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La situazione in Siria

pubblicato 16 mar 2017, 15:31 da Cultura della Pace

Siria, sei anni dopo

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Michele Focaroli cerca di comprendere la situazione siriana


guerra in siria mappa-dicembre-2016


Si è chiuso il 3 marzo a Ginevra il quarto round di negoziati chiamati a trovare una soluzione alla crisi siriana, che sta entrando nel sesto anno. Il vertice, convocato per cercare una mediazione tra le parti, è il quarto tentativo di raggiungere una soluzione alla crisi. Il tavolo negoziale di Ginevra è - o vorrebbe essere - lo sbocco politico alla crisi, mentre quello parallelo di Astana - il cui ultimo round si è tenuto il 16 e 17 febbraio - dovrebbe essere quello militare, ed è voluto e guidato dai tre attori politici esterni attualmente più influenti nella complessa situazione siriana: Russia, Turchia e Iran.

I punti all'ordine del giorno di Ginevra IV erano la ricerca di una soluzione di stabilizzazione duratura della crisi siriana, una verosimile prospettiva politica futura (che dunque non può non riguardare il ruolo che nell'assetto siriano avrà Bashar Al Assad), la bozza di una costituzione siriana, la data di possibili elezioni. I rapporti di forza, con il progredire delle dinamiche militari sul terreno, vedono ora il regime di Assad in una posizione di vantaggio: la completa presa di Aleppo, terminata a dicembre scorso dopo che le forze lealiste hanno piegato la resistenza dei ribelli nella parte est della città, ha permesso ad Assad di consolidare il controllo del Paese.

Il vertice ha, da un lato, consentito ad Assad di mettere sul tavolo la questione di una strategia anti-terrorismo; dall'altro, ha consentito alle opposizioni di ribadire l'esigenza di avviare un processo di transizione politica. Basi di discussione, queste, che costituiranno il cuore delle prossime sessioni negoziali, il 23 marzo a Ginevra e il 14 aprile ad Astana. Per quanto stavolta la prospettiva di un esito più incisivo sembra essere più verosimile, rimane tuttavia una questione centrale, che divide le due parti in maniera netta: Assad continua a ritenere tutte le componenti dell'opposizione alla stregua di terroristi; l'opposizione, a sua volta, pone l'allontanamento di Assad come condizione imprescindibile per avviare una transizione politica.

Il cessate-il-fuoco ufficialmente in vigore dal dicembre del 2016 è stato più volte violato; secondo il Syrian Network for Human Rights, solo nella settimana di apertura del vertice di Ginevra sono rimaste uccise 413 persone - di cui 54 bambini.

ATTORI SUL TERRENO E ZONE DI CONTROLLO

IL REGIME - Assad controlla ormai buona parte del territorio occidentale della Siria, fatta eccezione per la città di Idlib - nel nord-ovest del Paese, meta delle vere e proprie deportazioni dei cittadini di Aleppo est una volta che, a dicembre, venne definitivamente riconquistata dal regime - e per l'area circostante Daraa, a sud della Siria. Il 5 marzo il regime ha sganciato su Daraa le terribili barrel bomb, veri e propri barili di metallo imbottiti di esplosivo e resi ancora più temibili da bulloni e ferraglia che, nel momento dell'esplosione, moltiplicano la potenzialità nociva dell'ordigno. Assad non è nuovo all'uso dei barrel bomb, compiendo veri e propri crimini di guerra. Le forze governative sono riuscite da poco a riprendere Palmira, sede di uno dei più importanti centri archeologici del Medio Oriente.

I CURDI SIRIANI E LA TURCHIA - La parte settentrionale della Siria è per buona parte in mano ai curdi siriani del YPG (Unità di Protezione Popolare) che costituiscono la componente maggioritaria delle SDF - Syrian Democratic Forces, formazione costituita per iniziativa degli Stati Uniti a metà 2016. Questo è uno dei nodi più complicati della partita siriana. I curdi siriani hanno l'obiettivo fondamentale di dare continuità territoriale alle aree da loro controllate: congiungere quindi il cantone di Efrin - a est - con i territori del Rojava, cioè Kobane, al-Hasakah e Qamishli - più a ovest. Al Bab è una piccola città che è esattamente in mezzo tra Aleppo e l'Eufrate, e il cui controllo è dunque cruciale per creare un ponte di collegamento tra una zona e l'altra; dopo tre mesi di vari e infruttuosi tentativi, Al Bab è stata strappata a Daesh da parte delle forze turche, che hanno condotto le operazioni di terra - venendo da nord - in sostegno dell' FSA (Free Syrian Army). A questo punto, forte della vittoria, Erdogan ha pensato che la Turchia avrebbe potuto avanzare verso Raqqa, e col pretesto di andare a combattere Daesh impedire l'avanzata dei curdi siriani - e dunque l'eventualità che i curdi unificassero i loro territori, il vero e proprio spauracchio che muove le maldestre mosse tattiche di Erdogan. L'esercito di Assad però, raggiungendo Manbij, ha disinnescato la minaccia turca trovando un accordo di convenienza con i curdi dell'YPG, dunque col benestare degli USA che li appoggiano: l'YPG sostanzialmente lascia buona parte delle aree attorno a Manbij al controllo dell'esercito lealista, che in cambio presidierà la cittadina dall'avanzata turca.

L'accordo dimostra come YPG e le forze governative siriane, pur non essendo alleati "diretti", perseguono tuttavia una strategia di comune accordo de facto.

DAESH - Raqqa è la cosiddetta "roccaforte" di Daesh, il cui controllo sul territorio è limitato ormai a una striscia centrale, lungo il corso dell'Eufrate: una striscia limitata ma importante, perché comprende, oltre a Raqqa, la città di Deir E-Zor, che peraltro sta vivendo una gravissima crisi sanitaria dovuta alla scarsità di medicinali e vaccini causata dai blocchi nei rifornimenti operati da Daesh e, prima, del regime di Assad.

Raqqa è oggetto, in questo momento, della terza fase di "Scudo dell'Eufrate" , operazione nata il 24 agosto per iniziativa della Turchia, che entrò in territorio siriano a sostegno dei gruppi ribelli dell'Free Syrian Army (FSA) col doppio obiettivo di combattere Daesh, da una parte, e frenare l'avanzata dei curdi siriani del Rojava, dall'altra.

GLI STATI UNITI - La posizione USA alla luce dell'insediamento di Donald Trump non è ancora ben definita. L'appoggio statunitense all'SDF, quindi ai curdi dell'YPG, è stato ed è rivolto essenzialmente in funzione anti Daesh. E' di poche ore fa la notizia che 400 marines USA sono giunti in Siria per dare supporto all'offensiva dell'SDF a trazione curda per togliere Raqqa dal controllo di Daesh. Questa notizia dà sostanza a un altro dei tanti passi falsi di Istanbul nella partita siriana. La Turchia, infatti, poche settimane fa ha provato a convincere gli Stati Uniti a scaricare i curdi, offrendo una doppia alternativa; ma l’avanzata delle forze governative siriane e l’opposizione americana hanno definitivamente affossato i piani turchi: secondo gli USA i curdi dell'YPG faranno certamente parte dell'offensiva su Raqqa.

GLI ALLEATI DI ASSAD - La Russia di Putin ha ottenuto finora i più grandi successi politico-strategici dalla sua entrata nel conflitto siriano a fianco di Assad. Il primovertice di Astana del 23 e 24 gennaio, infatti, ha visto Putin dettare le proprie condizioni, ottenendo contemporaneamente ottimi risultati commerciali e lo status di deus ex machina della crisi siriana. Dal punto di vista economico Putin ha ottenuto, in cambio del massiccio appoggio al regime di Assad - appoggio senza il quale, a detta dello stesso ministro della difesa russo, le sorti del conflitto molto difficilmente sarebbero girate in favore di Assad - , l'ampliamento della base navale nella città di Tartous e di quella aerea di Latakia; inoltre nell'occasione la Russia si è assicurata lo sfruttamento dei giacimenti di gas siriano, oltre agli appalti per la ricostruzione.

L'Iran ha l'obiettivo fondamentale di consolidare ed espandere la propria influenza nell'area. Il massiccio sostegno assicurato a Assad è ascrivibile in buona parte al decisivo intervento delle milizie di Hezbollah, il "partito di Dio" libanese braccio armato del regime iraniano, che, entrato in maniera prepotente nella partita siriana a partire da maggio nel 2013 con lo schieramento di 3mila uomini, è stato decisivo in particolar modo nella riconquista completa di Aleppo da parte di Assad.

LE ISTANZE DELLA SOCIETA' CIVILE SIRIANA, 6 ANNI DOPO 

Quando a marzo del 2011 migliaia di siriani scesero in piazza per chiedere maggiore libertà, riforme politiche, la scarcerazione dei prigionieri di opinione, si trattò di un moto popolare pacifico, che faceva della non-violenza uno dei suoi tratti distintivi. Spesso si parla di "primavere arabe", di "risveglio arabo", ma sono termini impropri, anche e soprattutto nel caso della Siria. Come Fouad Roueiha spiega benissimo in "C'era una volta un Paese", saggio dedicato alla Siria all'interno del libro "Rivoluzioni Violate", i primi esempi di associazionismo dal basso anti-Assad nella società civile siriana risalgono infatti ai primi anni 2000, quando, una volta chiaro che le speranze di maggiore apertura riposte in Bashar al Assad - che succedeva al trentennale regime del padre Hafiz - non erano altro che illusioni, nacquero i primi circoli di dissidenza, e i primi ritrovi di discussione politica. Non un "risveglio", quindi, semmai una esclamazione rivoluzionaria di un processo di ribellione già in atto da molti anni.

Una rivoluzione, quella del 2011, che è stata in grado di dare forma a elaborati politici concreti: i Comitati di Coordinamento Locale, ad esempio, il primo dei quali nato a Daraya con lo scopo di dare una linea organizzativa efficiente alle proteste documentando, al contempo, le innumerevoli violazioni dei diritti umani del regime. L'esperienza dei Consigli Locali, altro esempio di resistenza civile in grado di decostruire e ricostruire, è il tentativo - a volte riuscito ed efficiente, vedi quello di Douma, periferia di Damasco - di dare vita ad un'alternativa politica reale: una realtà in grado di dare servizi, fornire la rete idrica e la corrente, in alcuni casi introdurre principi di tassazione progressiva. Questo lo spirito dei Consigli Civili, lo spirito di elaborazione politica di Omar Aziz, il fondatore del primo consiglio, arrestato dalle mukhabarat (i terribili servizi segreti siriani) a novembre del 2012, e poi morto a febbraio del 2013.

Il progressivo giro di vite repressivo del regime nei confronti dei dissidenti ha frammentato l'opposizione siriana, l'escalation di violenza e il graduale ingresso di sempre più attori esterni nel conflitto ha reso il territorio sempre più permeabile all'avanzata del jihadismo radicale: Daesh, certo, ma anche Fatah al Sham (ex Al Nusra), che una volta entrata "in competizione" con il Califfo, si è radicalizzata ancor di più diventando molto più brutale.

A sei anni dalla rivoluzione del 15 marzo 2011, per le istanze dell'opposizione siriana, costretta a combattere non solo il regime (e le milizie, regolari e mercenarie , dei suoi alleati russi e iraniani), ma anche Daesh e Al Nusra, costretta a dimostrare di essere ben altra cosa rispetto ai vari gruppi jihadisti-salafiti nell'area, costretta, infine, a vedere il proprio Paese preda di una spartizione in zone di interesse da parte di Stati stranieri - perché questo è lo stato attuale delle cose - , non sembra esserci posto. E anche se la società civile ha dato e sta dando prove di resistenza eroiche, l'unica speranza concreta di cambiare lo stato delle cose sembra essere proprio quella di un riconoscimento "politico" internazionale della realtà dei Consigli Locali; la prospettiva di un decentramento del potere politico, potrebbe far comodo se si vuole arrivare ad una pacificazione armata: e la Russia di Putin sembra se ne stia accorgendo.

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