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Cose nostre

pubblicato 3 ott 2019, 09:56 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 3 ott 2019, 11:48 ]

"Non si tratta solo di migranti"

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Lia Curcio, analizza il Rapporto 

Immigrazione di Caritas-Migrantes


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Non si tratta solo di migranti”: è il tema del Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes 2018-2019 che si collega alla 105ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, promossa il 29 settembre dalla Chiesa. A questo proposito, il Papa ha affermato che «non si tratta solo di migranti», ma la questione riguarda l’ «affrontare le nostre paure» che ci frenano e ci condizionano. Si tratta di «non escludere nessuno», di essere vicini a tutte le persone che attraversano un momento di emarginazione e di fare i conti con la «nostra umanità» in un contesto dove «i Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati».

Quali sono i dati presentati dal Rapporto?  Nel 2017 (ultimi dati ONU disponibili) sono più di 250milioni le persone che vivono in un paese diverso da quello di nascita e i migranti rappresentano il 3,4% dell’intera popolazione mondiale.  È l’Asia ad ospitare il maggior numero di migranti (il 30,9%), seguita da Europa (30,2%), America del Nord (22,4%), Africa (9,6%), America Latina (3,7%) e Oceania (3,3%).  Il più grande movimento migratorio tra paesi, nel 2017, è quello dal Messico agli Stati Uniti, seguito da quelli da India a Emirati Arabi, dalla Russia all’Ucraina (e viceversa) e dalla Siria alla Turchia. Altri esempi di corridoi bilaterali significativi comprendono quello dall’Algeria alla Francia, dal Burkina Faso alla Costa d’Avorio, da Cuba e da El Salvador agli Stati Uniti e dalla Nuova Zelanda all’Australia. 

Il maggior numero di migranti internazionali risiede negli Stati Uniti: 50 milioni, pari al 19,3% del totale mondiale. L’Arabia Saudita, la Germania e la Federazione Russa ospitano il secondo, il terzo e il quarto maggior numero di migranti in tutto il mondo (circa 12 milioni ciascuna), seguite dal Regno Unito (quasi 9 milioni) e dagli Emirati Arabi Uniti (8 milioni). Venendo all’Europa, nel 2018 nel continente risiede il 30,2% del totale dei migranti. Il Paese UE che ospita il maggior numero di migranti è la Germania (oltre 9 milioni), seguita da Regno Unito, Italia, Francia e Spagna.

L’Italia, con più di 5 milioni di cittadini stranieri regolarmente residenti (8,7% della popolazione) si colloca al terzo posto nell’Unione Europea. Il Rapporto rileva che diminuiscono gli ingressi per motivi di lavoro mentre aumentano quelli per motivi di asilo e protezione umanitaria.  Le regioni nelle quali risiede il maggior numero di cittadini stranieri sono la Lombardia (quasi 1,2 milioni, pari all’11,7% della popolazione residente), il Lazio (11,6%), l’Emilia-Romagna (12,3%), il Veneto (10,2%) e il Piemonte (9,8%). Le province più “multietniche” sono Roma, Milano, Torino, Brescia e Napoli.

«Si tratta di oltre 5 milioni di persone che vivono e lavorano accanto a noi, non si tratta solo di migranti ma della società italiana», ha detto a Vita.it Simone Varisco di Migrantes, che ha curato il Rapporto. «Esiste il rischio di focalizzare l’attenzione sul problema dei profughi, che sono solo una parte del fenomeno. Un fenomeno che non è certo quel fiume in piena che si è cercato di descrivere: ad esempio l’incidenza degli alunni con cittadinanza straniera (841 mila nell’anno scolastico 2017-18 dei quali il 63,8% nati in Italia) è fermo fra il 9 e il 10% da circa un decennio». Varisco ha anche spiegato che i 65.444 bambini nati in Italia nel 2018 da genitori stranierirappresentano il 14,9% delle nascite e sono stati il 3,7% in meno rispetto al 2017. In regresso anche le acquisizioni di cittadinanza, dati che rischiano di incidere negativamente sulla decrescita generale del Paese.

Il Rapporto, in concomitanza con la Giornata Mondiale dei Migranti e dei Rifugiati ci fa riflettere sul fatto che è necessario rammendare il tessuto sociale dell’Italia: «Non si tratta solo di immigrati, ma del perpetuarsi della divisione tra “noi” e “loro”, tra italiani e stranieri, tra i “nostri” problemi e i “loro” problemi, tra i “nostri” sogni e i “loro” sogni» ha commentato il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana.  Tornando ai dati, il rapporto riscontra una netta differenza nella retribuzione dei lavoratori stranieri rispetto a quelli italiani (-322 EURO in media) ed una maggiore incidenza degli infortuni sul lavoro, aspetti che li rendono più vulnerabili. Tuttavia si sottolinea anche il contributo dei lavoratori di origine straniera: più di 370mila imprese aperte da cittadini extracomunitari contribuiscono al PIL italiano e il 26% degli immigranti si occupa dei servizi collettivi e alla persona. Per alcuni settori ne rappresentano la colonna portante, si pensi alle badanti: tre su quattro sono immigrate in base all’ultimo rapporto ISTAT.

L’integrazione si alimenta con la conoscenza reciproca e nel corso del 2017 sono stati celebrati 27.744 matrimoni con almeno uno dei coniugi straniero (+14,5% del totale dei matrimoni). Inoltre, Confcommercio dichiara che nel 2018 una persona su due in Italia ha frequentato ristoranti etnici (relazione FIPE 2019). Il rapporto CARITAS-MIGRANTES si sofferma anche sulla disinformazione e l’odio dilagante sui social media. Secondo una rilevazione di Amnesty International, durante la campagna elettorale delle elezioni politiche 2018 si sono registrati 787 commenti e di incitamenti all’odio, il 91% delle quali ha avuto come oggetto i migranti. Su twitter, un hater su tre si scatena contro “lo straniero”.

Abbiamo quindi bisogno prima di tutto di una nuova cultura. «La risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. Essi esprimono la missione della Chiesa verso tutti gli abitanti delle periferie esistenziali», consapevoli, conclude il Papa, che «i migranti, e specialmente quelli più vulnerabili, ci aiutano a leggere i “segni dei tempi”».

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