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Migrazioni climatiche

pubblicato 12 apr 2019, 09:47 da Cultura della Pace

C'è un clima che ci fa emigrare...

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Sara Bin sui cambiamenti climatici e le migrazioni conseguenti



Si parte per lavoro, per studio, per amore, per sfuggire ad una guerra o ad una persecuzione, ma partire per il clima non si è mai sentito, mai fino a quando non ci si è resi conto che gli effetti dei cambiamenti climatici hanno delle ripercussioni sulla vita delle persone. La causa ambientale è difficile da isolare nel quadro dei fattori che muovono il progetto migratorio, imbrigliata nelle maglie di causalità più evidenti. Ma noi siamo il pianeta che viviamo e i cambiamenti nell’una o nell’altra parte del sistema agiscono come delle sinapsi. 

Eventi improvvisi come terremoti, cicloni, tsunami, frane, alluvioni, eruzioni vulcaniche o eventi di lungo periodo come siccità e innalzamenti del livello del mare o eventi più prevedibili come diboscamento, salinizzazione di terre e di acque dolci producono degli effetti importanti sulle scelte dell’umanità la quale rinvia risposte all’ambiente stesso in termini di meccanismi di regolazione. 

Di tutti gli eventi sopra ricordati, buona parte delle cause che li hanno generati rientra nel contenitore dei cambiamenti climatici, definiti dagli studiosi “un moltiplicatore di minacce”. I dati che abbiamo a disposizione mostrano in modo evidente la rilevanza delle questioni: nel 2017, circa 19 milioni di persone hanno lasciato le proprie case a causa di disastri o rischi ambientali. Si tratta di “spostamenti emergenziali”, “spostamenti forzati” o “spostamenti motivati” che avvengono internamente ai Paesi o verso l’esterno, verso nazioni vicine o in alcuni casi anche molto lontane. A volte sono temporanei, a volte definitivi. Chi sono le persone che si spostano? Profughi ambientali, migranti climatici, eco-profughi, eco-migranti, sfollati ambientali, rifugiati ambientali, rifugiati climatici: la letteratura è ricca di appellativi, ma le risposte concrete tardano ad arrivare sia sul fronte della prevenzione e della gestione sostenibile dell’ambiente, sia sul fronte delle domande di asilo e di ospitalità. La questione è urgente e non solo perché le previsioni non sono rosee. 

Il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) prevede che il continente africano produca 50 milioni di “migranti climatici” entro il 2060 e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) presume che i profughi ambientali possano essere tra 200 e 250 milioni nel 2050. Potremmo pensarla come una previsione apocalittica o iscriverla nell’ambito della letteratura fantascientifica, ma la verosimiglianza di alcune preoccupazioni è facilmente verificabile. Il degrado ambientale e gli effetti del cambiamento climatico sono visibili: entrano nelle case e non solo attraverso la televisione. 

Tuttavia, la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati approvata nel 1951 non ne parla. È solo in tempi molto più recenti che si comincia a prendere in considerazione l’eventualità di concedere un visto a dei “migranti ambientali”: sono la Svezia e la Finlandia i primi Paesi ad aver incluso questa possibilità nelle loro politiche migratorie. Più lontane da qui, Australia e Nuova Zelanda ne stanno discutendo e ci sono i primi casi di concessione dei visti.  Tutti gli Stati dovrebbero sentirsi interpellati dalla questione perché nessuno è escluso dalla possibilità di doversi spostare a causa di un rischio o di un disagio ambientale. L’Italia, in modo particolare, essendo un paese ad alto rischio ambientale potrebbe essere generatore di importanti flussi migratori. Quali risposte siamo pronti a dare? In che modo vogliamo affrontare la questione del cambiamento climatico?

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