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Come è andata a Gerusalemme

pubblicato 20 mag 2021, 10:00 da Cultura della Pace

La mano dei coloni su Gerusalemme

Sul sito www.lettera22.it un articolo di Paola Caridi sulla situazione di Gerusalemme

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E’ una vecchia storia, quella del tentativo dei coloni di prendere spazi e case dentro il quartiere palestinese di Sheykh Jarrah, nella parte orientale e occupata di Gerusalemme. Una strategia raffinata e complessa che va avanti da oltre quindici anni. Noi addetti ai lavori la chiamiamo hebronizzazione di Gerusalemme. Significa ripetere il modello dei coloni israeliani nella città vecchia di Hebron: occupare uno spazio e creare attorno a quello spazio il sistema di sicurezza che rompe l’unità di un quartiere e la sua vivibilità. I coloni israeliani, che nel caso di Gerusalemme al pari di Hebron appartengono all’estrema destra religiosa, definiscono quello che fanno “redimere la terra”.

Ne ho scritto diffusamente nel mio Gerusalemme senza Dio, pubblicato ben otto anni fa, nel settembre del 2013. Per dire, quindi, che era già tutto previsto ed era anche abbastanza semplice prevederlo. La comunità internazionale, seppure avvisata ogni anno della situazione nel cosiddetto report dei consoli generali europei. non ha fatto niente o quasi. Nonostante il lavoro sul campo di molti dei suoi diplomatici, ha solo espresso preoccupazione. Così come sta facendo in questi giorni. Niente di più.

Il risultato è quello al quale stiamo assistendo oggi. L’opinione pubblica italiana può comprendere ben poco, perché la narrazione che passa sui giornali e nei tg è a dir poco incompleta, approssimativa e inesatta. Quando non è decisamente parziale. Le parole sono importanti, soprattutto a Gerusalemme…

Tanto per chiarire la storia, ecco qualche pagina da quel libro di otto anni fa.

Il gioco del Risiko a Gerusalemme

Non è tanto la ratio nella bilancia demografica di Gerusalemme ad aver rappresentato il vero cambiamento degli ultimi anni. Piuttosto, il panorama politico e umano di Gerusalemme ha subito il suo più evidente cambiamento quando a irrompere sulla scena, in misura importante, sono arrivati i nuovi protagonisti della strategia israeliana per il futuro della città. I coloni appartenenti alle frange più radicali, propugnatori di un proprio, specifico master plan, vale a dire di una politica abitativa diversa nel profondo da quella disegnata da Teddy Kollek.

Il sindaco laburista del post-1967 aveva infatti un’idea precisa: bisognava costruire quartieri ebraici separati da quelli palestinesi, conservando – nel mosaico gerosolimitano – un evidente e chiaro distacco tra le comunità. Quartieri ebraici accanto a quartieri palestinesi, insediamenti ‘mono-etnici’, omogenei, senza mai cedere a una sorta di melting potcittadino per evitare frizioni e tensioni tra le comunità. In un certo modo, Kollek voleva modificare la bilancia demografica della città senza allontanarsi dalla politica di separazione seguita dai britannici durante i trent’anni del loro Mandato sulla Palestina. Il modello era quello della Città Vecchia: quartieri distinti, definiti secondo le appartenenze religiose, accostati ma mai mescolati. Per le associazioni dei coloni che nel corso degli ultimi anni hanno aumentato la loro presenza in città, la strategia è molto diversa, e si condensa in una sola frase. “Occorre redimere la terra”, e cioè riconsegnare la terra promessa, Eretz Israel, agli ebrei.

Nei fatti, e nei profondi cambiamenti in atto nella trama urbana di Gerusalemme, “redimere la terra” si traduce nell’ingresso dei coloni dentro i quartieri palestinesi. Se, dunque, la municipalità israeliana di Gerusalemme e il governo nazionale continuano ad acquisire terre e a pianificare quartieri dentro la parte est della città, si assiste in parallelo a una crescente battaglia per le case. Una battaglia che ora passa attraverso i tribunali, i fogli di carta, i vecchi documenti di proprietà. A Sheykh Jarrah,  a Ras al Amud, tutti quartieri strategici attorno alla Mura di Solimano nella parte orientale di Gerusalemme, i coloni hanno deciso di rompere l’omogeneità delle comunità palestinesi.  L’identità etnopolitica, in questo modo, scaccia il compromesso perché è assoluta.

E’ come se sui tavoli degli urbanisti e dei coloni si fossero stese in questi anni  delle cartine simili a quelle militari usate dai generali in battaglia. L’elenco delle proprietà immobiliari sono state le truppe usate per combattere una tanto lunga quanto imponente guerra di posizione, in cui la semplice conquista di una trincea, e cioè di un palazzetto, di un appartamento, di un appezzamento di terreno, diviene centrale per la conquista futura di interi quartieri, interi settori della città. In questa reale partita a risiko, basta guardare, visivamente osservare le bandierine dei nuovi, piccoli insediamenti ‘conquistati’ per capire la strategia che prevede l’ingresso di coloni israeliani nei quartieri palestinesi più popolosi. Da sud a nord, Jabal al Mukaber, Silwan, Ras al Amud, il Monte degli Ulivi, Sheikh Jarrah, Bet Hanina. Sono tutti quartieri che chiudono come una mezzaluna la Città Vecchia a oriente, e che legano Gerusalemme alla Cisgiordania. Entrare – per i coloni – in questi quartieri centrali o della prima periferia della città significa, strategicamente, disconnettere Gerusalemme dalla Cisgiordania, e spingere la popolazione palestinese ad andare via, a spostarsi verso Betlemme e Ramallah per rafforzare ancora di più il proprio piatto della bilancia demografica. Con tutte le conseguenze del caso, compreso l’aumento esponenziale delle tensioni all’interno dei quartieri palestinesi in cui, man mano, i coloni conquistano una casa e mettono in moto tutto il sistema di sicurezza attorno all’edificio su cui hanno piantato una bandiera israeliana, e circondato di barriere, filo spinato, telecamere. Da quel momento, gli scontri anche fisici sono all’ordine del giorno, le piccole intifada dei quartieri segnano le notti e i giorni, in esplosioni di violenza a suon di pietre che vengono represse duramente dalla polizia e dall’esercito, sempre più inclini – per esempio – ad arrestare i minori che lanciano le pietre, ragazzini neanche adolescenti, spesso appena di undici, dodici anni.

L’aumento della violenza non ha fermato né ferma i coloni, molto più ideologizzati e radicali di coloro che vivono negli grandi insediamenti del nord della Cisgiordania. Chi va a vivere in una piccola casa a Sheykh Jarrah, a due passi dall’albergo più di charme della città e di buona parte del Medio Oriente, l’American Colony, è disposto a tutto. Ha già cacciato da quella casa intere famiglie, grazie all’ordine di esproprio di un tribunale israeliano che ha trovato convincenti i documenti presentati dalle associazioni radicali, spesso risalenti al diciannovesimo secolo o ai primi del Novecento, quando su Gerusalemme non erano passate le matite delle diplomazie e la città non era stata divisa a metà. Sono documenti che attestano che gli antichi proprietari della casa erano ebrei. Veri o falsificati che siano, quegli attestati hanno insito un rischio,  di sollevare il vaso di Pandora delle proprietà immobiliari di Gerusalemme. Se, infatti, si innescasse il meccanismo della rivendicazione delle case, i palestinesi potrebbero cercare – per esempio  di fronte a corti internazionali – di rientrare in possesso delle proprietà a ovest della Linea Verde. Interi quartieri sono stati costruiti dalla borghesia palestinese, i ricchi che avevano deciso di uscire dalla Città Vecchia e aprirsi alla modernità, soprattutto a cavallo tra Ottocento e Novecento. Si tratta dei quartieri più interessanti dal punto di vista immobiliare, composti di ville arabe di tutto rispetto, le più quotate sul mercato delle case. Quelle ville, per ora, non possono essere richieste indietro dai proprietari palestinesi, anche se sono tuttora in possesso dei documenti notarili o catastali. Per la Absentee Law property, Israele le ha espropriate e le ha – per così dire – nazionalizzate, salvo poi farle entrare nel mercato privato. Un doppio standard, protestano le associazioni di difesa dei diritti civili, israeliane e palestinesi ancora una volta unite, che temono si scoperchi un vaso di Pandora dagli esiti imprevedibili. Richiedere indietro le proprietà immobiliari a est, da parte delle associazioni di coloni, significa porre anche la questione delle proprietà immobiliari palestinesi a ovest. Proprietà che portano nomi pesanti, come quelle dei Nusseibeh, dei Dajani, degli Husseini, dei Nashashibi: i nomi più importanti del notabilato palestinese.

Le associazioni dei coloni, però, non sembrano per nulla preoccupate del pericolo di aver aperto, con le loro azioni legali, un vaso di Pandora. Si considerano forti dal punto di vista politico, del sostegno istituzionale da parte dei diversi governi che si sono succeduti, della Knesset e della macchina burocratica dei ministeri, e hanno poi quella che definiscono la propria specifica road map, evocando il termine usato dalle cancellerie internazionali per definire il percorso del processo di pace israelo-palestinese. Salvo il fatto che la road map nella versione delle associazioni dei coloni è semplice: è scritta da Dio nella Bibbia, ed è più forte di quella della politica internazionale. È la posizione di Daniel Louria, uno dei leader di Ateret Cohanim, ed è la stessa delle altre associazioni che, con strumenti simili, cercano di “redimere” più case possibili dentro i quartieri palestinesi di Gerusalemme.

Ateret Cohanim è un’organizzazione che ha oltre trent’anni di vita e che si occupa di chiedere la restituzione di vecchie proprietà ebraiche,  ricomperare immobili nel passato posseduti da ebrei, ristrutturare appartamenti. Un’agenzia immobiliare, insomma, specializzata però in un’area decisamente particolare. Gerusalemme est. O per meglio dire, quella parte di Gerusalemme dov’è concentrata la popolazione araba. Louria, la sua organizzazione e un’altra decina di associazioni di questo tipo hanno un preciso obiettivo politico. Riportare vita e costumi ebraici in zone dove, ora, gli abitanti sono tutti arabi. “Per il popolo ebraico, il cuore di Gerusalemme è il Monte del Tempio e la zona intorno: dal punto di vista religioso, storico, tradizionale. Il monte degli Ulivi, la città di Davide, le sorgenti di Gihon, lo stesso Monte del Tempio. Tutta quell’area che oggi ha una maggioranza araba è stato il posto più importante per il mondo ebraico. E noi vi stiamo riportando le nostre radici”.

Gli edifici “redenti”, conquistati dai coloni dentro i quartieri palestinesi sono tutti strutturati allo stesso modo. Piccole fortezze staccate dal quartiere, con tanto di sorveglianza armata. È facile individuarle, perché sui tetti spiccano le bandiere israeliane, spesso enormi vessilli che devono comunicare all’esterno, soprattutto agli abitanti del quartiere, che la situazione è cambiata. Niente è più come prima. Come ad Abu Tor. quartiere di Gerusalemme considerato misto, tra la zona centralissima dell’hotel King David e il quartiere residenziale, laico e trendy di German Colony. Abu Tor, per alcuni versi, è rimasta ai tempi del 1967: da una parte gli ebrei, dall’altra i palestinesi. Nel mezzo, il ricordo di un confine che, fino alla Guerra dei Sei Giorni, separava Israele dalla Giordania. Il confine fisico non c’è più. Quello residenziale rimane. Salvo che per la casa di Ateret Cohanim, costruita nel cuore della Abu Tor araba. Un palazzetto a due piani. Muro, cancello di ferro, guardia privata armata all’interno di un gabbiotto, monitor e walkie talkie. Sicurezza pagata dal governo israeliano – dice Louria. Vita tutto sommato blindata. Sino a che, un giorno, non si raggiungerà il traguardo: redimere tutto Eretz Israel.

La mappa di Daniel Louria e di Ateret Cohanim mostra già parecchie bandierine. Non solo ad Abu Tor, ma fin dentro il quartiere musulmano della Città Vecchia, dove pure il vecchio generale e premier Ariel Sharon si era preso una casa, proprio a due passi dalla via Dolorosa, e poi in tutto l’anello di quartieri attorno alle antiche Mura. Ed è la stessa mappa, per esempio, della Elad, un’altra associazione che si concentra soprattutto nella zona di Silwan, appena fuori dalle Mura di Solimano, sotto la moschea di Al Aqsa, dove gestisce e supervisiona la cosiddetta Città di Davide, sito archeologico, centro culturale, e punta di diamante nella pianificazione di un parco archeologico pubblico, progettato dalle autorità israeliane, che spinga via gli abitanti palestinesi di Silwan.

E’ una vecchia storia, quella del tentativo dei coloni di prendere spazi e case dentro il quartiere palestinese di Sheykh Jarrah, nella parte orientale e occupata di Gerusalemme. Una strategia raffinata e complessa che va avanti da oltre quindici anni. Noi addetti ai lavori la chiamiamo hebronizzazione di Gerusalemme. Significa ripetere il modello dei coloni israeliani nella città vecchia di Hebron: occupare uno spazio e creare attorno a quello spazio il sistema di sicurezza che rompe l’unità di un quartiere e la sua vivibilità. I coloni israeliani, che nel caso di Gerusalemme al pari di Hebron appartengono all’estrema destra religiosa, definiscono quello che fanno “redimere la terra”.

Ne ho scritto diffusamente nel mio Gerusalemme senza Dio, pubblicato ben otto anni fa, nel settembre del 2013. Per dire, quindi, che era già tutto previsto ed era anche abbastanza semplice prevederlo. La comunità internazionale, seppure avvisata ogni anno della situazione nel cosiddetto report dei consoli generali europei. non ha fatto niente o quasi. Nonostante il lavoro sul campo di molti dei suoi diplomatici, ha solo espresso preoccupazione. Così come sta facendo in questi giorni. Niente di più.

Il risultato è quello al quale stiamo assistendo oggi. L’opinione pubblica italiana può comprendere ben poco, perché la narrazione che passa sui giornali e nei tg è a dir poco incompleta, approssimativa e inesatta. Quando non è decisamente parziale. Le parole sono importanti, soprattutto a Gerusalemme…

Tanto per chiarire la storia, ecco qualche pagina da quel libro di otto anni fa.

Il gioco del Risiko a Gerusalemme

Non è tanto la ratio nella bilancia demografica di Gerusalemme ad aver rappresentato il vero cambiamento degli ultimi anni. Piuttosto, il panorama politico e umano di Gerusalemme ha subito il suo più evidente cambiamento quando a irrompere sulla scena, in misura importante, sono arrivati i nuovi protagonisti della strategia israeliana per il futuro della città. I coloni appartenenti alle frange più radicali, propugnatori di un proprio, specifico master plan, vale a dire di una politica abitativa diversa nel profondo da quella disegnata da Teddy Kollek.

Il sindaco laburista del post-1967 aveva infatti un’idea precisa: bisognava costruire quartieri ebraici separati da quelli palestinesi, conservando – nel mosaico gerosolimitano – un evidente e chiaro distacco tra le comunità. Quartieri ebraici accanto a quartieri palestinesi, insediamenti ‘mono-etnici’, omogenei, senza mai cedere a una sorta di melting potcittadino per evitare frizioni e tensioni tra le comunità. In un certo modo, Kollek voleva modificare la bilancia demografica della città senza allontanarsi dalla politica di separazione seguita dai britannici durante i trent’anni del loro Mandato sulla Palestina. Il modello era quello della Città Vecchia: quartieri distinti, definiti secondo le appartenenze religiose, accostati ma mai mescolati. Per le associazioni dei coloni che nel corso degli ultimi anni hanno aumentato la loro presenza in città, la strategia è molto diversa, e si condensa in una sola frase. “Occorre redimere la terra”, e cioè riconsegnare la terra promessa, Eretz Israel, agli ebrei.

Nei fatti, e nei profondi cambiamenti in atto nella trama urbana di Gerusalemme, “redimere la terra” si traduce nell’ingresso dei coloni dentro i quartieri palestinesi. Se, dunque, la municipalità israeliana di Gerusalemme e il governo nazionale continuano ad acquisire terre e a pianificare quartieri dentro la parte est della città, si assiste in parallelo a una crescente battaglia per le case. Una battaglia che ora passa attraverso i tribunali, i fogli di carta, i vecchi documenti di proprietà. A Sheykh Jarrah,  a Ras al Amud, tutti quartieri strategici attorno alla Mura di Solimano nella parte orientale di Gerusalemme, i coloni hanno deciso di rompere l’omogeneità delle comunità palestinesi.  L’identità etnopolitica, in questo modo, scaccia il compromesso perché è assoluta.

E’ come se sui tavoli degli urbanisti e dei coloni si fossero stese in questi anni  delle cartine simili a quelle militari usate dai generali in battaglia. L’elenco delle proprietà immobiliari sono state le truppe usate per combattere una tanto lunga quanto imponente guerra di posizione, in cui la semplice conquista di una trincea, e cioè di un palazzetto, di un appartamento, di un appezzamento di terreno, diviene centrale per la conquista futura di interi quartieri, interi settori della città. In questa reale partita a risiko, basta guardare, visivamente osservare le bandierine dei nuovi, piccoli insediamenti ‘conquistati’ per capire la strategia che prevede l’ingresso di coloni israeliani nei quartieri palestinesi più popolosi. Da sud a nord, Jabal al Mukaber, Silwan, Ras al Amud, il Monte degli Ulivi, Sheikh Jarrah, Bet Hanina. Sono tutti quartieri che chiudono come una mezzaluna la Città Vecchia a oriente, e che legano Gerusalemme alla Cisgiordania. Entrare – per i coloni – in questi quartieri centrali o della prima periferia della città significa, strategicamente, disconnettere Gerusalemme dalla Cisgiordania, e spingere la popolazione palestinese ad andare via, a spostarsi verso Betlemme e Ramallah per rafforzare ancora di più il proprio piatto della bilancia demografica. Con tutte le conseguenze del caso, compreso l’aumento esponenziale delle tensioni all’interno dei quartieri palestinesi in cui, man mano, i coloni conquistano una casa e mettono in moto tutto il sistema di sicurezza attorno all’edificio su cui hanno piantato una bandiera israeliana, e circondato di barriere, filo spinato, telecamere. Da quel momento, gli scontri anche fisici sono all’ordine del giorno, le piccole intifada dei quartieri segnano le notti e i giorni, in esplosioni di violenza a suon di pietre che vengono represse duramente dalla polizia e dall’esercito, sempre più inclini – per esempio – ad arrestare i minori che lanciano le pietre, ragazzini neanche adolescenti, spesso appena di undici, dodici anni.

L’aumento della violenza non ha fermato né ferma i coloni, molto più ideologizzati e radicali di coloro che vivono negli grandi insediamenti del nord della Cisgiordania. Chi va a vivere in una piccola casa a Sheykh Jarrah, a due passi dall’albergo più di charme della città e di buona parte del Medio Oriente, l’American Colony, è disposto a tutto. Ha già cacciato da quella casa intere famiglie, grazie all’ordine di esproprio di un tribunale israeliano che ha trovato convincenti i documenti presentati dalle associazioni radicali, spesso risalenti al diciannovesimo secolo o ai primi del Novecento, quando su Gerusalemme non erano passate le matite delle diplomazie e la città non era stata divisa a metà. Sono documenti che attestano che gli antichi proprietari della casa erano ebrei. Veri o falsificati che siano, quegli attestati hanno insito un rischio,  di sollevare il vaso di Pandora delle proprietà immobiliari di Gerusalemme. Se, infatti, si innescasse il meccanismo della rivendicazione delle case, i palestinesi potrebbero cercare – per esempio  di fronte a corti internazionali – di rientrare in possesso delle proprietà a ovest della Linea Verde. Interi quartieri sono stati costruiti dalla borghesia palestinese, i ricchi che avevano deciso di uscire dalla Città Vecchia e aprirsi alla modernità, soprattutto a cavallo tra Ottocento e Novecento. Si tratta dei quartieri più interessanti dal punto di vista immobiliare, composti di ville arabe di tutto rispetto, le più quotate sul mercato delle case. Quelle ville, per ora, non possono essere richieste indietro dai proprietari palestinesi, anche se sono tuttora in possesso dei documenti notarili o catastali. Per la Absentee Law property, Israele le ha espropriate e le ha – per così dire – nazionalizzate, salvo poi farle entrare nel mercato privato. Un doppio standard, protestano le associazioni di difesa dei diritti civili, israeliane e palestinesi ancora una volta unite, che temono si scoperchi un vaso di Pandora dagli esiti imprevedibili. Richiedere indietro le proprietà immobiliari a est, da parte delle associazioni di coloni, significa porre anche la questione delle proprietà immobiliari palestinesi a ovest. Proprietà che portano nomi pesanti, come quelle dei Nusseibeh, dei Dajani, degli Husseini, dei Nashashibi: i nomi più importanti del notabilato palestinese.

Le associazioni dei coloni, però, non sembrano per nulla preoccupate del pericolo di aver aperto, con le loro azioni legali, un vaso di Pandora. Si considerano forti dal punto di vista politico, del sostegno istituzionale da parte dei diversi governi che si sono succeduti, della Knesset e della macchina burocratica dei ministeri, e hanno poi quella che definiscono la propria specifica road map, evocando il termine usato dalle cancellerie internazionali per definire il percorso del processo di pace israelo-palestinese. Salvo il fatto che la road map nella versione delle associazioni dei coloni è semplice: è scritta da Dio nella Bibbia, ed è più forte di quella della politica internazionale. È la posizione di Daniel Louria, uno dei leader di Ateret Cohanim, ed è la stessa delle altre associazioni che, con strumenti simili, cercano di “redimere” più case possibili dentro i quartieri palestinesi di Gerusalemme.

Ateret Cohanim è un’organizzazione che ha oltre trent’anni di vita e che si occupa di chiedere la restituzione di vecchie proprietà ebraiche,  ricomperare immobili nel passato posseduti da ebrei, ristrutturare appartamenti. Un’agenzia immobiliare, insomma, specializzata però in un’area decisamente particolare. Gerusalemme est. O per meglio dire, quella parte di Gerusalemme dov’è concentrata la popolazione araba. Louria, la sua organizzazione e un’altra decina di associazioni di questo tipo hanno un preciso obiettivo politico. Riportare vita e costumi ebraici in zone dove, ora, gli abitanti sono tutti arabi. “Per il popolo ebraico, il cuore di Gerusalemme è il Monte del Tempio e la zona intorno: dal punto di vista religioso, storico, tradizionale. Il monte degli Ulivi, la città di Davide, le sorgenti di Gihon, lo stesso Monte del Tempio. Tutta quell’area che oggi ha una maggioranza araba è stato il posto più importante per il mondo ebraico. E noi vi stiamo riportando le nostre radici”.

Gli edifici “redenti”, conquistati dai coloni dentro i quartieri palestinesi sono tutti strutturati allo stesso modo. Piccole fortezze staccate dal quartiere, con tanto di sorveglianza armata. È facile individuarle, perché sui tetti spiccano le bandiere israeliane, spesso enormi vessilli che devono comunicare all’esterno, soprattutto agli abitanti del quartiere, che la situazione è cambiata. Niente è più come prima. Come ad Abu Tor. quartiere di Gerusalemme considerato misto, tra la zona centralissima dell’hotel King David e il quartiere residenziale, laico e trendy di German Colony. Abu Tor, per alcuni versi, è rimasta ai tempi del 1967: da una parte gli ebrei, dall’altra i palestinesi. Nel mezzo, il ricordo di un confine che, fino alla Guerra dei Sei Giorni, separava Israele dalla Giordania. Il confine fisico non c’è più. Quello residenziale rimane. Salvo che per la casa di Ateret Cohanim, costruita nel cuore della Abu Tor araba. Un palazzetto a due piani. Muro, cancello di ferro, guardia privata armata all’interno di un gabbiotto, monitor e walkie talkie. Sicurezza pagata dal governo israeliano – dice Louria. Vita tutto sommato blindata. Sino a che, un giorno, non si raggiungerà il traguardo: redimere tutto Eretz Israel.

La mappa di Daniel Louria e di Ateret Cohanim mostra già parecchie bandierine. Non solo ad Abu Tor, ma fin dentro il quartiere musulmano della Città Vecchia, dove pure il vecchio generale e premier Ariel Sharon si era preso una casa, proprio a due passi dalla via Dolorosa, e poi in tutto l’anello di quartieri attorno alle antiche Mura. Ed è la stessa mappa, per esempio, della Elad, un’altra associazione che si concentra soprattutto nella zona di Silwan, appena fuori dalle Mura di Solimano, sotto la moschea di Al Aqsa, dove gestisce e supervisiona la cosiddetta Città di Davide, sito archeologico, centro culturale, e punta di diamante nella pianificazione di un parco archeologico pubblico, progettato dalle autorità israeliane, che spinga via gli abitanti palestinesi di Silwan.

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