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La pace è un diritto non una possibilità

pubblicato 26 gen 2017, 07:57 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 26 gen 2017, 07:58 ]

Il diritto a godere della pace: utopia o realtà?

Nel sito www.unimondo.org un articolo di Miriam Rossi sul diritto alla pace sancito dall'Onu


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Ogni essere umano ha diritto a godere della pace. Frase coincisa ma densa di significati che l’Assemblea Generale dell’ONU ha pronunciato con l’adozione della Dichiarazione sul diritto alla pace sul finire del dicembre scorso, sulla base del testo trasmesso dal Consiglio per i diritti umani. 131 i voti a favore, 34 i contrari e 19 gli astenuti, tra questi ultimi anche l’Italia mentre la maggior parte degli Stati dell’UE ha votato contro la sua approvazione e tra i favorevoli si annoverano anche molti rappresentanti di regimi non democratici.

Con l’approvazione, però, tutti i Paesi membri, praticamente tutti gli Stati del mondo, sono caldamente invitati ad attuare i contenuti della disposizione; non sono però obbligati, in quanto le risoluzioni adottate dall’Assemblea Generale dell’ONU non hanno valore di legge. E d’altra parte è proprio per la natura “evanescente” di questo nuovo diritto umano fondamentale a essere considerato particolarmente inconsistente e di difficile attuazione. O meglio. Affermare che ogni persona ha diritto a vivere in pace significa costruire un mondo dove si insegni e si costruisca una cultura di pace, significa creare condizioni e limiti alla guerra, significa di fatto garantire tutti quegli altri diritti umani che, forse utopicamente, consentono a ciascun essere umano di ritenersi soddisfatto, felice, in pace con se stesso e anche con gli altri. La costruzione del diritto alla pace presuppone in realtà un lavoro ben più ampio e profondo di quanto una affermazione puramente teorica lascerebbe di primo acchito presupporre.

Tuttavia proprio la difficoltà di monitorare i programmi statali rivolti ad assicurare la pace e anche l’incapacità di concordare delle effettive sanzioni rivolte a quegli Stati membri che non osservassero tali indicazioni sono state le ragioni del lungo, travagliato iter che questo diritto umano ha compiuto prima di giungere all’approvazione dell’Assemblea Generale. Da più di un decennio accanto ai diritti civili e politici, ai diritti economici, sociali e culturali, e ai diritti di solidarietà dei popoli si era aggiunta in sede ONU la teorizzazione di diritti di “quarta generazione”, che tenevano cioè conto non solo delle trasformazioni sociali-politiche degli esseri umani contemporanei ma soprattutto delle innovazioni tecnologiche che hanno determinato una vera e propria rivoluzione a tutto campo: la formulazione del diritto alla privacy si è allora affiancato al diritto di proprietà intellettuale, per internet è stato fra l’altro enunciato il diritto all’oblio, e nuovi diritti sono stati garantiti nel campo della bioetica e delle manipolazioni genetiche, ad esempio legate all’uso delle cellule staminali o della fecondazione assistita ma anche in relazione ai cibi geneticamente modificati. Anche il diritto alla pace si configurava da tempo all’interno di questo elenco, seppur il “diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà fondamentali possono essere pienamente realizzati” era stato proclamato dall’articolo 28 della Dichiarazione Universale dei diritti umani già all’indomani della seconda guerra mondiale, nel dicembre 1948.

La Dichiarazione sul diritto alla pace approvata il 19 dicembre 2016 non fa dunque che specificare ulteriormente questo contenuto, in 5 brevi articoli che seguono invece un dettagliato e fondamentale preambolo che fa riferimento ai principali documenti del Codice internazionale in materia di diritti umani e agli obiettivi dell’Organizzazione multilaterale. Non solo la Dichiarazione è interpretata quale uno strumento per garantire la piena soddisfazione dei principali diritti umani (di fatto, senza pace non è possibile garantire alcun diritto umano) ma è anche intesa come un deciso anticorpo al dilagante fenomeno del terrorismo. Il rafforzamento dello spirito di tolleranza, dialogo, cooperazione e solidarietà tra tutti gli esseri umani non può essere che il frutto dell’educazione alla pace a cui gli Stati e le Organizzazioni internazionali sono chiamati a impegnarsi, come già indicato nella Dichiarazione su una cultura di pace del 1999 e nella Dichiarazione sull’educazione e sulla formazione ai diritti umani del 2011. La costante e pregiudiziale opposizione occidentale alla formulazione e all’approvazione di questa Dichiarazione è da collegarsi alla chiara indicazione che il diritto di ciascuno non è “alla pace”, bensì a “godere della pace”: non si tratta di un equilibrismo lessicale, bensì di una indicazione per la quale la pace non è “negativa”, quella che c’è quando non esiste la guerra, al contrario la pace di cui parla la Dichiarazione è una pace “positiva”, da costruire promuovendo eguaglianza, stato di diritto, giustizia, non discriminazione, diritti fondamentali. Non basta dunque non “muovere guerra”, occorre rivedere tutto il sistema di governance statale a cominciare dal disarmo, dalla costruzione di una economia rispettosa dei diritti economici e sociali di tutti gli individui, dalla creazione di corpi di pace anziché di eserciti. Per questa ragione il preambolo della Dichiarazione ricollega il documento ai principi di ius cogens, ossia a quei valori universali intesi come una aspirazione profonda di tutti gli esseri umani.

L’impegno assunto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, sin dalla sua nascita, di “scoraggiare” il divampare delle guerre non ha raggiunto grandi risultati in questi decenni. Tuttavia questa Dichiarazione è un nuovo tassello che guarda in avanti, pur non avendo quella forza determinante che solo il coraggio delle scelte di alcuni o di molti uomini può conferirle.

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