Esercito europeo, ma prima la politica

Data pubblicazione: Sep 09, 2021 1:46:58 PM

La borsa e la spada

Ovunque leggo della necessità di un esercito europeo. Le vicende dell’Afghanistan hanno, sembra, convinto tutti: giornalisti, generali, politologi, politici di ogni parte. Sul sito www.azionenonviolenta.it un articolo di Daniele Lugli sul tema dell'esercito europeo

Gli USA e la NATO ci hanno, pare, un po’ delusi. La nostra sicurezza è principalmente affidata, si dice, alle nostre missioni all’estero. In tutto 40, se leggo bene i dati ufficiali. Sono 10 Nato, 12 UE, 7 ONU, 3 coalition of the willing (coalizione dei volenterosi), 8 nazionali. In Africa 19, in Europa 11, in Asia 10, finito l’impegno afghano. Per quest’anno se ne aggiungono solo 2. L’anno scorso l’aggiunta è stata di 5. Una è veramente minima: un solo elemento – deve essere bravissimo – nella missione ONU in Somalia. L’altra è un’unità navale – non l’abbiamo evidentemente venduta all’Egitto – per garantire i traffici nel Golfo Persico, nell’ambito di un’iniziativa dell’UE. Un esercito europeo renderebbe più razionale e organizzato questo assieme di impegni.

Ma un esercito europeo non avrebbe solo questo merito. Aggiungerebbe al potere del denaro quello delle armi. Non più solo l’Europa dei banchieri, ma quella dei guerrieri. Potremmo infine vantarci del pregio de la borsa e de la spada. È bene procedano sempre appaiati, ce lo ricorda Dante nel canto VIII del Purgatorio, nell’incontro con Corrado Malaspina che, in cambio degli elogi alla famiglia, gli predice l’esilio. Naturalmente c’era già stato: le predizioni sul passato sono quelle che riescono meglio. L’esercito europeo sarebbe il riscatto. Dell’Europa si è detto essere un gigante economico (mi pare nel tempo un po’ ridimensionato), un nano politico, un verme militare. Abbiamo avuto una moneta unica senza uno stato federale, potremo avere anche un esercito unico pur restando l’Europa un nano politico? Se il controllo della borsa sembra esercitato principalmente dalla Germania, quello sulla spada sarà della Francia? Ha la force de frappe atomica, dispone del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha un presidente che sembra convinto dell’esercito unico.

Sono passati settant’anni da quando il tempo era maturo e l’occasione l’abbiamo avuta. Ai più giovani ricordo la CED, la Comunità Europea di Difesa, prevista dal trattato del 1952 dai paesi aderenti alla CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Così Benelux (Belgio, Olanda Lussemburgo), Francia, Germania e Italia intendevano lasciarsi alle spalle l’Europa madre delle guerre. La CED non si fece per la mancata ratifica da parte della Francia. È tardi, forse troppo. Meglio troppo tardi che troppo mai, se è la cosa giusta. Un’Europa costruttrice di pace e di giustizia è l’ispirazione originaria. Esigenze mercantili, legittime, hanno preso il sopravvento. Un processo di unità è andato avanti in forme sproporzionate, senza tradursi in coerenti ed efficienti forme di democrazia. Se serve a riavviare un processo di unità ben venga anche questa riflessione sulla sicurezza e la difesa dell’Europa. È bene però che il pensiero sia libero e esamini tutti gli aspetti connessi.

Questo pregio de la borsa e de la spada mi ricorda che ne ha parla pure Alexander Hamilton, padre fondatore degli Stati Uniti d’America. Oggetto della sua riflessione è come debbano essere affidati appunto la spada della comunità e i cordoni della borsa. Scrive Hamilton su The Federalist, mentre si va approvando la Costituzione: “L’Esecutivo, infatti, non solo dispensa gli onori, ma impugna anche la spada. Il Legislativo non soltanto governa la borsa ma, addirittura, stabilisce le norme che fissano i diritti e i doveri di ciascun cittadino”. La forza del diritto, delle istituzioni in cui si incarna, il potere garante dei “diritti politici sanciti dalla Costituzione sarà sempre quello giudiziario”. Gli Stati Uniti d’America hanno una Costituzione, sono una democrazia rappresentativa federale. Non così l’Europa. Senza questo passaggio difficile pensare a un esercito comune, che agisca nel rispetto e per l’affermazione di quanto è scritto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. È vincolante per i paesi dell’Unione Europea a partire dal 2010. Un rapporto annuale della Commissione ne monitora l’applicazione. Bastano i titoli dei sei capi a ricordarci quanta strada occorra fare a garanzia della dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia per tutti. La condizione degli immigrati ne è un perfetto indicatore. Del ricordato canto del Purgatorio tutti conoscono i primi versi. Dicono del dolore di chi ha dovuto lasciare il proprio paese: Era già l’ora che volge il disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core. Il loro dolore non ci riguarda. Siamo troppo occupati a trasformarli in minacce.

Ricordo una piccola elegante rivista di politica, Il Federalista, ispirata proprio da The Federalist, con in copertina un motto di Hamilton, La attendo e leggo avidamente alla sua uscita nel 1959 e nei primi anni Sessanta. Poi più raramente. Ritrovo alcuni numeri, che mia moglie ha salvato dalla dispersione. Nel numero di luglio del 1984 un articolo di Mario Albertini andrebbe letto e riletto: Cultura della pace e cultura della guerra. Gli articoli che ho letto sono immersi nella cultura della guerra. Un esercito europeo per contare di più nella NATO, come se non ci fossero altre strade per la sicurezza, altri modi per andare alla radice dei conflitti, per evitarli, mitigarli, uscirne meglio di quanto si è fatto. Quando si chiede di cambiare atteggiamento lo si fa come Panebianco sul Corriere. “È difficile per gli abitanti di un Continente che da settant’anni vive della protezione altrui cambiare di punto in bianco i propri atteggiamenti. Per esempio, è difficile convincere i cittadini europei che un giorno essi dovranno accettare lo spostamento di una certa quota di risorse dal welfare alla difesa”.

Un esercito comune per ridurre i diritti sociali – previdenza, assistenza, sanità, istruzione – a miglior protezione dei privilegi e delle grandi ricchezze accumulate non è prospettiva che entusiasmi. L’economia di guerra prospettata da Panebianco non è neppure necessaria. In un documentato saggio (Il Federalista, numero 3, 2020) Umberto Morelli ricorda che “L’insieme dei paesi europei occupa il secondo posto nel mondo dopo gli USA per la spesa militare… è stato stimato che il costo della non Europa della difesa ammonterebbe ogni anno fino a 100 miliardi di euro, senza contare quello politico e strategico, non calcolabile, dell’irrilevanza dell’UE sulla scena internazionale. La non-Europa della difesa è politicamente e strategicamente penalizzante, economicamente insostenibile e i suoi costi irragionevoli, soprattutto in un periodo di crisi”. Infine “Un esercito senza il potere politico è una compagnia di ventura”.