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Lotta nonviolenta per le donne e delle donne

pubblicato 7 mag 2021, 09:31 da Cultura della Pace

Radici del femminismo nonviolento rivoluzionario di Barbara Deming


I primi scritti trascurati dell’autrice e attivista Barbara Deming fanno luce sulla storia e sulle radici del femminismo nonviolento rivoluzionario e sul processo di trasformazione personale. Questo articolo è stato adattato da un discorso su “La nonviolenza rivoluzionaria di Barbara Deming: un approccio a due mani” che Joanne Sheehan ha tenuto con Ynestra King, la quale sta scrivendo un libro proprio su Barbara Deming. Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Joanne Sheehan

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La maggior parte di coloro che conoscono l’autrice e attivista Barbara Deming la conoscono per il suo classico articolo del 1968 “On Revolution and Equilibrium” (“Sulla rivoluzione e l’equilibrio”). La Deming descriveva la nonviolenza come un approccio a due mani, sottolineando il peso e l’autorevolezza della ribellione insieme al rispetto per la vita degli antagonisti. 

Negli anni ’70 e ’80 gli scritti e l’attivismo di Barbara Deming sul femminismo e la nonviolenza le hanno fatto guadagnare un nuovo e grande seguito. Tuttavia, i suoi primi scritti rimangono in gran parte trascurati e meritano perciò maggiore attenzione, in quanto offrono una visione [più completa] della sua crescita e ci sfidano a guardare anche alla nostra. 

Quanto profondamente stiamo esplorando il potere della nonviolenza rivoluzionaria in contesti di violenza? Quanto seriamente prendiamo il processo di formazione e training nonviolento? Cosa significa agire in solidarietà? Cosa significa essere “parte” l’uno con l’altro?

L’introduzione di Barbara al movimento e all’azione nonviolenta avvenne dopo che un’amica le prestò una copia della rivista Liberation della New Left. Conteneva un articolo su Cuba, città che lei aveva da poco visitato come giornalista e dove aveva incontrato Fidel Castro. 

Nell’ultima pagina c’era un annuncio di un programma di training per ‘peacermakers’ (pacificatori) di 16 giorni che la incuriosì. Così, nell’agosto 1960, all’età di 43 anni, andò a New London – Connecticut, pensando di partecipare al training per “forse un giorno”.

“La nonviolenza è un’esplorazione appena iniziata”

Scrivendo dell’esperienza, mesi dopo, in un articolo del dicembre 1960 per The Nation intitolato “The Peacemakers”, Barbara disse: “Avevo letto Gandhi con entusiasmo nell’ultimo anno. Non mi aspettavo di essere impressionata dalle persone che avrei trovato a New London. Ho supposto blandamente che se fossero stati, in effetti, impressionanti, avrei dovuto in qualche modo sentirne parlare già molto prima”. Ma ecco, Barbara ne rimase effettivamente impressionata e si trattenne per tutti i 16 giorni del training, cambiando completamente la sua vita. 

Barbara commentò molte delle conversazioni di quei giorni dicendo: “[Queste persone] sostengono con una certa eloquenza che i loro mezzi per combattere un avversario non sono solo potenti, ma gli unici mezzi coerenti con il nostro credo professato nella santità della vita umana”. 

Il quarto Peacemaker Training Program annuale fu spostato in seguito nell’area di New London/Groton per unirsi al Comitato per l’Azione Nonviolenta, o CNVA, che al tempo era impegnato in una campagna nonviolenta estiva dal titolo “Polaris Action”.
Il CNVA infatti aveva una tradizione di addestramento nonviolento in preparazione alle sue campagne di disarmo. “Polaris Action” [nello specifico] si opponeva alla costruzione di sottomarini a propulsione atomica, che erano in grado di lanciare missili nucleari a lungo raggio, in atto presso la General Dynamics Electric Boat. Questa nuova location del training diede quindi l’opportunità ai partecipanti all’addestramento di impegnarsi [concretamente] in volantinaggio, azioni di picchettaggio e discussioni con il personale militare e civile dell’area. La brochure del training infatti prometteva: “[I partecipanti] avranno un’opportunità senza precedenti per un addestramento realistico in una situazione di conflitto”.

Come ho scritto Barbara in “Le radici della nonviolenza rivoluzionaria negli Stati Uniti si trovano nella grande comunità nera“, la nonviolenza ha cominciato ad essere esplorata sistematicamente alla fine degli anni ’30 e ’40 come metodo per smantellare la segregazione. Molti dei “docenti” del Peacemaker Training Program erano coinvolti già in quelle battaglie, provenivano infatti dall’Harlem Ashram e avevano partecipato al Congress of Racial Equality, o CORE, nei due decenni precedenti.

Il corpo docente del training era composto da 25 persone – attivisti, autori, artisti e formatori – inclusi due indiani. Bianchi e neri lavoravano insieme. Erano impegnati a sviluppare l’azione nonviolenta, dato che molti di loro erano già stati arrestati in passato per le loro azioni contro la seconda guerra mondiale, le armi nucleari e la segregazione. Essi includevano: 

  • Richard Gregg, il cui libro del 1934 “Il potere della nonviolenza” era nella lista delle letture 
  • Ralph Templin, uno dei fondatori dell’Ashram di Harlem nel 1940 
  • Ruth Reynolds, che aveva trascorso del tempo all’Ashram di Harlem ed era attiva nella promozione dell’indipendenza di Porto Rico 
  • Wally Nelson, che era stato uno dei primi formatori nonviolenti del CORE
  • Juanita Morrow Nelson, che – come studentessa alla Howard University – partecipò a una protesta contro la mensa nel 1943, molto prima dei sit-in all’inizio del 1960. (Lei e Wally furono co-fondatori di The Peacemakers). 
  • Marjory Swann, che aveva partecipato ad un addestramento del CORE nel 1942 ed era una co-fondatrice del CNVA 
  • Il reverendo Fred Shuttlesworth che era stato attaccato da una folla a Birmingham, Alabama, per la sua leadership e il suo ruolo negli sforzi di de-segregazione 
  • Anne Braden, ora ben nota per il suo lavoro antirazzista come donna bianca del Sud

L’uso dell’azione nonviolenta al tempo era ancora in fase sperimentale negli Stati Uniti. L’opuscolo del training riportava infatti [come esempi] il Montgomery Bus Boycott, che ebbe luogo dal dicembre 1955 al gennaio 1957, così come l’uso dell’azione diretta nonviolenta nei sit-down contro la mensa universitaria, iniziati sei mesi prima.

“Questi sono piccoli inizi, ma danno la speranza che un nuovo metodo si stia evolvendo per sfidare l’ingiustizia e il degrado umano senza finire per imporre nuove ingiustizie e causare nuovo degrado, come i movimenti rivoluzionari hanno fatto troppo spesso in passato”.

Il programma del training

Dopo alcune discussioni iniziali preliminari, la formazione a cui Barbara partecipò si dedicò alla pianificazione e realizzazione di una semplice azione nonviolenta in un giorno e mezzo del training. Questa fase è stata seguita da quattro giorni di approfondimento dal titolo “Una considerazione sulla violenza”, una sessione che ha esaminato la violenza economica, la violenza politica, la violenza psicologica e la violenza sociale [a livello teorico e pratico], e ha chiesto [ai partecipanti] “qual è la natura della violenza e qual è la base della nostra opposizione ad essa?”.

Successivamente, il training ha concentrato una sessione di due giorni sul tema “Resistenza alla vecchia società”, con sottotitolo: “I sit-in alle mense e altre forme di resistenza alla dominazione ‘razziale’. Attività contro la guerra. Anticolonialismo”. Si sono anche discusse e valutate “forme di resistenza passate e presenti”.

Ancora, otto giorni del training sono stati dedicati a “Lo sviluppo di relazioni libere e nonviolente”. Una sessione che includeva categorie sul lavoro, sul processo creativo, il sesso, i bambini, l’educazione, il cibo, il crimine e la punizione, così come discussioni sulla condivisione, le comunità intenzionali e le cooperative di lavoratori.

La formazione nel complesso comprendeva momenti di discussione, tempi di silenzio, azione e riflessione. I partecipanti non erano sempre tutti d’accordo, ma hanno continuato ad ascoltare e a parlare e ad esplorare il potere della nonviolenza. 

Barbara ha trovato questa comunità estremamente stimolante e accogliente.

La sua esperienza ci ricorda che i corsi di formazione e le discussioni sulla nonviolenza rivoluzionaria continuano ad essere necessari – così come prendersi il tempo sufficiente per prepararsi alle azioni nonviolente, comprendere il contesto attuale della violenza in modo da poter capire meglio la nonviolenza, e analizzare la “vecchia società” e il “normale” a cui non vogliamo tornare. 

Ne abbiamo bisogno per vedere il quadro generale invece di lavorare su progetti isolati, e per sviluppare e approfondire ciò per cui siamo a favore, non solo ciò per cui siamo contro.

Come Barbara disse più tardi: “La nonviolenza è un’esplorazione che è appena iniziata”. Esplorare richiede disciplina, resistenza, creatività e relazioni di fiducia con gli altri, all’interno di questa esplorazione. È un lavoro, ed è quello che dobbiamo fare per affrontare e combattere la supremazia bianca, la misoginia, il militarismo, l’ingiustizia e la violenza di ogni tipo.

Dopo la sua esperienza al Peacemaker Training Program nell’agosto 1960, Barbara iniziò a partecipare a svariate campagne nonviolente. Ha anche scritto su di esse in molte pubblicazioni, tra cui Liberation, dove in seguito è diventata la prima redattrice donna. (Anche altri due redattori di Liberation, David Dellinger e Roy Finch, parteciparono allo stesso training frequentato da Barbara). 

Nel maggio 1961, Barbara si unì alla Camminata da San Francisco a Mosca per una settimana, prima di dirigersi in Europa. Organizzata dalla CNVA in risposta alle proteste dei lavoratori dei sottomarini di Groton, i quali dissero agli attivisti di “andare a dirlo ai russi”, essi portarono la richiesta di disarmo attraverso ben tre continenti.
Gli articoli di Barbara [che ne parlano] non sono semplicemente la storia di ciò che è successo, ma sono riflessioni oneste. In “Da San Francisco a Mosca: perché marciamo” scrisse: “Perché stiamo camminando? Il volantino che abbiamo distribuito lungo la strada lo chiede retoricamente, ed io voglio rispondere nella mia testa, o nelle mie ossa, proprio a questa domanda”. 

Barbara ha ascoltato e osservato mentre camminava insieme agli attivisti, scrivendo le sue intuizioni in modo che noi potessimo impararne da tutto questo, anni dopo.

I suoi rapporti con la comunità CNVA, che rimase nel Connecticut, crebbero così profondamente che nel 1962 lei e la sua compagna Mary Meigs fornirono un sostegno in denaro per una fattoria che divenne il Voluntown Peace Trust, cioè una vera e propria base per il CNVA. Anche se Barbara non si era ancora dichiarata lesbica a quel punto, era la benvenuta nella comunità, nella quale entrambe infatti furono coinvolte.

Il suo primo arresto fu nel 1962, presso la Commissione per l’Energia Atomica, in un’azione che includeva Judith Malina del Living Theatre – che aveva incontrato al Peacemaker Training – e A.J. Muste, leader pacifista radicale e cofondatore del CNVA, che la invitò nel Comitato Esecutivo Nazionale del CNVA. 

Barbara si unì a passeggiate e campagne che sempre più spesso affrontarono il tema della violenza della società e dello Stato. In un articolo per Liberation intitolato “1962 Southern Peace Walk: due questioni o una sola?” scrisse delle molestie e della violenza che gli attivisti incontrarono in una marcia per la pace nel Tennessee come risultato alla decisione della CNVA di unirsi alla marcia. Barbara notò che un camminatore la descrisse come “un’integrazione simbolica” – con solo una persona di colore tra i 13 giovani uomini e donne che si erano impegnati a camminare per l’intera distanza. Eppure, questo commento fu sufficiente per attirare la rabbia razzista e cambiare la reazione alla marcia nel Sud.

Credendo che le lotte per il disarmo e i diritti civili dovessero essere le stesse, Barbara ha citato il formatore del movimento per i diritti civili James Lawson – che parò ai camminatori per l’occasione – dicendo: “Quello che c’è dietro è uno sforzo per costruire una comunità per tutti noi… la comunità amata. Io dico che questo lavoro è legato al lavoro per la pace. Potrebbe essere un prototipo per parlare al mondo intero… e la camminata per la pace è collegata al compito di costruire la comunità qui… i movimenti sono collegati tra loro, in un certo senso sono una stessa impresa”.

Questa connessione di lotte era un aspetto importante delle convinzioni e dell’approccio di Barbara, che ha continuato a sviluppare quando più tardi ha collegato la nonviolenza al femminismo. Eppure, in quella passeggiata e in altre, mancarono le opportunità di sostenere gli attivisti per i diritti civili, cosa di cui lei si rammaricava apertamente!

I neri delle comunità locali si univano per brevi tratti della marcia, e offrivano ospitalità nelle loro chiese. Barbara ha scritto di una notte in cui dei giovani della zona si sono messi a lanciare sassi contro la chiesa dove stavano dormendo. Quattro degli attivisti uscirono fuori e – illuminandosi con delle torce per mostrare che erano disarmati – li invitarono a parlare. In questo senso, i disarmati erano disarmanti. I sette o otto uomini del posto uscirono dal bosco e parlarono allora di relazioni razziali. Tuttavia, gli attivisti scoprirono che non potevano parlare di questioni di guerra e di pace allo stesso tempo, nonostante la connessione teorica delle questioni.

“Con il passare dei giorni, ho smesso di temere i miei compagni di cella e ho iniziato a fare amicizia con loro. Dopo un po’ di tempo questo ha smesso di essere difficile ed è diventato anzi naturale. Ogni donna lì dentro era malata e in difficoltà”.

Nel 1963, Barbara andò a Birmingham durante la campagna per la de-segregazione delle strutture pubbliche. Uno degli organizzatori, il reverendo Fred Shuttlesworth, aveva partecipato al  suo stesso programma di formazione per peacemakers.

Presto però Barbara si trovò in carcere per il fatto di essersi schierata dalla parte delle masse dei giovani neri che chiedevano “il diritto di essere trattati come esseri umani”. Come scrisse in “In the Birmingham Jail”: “Il direttore mi aveva presentato alle mie compagne di cella, con stridente indignazione, e le aveva incoraggiate a ‘rimettermi in riga’ a loro piacimento”. 

Anche se aveva paura, Barbara trovò il modo di comunicare, di ascoltare e rispondere. Con il passare dei giorni, ho smesso di temere le mie compagne di cella e ho iniziato a fare amicizia con loro. Dopo un po’ di tempo questo ha smesso di essere difficile ed è diventato anzi naturale. Ogni donna lì dentro era malata e in difficoltà”. 

Anche se Barbara ha poi abbandonato in pochi anni la concezione della nonviolenza come approccio a due mani, in prigione in quell’occasione ha chiaramente messo in pratica quest’idea – rifiutando di recipere come “altre” [quindi “estranee”] le donne sue compagne di cella, a prescindere da quanto cariche d’odio e violente apparissero. 

Essendo chiaramente contraria al razzismo, trasformò la sua paura in solidarietà compassionevole.

“Ora che sono entrata in questo loro mondo, ci vivo anche io. Ma sono in grado di andarmene”

Riflettendo sulle sue numerose esperienze in “Appunti da Birmingham”, Barbara ha scritto: “una parte di me ora vive in quell’altro mondo” dove ha visto la casa bombardata del reverendo A.D. King, e la paura e il coraggio di cui è stata testimone al Gaston Motel, la sede del movimento che è stata anch’essa bombardata. “Ora che sono entrata in questo loro mondo, ci vivo anch’io. Ma sono in grado di andarmene”. Racconta la loro storia, non la sua, consapevole del suo privilegio bianco.

Successivamente Barbara si unì alla Quebec to Guantanamo Walk del 1964. La marcia fu fermata ad Albany, Georgia – una città con una lunga storia di conflitti razziali – dal capo della polizia Laurie Pritchett; egli infatti rifiutò di permettere a neri e bianchi di camminare insieme in centro alla città, distribuendo volantini. Arrestati e imprigionati, i camminatori hanno quindi intrapreso una campagna di protesta di due mesi, durante la quale 26 persone sono state incarcerate, alcune per quasi la totalità del tempo. C’erano tensioni rispetto all’obiettivo dei camminatori pacifici e la lotta del movimento di Albany per la giustizia razziale. Dopo due mesi, finalmente, Pritchett permise loro di camminare insieme attraverso il centro della città, prima di andarsene via in altri luoghi. 

Gli articoli in proposito di Barbara, pubblicati su Liberation e in seguito inclusi nel libro del 1966 “Prison Notes” (Appunti dalla prigione), riportano la storia personale della loro prigionia e le riflessioni sugli obiettivi e le strategie dell’azione nonviolenta, così come la difficoltà di mantenere la nonviolenza in quel carcere. È una storia potente di “traditori della razza” bianchi che passano da alleati a complici, e l’inferno che i prigionieri neri hanno dovuto sopportare.

La ricerca della verità e la solidarietà compassionevole di Barbara sono continuate con i viaggi nel Vietnam del Sud e del Nord nel 1966 e nel 1967. Quando ricevette il War Resisters League Peace Award nel 1967, raccontò la sua storia, della paura di unirsi al viaggio nell’aprile 1966 a Saigon. Quella paura all’inizio le rese impossibile offrirsi volontaria. Ha descritto nei suoi testi il processo che la vide coinvolta nel trovare il coraggio di decidere di andare, così: le paure “mi hanno insegnato di nuovo a riconoscere la nostra interdipendenza”.

“E poi, se non stiamo tutti insieme, aiutando sempre chi viene isolato per essere punito, la nostra efficacia finirà”

In “The Temptations of Power” – un discorso che tenne durante un tour di conferenze nell’inverno/primavera del 1967, poi pubblicato nel 1971 in “Revolution and Equilibrium” – Barbara scrisse di ciò che vide nel Vietnam del Nord e di come fosse cercare di riferire ciò che si vedeva, spiegando come entrambi fossero argomenti dolorosi.

Barbara ha portato tutta se stessa nel suo attivismo e nella sua scrittura. Condivideva apertamente le sue domande ed esplorazioni. Non pretendeva che lei, o qualcun altro, avesse tutte le risposte. Portava e porta sempre i lettori attraverso il processo, e così facendo ci invita ancora oggi a fare lo stesso. Esponendo la sua vulnerabilità e affrontandola, diventa più forte. 

Da lì a pochi anni, questo modo di fare si sarebbe visto come un approccio femminista – dimostrando come il politico è personale, e il personale è politico.

Nel 1967 parlò della “necessità di diventare più audaci, e quindi più efficaci”, anche se questo avrebbe portato più repressione da parte dei governi. 

“E allora se non stiamo tutti insieme, aiutando sempre chi viene isolato per essere punito, la nostra efficacia finirà… Dobbiamo certamente essere franchi l’uno con l’altro quando non siamo d’accordo”, disse alla War Resisters League. 

“Avremo bisogno di ognuno di noi. Siamo tutti parte l’uno dell’altro”.

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