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Il settimanale del Prof. Johan Galtung

pubblicato 07 mar 2017, 06:55 da Cultura della Pace

Pace fra Cina e Giappone

Nel suo settimanale il Prof. Galtung analizza il rapporto tra Cina e Giappone


Tema base: Nuova visione di pace in Est-Asia – Dialogo di pace Sino-Giapponese. Nanjing22-23 Feb 2017

Come insegna la filosofia buddhista, la pace, come la violenza e il conflitto, è una relazione; non un attributo della Cina o del Giappone. Come insegna la filosofia taoista, in un holon [=insieme, ndt] come l’Est-Asia ci sono forze e controforze, yin/yang, con yin e yang in entrambi [gli opposti], & così via.

Una pace negativa stabilirebbe una relazione fra i due senza violenza o minacce; una pace positiva ne stabilirebbe una con un flusso di cose buone. La realtà?

In passato: il “massacro di Nanchino”. Al presente: minacce fra Cina e USA-Giappone su una “autodifesa collettiva” anche per le [isole] Senkaku-Diaoyu, occupazione USA de facto del Giappone. In futuro: nessuna prospettiva oltre l’equilibrio delle minacce.

Quindi, la pace fra Cina e Giappone dev’essere creata: con visioni di futuri pacifici, soluzione degli attuali conflitti, riconciliazione dei traumi passati. La pace non fluisce dal passato; ma può fluire dal futuro.

Geograficamente i due paesi sono vicini, tuttavia molto differenti.

Il Giappone, etnicamente omogeneo, ha avuto 125 imperatori fin dal 659 a.C.(?), che si sono succeduti per discendenza. L’Imperatore aveva un ruolo spirituale, pregava per la pace e il benessere del popolo e del paese. Ma dal 1868 con gli imperatori Meiji, Taisho e Showa fino a quello della sconfitta del 1945, modellati sui re europei, essi furono comandanti in capo militari in uniforme. Dopo di che si tornò all’antico: l’attuale era Heisei è per creare pace nel paese e al di fuori. I militari giapponesi solevano avere un rango sociale molto elevato.

La Cina, etnicamente molto varia, ha avuto varie dinastie, alcune brevi, alcune lunghe, con successioni solitamente molto sanguinose. La dinastia Chin a datare dal 221 a.C. unificò il paese. Gli Han divennero una potente fonte d’identità, anche in quella che dopo l’ultima dinastia – Ching – 1644-1910 fu chiamata Cina. I militari cinesi solevano essere di basso rango, gestiti da signori della guerra noti per crudeli massicci massacri, violenze sessuali e saccheggi. Come in Giappone, la capitale cambiò più volte: risp. Nara-Kyoto-Tokyo e Xi’an-Nanchino-Pechino; a differenza del Giappone, la Cina come stato appartenente al sistema statuale ha solo un secolo, cioè dal 1911; più simile all’Europa nella storia che agli stati europei.

Futuro: Possono convivere paesi in conflitto (per obiettivi incompatibili) e con traumi (ferite da passata violenza)? Potenzialmente, sì, per esempio in una Comunità NordEst-Asiatica (NEAC) che impari dalla Comunità Europea – o in un’Associazione delle Nazioni NordEst-Asiatiche (ANEAN) che impari dall’ASEAN. L’altra parte dell’una Cina [Taiwan], le due Coree, la Mongolia e l’Estremo Oriente Russo potrebbero associarvisi; anche per scambi a reciproco ed uguale beneficio, anche per la gente comune; ma non a spese della capacità produttiva locale.

Presente: Possono trovare una soluzione paesi spaccati dal dilemma della proprietà reciprocamente esclusiva delle Senkaku-Diaoyu? Sì, imparando dalla saggezza buddhista del tetralemma: cinesi, giapponesi, né l’uno né l’altro ma tornando alla proprietà famigliare privata antecedente la nazionalizzazione giapponese, oppure sia l’una che l’altra andando oltre, estentendosi a una proprietà congiunta, dividendo i benefici netti della ZEE relativa (Zona Economica Esclusiva – “area di mare adiacente alle acque territoriali di uno stato, con diritti sovrani, ndt), diritti di navigazione, di pesca, e su ciò che sta sopra e sotto il fondo marino, come i combustibili fossili. La ripartizione più semplice è d’uguaglianza, come 40-40% e 20% per costi d’amministrazione-manutenzione. Thailandia e Malaysia hanno fatto 50-50% per il loro settore marittimo conteso (Tun Mahathir).

Passato: Possono vivere in pace paesi traumatizzati per il massacro che ebbe luogo a Nanchino nel dicembre 1937 e mesi successivi, ivi compreso il trauma di aver traumatizzato?

Che l’armata giapponese abbia commesso atrocità non si contesta benché molte prove indiziarie non siano confermate. Il caso divenne d’attualità nelle pubblicazioni giapponesi negli anni 1960-70 e ancor dopo, negli anni ’80, in quelle cinesi.

Le ostilità s’inasprirono fin dal 1931. L’esercito nazionale [cinese] del Kuomintang agli ordini di Chiang Kaishek, sostenuto da USA, Germania nazista e potenze coloniali europeee, attaccò l’enclave giapponese a Shanghai nel 1937. L’esercito giapponese perseguì fino a Nanchino l’esercito nazionale in ritirata che mancò di proteggere i civili, fuggì, gettando la divisa, e fu infiltrato dai comunisti del Komintern-URSS. Molti furono uccisi, da chi? Che quattro massacri a Nanchino, nel 1913, 1927, 1937, 1949 con tanto di scheletri effettivi e metaforici, possano dire più di Nanchino che del Giappone? Ci fu un accordo fra le parti protese a incolpare di tutto il Giappone?

Domande per una Commissione d’Inchiesta Internazionale?

Attenersi a una sola versione del massacro non rende Nanchino una città di pace, ma al più una città anti-guerra. Non è lo stesso.

Per una città di pace potrebbero servire da esempio le tre proposte: associarsi a una Comunità NordEst-Asiatica, proprietà congiunta delle isole contese condividendo benefici e costi, una commissione internazionale che discerna fra i resoconti discordanti sul terzo massacro di Nanchino.

Ma ci vuole ancora altro, e le proposte per questa conferenza sono eccellenti, come la “Costruzione della Città di Pace”. Che cosa s’intende? Ovviamente una sede per conferenze, ma poi? L’invio di missioni in altri luoghi al mondo con problemi analoghi, e ce ne sono molti (il massacro di 10 milioni di persone in Congo sotto il re belga Leopoldo; in SudAmerica 20 milioni da parte della Spagna; in NordAmerica 10 milioni da parte degli USA). Magari avere un istituto di studi sulla pace, anziché solo sui massacri? Un centro di mediazione nei conflitti e di riconciliazione dei traumi, per cittadini di questa città meravigliosa, e oltre, per il mondo?  Tutto fattibile.

Focalizzarsi su “Costruire la Pace in EstAsia”, con un centro per le attività indicate? Magari in condivisione con le isole Okinawa-RyuKyu, considerata la loro ubicazione intermedia, geografica-mente ed etnicamente?

Per tutto ciò è essenziale una massiccia partecipazione giovanile.

Lavorando al Memoriale dell’invasione del 1944 a Caen, Normandia (Francia), al ricordo dell’ultima guerra si sono aggiunte visioni di pace futura.

Nella consultazione sul santuario di Yasukuni, si è proposto un omaggio ai caduti di ogni genere – come per il memoriale di Okinawa – e il ripudio della guerra.

Come evitare la 2^ guerra mondiale dal 1939 al ‘45, e quella del Pacifico dal 1931 al ‘45? Futuri alternativi e passati alternativi, proposti alla discussione dei visitatori.

Il modo migliore di onorare coloro che furono privati della vita, compresi i soldati giapponesi, è operare per un solido Mai Più. Che però è solo pace negativa; ci si aggiunga la pace positiva di progetti congiunti.

Il futuro è nelle nostre mani.

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Post scriptum da Nanchino (Rep. Pop. Cinese) 27 feb. 2017

Sono fermo aIl’incrocio di due viali, in ascolto dell’assenza di rumore. Passano scooter piccoli e grossi, senza rumore. Interpellando uno dei loro proprietari, la risposta è “elettrico”. Passano auto, col solo rumore delle ruote sull’asfalto, nessun rumore di motori: elettrici.

Passano bus, camion – con rumore di motori, pur garbati: non elettrici ma pochi, a differenza degli sciami di motociclette, motorini, auto.

Inalo aria fresca in questa città di 8 milioni d’abitanti; 6 volte capitale fino alla rivoluzione del 1949 allorché Mao spostò la capitale all’inquinata Pechino. Guardo in su: il cielo è azzurro, c’è un bel sole d’inizio primavera. La gente cammina svelta, tutta in modi vari, casuali, ben vestita. Così normale! Si percepisce il triplicarsi dei salari dell’industria nei 10 anni scorsi.

Guardo il semaforo. Enorme, countdown col verde di 90 secondi in una direzione, di 30” nell’altra, con un giallo di 3 secondi, e gli automobilisti sanno benissimo quando avviarsi. Tutto così senza rumore!

Guardo gli edifici, torri imponenti e altre piccole come nei villaggi, la gran parte intermedi, tutti diversi, con architetture interessanti. Dei veri tetti coronano gli edifici, non solo camini e cabine per gli ascensori. Se il tetto pende verso sud, molti grandi pannelli termici solari. Tutto così verde!

Ed eccolo: il fiume Yangtze, che confluisce nel fiume Giallo. Tutt’e due inquinati, senza dubbio. Scorrono quieti, non poi così possenti, [ma, toglierei] fra i più lunghi al mondo, ma non per portata d’acqua; non il Rio delle Amazzoni.

Ritorno col pensiero alla prima visita nel 1973: tutto in blu alla Sun Yatsen, niente motorini, niente auto, milioni di bici. Tre rivoluzioni dopo – il completamento della Rivoluzione Culturale, la rivoluzione della crescita economica di Deng Xiaoping e la rivoluzione distributiva di Xi Yinming col recupero dei villaggi – solo l’ubicazione geografica è la stessa. Le tappe: 1949-1967-1980-2016.

Con questo dinamismo, che sarà nei prossimi 40 anni? Un’economia più che doppia rispetto a quella USA ovviamente; ma: rivoluzioni? Nessuno lo sa. Però è qui che si sta dispiegando il futuro, per i nostri occhi e orecchi.


#470 / 27.02.17 – Johan Galtung
Titolo originale: 
Peace between China and Japan
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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