo.

“È chiaro che un campo profughi non è il modo migliore per gestire una crisi che si protrae da venticinque anni; rinchiudere prima queste persone senza offrire soluzioni sostenibili, e spingerle nuovamente verso una zona di conflitto è estremamente folle. Questa decisione è l’ennesima rovina nel campo della protezione internazionale, dove vediamo ancora il totale fallimento nel provvedere luoghi sicuri per le persone in pericolo. Anche le Nazioni Unite hanno recentemente dichiarato che cinque milioni di persone sono a rischio carestia in Somalia. Rispedire le persone nella sofferenza è inumano ed irresponsabile” sostiene il direttore generale di MSF, Bruno Jochum.

Le soluzioni da proporre sono senza dubbio altre e da prendere in considerazione urgentemente come l’apertura di strutture di accoglienza più piccole, l’aumento delle ricollocazioni in paesi terzi o una maggiore integrazione dei rifugiati e richiedenti asilo all’interno delle comunità keniane.

In Italia la si chiama accoglienza diffusa: è un modo per fare dell’accoglienza la cifra della civiltà di un paese, dare a tutti e tutte la possibilità di accogliere e di essere accolti nella dignità degli spazi e delle relazioni, distribuire e condividere le responsabilità perché accogliere non è buonismo ma un dovere internazionale assunto dall’Italia, ma anche dal Kenya, attraverso la sottoscrizione della Convenzione di Ginevra del 1951.

L’atteggiamento di chiusura nazionalistica, la protezione dei propri connazionali, la difesa del territorio, la retorica identitaria utilizzata anche da Uhuru Kenyatta vorrebbe passare attraverso muri – quello con la Somalia di 682 chilometri è avanzato di soli 4 chilometri – espulsioni, rimpatri. Insomma, è la politica della chiusura in nome della sicurezza. Un déjà-vu che di aperture e possibilità di cambiamento ne lascia intravedere davvero poche.

Di tutto ciò è stato discusso con una settantina di ragazzi e ragazze di tre licei di Padova nel marzo 2017, appena resa noto il provvedimento dell’Alta Corte del Kenya di bloccare la decisione del governo di chiudere il più grande campo di rifugiati e richiedenti asilo al mondo. Lo hanno fatto nell’ambito del programma di cooperazione Partecipazione e territori, guidati da formatori keniani (del Saint Martin CSA) e italiani (di Fondazione Fontana onlus) con lo scopo di interrogarsi sulla globalità del fenomeno migratorio, sulle tendenze delle politiche nazionali ed internazionali, sui punti di forza e di debolezza dei sistemi di accoglienza di due paesi profondamente diversi ma accomunati da problematiche migratorie simili. È stato un modo per pensare che la sfida migratoria non interroga solo l’Italia, che stabilire politiche del rifiuto o politiche di accoglienza produce esiti differenti, che forse varrebbe la pena di provare ad andare controcorrente producendo spazi di inclusione e non di esclusione. 

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