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Clima cambiato

pubblicato 14 ago 2019, 10:41 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 14 ago 2019, 10:43 ]

Al fuoco, al fuoco! E nessuno accorre...

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Anna Molinari racconta il senso del 

cambiamento del clima


Incendi in Alaska da record


E’ un inferno. E’ un inferno stare bloccati nel traffico, è un inferno perdere le persone che si amano, è un inferno un compito pesante che ci viene affidato in ufficio, è un inferno una torrida giornata estiva. Quante volte lo diciamo? Quante volte, senza farci caso, ognuno di noi per le proprie ragioni, si sente prigioniero di un girone dantesco? Per abitudine, perché ormai è entrato nel linguaggio comune, perché ci piace esagerare, perché non ce la facciamo più. Lo diciamo spesso.

Poi però si vedono video e immagini come quelle degli incendi di questi giorni in Siberia e in Alaska. E la parola “inferno” ha un senso tutto diverso, tremendamente nuovo, orrendamente autentico. La sensasione è quella di un’impotenza disarmante, di una colpa che altri stanno espiando, di una catastrofe già successa, ma meglio non sapere quando. Perché se solo ce lo chiedessimo, la risposta sarebbe sconcertante: incendi come questi sono stati nelle ere geologiche precedenti presagio e preludio per le grandi estinzioni di massa.

In poche, smarrite parole, sta succedendo questo: nelle regioni artiche sono scoppiati degli incendi, per lo più innescati da fulmini e inizialmente lasciati divampare. Perché? Normativamente è previsto che su superfici boscose talmente estese e isolate, essendo considerato economicamente insostenibile spegnere qualsiasi principio d'incendio, sia invece preferibile attendere che si estinguano da soli, sempre che non superino determinate dimensioni (le cosiddette “aree di controllo” monitorate dai satelliti). Purtroppo però da soli non si sono estinti. E nonostante l’impegno di oltre 2000 persone tra professionisti (Vigili del Fuoco, esercito e forze dell’ordine) e volontari, in pochi giorni sono andati a fuoco 3,2 milioni di ettari di terreno (Vaia ne ha distrutti “appena” 41.000), rilasciando una quantità di CO2 pari a quella che rilascia il Belgio in un anno. Un’ecatombe di animali che si avvicinano sempre di più all’uomo per sfuggire le camere a gas dove sono imprigionati e chiedere cibo; la distruzione di un ecosistema intero e della sua biodiversità; l’irreparabile fine di fronte all’incapacità di spegnere le fiamme. Risalto dato alla notizia? Sempre troppo poco per le conseguenze inimmaginabili che porta con sé. Il fatto è che, tanto, non ce ne importa poi davvero: le regioni più colpite sono Krasnoyarsk e Irkutsk, la Siberia e la Yakuzia. Qualcuno di noi sa dove siano? Ci è mai andato, conosce qualcuno lì? E quindi? E’ abbastanza lontano per poter rimuovere la notizia dalle nostre priorità.

Sulla questione ambientale abbassiamo la guardia volentieri e troppo in fretta, travolti da scaramucce locali, manipolazioni populiste, accadimenti anche gravi ma circoscritti a piccole storie locali. Che in effetti sono più comode per schierarsi, più facili da comprendere. Eppure anche quelle sono tragicamente dipendenti da eventi come questo. Il fuoco in Siberia brucia flora e fauna, inquina il cielo e sovverte l’ordine naturale delle cose, e noi ce ne freghiamo. Ma è una catastrofe di un’intensità ambientale e psicologica spaventosa, perché è un evento che racchiude le cause e al contempo le conseguenze del surriscaldamento globale in atto, riunendo in un unico avvenimento le peggiori proiezioni che si possano fare. Non solo vengono immesse in atmosfera tonnellate di biossido di carbonio, ma bruciano anche i terreni di torba, che di carbonio sono deposito. Le fiamme quindi potrebbero durare mesi, amplificando la portata di una tragedia ecologica le cui ricadute sono tutte quelle anomalie che, con incomprensibile e vergognosa leggerezza, il più delle volte commentiamo con un “ehi, questo tempo fa proprio il pazzo”.

Solo che i pazzi siamo noi. Noi, che nella migliore delle ipotesi facciamo solo manifestazioni e proclami per accendere consapevolezze e responsabilità. Mentre c’è il rischio che l’immenso bacino di neve compresso in Groenlandia si sciolga e vada a modificare per sempre con la sua acqua dolce gli oceani e le correnti che, tra le altre cose, mantengono in equilibrio anche il nostro clima temperato. A seguito degli incendi, una tra le conseguenze inevitabili sarà che le particelle portate dal vento raggiungeranno l’Artico e andranno a tingere di nero (black carbon) i ghiacchi, catalizzando la luce e velocizzandone lo scioglimento. Per non parlare del ritorno in vita e in circolo di virus e batteri intrappolati e dormienti da millenni.

Ma in fondo dai, sono solo dettagli, no? Noi restiamo qui, a tamponare ferite sentendoci eroi, giustificando senza rivoluzioni le indecisioni politiche che ci stanno avviando al suicidio, intrappolati nel terrore di qualche migrante climatico e ignari del fatto che i prossimi saremo noi.

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