Come parlare di guerra

I bimbi e la guerra

I conflitti armati e i bambini: cosa fare e come spiegare la guerra ai più piccoli? Intervista a Daniele Novara. Sul sito www.mosaicodipace.it un articolo di Giacomo Ferri

Le immagini che, da oltre un mese, trasmettono ad ogni ora in televisione sono raccapriccianti. Le parole e i servizi dei tg ancor di più. Spesso a tavola o talvolta prima di andare a dormire, i bambini assistono, ascoltano.

Ci siamo chiesti quale impatto possano le guerre avere sui più piccoli e quale sia l'atteggiamo educativo migliore per crescere futuri cittadini e cittadine capaci di costruire la pace. Come crescere cittadini consapevoli e nonviolenti in un mondo di guerre e di conflitti? Ne abbiamo parlato con Daniele Novara, pedagogista, fondatore nel 1989 del Centro Psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti e autore di numerosi libri.

Come si può spiegare la guerra a un bambino di 7 o 8 anni? Assistono a immagini raccapriccianti in tv e ne parlano a scuola. Se avessero curiosità in merito, come possiamo spiegare loro la guerra?

Sul piano cognitivo, la guerra è un fenomeno molto lontano dal mondo dei bambini e, almeno fino ai 7-8 anni, è meglio proteggerli. Non hanno il senso della distanza che impedisce loro di comprendere quanto la guerra stessa e i bombardamenti avvengano vicini o lontani da noi. Evitiamo di mangiare con la tv accesa proprio sui notiziari e facciamo in modo che i piccoli non incappino da soli in immagini relative a ciò che sta succedendo perché non sono in grado di elaborarle. Nessuno lascerebbe i propri figli davanti ai film dell'orrore. Non facciamolo quindi con una guerra dove le persone si ammazzano ogni giorno. Anche a scuola è presto per parlarne, ma, senza troppe spiegazioni, si può proporre loro di disegnare dei cartelloni, partendo proprio dall'articolo 11 della nostra Costituzione L'Italia ripudia la guerra. Il pensiero infantile è molto dicotomico: bello/brutto, giusto/sbagliato, buoni/cattivi. La guerra va quindi presentata come il male assoluto, ossia la morte. Semplicemente: "In guerra ci si ammazza e non è un gioco. Nessuno ritorna". Queste poche informazioni sono comprensibili ai bambini, andare oltre diventa quasi depistante.

Ci può essere un rapporto, un parallelismo, tra i litigi dei bambini e la guerra? In alcuni suoi articoli, lei sostiene che più i bambini imparano a "litigare bene", più saranno persone contro la guerra. Che cosa intende?

È un errore immenso e che deve essere assolutamente evitato. Come si può dire la guerra è come quando tu litighi con i tuoi amici? Non solo il concetto è falso, ma è anche pericoloso: la guerra è violenza e distruzione totale, mentre i litigi infantili sono solo una modalità di esplorazione delle proprie energie, potenzialità e, specialmente, della propria voglia di relazionarsi con gli altri, in particolare nel gioco. È terrorismo educativo. I bambini vogliono giocare, non ammazzare i loro compagni. Ancora oggi vi è una grande confusione tra conflitto e guerra, basta prendere un qualsiasi articolo di giornale per verificarlo. I due termini sono usati indistintamente. Un equivoco gravissimo. È proprio il contrario: imparando a gestire i conflitti si riduce la violenza. Il vero antidoto a guerra e violenza è esattamente la capacità di gestire i conflitti che va educata fin da piccoli ed è possibile con l'utilizzo del metodo Litigare Bene da me ideato (https://cppp.it/per-scuole-e-insegnanti/dettaglio/il-metodo-litigare-bene/Il-metodo-litigare-bene).

Come parlare ai bambini e alle bambine che arrivano dall'Ucraina? È opportuno o no parlare loro della guerra e, se sì, in che modo?

Va ricordato che i bambini che arrivano in Italia con i loro genitori hanno un livello di spavento, di paura e, se si vuole, anche di trauma molto contenuto. Sono le ricerche dei grandi psicanalisti come Donald Winnicott che, dopo la Seconda guerra mondiale, ci danno la certezza che la vicinanza dei genitori riduce moltissimo l'inquietudine dei bambini. Ovviamente, ciò che hanno visto è sufficiente e i genitori avranno già provveduto a spiegare loro la guerra. Per noi non è possibile farlo perché non vi abbiamo assistito. Bambini e bambine ucraini vanno aiutati ad acquisire la lingua e questo si può fare grazie a una full immersion linguistica con i loro nuovi compagni. Più staranno con i bambini italiani più impareranno e saranno in grado di integrarsi nei vari contesti scolastici. Non vanno assolutamente isolati, per nessun motivo.

Pensa che un bambino sappia cogliere (o rischi di perdere la capacità di cogliere) la differenza tra la violenza di un videogioco e della guerra? Crede che la sempre maggiore violenza (che per di più è sempre più realistica) dei videogiochi possa in qualche modo compromettere la giusta percezione della guerra?

Non esistono prove scientifiche per questa affermazione. Di certo sappiamo che i videogiochi portano il cervello dei bambini e dei ragazzi in uno stato di torpore e di annichilimento cognitivo. Non abbiamo riscontri, però, di un automatismo tra contenuto di guerra del videogioco e tolleranza alla guerra reale. Comunque il mio parere è questo: i videogiochi di guerra, in genere proibiti ai minori, ma dati in pasto anche ai bambini, come è il caso di Call of Duty, non li aiutano a scaricare la loro naturale aggressività, ma viceversa possono contribuire a creare, nella loro mente, un immaginario di guerra di cui non abbiamo assolutamente bisogno. Questo potrebbe essere un motivo per cui, a differenza di altre situazioni storiche recenti come l'invasione del Kuwait, dell'Iraq o dei Balcani, non c'è stata quella reazione comune dell'opinione italiana ed europea che si verificò in quei casi. Credo che l'assuefazione ai videogiochi di guerra ha creato un abbassamento della capacità di cogliere la distruttività stessa della guerra e la sua drammaticità. Alla fine, per molti "tifosi" della Russia o dell'Ucraina si tratta solo di un videogioco che prosegue sul terreno reale. Sono temi che andrebbero approfonditi con ricerche specifiche. Mi chiedo solo chi possa avere interesse a realizzarle? L'industria dei videogiochi, soprattutto di guerra (i cosiddetti "sparatutto"), è una lobby fortissima, con tentacoli nelle istituzioni politiche di tutto il mondo.

Ribadisco che il vero antidoto a guerra e violenza è la capacità di gestire bene i conflitti. E genitori e insegnanti possono fare la loro parte grazie al mio metodo Litigare bene. I litigi insegnano ai bambini a conoscersi e a imparare a stare con gli altri, a scoprire gradualmente risorse e limiti. Gli scontri, anche quelli fisici, sono paragonabili a quelli dei cuccioli che utilizzano il gioco della lotta per capire come convivere.

Inoltre, è bene consentire ai piccoli di "giocare alla guerra" con dinosauri o soldatini, con armi e armamenti, in quanto permette loro di scaricare la naturale aggressività di cui sono portatori e che appartiene alla loro crescita ed evoluzione.

Un consiglio a un genitore o a un insegnante: come preparare nuove generazioni che culturalmente ripudino la guerra?

Memoria è il concetto chiave. Stiamo parlando di una generazione che non ha e non può avere memoria della guerra se non per averla studiata a scuola. La guerra è ormai lontana dal nostro immaginario e tale deve rimanere. Ma la memoria è importante e spetta a noi adulti tenerla viva in modo che queste nuove generazioni, il nostro futuro, continuino a ripudiare la guerra e la violenza. Occorre approfondire la tragedia dell'Olocausto, delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Le grandi figure della nonviolenza: Tolstoj, Gandhi, Luther King, Mandela e i nostri Danilo Dolci, Aldo Capitini e don Lorenzo Milani. Anche Oscar Romero e il nostro vescovo Tonino Bello vanno narrati. Le loro storie aprono a scelte alternative.

Genitori e insegnanti hanno la responsabilità di non lasciarsi loro stessi travolgere, di non diventare vittime a loro volta di quello che è uno dei primi scopi della guerra: creare paura e una sensazione di impotenza.