E' cominciato tutto in Siria

Kiev. Non abbiamo ancora imparato

L'invasione dell'Ucraìna è figlia del nostro silenzio su Aleppo, Baghdad, Yangon. Sostenere i dittatori non ci dà stabilità. Sul sito www.lettera22.it un articolo di Paola Caridi

Guardo le prime immagini che arrivano dall’Ucraìna, le prime immagini degli urbicidi che segnano da quasi un secolo il nostro senso della guerra. Guardo attraverso il teleobiettivo dei fotografi che sono lì, e attraverso le foto fatte col telefonino dai testimoni e vittime di questo ennesimo crimine. Mi colpisce, ancora una volta, la ripetitività tragica. Le immagini delle esplosioni a Kiev, così simili alle esplosioni a Baghdad nel 2003, quando fu l’Occidente a violare l’integrità di uno Stato, con l’invasione anglo-americana dell’Iraq, per portare democrazia all’occidentale e violazioni dei diritti umani. Mi ricordano, certo, anche Belgrado e l’intervento NATO sulla Serbia, non dimenticando (e non lo dimenticherò mai) che quella dei Balcani è una storia ben diversa. E che lì sì che un intervento sarebbe stato necessario, ma ben prima, per liberare Sarajevo da un assedio durato mille giorni che grida ancora vergogna.

Quelle esplosioni, quel fungo rosso nel cielo scuro di Kiev, mi ricordano soprattutto Aleppo. Ve la ricordate Aleppo? Non molto? Forse per nulla? Già, Aleppo non è in Europa. Aleppo è lontana, difficile anche definire – per molti – chi ci vive. Arabi. Musulmani. Non solo, a dire il vero: Aleppo era il simbolo della realtà composita del Mediterraneo. Ma gli arabi li abbiamo deumanizzati da decenni, e dunque contano poco, nel nostro sistema di valori a corrente alternata. Che muoiano pure, non sappiamo neanche come son fatti, muoiono nel Mediterraneo, come i loro compagni di sventura che vengono da paesi africani di cui ci dimentichiamo il nome, persino dal Bangladesh o da altri luoghi… esotici.

Dell’assedio di Aleppo in pochi si ricordano. Già, è in Siria, non è in Europa. Eppure, i bombardamenti hanno spazzato via una città dalla storia lunga, dai tesori artistici di valore inestimabile, un elemento fondamentale della nostra storia comune. I bombardamenti hanno ucciso una città e soprattutto i suoi abitanti. Se non l’avete ancora visto, se volete capire quello che è successo nelle città siriane, e non solo ad Aleppo, cercate un documentario, For Sama, girato da una giornalista e videomaker, Waad al Kateab. C’è anche nella versione italiana, Alla mia piccola Sama. Jasmine Trinca ha dato la sua voce a Waad al Kateab, che gira con sua figlia, Sama, l’assedio di Aleppo, il bombardamento di Aleppo, la distruzione di vite, case, ospedali. A bombardare, nel 2016, c’erano i jet russi, mandati da Vladimir Putin.

Non abbiamo detto niente, allora. Non ci siamo indignati. Già, i jet russi hanno distrutto città e vite, ma erano nostri alleati contro l’ISIS. E la guerra contro l’ISIS valeva un dittatore in sella, a Mosca, che sosteneva un altro dittatore, ancora in sella, a Damasco, Bashar al-Assad, figlio di un altro Assad, responsabile come il padre della decimazione di una opposizione composita, fatta di laici e islamisti, che è morta in galera e sotto tortura. Per decenni. Responsabile del soffocamento di una rivoluzione pacifica, nel 2011.

Ricordare Aleppo vuol dire occuparsi di Kiev. Perché il silenzio su Aleppo (e su molto altro) ha lasciato porte, cancelli, autostrade libere a Putin per poter invadere con i suoi carriarmati l’Ucraìna, con l’aiuto della Bielorussia, che ha potuto soffocare l’opposizione senza che alzassimo un dito. Mentre un po’ più a est, in Kazakhstan, così lontano da noi, un’altra rivolta contro un dittatore è stata soffocata in un silenzio assordante.

La Russia di Putin ha invaso l’Ucraìna. È lui il responsabile di un crimine oltre i confini della Russia, come di molti altri crimini commessi verso i russi e la loro libertà. Anna Politkovskaya è solo una delle vittime più conosciute. Aleksej Naval’nyj solo il detenuto e l’oppositore più noto. Se Putin è il responsabile primo di una invasione che mette in gioco ben oltre l’Ucraìna, e ben oltre l’Europa, ciò non ci esime dal porre delle domande a noi, noi europei in primis, e poi a noi italiani. I nostri silenzi sui dittatori e sulle violazioni dei diritti umani e sulle guerre di aggressione e di invasione ci rendono ciechi e deboli. Non ci rendono affatto né più stabili né tantomeno forti e, soprattutto, autorevoli e credibili. Perché continuiamo a poggiare la nostra ‘pace’ sulle spalle di dittatori che riteniamo stabili. Quelli che fanno il lavoro sporco per noi, e allontanano l’umanità dolente e i problemi dalle nostre case ben ovattate.

Aleppo è stata l’avvisaglia di Kiev. Non difendere Aleppo, e prima ancora la Baghdad bombardata da statunitensi e britannici (i britannici guidati dal governo di Tony Blair, peraltro), non ha allontanato il calice amaro. Ha solamente mostrato quel doppio standard di cui ci rimproverano tutti gli altri non-europei. Siriani, iracheni, egiziani, palestinesi, libici, birmani, cinesi, e via elencando.

Allo stesso modo, il nostro senso della storia non difende l’umanità di Kiev, e tanto meno quella di Aleppo, Baghdad, Cairo, Istanbul, Yangon, Astana, Kabul. Il nostro silenzio sul passato (e presente) coloniale non salva Kiev. Al contrario, ci rende debolissimi, perché ancora imbevuti fino nelle più piccole cellule di un suprematismo bianco de facto che deumanizza tutti gli altri, tutte le altre.

Il nostro giardino di casa non è l’Europa. È ben più grande. Non l’abbiamo ancora capito. E forse neanche Kiev servirà ad aprirci gli occhi. Il realismo non paga, la pecunia puzza di marcio, i dittatori non vanno sostenuti né omaggiati. Kiev sta pagando la nostra ignavia.

Ps. Vado a leggermi un libro che colpevolmente non ho ancora letto, e che un’amica cara ha provveduto a ricordarmi. Ragione umanitaria. Una storia morale del presente, di Didier Fassin (DeriveApprodi, 2018)