La pubblicizzazione dell'intimità

pubblicato 14 set 2017, 08:16 da Cultura della Pace

“La pubblicizzazione dell’intimità”

Tratto da “L’ospite inquietante” di Umberto Galimberti

Oggi si assiste ad una neutralizzazione della differenza tra interiorità ed esteriorità; se infatti chiamiamo “intimo” ciò che si nega all'estraneo per concederlo a chi si vuol fare entrare nel proprio segreto profondo e spesso ignoto a noi stessi, allora il pudore, che difende la nostra intimità, difende anche la nostra libertà; e la difende in quel nucleo dove la nostra identità personale decide che tipo di relazione instaurare con l’altro.

Il pudore, infatti, non è una questione di vesti o abbigliamento intimo, ma una sorta di vigilanza dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l’altro.

Dato che siamo esposti agli altri e come ci ricorda Sartre “dallo sguardo degli altri siamo irrimediabilmente oggettivati”,  il pudore è un tentativo di mantenere la propria soggettività, in modo da essere segretamente se stessi in presenza degli altri. Di conseguenza l’intimità si coniuga con la discrezione, nel senso che, se “essere in intimità con un altro” significa “essere irrimediabilmente nelle mani dell’altro”, nell’intimità occorre essere discreti e non svelare per intero il proprio intimo, affinché non si dissolva quel mistero che, se interamente svelato, estingue non solo la fonte della fascinazione, ma anche il recinto della nostra identità, che a questo punto non è più disponibile neppure per noi.

Ma contro tutto ciò, soffia il vento del nostro tempo che vuole la pubblicizzazione dell’intimo, perché in una società consumistica, dove le merci per essere prese in considerazione devono essere pubblicizzate, si propaga un costume che contagia anche il comportamento dei giovani, i quali hanno la sensazione di esistere solo se si mettono in mostra, per cui, come le merci, il mondo è diventato una mostra, un’esposizione pubblica che è impossibile non visitare perché comunque ci siamo dentro.

In questo modo molti giovani scambiano la loro identità con la pubblicità dell’immagine e così facendo, si producono in quella metamorfosi dell’individuo che non cerca più se stesso, ma la pubblicità che lo costruisce.

Chi infatti non irradia una forza di esibizione e di attrazione più intensa degli altri, non si mette in mostra e non è irraggiato dalla luce della pubblicità non ha la forza di sollecitarci, di lui neppure ci accorgiamo, il suo richiamo non lo avvertiamo, non ci lasciamo coinvolgere, non lo riconosciamo, non lo usiamo, non lo consumiamo, al limite “non c’è”.

Per esserci bisogna dunque apparire; e chi non ha nulla da mettere in mostra, non una merce, non un corpo, non un’abilità, non un messaggio, pur di apparire e uscire dall’anonimato mette in mostra la propria interiorità, dove è custodita quella riserva di sensazioni, sentimenti, significati “propri” che resistono all’omologazione, che, nella nostra società di massa, è ciò a cui il potere tende per una più comoda gestione degli individui.

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