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Ridare dignità

pubblicato 22 apr 2021, 07:43 da Cultura della Pace

Riabilitazione dei soldati fucilati nella Grande Guerra: il dibattito dopo l’approvazione della proposta Pinotti

Un paese dalle solide radici come l’Italia non deve avere il timore di guardare anche alle pagine più buie e controverse della propria storia recente. Ricordare e capire non vuol dire necessariamente assolvere o giustificare. La memoria di quei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione interpella oggi la nostra coscienza di uomini liberi e il nostro senso di umanitàSul sito www.azionenonviolenta.it un articolo riguardante le storie dei condannati dalla violenza

Queste le parole del Presidente Sergio Mattarella che hanno accompagnato nel maggio 2015 i lavori del convegno L’Italia nella guerra mondiale e i suoi fucilati: quello che (non) sappiamo, promosso a Rovereto dal Museo Storico Italiano della Guerra.

Un tema, quello della riabilitazione dei soldati italiani fucilati dalla giustizia militare durante la Grande Guerra che abbiamo trattato più volte su Azione nonviolenta che è tornato in primo piano dopo l’approvazione, su proposta dell’ex ministra della difesa Pinotti, di una risoluzione da parte della Commissione Difesa del Senato che apre un nuovo capitolo su questa vicenda. Tuttavia, anche tra gli amici della nonviolenza la valutazione non è unanime: vi proponiamo qui, come contributo al dibattito, due posizione opposte: la prima, favorevole, dello storico Giorgio Giannini e la seconda, contraria, di Franco Corleone politico che da sempre ha seguito da vicino l’iter legislativo della vicenda.

La posizione di Giorgio Giannini: “un passo importante”

La Commissione Difesa del Senato della Repubblica ha approvato, su proposta dalla Presidente Roberta Pinotti, il 10 marzo la Risoluzione n. 31, con la quale saranno “riabilitati” giuridicamente e riconosciuti come “vittime di guerra” i 750 soldati fucilati durante la Grande Guerra in seguito ad una sentenza di condanna a morte emessa dai Tribunali militari, spesso in seguito ad un processo sommario e quindi senza le dovute garanzie giuridiche, per aver commesso un “reato contro la disciplina”, cioè per aver compiuto un atto di indisciplina o di diserzione.
Infatti i 750 soldati fucilati (su un totale di circa mille condannati a morte dai Tribunali militari) non sono finora considerati “caduti per la patria” ed il loro nome non figura nell’Albo d’Oro dei Caduti nella Grande Guerra e nemmeno nei monumenti in ricordo dei Caduti nelle guerre, presenti nei Parchi della Rimembranza istituiti in tutti i Comuni ed anche nelle Frazioni comunali. Cioè i militari fucilati in seguito a condanna a morte non esistono! Ora finalmente saranno considerati “caduti in guerra” e quindi i loro nomi saranno inseriti sia nell’Albo d’Oro che nei monumenti ai Caduti.

La Risoluzione è stata approvata in seguito alla presentazione dei Disegni di legge n. 991 (presentato il 19 dicembre 2018 da vari Senatori) e n. 2034 (presentato il 20 dicembre 2020 dalla Senatrice De Petris) relativi alla riabilitazione dei militari fucilati in seguito ad una condanna a morte emessa dai tribunali militari oppure vittime delle esecuzioni sommarie e delle decimazioni. Il problema, comunque, era già stato sollevato nella precedente Legislatura. Al riguardo erano state presentate alla camera dei deputati alcune Proposte di legge, discusse nella Commissione Difesa, che elaborò un testo unificato che riconosceva la riabilitazione, approvato all’unanimità in Aula il 21 maggio 2015. Purtroppo, al Senato la Commissione Difesa ha stravolto il testo approvato dalla Camera, prevedendo non più la riabilitazione dei militari fucilati ma la concessione ad essi del “perdono”, come se essi non siano le “vittime”!

In particolare, la Risoluzione impegna il Governo ad apporre, a cura del Ministero della Difesa, nel Complesso del Vittoriano (Altare della Patria), a Piazza Venezia, a Roma, una “iscrizione (lapide) in memoria dei militari fucilati nel corso della Prima guerra mondiale per reati contro la disciplina, a seguito di processi sommari e senza l’accertamento delle loro responsabilità, per offrire una testimonianza di solidarietà ai militari caduti, ai loro familiari e alle popolazioni interessate”. Questa “iscrizione” sarà “svelata nel corso di una cerimonia pubblica, da tenersi auspicabilmente nell’ambito delle commemorazioni del centenario della traslazione del Milite Ignoto nel sacello dell’Altare della Patria, previste per il prossimo 4 novembre”.

Inoltre, la Risoluzione impegna il Ministero della Difesa a pubblicare i nomi dei fucilati e le “circostanze delle loro morte”, dandone comunicazione al Comune di nascita, per la “eventuale pubblicazione nell’albo comunale”. Ci auguriamo che il Ministero riesca a fare “gli opportuni approfondimento storici” in breve tempo, magari per il prossimo 4 novembre, anniversario della Vittoria nella Grande Guerra e festa delle Forze Armate.

Inoltre la Risoluzione impegna il Governo a “garantire la piena fruibilità degli archivi della Forze Armate e dell’Arma dei Carabinieri per tutti gli atti, le relazioni ed i rapporti legati alla gestione della disciplina militare ed alla repressione degli atti di indisciplina o di diserzione”. Al riguardo, confidiamo che si riesca finalmente a fare piena luce sulle centinaia di militari vittime delle “esecuzioni sommarie” e delle “decimazioni” fatte al fronte, in seguito anche a minimi atti di indisciplina e senza la garanzia di un “giusto processo”, molto spesso per “dare l’esempio”. A questo proposito l’unico studio finora esistente è la Relazione presentata al Governo dal generale Donato Antonio Tommasi, già a capo della magistratura militare nella Grande Guerra, nell’estate 1919 (quando nel corso della discussione alla Camera sulla Relazione della Commissione di inchiesta sulla disfatta di Caporetto, vari Deputati socialisti sollevarono il problema delle “esecuzioni sommarie” e delle “decimazioni” fatte al fronte), che accertò, in seguito ad una indagine durata appena un mese, circa 350 casi di “giustizia sommaria” al fronte. La Relazione è stata “dimenticata” per quasi 50 anni e fu scoperta casualmente dal giornalista Stefano Canzio nell’autunno 1966, che poi pubblicò un articolo sulla rivista Calendario del popolo.

Pertanto, confidiamo che ora, con l’apertura di tutti gli archivi militari, si riesca finalmente a fare luce sulle “esecuzioni sommarie” e “decimazioni”, che sono sicuramente molte di più di quelle accertate dal generale Tommasi.
Infine, la Risoluzione impegna il Governo “a promuovere ogni iniziativa volta al recupero, anche a livello locale, della memoria di tali caduti ed ogni attività di ricerca storica che contribuisca alla ricostruzione delle vicende dei militari condannati alla pena capitale”. Al riguardo, ricordiamo che già alcuni Comuni, sollecitati dai familiari dei militari uccisi, hanno preso la iniziativa di “riabilitare” moralmente i concittadini ingiustamente fucilati, spesso per “dare l’esempio”, inserendo i loro nomi nel Monumento ai Caduti o dedicando ad essi una strada. A questo riguardo, ricordiamo la trentennale battaglia intrapresa dal sig. Mario Flora, nipote del caporale maggiore Silvio Gaetano Ortis, fucilato dopo un processo sommario, il primo luglio 1916 a Cercivento (Udine), insieme ad altri tre alpini del battaglione Monte Arvenis, come “agenti principali” del reato di “rivolta in faccia al nemico” per aver proposto al capitano di attaccare di notte, e non di giorno, una postazione austriaca, difesa con varie mitragliatrici, ubicata sulla cima del monte Cellon, a 2.200 metri di altitudine, che controllava il passo di Monte Croce Carnico. La iniziativa è stata sostenuta dai Comuni di nascita dei quattro alpini, che hanno dedicato ad essi una strada.
Ricordiamo inoltre il Comune di Castelfidardo, che da alcuni anni ricorda il proprio cittadino Attilio Ruffini, fatto fucilare immediatamente dal generale Andrea Graziani (nominato il 2 novembre 1917, dal generale Cadorna, Ispettore del “movimento di sgombero” delle truppe in ritirata verso il Piave dopo la disfatta di Caporetto), senza alcun processo, neppure sommario, per non aver tolto di bocca la pipa mentre sfilava con il suo reparto davanti a lui, nel paese di Noventa Padovana (vicino a Padova) il 3 novembre 1917. Anche questo Comune ha solennemente ricordato il soldato Ruffini in occasione del centenario della sua fucilazione. Si deve anche ricordare che il generale Graziani è considerato responsabile di almeno altre 51 fucilazioni, alcune delle quali collettive, tutte documentate!

La posizione di Franco Corleone: “Un insulto ai fucilati”

Il 21 novembre scorso il manifesto pubblicò una mia lettera aperta a Roberta Pinotti, presidente della Commissione Difesa del Senato che chiedeva l’approvazione di una legge per restituire l’onore ai soldati fucilati nel corso della Prima Guerra mondiale per insubordinazione o altri reati del Codice militare. Furono oltre 750 le vittime del militarismo ad opera di sentenze dei tribunali speciali che si adeguarono alle circolari di Luigi Cadorna che imponeva esecuzioni “per l’esempio”.

Il 27 novembre Roberta Pinotti rispose assicurando l’impegno per arrivare in tempi rapidi alla riabilitazione storica di quei caduti, anche con atti simbolici e solenni, e faceva riferimento a un capitolo doloroso e troppo a lungo rimosso, a una ferita che andava sanata. Avevo con ingenuità dato credito a quelle parole; leggendo le ultime righe (in cauda venenum), in cui si chiedeva “la massima responsabilità per arrivare a un testo condiviso che renda giustizia storica senza produrre altre lacerazioni”, avrei invece dovuto capire che era in atto una operazione furba e di truffa delle etichette. Era infatti al lavoro un comitato ristretto per affossare la legge e predisporre una risoluzione, una
sorta di ordine del giorno che, come diceva Andreotti, non si nega a nessuno.

Così, nella seduta del 10 marzo, la Commissione in quindici minuti, ha approvato all’unanimità un testo che rappresenta un insulto per una battaglia che dura in Friuli da più di venti anni e che era iniziata nel 1968 con la pubblicazione del libro-denuncia di Forcella e Monticone, Plotone di esecuzione. Un tempo inferiore a quello necessario ai carabinieri per uccidere i quattro alpini simbolo della richiesta di giustizia, il 1° luglio 1916 a Cercivento, un piccolo paese della Carnia. Pinotti nella relazione ha sostenuto che si tratta di un testo equilibrato che evita il rischio di produrre ulteriori lacerazioni. In realtà è stata scelta una strada ricca di parole generiche nelle premesse e che negli impegni affida al Ministero della Difesa di affiggere nella occasione delle celebrazioni per il centenario della traslazione della salma del Milite Ignoto al Vittoriano una targa ricordo.

La scelta, assolutamente non motivata, di derubricare il provvedimento da legge a risoluzione, non ha la dignità di un atto solenne e simbolico in quanto non rappresenta la volontà del Parlamento, espressa con un voto della Camera e del Senato, ma un “affare” di modesto cabotaggio. Si perde così l’occasione di una riflessione su una tragedia che vide profonde divisioni tra neutralisti e interventisti, con le differenze tra socialisti e cattolici, tra gli interventisti democratici e i nazionalisti. Una vicenda che dopo la guerra accelerò la crisi della democrazia e favorì la precipitazione nella dittatura e nel fascismo. Dopo cento anni ancora non si riesce a costruire una memoria collettiva che faccia i conti con una storia che cambiò l’Italia: è grave che venga cancellato ogni riferimento alla Costituzione che non ammette in nessun caso la pena di morte, gravissimo che venga espunta l’affermazione che la Repubblica decide la restituzione dell’onore ai fucilati, assurdo che non sia stabilita la frase per la lapide che nella legge era senza equivoci: “L’Italia onora la memoria dei propri figli in armi, vittime della crudele giustizia sommaria.

Offre la testimonianza di solidarietà ai soldati caduti, ai loro familiari e alle popolazioni interessate, come atto di riparazione civile e umana”. Apparentemente il colpo di mano ha avuto successo, ma in realtà la partita non è chiusa. Alla Camera è stata presentata una proposta di legge, chiara e limpida, dal deputato di Tolmezzo Renzo Tondo e sottoscritta da sette deputati friulani (n.2809) che nel dicembre scorso fu illustrata in Consiglio Regionale a Udine con il Presidente Mauro Zanin. Non ci arrendiamo di fronte ai baratti di potere. Il Non Mollare resta il vessillo di una politica intransigente sui principi.

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