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Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" XIV Edizione

pubblicato da Cultura della Pace   [ aggiornato in data ]

Costruita una cultura di pace
Grande partecipazione alla consegna del Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" XIV Edizione. Cecilia Sarti Strada e Mauro Biani protagonisti di una lezione su guerra, nonviolenza e pace

  Cecilia Sarti Strada riceve il premio dal Sindaco Mauro Cornioli

Una grande partecipazione di pubblico e una forte emozione hanno accolto Cecilia Sarti Strada, attivista, già presidente di Emergency, filantropa e scrittrice premiata con il Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" arrivato alla sua XIV Edizione.

 

I patrocini della Presidenza del Senato, della Camera dei Deputati della Regione Toscana e dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana hanno accompagnato questa edizione del premio che ha visto un grande successo di pubblico che ha partecipato con emozione all'intervento di Cecilia Sarti Strada e di Mauro Biani. Le tecniche e i processi della guerra, le modalità con le quali si riesce, anche a spregio di norme stabilite, a vendere armi e a finanziare l'odio sono state alla base degli interventi di Strada e Biani. Ognuno con la propria specifica esperienza, Cecilia Sarti Strada con la sua vita vissuta in teatri di guerra e di violenza e Biani con la sua capacità divulgativa di vignettista ma anche di educatore in centri per disabili mentali. Cecilia Sarti Strada puntando contro la guerra quale mezzo inefficace per risolvere i conflitti, ha ricordato Erodoto e il suo monito contro la guerra: "in tempo di pace i figli seppelliscono i padri, ma in tempo di guerra sono i padri a seppellire i figli" oltre al giuramento di Ippocrate che chiama i medici a curare chiunque, ricordando di non aver incontrato categorie, ma solo persone.

Assente per motivi di salute, il Premio Nazionale "Nonviolenza", Prof. ssa Anna Bravo docente dell’Università di Torino, componente del Comitato Scientifico della Fondazione Alex Langer, dell'Istituto per la storia della Resistenza "Giorgio Agosti" che ha comunque voluto essere presente attraverso uno scritto inviato agli organizzatori e che trovate di seguito all'articolo.

La mattina, come di consueto, i vincitori hanno incontrato gli studenti delle scuole superiori di Sansepolcro con un partecipato dibattito. Cecilia Sarti Strada ha spedito idealmente cinque cartoline agli studenti provenienti dai teatri di conflitto e guerra: dall'Afghanistan dove c'è una guerra da 17 anni di cui nessuno parla più, dallo Yemen che vede il più grande disastro umanitario contemporaneo, dal Mediterraneo dove si continua a morire, dai ghetti delle nostre città dove cresce l'abbandono e il rischio di devianza, dall'Australia che ha scelto una politica migratoria che respinge chiunque, anche le stesse vittime di quanti consideriamo nostri nemici. Biani ha ricordato agli studenti l'importanza oggi, più che mai, di tornare a difendere i "nostri" valori, quegli stessi che sono stati abbandonati: far cadere il muro di Berlino deve rimanere un ideale da perseguire, non certo quello di pensare di edificare nuovi muri o barriere.


   Nella foto Mauro Biani, vignettista e Premio Nazionale "Nonviolenza" nel 2012 e Cecilia Sarti Strada, Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro


I premi sono stati realizzati da Chiara Fabbrini e da Niccolò Cirignoni, entrambi ex studenti del Liceo Artistico e Scientifico di Sansepolcro che hanno spiegato poi, ai vincitori, il senso e le simbologie del loro lavoro.

 

Tante le realtà associative presenti che hanno contribuito alla piena riuscita della manifestazione: gli Sbandieratori di Sansepolcro, il gruppo Musici dei Balestrieri, l’Associazione Il Lauro, la Compagnia Teatro Popolare di Sansepolcro, l’Associazione Rinascimento nel Borgo, i Cantori del Borgo, la Società Filarmonica dei Perseveranti coordinati dalla gentilissima Donatella Zanchi hanno fatto gli onori di casa, con in aggiunta la preziosa presenza della classe III della Scuola Primaria "C. Collodi" di Sansepolcro con le maestre Manuela e Anna che hanno realizzato un disegno di una giraffa, logo del premio, preparato per la Prof. ssa Anna Bravo. Significativo il contributo di Michele Foni, artista biturgense che ha donato il proprio dipinto raffigurante una giraffa, alla premiata Cecilia Sarti Strada. Tutto questo impegno fa comprendere come il premio sia oggi più che mai di tutta la città e che questa si ponga come luogo deputato al dialogo e alla ricerca e studio della nonviolenza e della cultura della pace. Lo scultore Loretto Ricci,  ha ricordato plasticamente la guerra e i suoi effetti attraverso le opere esposte. Un vero esempio icastico pieno di poesia. Un ringraziamento, infine, al Comune di Sansepolcro per la vicinanza e il supporto che ha voluto dare anche a questa edizione del premio.


Cecilia Sarti Strada ha vinto il Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" XIV Edizione con questa motivazione:

"per le molteplici attività svolte, per la sua opera sociale all’interno di un’associazione, così come per il lavoro di informazione, controinformazione e testimonianza riguardo i teatri di guerra e le possibili soluzioni da adottare. Tutto ciò ha permesso e permette a molti di conoscere realtà complesse, di aprire orizzonti diversi e di creare spazi di impegno decisivi per il progresso della società".


Anna Bravo ha vinto il Premio Nazionale "Nonviolenza" Ed. 2018 per i suoi studi sulle donne, sull’impegno sociale da loro profuso, sulla resistenza armata e su quella nonviolenta, studi che hanno contribuito alla comprensione, progettazione, costruzione ed edificazione di una società solidale, nonviolenta e pacifica.


 BIOGRAFIA

 CECILIA SARTI STRADA

Premio Nazionale “Cultura della Pace-Città di Sansepolcro” XIV Edizione

Cecilia Sarti Strada, nata nel 1979, è una filantropa, attivista e scrittrice italiana, già presidente di Emergency.

Figlia di Teresa Sarti Strada e di Gino Strada, Cecilia Sarti Strada si è laureata in sociologia e a 30 anni, dal 2009 al 2017, è stata Presidente dell'Organizzazione non governativa Emergency.

Impegnata a livello internazionale, ha seguito le attività dei vari ospedali dell'organizzazione e ha curato i rapporti a livello locale, oltre a testimoniare come giornalista e sui media la sua esperienza.

Sostiene la necessità di una   modifica   dei   rapporti   internazionali   e   il   bisogno   di   legare   la   rete   dei rapporti commerciali col rispetto dei diritti umani.

Ha scritto i libri “Sulla nostra pelle. Le missioni di pace uccidono. Anche quelle italiane” e “La guerra tra noi”.

ANNA BRAVO

Premio Nazionale “Nonviolenza” Ed. 2018

Anna Bravo, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall’Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Società italiana delle storiche e dei comitati scientifici dell’Istituto storico della Resistenza in Piemonte, del Comitato Scientifico della Fondazione Alexander Langer, dell'Istituto per la storia della Resistenza "Giorgio Agosti" e di altre istituzioni culturali. Opere: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall’Italia, Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell’Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003, Storie del sessantotto (Laterza 2008), che non rappresenta una storia tradizionale della stagione dei movimenti, ma spazia intorno a questioni filosofiche, ideologiche e culturali che hanno attraversato gli anni sessanta e settanta, e che presenta una delle più azzeccate analisi sull'argomento nella celebrazione del suo anniversario e ancora La conta dei salvati. Dalla Grande guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, 2013.


Discorso della Prof. ssa Anna Bravo inviato agli organizzori

Il vostro riconoscimento mi rende felice e orgogliosa, e solo un brutto incidente mi impedisce di essere con voi. Vi sono profondamente grata. Da molti anni nel mio lavoro di storica studio e scrivo di lotte nonviolente. Cerco anche di dare un contributo alle iniziative di associazioni come la fondazione Alexander Langer, che fra le altre attività svolge un'opera assidua di sostegno a quanti e quante si dedicano a costruire ponti al posto dei muri. E quando i muri resistono, li "saltano" simbolicamente e spesso concretamente, con coraggio, con rischi e costi personali, senza violenza. Qui voglio proporvi una breve riflessione sulle azioni nonviolente, tenendo conto degli stereotipi che circolano da noi, e non solo da noi.

È difficile trovare oggi qualcuno che neghi il valore della nonviolenza. Ma è anche difficile trovare qualcuno che non si affretti a relativizzarla. Si precisa, per esempio, che a livello teorico sarebbe la scelta migliore, ma non nella pratica: perché è un'utopia che non può durare, non può vincere; e dove ha avuto successo (a questo punto l’esempio d’obbligo è il Sudafrica) non è riuscita a risolvere le questioni di fondo – come se ogni nuovo corso non si trovasse di fronte al medesimo problema. E' la vecchia pretesa del «tutto e subito», che nei confronti della nonviolenza è applicata con particolare accanimento.

Eppure esistono ormai varie ricerche sulle resistenze non armate (dette anche civili) e armate, che mostrano come, nel novecento siano state le prime a ottenere più esiti positivi; secondo Erica Chenoweth e Maria J. Stephan, fra il 1900 e il 2006 sono state rispettivamente il 59% contro il 27% nelle lotte interne antiregime, il 41% contro il 10% di risultati parziali in quelle contro l’occupazione di un paese o per l’autodeterminazione (per la realizzazione piena i dati si equivalgono). Solo nelle campagne per la secessione di un territorio la scelta nonviolenta conta 0 vittorie (e quella violenta l’esile percentuale del 10%), mentre ha il monopolio dell’affermazione nelle lotte contro l’apartheid e per i diritti civili.

Infine, la nonviolenza offre più opportunità per una transizione pacifica: le controversie tra forze politiche non hanno strascichi militari, mentre sono minori le occasioni per desideri di rivalsa e di vendetta. Il libro delle due ricercatrici ha per titolo Perché la resistenza civile funziona.

Credo che dietro l'accusa di utopismo inefficace giochino ancora oggi alcuni corposi equivoci.

Diversamente da quel che molti credono, la nonviolenza non rinuncia ai conflitti sociali e politici, anzi, li apre, ma prova a affrontarli in modo evoluto, con soluzioni in cui nessuno sia danneggiato, soluzioni «win-win», come insegna la teoria dei giochi. Non si limita a rigettare le armi proprie e improprie, rifiuta l’odio. Non è dogmatica, prova a limitare quanto più possibile la violenza nel mondo; lo stesso principio del non uccidere prevede eccezioni, se uccidere è l’unico modo di salvare gli indifesi da un pericolo mortale.

E ancora, la nonviolenza non vive negli interstizi lasciati liberi dal potere: all'opposto, lo sfida. Non dipende dalla sua benevolenza, lo costringe semmai a essere più benevolo. C'è chi pensa che Gandhi potesse agire perché il governo britannico glielo consentiva; certo la Gran Bretagna non era il Terzo Reich, ma se approdò a una certa tolleranza è perché il movimento gandhiano non le lasciò scelta fra il massacro e la trattativa. Dunque, la nonviolenza non è una pratica per anime belle, richiede pazienza, sagacia, e coraggio davanti alla ferocia altrui – esiste una combattività nonviolenta molto temuta da chi è al potere. Non è neppure predicazione per raccogliere proseliti. Il concetto ha una carica di immediatezza che nasce dalla semplicità del suo primo fondamento, realizzare un obiettivo senza spargere sangue. Molte e molti che non si sarebbero definiti nonviolenti lo sono stati di fatto. Come quelle e quelli che qui nella vostra Toscana fra il '43 e il '44 partecipano a due ampi e straordinari fenomeni. Il primo è la protezione accordata ai militari itaiani sbandati nei giorni successivi all’armistizio dell'8 settembre 1943, quando l'esercito viene lasciato a se stesso e si disfa letteralmente; il secondo è l’aiuto offerto ai prigionieri alleati evasi in quegli stessi giorni dai campi di concentramento sul nostro territorio nazionale - con i britannici, la maggioranza, ci sono americani, indiani, neozelandesi, sudafricani, francesi, australiani. Le due vicende vedono attivarsi centinaia di migliaia di persone in tutta l'Italia occupata, i salvati sono  decine di migliaia. «Fino al giorno della liberazione la maggioranza degli italiani formò una strana alleanza con i prigionieri» – dirà il 17 maggio 1946 Sir Noel Charles, ambasciatore inglese in Italia.

Ma la nostra storiografia ha ignorato questi eventi per decenni, e così la memoria pubblica; il primo libro sull'aiuto ai prigionieri alleati è pubblicato nel 1991 a Firenze (ma in inglese) dallo storico scozzese Roger Absalom, reduce dalla guerra negli Appenini.

Perché non includere i soccorrritori nella costruzione di una nuova immagine nazionale, riscattata dai crimini fascisti e fondata sulla capacità di resistenza della popolazione?

La risposta è penosamente semplice, e vale per tutta Europa: in sintonia con la cultura dell’epoca, si era scelta come terreno elettivo della rigenerazione la lotta in armi, che se oggi giustamente onoriamo come preziosa ribellione al dominio fascista e nazista, rimane preziosa, ma non la sola. Certo, i soccorritori disarmati non "vincono la guerra". "Funzionano" su un altro piano: non consentire che i nazistii si impadroniscano di miglioaia di giovani per avviarli ai lager o all'esecuzione - è questo il loro campo d'onore. Alcuni dei soccorritori -donne, uomini, contadini, operai, ceto medio, alcuni aristocratici, religiosi e religiose- pagheranno con la vita, come si erano affrettati a sancire una legge di Salò e un decreto tedesco. Non avrebbero meritato i più alti riconoscimenti?

Oggi la situazione sta cambiando, in parte è già cambiata. Ma il lavoro per dare valore a questi resistenti disarmati sarà lungo, e di molti non arriveremo mai a conoscere il nome. 

Quello che tutti possiamo fare per loro è provare a seguirne l'esempio - quegli esempi che Hannah Arendt definisce i cartelli segnaletici della morale - per salvarci dalla tentazione di voltare le spalle alla sofferenza dei nostro prossimo, dovunque si trovi e da qualsiasi lontananza provenga.

Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" ecco Cecilia Sarti Strada

pubblicato 15 nov 2018, 06:09 da Cultura della Pace


Sabato 17 Novembre la consegna del Premio Nazionale Cultura della Pace-Città di Sansepolcro

Appuntamento alle ore 16:00 all’Auditorium S. Chiara per la consegna dei riconoscimenti a Cecilia Sarti Strada e Anna Bravo

Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro: anche Mauro Biani, vignettista, tra gli ospiti della giornata



 

L’Associazione Cultura della Pace e il Comune di SansepolcroCittà della Cultura della Pace, con grande soddisfazione accolgono Cecilia Sarti Strada, attivista, già presidente di Emergency, filantropa e scrittrice che sarà nella nostra città Sabato 17 Novembre 2018 per incontrare, la mattina, gli studenti delle scuole superiori e, il pomeriggio, la cittadinanza.

 

I patrocini della Presidenza del Senato, della Camera dei Deputati della Regione Toscana e dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana rendono la soddisfazione maggiore e creano le condizioni per un dibattito sulla cultura della pace che ha reso in questi anni, Sansepolcro, città di riferimento per una riflessione sulla nonviolenza e la pace.

Con gioia si comunica anche che sarà presente all’iniziativa, Mauro Biani, Premio Nazionale “Nonviolenza” nel 2012, importante vignettista i cui lavori vengono spesso usati all’estero per comprendere la politica italiana.

 

Nella stessa occasione sarà conferito il Premio Nazionale “Nonviolenza” alla Prof. ssa Anna Bravo, docente dell’Università di Torino, componente del Comitato Scientifico della Fondazione Alex Langer, dell'Istituto per la storia della Resistenza "Giorgio Agosti" per i suoi studi sulle donne, sull’impegno sociale da loro profuso, sulla resistenza armata e su quella nonviolenta, che hanno contribuito alla comprensione, progettazione, costruzione ed edificazione di una società solidale, nonviolenta e pacifica.

 

Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare anche per apprezzare la presenza di tante associazioni che hanno voluto arricchire la manifestazione con loro performance. Per questo ringraziamo gli Sbandieratori di Sansepolcro, il gruppo Musici dei Balestrieri, l’Associazione Il Lauro, la Compagnia Teatro Popolare di Sansepolcro, l’Associazione Rinascimento nel Borgo, i Cantori del Borgo, la Società Filarmonica dei Perseveranti. Tutto questo impegno fa comprendere come il premio sia oggi più che mai di tutta la città e che questa si ponga come luogo deputato al dialogo e alla ricerca e studio della nonviolenza e della cultura della pace.

Contro il caporalato per un'economia umana

pubblicato 12 nov 2018, 12:51 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 12 nov 2018, 12:55 ]

Grande successo per la presentazione del Calendario "Humana Civilitas" - Ivrea 2019
Presentato il calendario dell'Associazione Cultura della Pace. Protagonisti gli studenti dell'Istituto d'Istruzione Superiore "Liceo Città di Piero"e Desire Olivetti, Vicepresidente della Fondazione Adriano Olivetti.
La lezione di Olivetti, il suo sogno e ciò che ha realizzato nel calendario dell'Associazione Cultura della Pace, in collaborazione con la Fondazione Adriano Olivetti




E' stato presentato Venerdì 9 Novembre 2018 presso il Borgo Palace Hotel, con una cena di beneficenza, il calendario "Humana Civilitas" - Ivrea 2019, con foto di Riccardo Lorenzi.

L'opera ripercorre idealmente la storia e le vicende del grande imprenditore che seppe coniugare l'economia con il rispetto dei diritti dell'Uomo e di quanti lavorano, una grande impresa che riusciva a realizzare un prodotto che era un capolavoro: non solo oggetti dunque, ma persone che sono e si sentono ancora oggi, "prodotti olivettiani". Il grande sogno che si realizzò fu dunque quello del "comunitarismo", di un territorio arricchito socialmente che garantiva il futuro della fabbrica.
Questa grande storia è stata raccontata durante la cena di beneficenza in favore della Cooperativa Valle del Marro - Libera Terra che opera contro il caporalato su terreni confiscati alla mafia alla presenza di Desire Olivetti, nipote di Adriano e Vicepresidente della Fondazione Adriano Olivetti (www.fondazioneadrianolivetti.it)

Il calendario è stato realizzato con foto di Riccardo Lorenzi (www.riccardolorenzi.it) che ha immortalato con particolare efficacia gli studenti dell'Istituto d'Istruzione Superiore "Liceo Città di Piero" in viaggio d'istruzione a Ivrea, città industriale del XX secolo, diventata il primo luglio scorso, Patrimonio Unesco. La grafica è stata curata da Stefania Lucioli, mentre il montaggio video è stato curato da Matteo Mazzini, studente e valido collaboratore del progetto. Decisiva la collaborazione del Comune di Sansepolcro, Assessorato alla Cultura.

La cena presso il Ristorante "Il Borghetto" - Borgo Palace Hotel ha avuto una straordinaria partecipazione di pubblico ed ha visto l'esibizione di Alberto Romagnoli, giovane artista biturgense ma con alle spalle già tante affermazioni musicali. 

Desire Olivetti, presente alla manifestazione, ha sottolineato l'importanza e la presenza di una comunità viva che contribuisca alla piena realizzazione degli obiettivi delle giovani generazioni e di un'economia attenta alla persona. Presenti i vertici delle ACLI provinciali, con il Presidente Stefano Mannelli e con il Presidente delle ACLI di Sansepolcro "Adriano Olivetti", Catia Savini. Durante la serata è stato presentato anche un itinerario turistico ad Ivrea e a Torino dalla Biturgia Travel di Sansepolcro, viaggio programmato per l'11 Maggio 2019.

Grazie alla collaborazione di Biturgia Travel, Ligi srl, S.I.CART SpA, ACLI "Adriano Olivetti" di Sansepolcro e Unicoop Firenze, sarà donato un calendario a tutte le classi di ogni ordine e grado delle scuole di Sansepolcro, che potrà così diventare un utile strumento didattico.

Il calendario è disponibile presso l'Associazione Cultura della Pace, la Libreria del Frattempo, la Cartolibreria "La Colonna" di Francesca Valentini (Piazza Torre di Berta) e la Cartolibreria "Marisella Chieli". Tutto il ricavato delle offerte sarà destinato alla Cooperativa Valle del Marro - Libera Terra che si occupa di contrasto al caporalato in terreni confiscati alla mafia.


A Sansepolcro, Cecilia Sarti Strada

pubblicato 8 nov 2018, 08:02 da Cultura della Pace

Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" XIV Edizione a Cecilia Sarti Strada 
Sabato 17 Novembre 2018 alle ore 16 presso l'Auditorium di Santa Chiara la cerimonia in un Consiglio Comunale Straordinario. Premiata con il Premio Nazionale "Nonviolenza" la Prof. ssa Bravo della Fondazione Langer. Tante associazioni coinvolte: Associazione Il Lauro, Musici dei Balestrieri, Cantori del Borgo, Sbandieratori, Teatro Popolare di Sansepolcro, Società Filarmonica dei Perseveranti e Associazione Rinascimento nel Borgo ai quali va il ringraziamento per la gentile collaborazione



L’Associazione Cultura della Pace e il Comune di SansepolcroCittà della Cultura della Pace, informano con grande soddisfazione  che il Comitato Tecnico del Premio Nazionale “Cultura della Pace-Città di Sansepolcro”, con votazione all’unanimità, ha deciso di conferire tale onorificenza, a Cecilia Sarti Strada, attivista, già presidente di Emergency, filantropa e scrittrice.

Il premio, che ogni due anni viene destinato a personaggi che si sono distinti per aver contribuito a costruire una cultura di pace e nonviolenta è stato assegnato a Cecilia Sarti Strada per le molteplici attività svolte, per la sua opera sociale all’interno di un’associazione, così come per il lavoro di informazione, controinformazione e testimonianza riguardo i teatri di guerra e le possibili soluzioni da adottare. Tutto ciò ha permesso e permette a molti di conoscere realtà complesse, di aprire orizzonti diversi e di creare spazi di impegno decisivi per il progresso della società.

Quanto svolge e ha svolto Cecilia Sarti Strada, sia all’interno di un’associazione sia in quanto privato cittadino, sollecita ogni persona a sentirsi impegnato e protagonista nella costruzione di una società più equa, solidale e pacifica, contribuendo alla salvaguardia della dignità di ogni persona, appartenente a qualsiasi etnia o religione, evitando la tentazione di delega a organi o associazioni, ma al contrario, sentendosi chiamato in causa ogni qualvolta un’ingiustizia arrechi danno ad un altro componente la società.

Nella stessa occasione sarà conferito il Premio Nazionale “Nonviolenza” alla Prof. ssa Anna Bravo, docente dell’Università di Torino, componente del Comitato Scientifico della Fondazione Alex Langer, dell'Istituto per la storia della Resistenza "Giorgio Agosti" per i suoi studi sulle donne, sull’impegno sociale da loro profuso, sulla resistenza armata e su quella nonviolenta, che hanno contribuito alla comprensione, progettazione, costruzione ed edificazione di una società solidale, nonviolenta e pacifica.

  

 BIOGRAFIA

 CECILIA SARTI STRADA

Premio Nazionale “Cultura della Pace-Città di Sansepolcro” XIV Edizione


Cecilia Sarti Strada, nata nel 1979, è una filantropa, attivista e scrittrice italiana, già presidente di Emergency.

Figlia di Teresa Sarti Strada e di Gino Strada, Cecilia Sarti Strada si è laureata in sociologia e a 30 anni, dal 2009 al 2017, è stata Presidente dell'Organizzazione non governativa Emergency.

Impegnata a livello internazionale, ha seguito le attività dei vari ospedali dell'organizzazione e ha curato i rapporti a livello locale, oltre a testimoniare come giornalista e sui media la sua esperienza.

Sostiene la necessità di una   modifica   dei   rapporti   internazionali   e   il   bisogno   di   legare   la   rete   dei rapporti commerciali col rispetto dei diritti umani.

Ha scritto i libri “Sulla nostra pelle. Le missioni di pace uccidono. Anche quelle italiane” e “La guerra tra noi”.

ANNA BRAVO

Premio Nazionale “Nonviolenza” Ed. 2018

Anna Bravo, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall’Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Società italiana delle storiche e dei comitati scientifici dell’Istituto storico della Resistenza in Piemonte, del Comitato Scientifico della Fondazione Alexander Langer, dell'Istituto per la storia della Resistenza "Giorgio Agosti" e di altre istituzioni culturali. Opere: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall’Italia, Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell’Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003, Storie del sessantotto (Laterza 2008), che non rappresenta una storia tradizionale della stagione dei movimenti, ma spazia intorno a questioni filosofiche, ideologiche e culturali che hanno attraversato gli anni sessanta e settanta, e che presenta una delle più azzeccate analisi sull'argomento nella celebrazione del suo anniversario e ancora La conta dei salvati. Dalla Grande guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, 2013.

Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" e Premio Nazionale "Nonviolenza"

pubblicato 23 ott 2018, 10:18 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 23 ott 2018, 10:36 ]

Le premiate
Ecco un breve profilo di Cecilia Sarti Strada e Anna Bravo, le due donne che hanno vinto il Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" XIV Edizione e il Premio Nazionale "Nonviolenza" Ed. 2018. I premi saranno consegnati a Sansepolcro il 17 Novembre 2018



Cecilia Sarti Strada, Premio Nazionale “Cultura della Pace-Città di Sansepolcro” XIV Edizione, nata nel 1979, è una filantropa, attivista e scrittrice italiana, già presidente di Emergency.

Figlia di Teresa Sarti Strada e di Gino Strada, Cecilia Sarti Strada si è laureata in sociologia e a 30 anni, dal 2009 al 2017, è stata Presidente dell'Organizzazione non governativa Emergency.Impegnata a livello internazionale, ha seguito le attività dei vari ospedali dell'organizzazione e ha curato i rapporti a livello locale, oltre a testimoniare come giornalista e sui media la sua esperienza.

Sostiene la necessità di una modifica dei rapporti internazionali e il bisogno di legare la rete dei rapporti commerciali col rispetto dei diritti umani. Ha scritto i libri “Sulla nostra pelle. Le missioni di pace uccidono. Anche quelle italiane” e “La guerra tra noi”.



Anna Bravo, Premio Nazionale "Nonviolenza" Ed. 2018, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall’Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Società italiana delle storiche e dei comitati scientifici dell’Istituto storico della Resistenza in Piemonte, del Comitato Scientifico della Fondazione Alexander Langer, dell'Istituto per la storia della Resistenza "Giorgio Agosti" e di altre istituzioni culturali. Opere: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall’Italia, Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell’Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003, Storie del sessantotto (Laterza 2008), che non rappresenta una storia tradizionale della stagione dei movimenti, ma spazia intorno a questioni filosofiche, ideologiche e culturali che hanno attraversato gli anni sessanta e settanta, e che presenta una delle più azzeccate analisi sull'argomento nella celebrazione del suo anniversario e ancora La conta dei salvati. Dalla Grande guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, 2013.

Yemen e guerra sporca

pubblicato 18 ott 2018, 09:41 da Cultura della Pace

Yemen: la coscienza sporca dell'Occidente

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Bruno Cantamessa tratto da 

www.cittanuova.it ci racconta quanto l'Italia e l'Occidente si siano mossi per la guerra 

nello Yemen


La guerra, fatta anche con le bombe italiane, sta distruggendo lo Yemen (Ansa)

Secondo il quotidiano arabo online al-Khaleej, l’erede al trono saudita Mohamed bin Salmanavrebbe detto recentemente a una riunione di comandanti militari della coalizione anti-ribelli yemeniti (Arabia ed Emirati): «Non preoccupatevi delle critiche internazionali. Vogliamo lasciare un grande impatto sulla coscienza delle generazioni yemenite. Vogliamo che i loro figli, le donne e persino i loro uomini tremino ogni volta che viene menzionato il nome dell’Arabia Saudita». Se anche non avesse detto queste precise parole, i fatti le confermano. È evidente l’accanimento con cui in Yemen vengono colpiti, oltre agli obiettivi militari, anche scuole e ospedali, perfino funerali e scuolabus. Anche i ribelli houthy non sono da meno, hanno solo meno armi.

In tre anni sono morte oltre 15 mila persone e sono 18 milioni (su 29) gli yemeniti a cui mancano cibo, medicine e acqua potabile. Una terribile (e prevedibile) epidemia di colera, ha già provocato migliaia di morti: secondo Save the Children, i casi sono aumentati del 170% negli ultimi tre mesi nella regione di Hodeidah, dove da giugno si combatte una feroce battaglia per il controllo dell’unico porto in mano ai ribelli. Il 30% dei casi di colera riguarda bambini sotto i cinque anni. Si fa l’ipotesi che i bambini-soldato siano circa 6 mila, arruolati in entrambi gli schieramenti.

I sauditi (fra i primi importatori al mondo di armi) sono supportati militarmente da Usa e Regno Unito: gli Usa hanno in corso un contratto di epoca Obama per una fornitura di armi da 110 miliardi di dollari, Trump punta a raggiungere i 350 miliardi in 10 anni. Armi, mezzi militari, bombe e missili arrivano abbondanti in Arabia Saudita anche da Canada, Francia, Spagna e Italia. Ma nessun governo di questi Paesi ammette responsabilità nello sterminio in atto nello Yemen. Il caso spagnolo è emblematico: il ministro della Difesa, la socialista Margarita Robles, era seriamente intenzionata a sospendere un contratto stipulato dal governo Rajoy per la fornitura ai sauditi di 400 bombe laser ad alta precisione. Ma il governo saudita ha fatto sapere che se non riceverà le bombe sospenderà l’altro contratto, quello per la fornitura di cinque corvette militari (1.813 milioni di euro). A quel punto, i cantieri Navantia di Cadice sono entrati in sciopero: la costruzione delle corvette avrebbe assicurato il lavoro a 6 mila persone per qualche anno. La ministra ha dovuto fare retromarcia sulle bombe laser.

Il tema dei posti di lavoro è il refrain che collega e giustifica spesso il commercio di armi. Così anche per lo stabilimento sardo Rwm Italia: i 270 dipendenti di Domusnovas senza la commessa di bombe aeree resterebbero senza lavoro. Con un fatturato italiano di armi di 10,3 miliardi di euro nel 2017, naturalmente le esportazioni italiane ai sauditi rappresentano solo una parte del business, comunque stiamo parlando di 52 milioni di euro nel 2017 e 427 milioni nel 2016, di cui 411 solo per le bombe della Rwm Italia (fonte governativa: Uama). L’ex ministra Pinotti (Pd) obiettava che queste armi non le vendeva il governo italiano, ma erano solo assemblate in Italia da un’azienda statunitense controllata da un marchio tedesco. L’attuale ministra della Difesa, Elisabetta Trenta (M5s), ha appurato che le bombe per i sauditi non sono di sua competenza, ma del ministero degli Esteri, quindi dirà, chiederà, vedrà… Dal punto di vista della popolazione yemenita, i chiarimenti non cambiano granché la situazione, ma gli italiani possono stare tranquilli: è tutto legale.

Analoghi atteggiamenti in altri Paesi. Alcuni esempi: la ministra canadese Chrystia Freelandafferma non ci sono prove che i 900 veicoli corazzati venduti in passato ai sauditi siano stati utilizzati per violare diritti umani; la Francia (che ai tempi di Hollande ha fornito all’Arabia armi per 455 milioni di euro) è più sfacciata: con Macron è diventata ormai il secondo esportatore al mondo di armi, e fra i suoi clienti più affezionati c’è naturalmente anche l’Arabia; gli inglesi, oltre a sponsorizzare esplicitamente la monarchia saudita, sono attualmente alle prese con una spinosa vicenda del passato: le forniture degli anni Ottanta di bombe a grappolo, messe al bando dall’Onu nel 2010. I sauditi le stanno attualmente usando contro la popolazione yemenita con effetti devastanti.

Che questo ed altri business di armi non abbiano alcuna ripercussione sul “disastro umanitario” in atto nello Yemen è una tesi molto difficile da sostenere.

Premio Nobel per la Pace 2018 al coraggio e alla dignità

pubblicato 11 ott 2018, 08:37 da Cultura della Pace

Il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato assegnato al ginecologo Denis Mukwege, che opera in RDC e a Nadia Murad, giovane donna yazida, per «i loro sforzi nel porre fine alla violenza sessuale come arma di guerre e di conflitto armato»

Sul sito www.vita.it la notizia della vittoria del Premio Nobel per la Pace a Nadia Murad e Denis Mukwege, da sempre in battaglia con coraggio e per la dignità

Il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato assegnato a Denis Mukwege e Nadia Murad, per «i loro sforzi nel porre fine alla violenza sessuale come arma di guerre e di conflitto armato». L’annuncio è stato dato pochi minuti fa Presented da Berit Reiss-Andersen, Chair del Norwegian Nobel Committee. Denis Mukwege è un ginecologo e – dice l’account ufficiale del Nobel – il suo motto è “justice is everyone’s business”. Entrambi i vincitori hanno dato un contributo cruciale, concentrando l'attenzione e la lotta contro tali crimini di guerra, afferma il comunicato. Denis Mukwege ha dedicato la sua vita a difendere queste vittime. Nadia Murad è la testimone che racconta gli abusi perpetrati contro se stessa e altri. Ognuno a modo suo ha contribuito a dare maggiore visibilità alla violenza sessuale in tempo di guerra, in modo che gli autori possano essere ritenuti responsabili delle loro azioni.

 

Denis Mukwege (@DenisMukwege) lavora nell’ospedale Panzi di Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo, fondato nel 2008 ed è presidente della Panzi Foundation e già vincitore del SakharovPrize nel 2014. Con il suo staff ha curato migliaia di pazienti vittime di tali abusi. La maggior parte degli abusi è stata commessa nel contesto di una lunga guerra civile che è costata la vita a più di sei milioni di congolesi. Secondo Mukwege uomini e donne, ufficiali e soldati tutte le autorità locali, nazionali e internazionali hanno responsabilità condivisa nel segnalare e combattere questo tipo di crimine di guerra. Ha ripetutamente condannato l'impunità per lo stupro di massa e ha criticato il governo congolese e di altri paesi per non aver fatto abbastanza per fermare l'uso della violenza sessuale contro le donne come strategia e arma di guerra.

 

Nadia Murad (@NadiaMuradBasee) è un membro della minoranza yazida del nord dell'Iraq, dove ha vissuto con la sua famiglia nel remoto villaggio di Kocho. Nell'agosto 2014 lo Stato islamico ha lanciato un attacco brutale ai villaggi del distretto di Sinjar, finalizzato a sterminare la popolazione yazida. Nel villaggio di Nadia Murad sono state massacrate diverse centinaia di persone. Le donne più giovani, comprese bambine minorenni, sono state rapite e detenute come schiave sessuali. Anche Nadia Murad fu fatta prigioniera e in quel periodo fu ripetutamente oggetto di stupro e di altri abusi da parte dell'esercito dell'Isis. Gli abusi facevano parte di una strategia e sono serviti come arma nella lotta contro yazidi e altre minoranza religiose. Dopo un incubo di tre mesi, Nadia Murad è riuscita a fuggire. Dopo la sua fuga, lei ha scelto di parlare apertamente di quello che aveva subito. Nel 2016, all'età di soli 23 anni, è stata nominata Goodwill Ambassador delle Nazioni Unite.

Libertà e informazione

pubblicato 11 ott 2018, 08:10 da Cultura della Pace

Salvate la giornalista Seda Taşkın: condannata a 7 anni e mezzo di carcere con prove confezionate ad hoc

Sul sito www.articolo21.org un articolo di Marco Cesario riguardante la giornalista arrestata in Turchia. Da salvaguardare la libertà di informazione

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Seda Taşkın è solo una delle tante giornaliste e giornalisti curdi, insieme a İdris Yılmaz, İdris Sayılgan e Şerife Oruç che marciscono da mesi in carcere senza prove concrete. L’obbiettivo del governo è chiaramente di impedire loro ti svolgere le proprie inchieste e pubblicare articoli invisi al governo turco soprattutto su un tema sensibile come il contesto curdo nel sud-est della Turchia. E’ la stessa sorte che è toccata anche ad altri loro colleghi come Nedim Türfent, Meltem Oktay, Zehra Doğan, condannati già a diversi anni di carcere dopo sentenza definitiva. Inviata a Muş, cittadina della Turchia orientale localizzata in una pianura circondata da alte montagne, Seda Taşkın, sul posto per effettuare inchieste per conto dell’agenzia di stampa Mezopotamya, è stata seguita ed infine arrestata dalla polizia antiterrorista. La prima stortura nell’affaire Seda è proprio l’arresto: la giornalista è stata arrestata nel dicembre 2017 mezz’ora prima che un pubblico ministero emettesse il mandato di arresto.
Alla prima udienza del tribunale, Taşın ha dovuto difendersi, come centinaia di altri giornalisti curdi e turchi prima di lei,  dall’accusa di “appartenenza e propaganda per contro di un’organizzazione terroristica”. Ma le prove contro la giornalista, ha ammonito il suo avvocato Gülan Çağın Kaleli , sono povere, inesistenti. Secondo Mapping Media Freedom, che ha seguito il caso, durante il processo è venuto fuori che le prove contro la giornalista sono state inviate via mail da un indirizzo con estensione “egm” che poi è quello del dipartimento di polizia. Molto probabile dunque che le informazioni contro Seda Taşkın siano state fabbricate ad hoc dalle stesse unità antiterrorismo che hanno provveduto ad arrestarla con una solerzia sospetta: ovvero dopo pochi minuti dall’invio di una e-mail e mezz’ora prima che un tribunale emettesse un mandato di arresto. L’avvocato che difende la giornalista ha chiesto che la fonte di posta elettronica fosse identificata attraverso l’indirizzo IP, ma il tribunale  ha inspiegabilmente respinto la richiesta.
“E’ una messa in scena, la polizia ha creato le prove, lo stato l’ha arrestata”, ha chiosato amaro Hakkı Boltan, co-presidente della Free Journalists Initiative (ÖGİ), associazione di giornalisti con sede a Diyarbakır che controlla le violazioni della libertà di stampa e assiste i giornalisti imbrigliati in processi nelle province curde. Al momento del suo arresto Seda Taşkın stava lavorando al caso di una una donna di 78 anni arrestata nel giugno 2016 nel distretto di Varto a Muş con l’accusa di terrorismo e condannata a quattro anni e due mesi di prigione. Reportage come quelli di Seda, ha ricordato Boltan, sono considerati una minaccia per lo stato, in quanto rivelano aperte violazioni e abusi da parte della polizia. Dalla prigione femminile di Sincan, dove è rinchiusa, Seda ha raccontato di essere stata perquisita nuda e picchiata al momento del suo arresto. Il paradosso è che le prove contro la giornalista si limitano ai retweet e alla condivisione su Facebook di articoli di stampa. Non c’è nemmeno un singolo articolo scritto da Taşkın nel fascicolo contro di lei. Già da oltre dieci mesi in prigione senza uno straccio di prova, ora un tribunale l’ha condannata a 7 anni e 6 mesi di reclusione per “propaganda terroristica”. Per lei e per i centinaia di giornalisti dietro le sbarre in Turchia sarebbe necessaria una mobilitazione a livello europeo. Ma il peso economico della Turchia in Europa è cosi forte che a livello politico niente accadrà ed il governo turco potrà dunque continuare indisturbato la sua opera di epurazione della stampa libera.

Terra limitata

pubblicato 11 ott 2018, 08:01 da Cultura della Pace

“Ci stiamo mangiando la Terra?” 

Sul sito www.serenoregis.org l'intervista di Stefano di Lullo a Giorgio Cingolani tratta da "La voce e il tempo". Preziosa riflessione da fare 

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Parla Giorgio Cingolani, economista agrario, ospite al Sermig in occasione della Giornata del creato e di Terra Madre: “la responsabilità della cattiva gestione delle risorse naturali è dei grandi gruppi finanziari e dei governi dei Paesi più ricchi”.

Giorgio Cingolani, economista agrario, socio del Centro Studi Sereno Regis di Torino, che da diversi anni ha avviato e gestisce nel maceratese un’azienda di agricoltura biologica, è intervenuto sabato 22 settembre all’Arsenale della Pace del Sermig all’incontro «Ci stiamo mangiando la Terra?», organizzato, in occasione della Giornata del creato indetta dalle Chiese cristiane d’Europa e della manifestazione Terra Madre, dall’associazione «Triciclo» e da una rete di soggetti delle comunità ecumeniche torinesi. Abbiamo dialogato con il produttore agricolo biologico a partire dal tema dell’incontro.


Non è tutta l’umanità che «si sta mangiando la Terra»: la responsabilità sulla cattiva gestione delle risorse naturali è di una parte molto limitata della popolazione mondiale. Si tratta dei grandi gruppi finanziari e dei governi dei Paesi più ricchi che con le loro decisioni creano ogni giorno le condizioni per cui gli equilibri ecologici vengono sconvolti. Queste scelte inevitabilmente hanno fatto sì che non ci siano sufficienti risorse per alimentare tutta la popolazione mondiale e le generazioni che verranno. Fra le cause del riscaldamento globale e dei conseguenti disastri ecologici non viene mai conteggiata l’industria militare. Per limitare l’aumento del riscaldamento della temperatura media globale sarebbe sufficiente che cessassero tutte le guerre. Anche il problema del consumo di suolo è strettamente legato ai conflitti armati: negli ultimi anni è stato distrutto gran parte del suolo della Siria e dello Yemen, dove ha avuto origine l’agricoltura.

Papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’ sprona l’economia globale ad una rinnovata e sana relazione tra l’umanità e il creato, essenziale per conferire un futuro alle nuove generazioni del pianeta. Alla luce della sua esperienza «ci stiamo mangiando la Terra»? Quali i paradigmi l’uomo deve mutare per costruire un’agricoltura sostenibile che salvaguardi il consumo del suolo?

Spesso il cambiamento degli stili di vita individuali viene indicato come misura correttiva, ma è solo un alibi per non denunciare le cause reali. Dalla Seconda guerra mondiale siamo infatti entrati nell’«antropocene», l’epoca geologica in cui vengono attribuite all’essere umano e alla sua attività le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche rispetto agli equilibri generali del pianeta consolidati nei millenni. Spesso si parla di innovazioni tecnologiche capaci di invertire le tendenze che portano al disastro, ma non ci si rende conto che siamo di fronte a un problema o a un insieme di problemi per i quali ogni soluzione ha sostanziali controindicazioni.

Che fare, dunque?

La prima e fondamentale condizione per invertire le tendenze in atto è la consapevolezza dei fenomeni basata su una corretta informazione, da cui possono discendere azioni e comportamenti individuali ma soprattutto collettivi che possono mitigare i danni. Sono poi essenziali scelte politiche che tengano conto di una visione complessiva della realtà. È contradditorio da una parte attuare politiche per sensibilizzare la popolazione sulla necessità di diminuire il consumo di energia fossile e, dall’altra, per esempio nella costruzione delle infrastrutture, dei sistemi stradali e ferroviari, non tenere conto dell’impatto ambientale in quanto prevalgono le logiche finanziarie..

Per cambiare il paradigma dell’agricoltura industriale verso modelli più sostenibili ed ecologici negli ultimi anni si è parlato spesso di «agroecologia». Come si può declinare concretamente questo concetto nell’economia reale?

Si tratta della buona notizia su questo tema, anche se, come accennavo, non è la soluzione al problema generale. L’agroecologia è una scienza empirica che, a partire da studi approfonditi sulle tecniche alla base dell’agricoltura tradizionale, ha dimostrato che è possibile mantenere fertilità senza ricorrere agli input chimici che si basano sull’energia fossile. L’agroecologia è, quindi, in grado di mantenere la fertilità del suolo e offrire prodotti alimentari. Tra i piccoli produttori biologici che utilizzano questa tecnica, come il sottoscritto, gioca un ruolo essenziale, inoltre, la sinergia fra le altre piccole aziende del territorio: una rete che contribuisce a tutelare l’ambiente a beneficio del bene collettivo.

Cinquant’anni fa iniziavano a diffondersi i termini «commercio equo» ed «economia solidale». Oggi sembra siano entrati nel lessico comune, in particolare tra i millenials; il commercio equo e solidale può influenzare l’economia reale o la strada per cambiare la mentalità comune è ancora lunga?

Il commercio equo e solidale è un importante strumento se contribuisce ad aumentare la consapevolezza dei consumatori sul mondo in cui viviamo, non deve essere però scambiato come un’azione semplicemente commerciale o al limite caritativa. Cosi pure tutte le espressioni di economia solidale, come i Gruppi di acquisto solidale (Gas), sono iniziative che facilitano la crescita della consapevolezza, ma costituiscono sul territorio anche un prezioso strumento di socialità fra le famiglie.

Infine il tema dei cambiamenti climatici: come interessa i piccoli produttori?

I piccoli produttori sono le vere vittime del cambiamento climatico, in particolare nel Sud del mondo. Su questo punto porto la mia esperienza personale di piccolo produttore agricolo: quest’anno ho prodotto un terzo dei ceci rispetto all’anno precedente a causa di una pioggia torrenziale che ha distrutto due terzi delle piante giovani di ceci che avevo seminato. In Italia sono numerosi i piccoli produttori agricoli che si trovano in questa situazione: adottando tecniche agroecologiche limitano i danni all’ambiente a beneficio della collettività, ma sono poi i primi a pagare le conseguenze dei problemi ambientali causati dall’agricoltura industriale.

Politica armata

pubblicato 4 ott 2018, 07:51 da Cultura della Pace

Il potere politico delle armi 

L’arte della guerra. Si discute della finanziaria in deficit, ma si tace sul fatto che l’Italia spende ogni anno miliardi a scopo militare
Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Manlio Dinucci sulle scelte di politica militare

Così la politica Ue sulle armi ha aperto la porta agli attentati e dato gli strumenti ai terroristi

Mercati e Unione europea in allarme, opposizione all’attacco, richiamo del presidente della Repubblica alla Costituzione, perché l’annunciata manovra finanziaria del governo comporterebbe un deficit di circa 27 miliardi di euro. Silenzio assoluto invece, sia nel governo che nell’opposizione, sul fatto che l’Italia spende in un anno una somma analoga a scopo militare. Quella del 2018 è di circa 25 miliardi di euro, cui si aggiungono altre voci di carattere miitare portandola a oltre 27 miliardi. Sono oltre 70 milioni di euro al giorno, in aumento poiché l’Italia si è impegnata nella Nato a portarli a circa 100 milioni al giorno.

Perché nessuno mette in discussione il crescente esborso di denaro pubblico per armi, forze armate e interventi militari? Perché vorrebbe dire mettersi contro gli Stati uniti, l’«alleato privilegiato» (ossia dominante), che ci richiede un continuo aumento della spesa militare.

Quella statunitense per l’anno fiscale 2019 (iniziato il 1° ottobre 2018) supera i 700 miliardi di dollari, cui si aggiungono altre voci di carattere militare, compresi quasi 200 miliardi per i militari a riposo. La spesa militare complessiva degli Stati uniti sale così a oltre 1.000 miliardi di dollari annui, ossia a un quarto della spesa federale. Un crescente investimento nella guerra, che permette agli Stati uniti (secondo la motivazione ufficiale del Pentagono) di «rimanere la preminente potenza militare nel mondo, assicurare che i rapporti di potenza restino a nostro favore e far avanzare un ordine internazionale che favorisca al massimo la nostra prosperità».

La spesa militare provocherà però nel budget federale, nell’anno fiscale 2019, un deficit di quasi 1.000 miliardi. Questo farà aumentare ulteriormente il debito del governo federale Usa, salito a circa 21.500 miliardi di dollari. Esso viene scaricato all’interno con tagli alle spese sociali e, all’estero, stampando dollari, usati quale principale moneta delle riserve valutarie mondiali e delle quotazioni delle materie prime.

C’è però chi guadagna dalla crescente spesa militare. Sono i colossi dell’industria bellica. Tra le dieci maggiori produttrici mondiali di armamenti, sei sono statunitensi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon Company, Northrop Grumman, General Dynamics, L3 Technologies. Seguono la britannica Bae Systems, la franco-olandese Airbus, l’italiana Leonardo (già Finmeccanica) salita al nono posto, e la francese Thales.

Non sono solo gigantesche aziende produttrici di armamenti. Esse formano il complesso militare-industriale, strettamente integrato con istituzioni e partiti, in un esteso e profondo intreccio di interessi. Ciò crea un vero e proprio establishment delle armi, i cui profitti e poteri aumentano nella misura in cui aumentano tensioni e guerre.

La Leonardo, che ricava l’85% del suo fatturato dalla vendita di armi, è integrata nel complesso militare-industriale statunitense: fornisce prodotti e servizi non solo alle Forze armate e alle aziende del Pentagono, ma anche alle agenzie d’intelligence, mentre in Italia gestisce l’impianto di Cameri dei caccia F-35 della Lockheed Martin. In settembre la Leonardo è stata scelta dal Pentagono, con la Boeing prima contrattista, per fornire alla Us Air Force l’elicottero da attacco Aw139. In agosto, Fincantieri (controllata dalla società finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha consegnato alla Us Navy, con la Lockheed Martin, altre due navi da combattimento litorale.

Tutto questo va tenuto presente quando ci si chiede perché, negli organi parlamentari e istituzionali italiani, c’è uno schiacciante consenso multipartisan a non tagliare ma ad aumentare la spesa militare.

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