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Combattiamoli a casa loro

pubblicato 02 mar 2017, 08:22 da Cultura della Pace

Gibuti, un paese a 2 velocità

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Sara Bin analizza la situazione di sfruttamento in Gibuti

Gibuti - Mappa

Prima velocità: lenta. Gibuti, data di nascita 1977, è un quarantenne apparentemente inerte, vulnerabile, che viaggia con il freno a mano tirato. Alla guida del paese c’è Ismail Omar Guelleh in carica dal 1999: diciotto anni di potere. La fragilità economica e sociale contraddistingue l’80% dei suoi abitanti metà dei quali vive, secondo la Banca Mondiale, sotto la soglia della povertà assoluta. Sulla lista dell’Indice di sviluppo umano, che misura tre dimensioni dello sviluppo – vita lunga e sana, istruzione, standard di vita decente – Gibuti occupava nel 2015 il 168° posto su 188. Dalla posizione non si evince tutto, le critiche all’indice sono molteplici a partire dalla modalità di raccolta dei dati, ma in generale si denotano una condizione di vulnerabilità, scarsità di opportunità o diseguaglianze nell’accedervi. Si vive praticamente in città, a Gibuti appunto, la capitale che catalizza 2/3 del milione scarso di abitanti del paese e attira migranti dalle vicine Etiopia e Somalia e dallo Yemen, il cui conflitto sta producendo milioni di sfollati e di profughi. Dal punto di vista etnografico, la storia di Gibuti è intimamente legata a quella di Etiopia e Somalia: i due gruppi etnici più numerosi, Afar e Issa sono rispettivamente di origine etiope e somala. Ma anche a quella della Francia, che non ha mai del tutto reciso il cordone ombelicale e non solo perché una delle lingue ufficiali è il francese, l’altra è l’arabo. La crescita demografica è consistente, le politiche e il tessuto urbano faticano ad assorbirla e gestirla. Ancora, secondo l’UNICEF, Gibuti è un paese dove oltre il 90% delle bambine viene mutilato (un articolo del codice penale del 1995 vieta e criminalizza le mutilazioni genitali femminili, ma nonostante ciò la pratica continua ad essere in vigore e causa di morte), metà della popolazione adulta è analfabeta, la mancanza di acqua potabile (e non solo) è il problema di un paese essenzialmente desertico. Il mare e le connesse attività portuali rappresentano un’ancora di salvezza per l’economia commerciale, dove però l’export, ad esempio, è un ri-export, in quanto Gibuti rappresenta lo sbocco al mare del gigante etiope che gli sta alle spalle. Insomma, un paese che ci appare come attore secondario di relazioni profondamente asimmetriche che ne determinano la subalternità. Nulla di nuovo sotto il sole. Sono dati questi che non sorprendono visto che si parla di Africa: è il linguaggio della povertà nei confronti del quale percepiamo una certa consuetudine.

Ciò che invece sorprende è la seconda velocità alla quale sta viaggiando il paese: rapida. Gibuti è la terra delle speculazioni e degli investimenti militari ed industriali. È un paese dove la religione musulmana è professata e/o praticata dal 95% della popolazione, ben inserito nelle relazioni con i paesi arabi fa parte della Lega araba e dell’Organizzazione della conferenza islamica. È anche un buon “amico” delle potenze occidentali che ne hanno da sempre sfruttato la posizione strategica alla confluenza tra il mar Rosso e il golfo di Aden, di fronte allo stretto di Bab el Mandeb e ad una superficie vasta di mare solcata dal 40% dei traffici mercantili del mondo.

Gli Stati Uniti hanno una base militare dal 2002, Camp Lemonnier e molte sono le marine nazionali, in primis Francia che per paura di vedersi sottrarre potere ed influenza su un vecchio possedimento coloniale ha rinforzato la presenza, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Giappone, come pure i dispositivi navali Atalanta dell’Unione Europea dal 2008, che a Gibuti ha installato anche Eucap Nestor dal 2012, NATO e Combined Maritime Force 151. Anche la Russia ha costruito una base nel 2012, come pure i paesi arabi del Golfo che attraverso il rafforzamento delle strutture, in particolare portuali, vedono Gibuti come una porta d’ingresso per i loro prodotti in Africa. Tutti però sembrano accomunati da un obiettivo principale: contrastare la pirateria e il terrorismo nell’oceano Indiano occidentale. Interessi securitari internazionali sopra ogni cosa, nessuno dichiara meri interessi economici e politici “personali”.

All’appello manca la Cina che non ha tardato ad avviare i lavori per la sua base militare nel 2016: situata di fronte alla capitale dovrebbe ospitare circa diecimila cinesi militari e civili. Ma la base militare, ad ascoltare il ministro della difesa cinese, non sembrerebbe avere scopi militari; prioritario sembrerebbe essere invece l’avere un pied-à-terre per il rifornimento delle navi e il ristoro psicofisico dei marinai in missione. E allora perché dispiegare oltre cinque mila soldati? Ma non serve farsi le domande su come mai i cinesi spendono soldi a Gibuti, visto che anche l’Italia nel 2013, nel silenzio quasi assoluto della stampa, ha costruito una base militare di supporto (BMIS), “la prima vera base logistica operativa permanente delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali”, così come è stata definita al momento della sua inaugurazione. La spesa militare non sembra giustificarsi considerata la situazione politica di Gibuti, ma come per la Cina, anche per l’Italia sembra avere più un obiettivo logistico, di supporto ai militari impegnati nelle varie missioni antipirateria e antiterrorismo nel Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano.

È così pregnante la questione del supporto logistico dei propri militari, che la Cina ha investito tre miliardi di dollari nella sistemazione e totale rinnovamento del progetto ferroviario di 760 chilometri che uniscono in dieci ore Gibuti ad Addis Abeba, inaugurati ad ottobre 2016, ha acquistata 1/4 delle azioni del porto di Gibuti e 2/3 del terminal container del porto di Doraleh, un’estensione del porto della capitale. Intrigante la commistione di militarizzazione dei territori, quindi controllo, sicurezza globale e sviluppo economico che passa attraverso una reificazione pesante e allo stesso tempo fragilissima: la storia delle cattedrali nel deserto potrebbe esserci di qualche aiuto, ma non sembriamo, cinesi inclusi, così abili nel riconoscerne la morale. Per la Cina però questa sinergia tra industria bellica e civile rappresenta il futuro: la nuova Commissione per lo sviluppo integrato militare-civile sarà presieduta dal presidente cinese Xi Jinping nell’ambito della riforma dell’esercito popolare di liberazione avviata qualche anno fa. In questo modo scienza, tecnologia e industria saranno a disposizione e alle dipendenze del potere sia per scopi bellico-militari sia per scopi civili contribuendo alla realizzazione degli obiettivi del tredicesimo piano quinquennale della Repubblica popolare per il periodo 2016-2020. “Paese ricco, esercito potente”, paradigma del filosofo Shang Yang, valido per la Cina che ambisce a diventare una super potenza spaziale, cibernetica e marittima .

Gibuti, invece, rappresenta un pugno di terra arida da strizzare, poche risorse, ma geograficamente una posizione meravigliosa dalla quale penetrare un continente, l’Africa e controllarne, magari dall’alto, un altro, l’Asia. Da Gibuti questo si può fare e quindi tutti ci provano, anche la Cina che in quella terra africana sta sperimentando tecniche e strategie per portare a buon fine i suoi piani di conquista.  

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