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Bambini e guerra

pubblicato 12 set 2019, 07:35 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 12 set 2019, 07:45 ]
Gli schiavi bambini del Congo
L’impegno a favore dell'infanzia vulnerabile.
Dalle miniere di coltan, oro, cobalto e diamanti alle strade di periferia delle grandi città, tra fame, miseria e sfruttamento.
Sul sito www.peacelink.it un articolo di Beatrice Ruscio sulla situazione congolese
Quarantamila bambini nelle miniere del Congo

- Lo scorso 3 settembre il Prof. Francesco Barone (Docente presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila) è tornato dalla sua 52esima missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. Una missione straordinaria, densa di belle emozioni, ricordi indelebili ma anche di grandi preoccupazioni.
Prof. Barone, lei conosce bene l’Africa e la dura realtà nella quale sono costretti a vivere migliaia di bambini. In tutti questi anni, partendo dalla sua prima missione, cosa è cambiato?
Purtroppo devo riconoscere che rispetto al passato è cambiato poco. La povertà esiste ed è una realtà drammatica. Esistono i nuovi schiavi, sono coloro che hanno fame, che non hanno accesso all’istruzione e non dispongono di cure mediche e medicine. Sono coloro che vengono sfruttati da potenze mondiali e da multinazionali per l’estrazione di coltan, oro, cobalto, diamanti e altre preziose risorse. E inoltre, bambine e bambine vittime di violenze, soprusi, traffico di organi e sfruttamento della prostituzione. Unitamente a Benvenue Kasole, a Bukavu ho incontrato Denis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018. Si è parlato di pace, diritti umani, no alla violenza sulle donne, al traffico degli esseri umani e allo sfruttamento delle bambine e dei bambini. Abbiamo ribadito il nostro impegno a difesa delle infanzie vulnerabili. Abbiamo fatto tutto il possibile per restituire speranze a chi vive in condizioni di vulnerabilità ed emarginazione economica e sociale. Abbiamo svolto attività di gioco e di divertimento per consentire loro momenti di felicità e di allegria.

- Qual è stata la paura più grande in tutti quei giorni passati a Goma?
L’ebola. Una parola che incute preoccupazione, che spinge a cambiare il modo di rapportarsi con gli altri. Il timore dell’ebola ci ha accompagnati per l’intero periodo di permanenza a Goma. Questa volta, ho letto la paura anche nei volti degli abitanti. Ho notato che erano cambiate certe abitudini, meno frequenti le strette di mano, meno propensi ad abbracciarsi. Siamo partiti consapevoli del rischio che correvamo, ma tale considerazione non è stata sufficiente a farci desistere. Migliaia di bambini erano in attesa dei nostri aiuti umanitari e non potevamo deluderli. Questo viaggio è partito da lontano, conseguente a decine di eventi di beneficenza per la raccolta fondi, incontri di sensibilizzazione nelle scuole, giornata della pace a Bussi sul Tirino il 21 luglio 2019. E inoltre, in giro per le città italiane a ritirare le medicine, i vestiti, le scarpe, il materiale didattico. Perché una missione umanitaria non inizia con un decollo e non termina con un atterraggio di rientro a casa. Chiunque ha sentito nel cuore il richiamo ed ha accettato di partire per una missione umanitaria ha sentito la propria vita cambiare in modo significativo.


- Quali sono stati i vostri interventi nel corso di questa missione?
La parola chiave per ogni missione è concretezza, ciò di cui le persone hanno bisogno. Abbiamo provveduto alla consegna di cibo, vestiti, scarpe, medicine e materiale didattico agli orfanotrofi Mama wa wote e Flamme d’amour. Abbiamo continuato con le attività di sostegno al Centro che ospita gli ex bambini soldato. In un quartiere periferico della città di Goma, abbiamo inaugurato il Centro “Kwetu-gli amici di Francesco” e immediatamente iniziato con la consegna di decine e decine di quintali di riso, fagioli, medicine, sapone e sale alle famiglie poverissime del posto. In un altro quartiere Karisimba, abbiamo incontrato numerosi bambini di strada e consegnato loro oltre 500 panini e altri viveri di prima necessità. Abbiamo visitato un ospedale, verificato le condizioni di salute delle persone ricoverate, provvedendo a pagare le spese sanitarie per consentire le dimissioni dei bambini ricoverati e guariti.

- In base alla sua esperienza sul campo, di cosa c’è realmente bisogno per provare a risolvere le problematiche dei paesi più poveri?
C’è bisogno di interventi immediati e incisivi. È necessaria l’assunzione di responsabilità da parte dei Paesi più ricchi del mondo, evitando annunci propagandistici. È necessario che i politici si rechino sul posto per verificare da vicino quale sia la reale condizione in cui vivono milioni di persone indifese e affamate. Solo toccando con mano la sofferenza, la disperazione, l’isolamento nel quale vivono tanti bambini, si può realmente comprendere la portata del problema.


- Dalle sue parole traspare una profonda amarezza, segno che la consapevolezza di cui parla è ancora lontana a venire. Pensa che le grandi potenze mondiali stiano ignorando il dramma dei paesi più poveri?
Come bene scrive Majid Rahnema, il povero universale “svolge il ruolo del personaggio negativo, un personaggio definito “per sottrazione”, ovvero per ciò che non ha, contrariamente al “ricco”, che invece viene ammantato di tutte le qualità positive”; pertanto, il povero diventa “un peso costante per una economia che peraltro rappresenta la sua unica possibilità di salvezza, ma nella quale non riesce ad integrarsi”. Assistere con indifferenza alla povertà e alle sofferenze delle persone è un crimine. Esperti dell’invisibile, con gli occhi a forma di potere, i potenti non vogliono guardare in faccia la realtà. Si può forse negare che a causa di “disumani appetiti” si stanno lasciando morire di fame milioni di persone? Si può forse negare che la maggior parte delle ricchezze è nelle mani di pochi, mentre altri milioni di persone muoiono di fame? Non ci sono i fondi per sfamare popolazioni ridotte allo stremo, invece, ci sono disponibilità economiche per costruire armi e aerei per bombardare. Chi ordina di costruirle, non è mai vittima delle stesse. Ritengo che non vi sia un’adeguata attenzione della politica nei confronti dell’Africa. Non è tollerabile restare indifferenti di fronte al dramma di milioni di persone costrette a fuggire dalle guerre e dalle violenze. Non servono gli spot, ma interventi necessari ed immediati. Inoltre, ritengo sia importante un piano di sensibilizzazione. Penso al ruolo della scuola per la formazione degli alunni sui temi della pace, dei diritti umani e del rispetto delle diversità. Non credo all’attuazione di interventi di tipo assistenzialistico. I progetti umanitari devono prevedere la compartecipazione delle popolazioni interessate, ma soprattutto, devono prevedere la concretezza degli interventi. Inoltre, è necessario che vi siano certezze in merito alla destinazione dei fondi. Esiste il rischio concreto che i soldi non arrivino alle persone bisognose.
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