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Porto d'armi

pubblicato 24 lug 2020, 07:03 da Cultura della Pace

La strage continua: dieci anni di omicidi con armi 

legalmente detenute

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Giorgio Beretta su armi e porto d'armi


Possedere un’arma: tutto quello che dovete sapere


Quello delle armi è un feudo intoccabile. Presieduto dai fabbricanti della Valtrompia, picchettato da riviste foraggiate mensilmente, controllato da associazioni, gruppi e gruppuscoli di sedicenti sportivi, appassionati, estimatori e oplofili di ogni risma. Ma, soprattutto, è la riserva di caccia – e di voti – delle forze politiche della destra: da quelle più liberal ai nostalgici con la fiamma tricolore nel simbolo fino agli indefessi scudieri di Alberto da Giussano.

Un feudo circondato da fili ad alta tensione. In cui, chi cerca di penetrare rischia grosso. Ancor più se si azzarda a promuovere qualche riforma che potrebbe intaccare gli interessi acquisiti ed i privilegi atavici dei detentori di armi (che però lamentano di essere “tartassati dalle tasse” per il costo di € 1,27 del Libretto per la licenza e di una marca da bollo da € 16,00, ogni 5 anni! vedasi qui). Che la riforma possa servire alla sicurezza pubblica o a cercar di evitare omicidi e delitti poco conta. La zona è off-limits per i profani. E i paladini del piombo sanno come difenderla.

L’omicidio di Luca e Jan

Luca Ceragioli e Jan Frederik Hilmer erano due persone miti, buone. Direttore e responsabile amministrativo dell’azienda “Gifas Electric” di Massarosa (Lucca) erano attenti ai bisogni dei loro dipendenti. Anche di quelli lontani. Come Paolo Iacconi. Rappresentante dell’azienda in Trentino Alto Adige, Iacconi era stato licenziato un anno prima per problemi di salute. Luca Ceragioli era andato a trovarlo per fargli sentire la sua vicinanza e portargli un po’ di conforto. Appena si fosse ripreso avrebbe cercato di riassumerlo. Iacconi, ristabilitosi, chiese un appuntamento e il 23 luglio nel pomeriggio si presentò in azienda a Lucca. La segretaria portò un caffè per tutti. Pochi minuti e rimbombarono alcuni colpi di pistola. Dopo aver dato fuoco ad alcune carte con della benzina che si era portato, provocando un principio d’incendio, Iacconi si chiuse nel bagno dove si uccise. Carabinieri e poliziotti, insieme ai vigili del fuoco intervenuti per spegnere le fiamme, si sono così trovati davanti tre cadaveri. E una pistola Beretta calibro 7.65. Legalmente detenuta.

Disturbi mentali e armi legali

Dal 1987 Iacconi aveva una regolare licenza per detenere armi. Una licenza per “uso sportivo”, puntualmente rinnovata e mai revocata nonostante tre tentativi di suicidio con i barbiturici tra il luglio 2006 e gennaio 2007. Era in cura presso il Centro di Salute Mentale di Pordenone, in cui fu ricoverato due volte. «Quando questi pazienti vengono da noi – disse ai giornalisti il direttore del centro, Angelo Cassin – chiediamo ai parenti di provvedere a eliminare qualsiasi oggetto, in particolare le armi, che la persona depressa possa pensare di utilizzare contro se stessa o altri. Che Iacconi detenesse una pistola da oltre 20 anni, mi stupisce». Eppure, stando alle cronachei parenti ne erano a conoscenza. Ne era evidentemente a conoscenza anche il medico curante. Ma nessuno mosse un dito. Quella pistola rimase in possesso di Iacconi. Che la usò. Contro Luca Ceragioli, 48 anni, marito di Gabriella Neri, padre di due figlie, Giulia e Claudia, rispettivamente di 20 e 21 anni. E contro Jan Frederik Hilmer, marito di Elisa Pierotti, originario di Lubecca in Germania, residente a Lucca, da poco più di un mese padre di un bambino, Tommaso.

Troppo facile ottenere una licenza per armi

«Non è più accettabile che persone instabili e mentalmente disturbate possano detenere legalmente armi da fuoco a causa di leggi che tutelano la privacy dei possessori di armi invece dell’incolumità di famigliari, amici e conoscenti. In Italia è ancora troppo facile ottenere una licenza per armi. Se davvero vogliamo prevenire omicidi e delitti è urgente rivedere le norme a cominciare dalle comunicazioni tra medici, questure e prefetture». E’ l’accorato appello che ieri Gabriella Neri ha rivolto ai media a dieci anni esatti dall’omidicio di suo marito e del collega. «Dopo dieci anni dal dramma che ha colpito la nostra famiglia e la nostra comunità e dopo tutte le altre tragedie che l’hanno preceduta e seguita, auspichiamo una presa di coscienza effettiva da parte di tutta la classe politica, senza distinzioni: deve essere posta fine almeno a quelle morti per arma da fuoco detenuta legalmente da soggetti psichicamente compromessi» – ha aggiunto Gabriella.

Un database per medici e questure

Da otto anni l’associazione “Ognivolta onlus - familiari e amici di Luca e Jan”, che è stata fondata da Gabriella Neri a seguito di quella terribile tragedia, chiede la revisione della legge sulla detenzione delle armi da fuoco ed in particolare l’introduzione di norme per prevenire illeciti e omicidi, come la tempestiva comunicazione alle questure e prefetture da parte del medico curante e delle Asl nei casi in cui il legale detentore di armi divenga affetto da problemi psicologici o sia sottoposto a trattamenti che ne alterano lo stato mentale. Secondo la legge attuale, infatti, i controlli medici per le licenze per armi vengono effettuati solo ogni cinque anni: un periodo in cui, possono verificarsi problemi psichici e mentali, che però né il medico curante, né le Asl possono comunicare alle autorità competenti, permettendo di fatto al possessore di licenza di continuare a detenere le armi. «Dobbiamo purtroppo constatare che, nonostante in questi anni siano stati presentati diversi disegni di legge, le norme sono rimaste pressoché invariate ed anzi l’accesso legale alle armi è stato reso più facile» – evidenzia Gabriella Neri.

I ritardi e le complicità della politica

Nel corso di questi anni diversi parlamentari si sono interfacciati con l’associazione “Ognivolta onlus” per presentare disegni di legge riguardo alla detenzione di armi. Tra questi ricordiamo il Disegno di Legge n. 583, d’iniziativa delle senatrici Manuela Granaiola e Silvana Amati, “Modifiche alla normativa per la concessione del porto d’armi e per la detenzione di armi comuni da sparo e per uso sportivo”, comunicato il 30 aprile 2013 alla Presidenza del Senato della Repubblica. Nella legislatura in corso è stato depositato il 4 aprile 2019 al Senato dai senatori Mattia Crucioli e Gianluca Ferrara, il Disegno di Legge n. 1211“Istituzione della banca dati centrale informatizzata per i soggetti detentori di armi o in possesso del porto d’armi” che contempla, fra i vari punti, l’istituzione di un’anagrafe informatizzata per il collegamento fra le strutture sanitarie e le autorità preposte al rilascio e al rinnovo del porto d’armi, affinché si possa tempestivamente rifiutare o revocare il medesimo a soggetti psichicamente non idonei. L’Associazione “Ognivolta onlus” sostiene questo disegno di legge e chiede che venga esaminato ed approvato il più presto possibile. Ma finora è rimasto nel cassetto. La ragione è evidente: pochi politici sono disposti a farsi dei nemici tra i signori delle armi e le loro riviste prezzolate.

Nulla è cambiato

Le cronache di quei giorni del 2010 raccontano di altri efferati omicidi commessi da legali detentori di armi.

3 luglio 2010, Pandino (Cremona) - Riccardo Regazzetti, 28 anni, usa il porto d’armi sportivo per comprare la Glock calibro 9 con cui ha ammazzato l’ex fidanzata, Debora Palazzo di 19 anni.

12 luglio 2010, Asseggiano (Venezia) - Fabio Riccato di 30 anni, uccide con tre colpi di pistola, sparati con una Smith & Wenson 357 Magnum, la fidanzata, Eleonora Noventa di 16 anni, e poi si spara al petto, uccidendosi: aveva un porto d’armi sportivo.

28 luglio 2010, Loreto (Ancona) - Alberto Sopranzi, 59 anni, uccide Rita Pulvirenti, 54 anni e Silvana Mannino, 30 anni, madre e sorella della ex fidanzata, Vincenza Mannino alla quale spara e ferisce: era in possesso di una regolare licenza per “uso sportivo”.

Sembrano le stesse cronache di settimana scorsa.

16 luglio 2020, Borgotaro (Parma) - Franco Dellapina, 39 anni, uccide con un colpo di fucile al petto la moglie Anastasia Rossi, 35 anni, infermiera presso l’ospedale di Borgotaro, poi rivolge l’arma contro di sé, sparandosi alla testa.

17 luglio 2020, Aprilia (Latina), Calogero Cortese, 48 anni uccide con tre colpi di pistola la moglie Grazia Sicilia, 45enne, con un revolver calibro 38 regolarmente detenuto.

17 luglio 2020, Carmagnola (Torino), Pasquale Mattana, 71 anni, uccide una donna di 68 anni con la quale aveva da tempo una relazione, Eufrosina Martini e poi si suicida: l’arma era regolarmente detenuta.

Dieci anni in cui, nonostante le inchieste della stampa, i dibattiti dei talk-show, le denunce delle associazioni delle donne vittime di violenza nulla è cambiato. Il feudo delle armi e dei legali detentori di armi è intoccabile. Ma c’è qualcuno, come Gabriella Neri e tanti suoi amici e compagni di viaggio, che non demorde. Statene certi.

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