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Terra limitata

pubblicato 11 ott 2018, 08:01 da Cultura della Pace

“Ci stiamo mangiando la Terra?” 

Sul sito www.serenoregis.org l'intervista di Stefano di Lullo a Giorgio Cingolani tratta da "La voce e il tempo". Preziosa riflessione da fare 

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Parla Giorgio Cingolani, economista agrario, ospite al Sermig in occasione della Giornata del creato e di Terra Madre: “la responsabilità della cattiva gestione delle risorse naturali è dei grandi gruppi finanziari e dei governi dei Paesi più ricchi”.

Giorgio Cingolani, economista agrario, socio del Centro Studi Sereno Regis di Torino, che da diversi anni ha avviato e gestisce nel maceratese un’azienda di agricoltura biologica, è intervenuto sabato 22 settembre all’Arsenale della Pace del Sermig all’incontro «Ci stiamo mangiando la Terra?», organizzato, in occasione della Giornata del creato indetta dalle Chiese cristiane d’Europa e della manifestazione Terra Madre, dall’associazione «Triciclo» e da una rete di soggetti delle comunità ecumeniche torinesi. Abbiamo dialogato con il produttore agricolo biologico a partire dal tema dell’incontro.


Non è tutta l’umanità che «si sta mangiando la Terra»: la responsabilità sulla cattiva gestione delle risorse naturali è di una parte molto limitata della popolazione mondiale. Si tratta dei grandi gruppi finanziari e dei governi dei Paesi più ricchi che con le loro decisioni creano ogni giorno le condizioni per cui gli equilibri ecologici vengono sconvolti. Queste scelte inevitabilmente hanno fatto sì che non ci siano sufficienti risorse per alimentare tutta la popolazione mondiale e le generazioni che verranno. Fra le cause del riscaldamento globale e dei conseguenti disastri ecologici non viene mai conteggiata l’industria militare. Per limitare l’aumento del riscaldamento della temperatura media globale sarebbe sufficiente che cessassero tutte le guerre. Anche il problema del consumo di suolo è strettamente legato ai conflitti armati: negli ultimi anni è stato distrutto gran parte del suolo della Siria e dello Yemen, dove ha avuto origine l’agricoltura.

Papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’ sprona l’economia globale ad una rinnovata e sana relazione tra l’umanità e il creato, essenziale per conferire un futuro alle nuove generazioni del pianeta. Alla luce della sua esperienza «ci stiamo mangiando la Terra»? Quali i paradigmi l’uomo deve mutare per costruire un’agricoltura sostenibile che salvaguardi il consumo del suolo?

Spesso il cambiamento degli stili di vita individuali viene indicato come misura correttiva, ma è solo un alibi per non denunciare le cause reali. Dalla Seconda guerra mondiale siamo infatti entrati nell’«antropocene», l’epoca geologica in cui vengono attribuite all’essere umano e alla sua attività le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche rispetto agli equilibri generali del pianeta consolidati nei millenni. Spesso si parla di innovazioni tecnologiche capaci di invertire le tendenze che portano al disastro, ma non ci si rende conto che siamo di fronte a un problema o a un insieme di problemi per i quali ogni soluzione ha sostanziali controindicazioni.

Che fare, dunque?

La prima e fondamentale condizione per invertire le tendenze in atto è la consapevolezza dei fenomeni basata su una corretta informazione, da cui possono discendere azioni e comportamenti individuali ma soprattutto collettivi che possono mitigare i danni. Sono poi essenziali scelte politiche che tengano conto di una visione complessiva della realtà. È contradditorio da una parte attuare politiche per sensibilizzare la popolazione sulla necessità di diminuire il consumo di energia fossile e, dall’altra, per esempio nella costruzione delle infrastrutture, dei sistemi stradali e ferroviari, non tenere conto dell’impatto ambientale in quanto prevalgono le logiche finanziarie..

Per cambiare il paradigma dell’agricoltura industriale verso modelli più sostenibili ed ecologici negli ultimi anni si è parlato spesso di «agroecologia». Come si può declinare concretamente questo concetto nell’economia reale?

Si tratta della buona notizia su questo tema, anche se, come accennavo, non è la soluzione al problema generale. L’agroecologia è una scienza empirica che, a partire da studi approfonditi sulle tecniche alla base dell’agricoltura tradizionale, ha dimostrato che è possibile mantenere fertilità senza ricorrere agli input chimici che si basano sull’energia fossile. L’agroecologia è, quindi, in grado di mantenere la fertilità del suolo e offrire prodotti alimentari. Tra i piccoli produttori biologici che utilizzano questa tecnica, come il sottoscritto, gioca un ruolo essenziale, inoltre, la sinergia fra le altre piccole aziende del territorio: una rete che contribuisce a tutelare l’ambiente a beneficio del bene collettivo.

Cinquant’anni fa iniziavano a diffondersi i termini «commercio equo» ed «economia solidale». Oggi sembra siano entrati nel lessico comune, in particolare tra i millenials; il commercio equo e solidale può influenzare l’economia reale o la strada per cambiare la mentalità comune è ancora lunga?

Il commercio equo e solidale è un importante strumento se contribuisce ad aumentare la consapevolezza dei consumatori sul mondo in cui viviamo, non deve essere però scambiato come un’azione semplicemente commerciale o al limite caritativa. Cosi pure tutte le espressioni di economia solidale, come i Gruppi di acquisto solidale (Gas), sono iniziative che facilitano la crescita della consapevolezza, ma costituiscono sul territorio anche un prezioso strumento di socialità fra le famiglie.

Infine il tema dei cambiamenti climatici: come interessa i piccoli produttori?

I piccoli produttori sono le vere vittime del cambiamento climatico, in particolare nel Sud del mondo. Su questo punto porto la mia esperienza personale di piccolo produttore agricolo: quest’anno ho prodotto un terzo dei ceci rispetto all’anno precedente a causa di una pioggia torrenziale che ha distrutto due terzi delle piante giovani di ceci che avevo seminato. In Italia sono numerosi i piccoli produttori agricoli che si trovano in questa situazione: adottando tecniche agroecologiche limitano i danni all’ambiente a beneficio della collettività, ma sono poi i primi a pagare le conseguenze dei problemi ambientali causati dall’agricoltura industriale.

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