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Spese militari da considerare

pubblicato 15 apr 2021, 08:30 da Cultura della Pace

Veterani per la Pace: Catastrofe Climatica e Spese Militari

Sul sito www.paxchristi.it la lettera dei Veterani per la pace a John Kerry
Caro Onorevole John Kerry:

A nome dei Veterans For Peace e di altri sostenitori dell’impegno per la pace e contro le mutazioni climatiche, ci congratuliamo con lei per la sua nomina ad inviato speciale del Presidente per le questioni legate al clima, la ringraziamo per aver recuperato la nostra partecipazione all’accordo di Parigi e le porgiamo un sentito plauso per sforzi tesi ad indirizzare l’amministrazione Biden verso una rivoluzione ecologica delle fonti energetiche. Adesso e giunto il momento di mettere l’analisi del militarismo al centro della discussione sul clima. Intanto siamo lieti che l’amministrazione Biden / Harris abbia creato questa il ruolo che lei ricopre come riflesso della gravità della crisi climatica, e siamo lieti che la persona che ricopre quella posizione sia lei. Sono trascorsi ormai quasi 50 anni da quando, come veterano contro la guerra, lei ha pronunciato al Congresso una lunga, articolata, sconvolgente critica contro la guerra in Vietnan. Alcuni di noi in quel momento erano già veterani o soldati contro la guerra e lei ha saputo dire al potere la verità anche per noi. Da allora lei ha ricoperto molte posizioni di potere, oggi, nel ruolo che occupa, le chiediamo di richiamare il coraggio e la chiarezza che nell’Aprile del 1971 caratterizzarono quel suo clamoroso intervento al Congresso sulla guerra e sul militarismo. Allora lei seppe porre la seguente la domanda: “Come facciamo a chiedere a un uomo di essere l’ultimo uomo a morire per un errore? Ora la domanda che dobbiamo farci è: “Come facciamo a chiedere milioni di persone di morire a causa della catastrofe climatica alimentata da infinite guerre e dal militarismo imperante?

Per contrastare la catastrofe climatica, presentiamo le seguenti richieste:

  1. Aggiornare tutti i dati relativi alle emissioni dei gas serra (GHG) inserendo i valori provenienti dalle industrie militari. Nel corso dei negoziati per il Protocollo di Kyoto del 1997 gli Stati Uniti ebbero vergognosamente a richiedere che quelle emissioni venissero escluse dal conteggio totale dei gas serra ed infine non firmarono il Protocollo
  2. di utilizzare la piattaforma pubblica di comunicazione a sua disposizione per stigmatizzare il ruolo che il militarismo degli Stati Uniti e che il Pentagono svolgono costantemente nell’esacerbare la crisi climatica e spingere piuttosto per ridurre notevolmente il numero dei militari nel mondo, per portare a casa i nostri soldati, per porre fine alla guerra dei droni, per chiudere centinaia di basi americane oltreoceano, per fermare le guerre infinite, per rifiutare la modernizzazione nucleare e togliere fondi al sostegno della Forza Spaziale degli Stati Uniti,  per porre fine allo spreco di risorse materiali, umane e finanziare e ridurre al minimo l’impronta di carbonio del Pentagono.
  3. di promuovere accordi bilaterali tra Stati Uniti e Russia e tra Stati Uniti e Cina per vietare alle istituzioni finanziarie di sostenere futuri investimenti nello sfruttamento dei combustibili fossili, per fare cessare le esercitazioni militari nei mari della Cina del Sud, per tenere l’Artico al sicuro da esplorazioni estrattive e dal sistema delle armi, per promuovere incontri vis a vis tra le delegazioni che si occupano della difesa del clima in modo da condividere conoscenze, costruire amicizie e intraprendere progetti per promuovere la biodiversità e le energie rinnovabili.
  4. di utilizzare la piattaforma pubblica per sensibilizzare al fatto che gli Stati Uniti procedano a pagare la quota loro spettante nel Green Climate Fund.
  5. di sostenitore di una giusta transizione giusta in modo che i lavoratori che sono stati e saranno interessati dalla riconversione della produzione di combustibili fossili, e comunque tutti i lavoratori emarginati, possono non dover risentire economicamente di tale passaggio.
  6. di riconoscere che, oltre agli sforzi di molti eletti e di funzionari come lei, per potere finalmente avere ragione delle dinamiche che ci hanno condotto fino all’attuale disastro climatico sono altrettanto importanti gli sforzi d elle dei movimenti di base per la giustizia climatica. Così come lo stiamo chiedendo a voi, domandiamo quindi a questi gruppi alleati di impegnarsi contro la guerra e il militarismo, temi fino ad oggi poco inserite nelle battaglie legate al clima.

Questo nonostante:

a) che il Pentagono sia il più grande utilizzatore istituzionale al mondo di combustibili e quindi il maggiore emettitore di gas ad effetto serra (emissioni di gas a effetto serra).

b) l’ enorme impatto ambientale derivante dalla produzione, dalla spedizione e dall’uso di armi e attrezzature e degli intensi bombardamenti ancora in essere di infrastrutture e ambienti naturali di altri paesi.

c) I trilioni di dollari del nostro denaro che sono stati spesi per le guerre infinite che continuiamo ad intraprendere, le armi nucleari e per il mantenimento delle circa 800 basi d’oltremare degli Stati Uniti – nessuna delle quali è in grado di difenderci dai cambianti climatiche – soldi che invece dovrebbero essere reindirizzati verso i più bisognosi e per guarire il nostro pianeta.

d) La profonda complicità tra il complesso militare-industriale e le corporazioni che gestiscono le energie a base di combustibili fossili. I nostri militari concorrono alla tutela di tale legame che saccheggia il pianeta defraudandolo delle risorse naturali e dei frutti del lavoro umano.

Eppure, quando abbiamo ascoltato il suo discorso del 18 febbraio tenuto in occasione del gradito ritorno degli Stati Uniti all’interno dell’accordo di Parigi sul clima, non abbiamo potuto fare a meno di notare la mancanza di qualsiasi riferimento al ruolo centrale del militarismo rispetto alla crisi climatica mondiale.  Allo stesso modo, la commissione speciale della Camera sulla relazione sulla crisi climatica, “Risolvere la crisi climatica” https://climatecrisis.house.gov/report

Pur definendo i cambiamenti necessari per affrontare la crisi climatica rispetto a molti settori della nostra economia, essa definisce, nella sezione sulla Sicurezza Nazionale, solo il modo in cui la crisi climatica influenzerà l’assetto delle basi militari americane, ma nulla dice sul ruolo del militarismo nel contribuire a quella crisi.

Non possiamo permetterci di ignorare l’elefante nella stanza o di continuare a negare l’evidenza.

Mentre assistiamo a eventi meteorologici estremi, dalle inondazioni improvvise agli incendi fino all’abbassamento improvviso ed estremo delle temperature, non può non venirci in mente l’urgenza di ridurre le nostre emissioni di gas a effetto serra. Per garantire un futuro privo di carbonio in un mondo sostenibile, dobbiamo ridefinire la sicurezza globale come sicurezza climatica globale e riconoscere che la guerra e tutto quanto concerne la preparazione della guerra ci renderà solo meno sicuri. Altrimenti ci ritroveremo davanti ad un futuro distopico sempre più militarizzato e in cui i paesi industrializzati bloccheranno l’accoglienza dei rifugiati climatici provenienti dal Sud del Mondo e in cui le popolazioni indigene soffriranno in modo esagerato a causa della nostra dipendenza dai combustibili fossili e dal militarismo.

Riconosciamo che porre fine a questa minaccia per la nostra sopravvivenza prevede di trasformare il principio alla base dell’organizzazione della nostra società spostandolo dall’avidità alla sostenibilità, all’equità, dall’individualismo al valore della comunità fino ad una totale rigenerazione. Ciò richiederà la collaborazione di molti gruppi: tutte le comunità in prima linea, coloro che si impegnano contro il razzismo e per la giustizia, i giovani, i lavoratori, gli ambientalisti e i gruppi religiosi, insieme al ruolo cruciale che lei e gli altri funzionari interessati dovrete avere in tal senso.

Lavorare insieme per porre fine alla guerra e al militarismo deve essere una parte centrale di tale impegno.

Vorremmo programmare una mostra delle nostre slide sul tema “Rapporto tra il dramma dei cambiamenti climatici e il militarismo usa” e per tanto prevedere di rimanere in contatto con lei e lavorare insieme al meglio.

Grazie per il suo tempo, per le considerazioni che vorrà farci pervenire e per il suo ruolo di leadership in relazione al Clima.

Con sincerità, il gruppo di lavoro sulla crisi climatica e il militarismo, i veterani per la pace

https://www.veteransforpeace.org/our-work/working-groups/climate-crisis

(Per aderire a questa lettera scrivere a climate@veteransforpeace.org)

Una pedagogia smilitarizzata

pubblicato 15 apr 2021, 08:26 da Cultura della Pace

Maria Montessori e il pacifismo

Maria Montessori continuò, durante l’esilio imposto dal fascismo, nelle sue conferenze a esprimere messaggi di pace e lanciare moniti per la nonviolenza, mentre in tutta Europa e nel mondo divampavano l’odio, la violenza e la seconda guerra mondiale, provocati dai regimi nazifascisti. Sul sito www.peacelink.it un articolo di Laura Tussi sulla grande pedagogista ed educatrice Maria Montessori
maria montessori biografia

Negli ultimi decenni molte discipline, dalla fisica alla sociologia, della pedagogia alla storia e alla psicanalisi si sono occupate di temi legati alla cultura della pace.

Tuttavia l’indagine storiografica ha ignorato interi filoni del pensiero pacifista e personaggi che si sono impegnata a lungo in favore della pace.

L’impegno per la pace, così come altre tematiche maturate all’interno dell’esperienza emancipazionista assume quasi sempre una connotazione pedagogica legata all’elaborazione di modelli culturali alternativi a quelli tradizionali.

Il rapporto tra educazione e pace è oggetto di trattazioni più specifiche come le riflessioni di Maria Montessori, una delle figure più significative del movimento Pacifista e emancipazionista italiano, laureata in medicina nel 1896 e nota soprattutto per la sua attività teorica e pratica di pedagogista.

E è proprio in quest’ambito che Maria Montessori dedica un’attenzione costante al tema della pace come momento centrale della formazione culturale delle nuove generazioni.

Nel definire la guerra come una malattia della vita morale dell’uomo, Maria Montessori denuncia i pericoli impliciti in ogni nazionalismo e pensa alla formazione di un uomo nuovo che possa essere considerato cittadino di un’umanità senza confini e guerre e conflitti armati. Pur non entrando nel merito di una valutazione complessiva della sua opera educativa, che presenta aspetti di notevole complessità, è interessante osservare che proprio il suo interesse pacifista costituisce una delle cause principali della sua emarginazione durante gli anni del regime fascista.

I suoi ideali si scontrano in quel periodo con il modello educativo dominante, fondato su una concezione pedagogica autoritaria, nazionalistica, maschilista e misogina. Basti pensare all’indottrinamento dei disvalori fascisti della gioventù balilla.

Il contributo di Maria Montessori rappresenta un elemento di congiunzione, nella discontinuità degli eventi, tra l’esperienza emancipazionista di fine secolo e i primi decenni del Novecento, travagliati da due conflitti mondiali.

Sono gli anni in cui il tema della pace assume connotazioni umanamente e politicamente drammatiche.

Proprio in questo contesto, Maria Montessori ne sottolinea provocatoriamente la dimensione culturale più profonda, che va oltre l’emergenza politica e che si lega a una più ampia prospettiva ideale di superamento di ogni oppressione materiale morale.

Nello scritto La Pace e l’educazione, pubblicato a Ginevra nel 1932, essa afferma, anticipando elaborazioni presenti nel pacifismo attuale, che la pace non è solamente assenza di guerra, ma, al contrario, è l’avvio di una nuova concezione dello sviluppo umano e sociale. Per Pace si intende generalmente la fine della guerra.

Ma questo concetto, puramente negativo, non è quello della pace. La pace vera, al contrario, fa pensare al trionfo della giustizia e dell’amore fra gli uomini: rivela l’esistenza di un mondo migliore dove regna l’armonia.

L’impegno delle donne per la pace si ricollega a una loro significativa, sebbene conflittuale, partecipazione concreta alla vita politica. Questa esperienza è stata spesso trascurata dagli storici, quasi che temi importanti come quelli della pace e della guerra, partendo appunto dal mondo della politica, fossero privi di connotazioni sessiste e estranei alle donne, soggetti spesso confinati, fino a poco tempo fa, anche dalla storiografia, nella parte tematica del privato. Maria Montessori fu dapprima vezzeggiata dal regime fascista, per la diffusione del suo metodo pedagogico e degli istituti e nelle scuole a esso ispirati. In seguito, quando il fascismo si rese conto del portato rivoluzionario del pensiero montessoriano, fu costretta all’esilio e continuò nelle sue conferenze a esprimere messaggi di pace e lanciare moniti per la nonviolenza all’intera umanità martoriata e in conflitto, mentre in tutta Europa e nel mondo divampavano l’odio, la violenza e la seconda guerra mondiale, provocati dai regimi nazifascisti. 

Note: Bibliografia -

Laura Tussi, Educazione e pace, Mimesis 2012

Maria Montessori, La paix et l'éducation, Genève, Bureau International d'éducation, 1932

Quale carcere?

pubblicato 8 apr 2021, 08:20 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 9 apr 2021, 09:37 ]

Oltre il Virus. L'editoriale del nostro XVII rapporto sulle carceri italiane                                                                                     Sul sito www.antigone.it commento al rapporto sulle carceri italiane carcere

Questo XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni detentive arriva nel marzo 2021, all’alba della “terza ondata” di pandemia. L’Italia ha superato la tragica cifra di centomila morti per Covid 19. Il Paese spera in un’accelerazione della campagna vaccinale che possa finalmente condurlo “oltre” il virus. Anche le carceri italiane ed europee vogliono guardare “oltre”. É una simbolica coincidenza che questo Rapporto sia editato proprio nelle stesse ore in cui i vaccini varcano i cancelli delle prigioni e arrivino in quei luoghi fragili, di “umanità in eccesso”, di lavoratori e lavoratrici (poliziotti, educatori, direttori, operatori sanitari) che non si sono tirati indietro e hanno (fino ad ora) evitato che le carceri si trasformassero in lazzaretti manzoniani. Antigone, il suo Osservatorio, vogliono dunque guardare oltre e provare ragionare, con il loro consueto sguardo critico, su cosa abbia insegnato la pandemia al sistema penitenziario. Ogni capitolo di questo XVII Rapporto ha esattamente questo intento: raccontare e riflettere su un mondo trasformato. Un sistema in cui la tecnologia era un tabù pericoloso e oggi sembra strumento irrinunciabile per garantire i diritti. In cui la scuola e le attività lavorative si sono troppo spesso bloccate e faticheranno a riprendersi. In cui la medicina d’emergenza ha soppiantato ogni timido tentativo di intervento preventivo. Un sistema in cui, soprattutto, neanche la pandemia ha saputo azzerare il sovraffollamento. E anzi, dove i numeri, nell’ultimo trimestre (dicembre 2020 – marzo 2021) sono tornati a salire. Lenti ma inesorabili. Sul piano istituzionale, abbiamo assistito ad un cambio di governo e all’insediamento di Marta Cartabia come nuova ministra della Giustizia. Il mondo garantista guarda con grande speranza a questa nuova stagione. Proprio in questo Rapporto parliamo infatti di come non vadano sprecati i fondi del piano Next Generation EU.

Anche per quest'anno Antigone non rinuncia ad abbozzare alcune linee di intervento utili alla giustizia penale e penitenziaria. Nel XVII Rapporto ne elenchiamo quattro: 

  1. Nuovo Regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario – Il Regolamento penitenziario del 2000 va riscritto tenendo conto dei cambiamenti avvenuti nel mondo esterno, della riforma dell’ordinamento penitenziario entrata in vigore nell’ottobre 2018, degli insegnamenti appresi dalla crisi sanitaria, della necessità di rendere il carcere – come ci chiedono gli organismi internazionali sui diritti umani – un luogo responsabilizzante, dove la vita scorra nel modo più simile possibile a quella esterna in vista di un ritorno in società delle persone detenute.
  2. Più risorse per le misure alternative e per la giustizia di comunità – Nel 2021 il budget per il Dipartimento Giustizia minorile e di comunità, che ha in carico le misure alternative, è stato di 283,8 milioni. Al DAP sono stati assegnati 3,1 miliardi di euro. Usiamo il Recovery fund per invertire questo trend di spesa. Le misure alternative producono sicurezza. Investiamo in case di accoglienza per detenuti in misura alternativa, progetti educativi e sociali che riducano i rischi della devianza, trattamenti socio-terapeutici esterni per chi ha problemi di dipendenza, case famiglia per detenute madri, accordi con le centrali della cooperazione sociale, dell’artigianato e del mondo dell’industria per facilitare inserimenti lavorativi di persone in esecuzione penale.
  3. Più risorse per modernizzare e migliorare la vita interna – La pandemia ha dimostrato quanto sia essenziale uscire dall’analfabetismo informatico che ha investito le carceri negli anni scorsi. Vanno potenziate le dotazioni tecnologiche di ogni istituto, le infrastrutture per la didattica a distanza, le reti wifi e telefoniche. Bisogna inoltre investire negli spazi comuni delle carceri, nelle aule, nelle attrezzature sportive, nelle biblioteche, nei teatri, nelle officine. Le ristrutturazioni di alcuni istituti visitati dall’Osservatorio di Antigone sono necessità non rinviabili, così come il potenziamento delle strutture mediche e infermieristiche.
  4. Più risorse da investire nel capitale umano – Gli educatori presenti sono il 18% in meno di quelli previsti (733 invece di 896). Questo vuol dire 1 educatore ogni 73 detenuti. Il trattamento economico a loro riservato è  nettamente inferiore rispetto a quello degli agenti. I funzionari amministrativi sono il 21,6% in meno di quelli previsti. Ugualmente medici, infermieri, psicologi sono insufficienti, al pari degli assistenti sociali. Infine, sono numerosi i casi in cui un unico direttore è a capo di più di un istituto. Il Recovery Fund deve essere una grande occasione per far entrare le nuove generazioni nei lavori che hanno a che fare con il carcere, per adeguare le aspettative economiche del personale alla rilevanza dell’impegno professionale, per assicurare una piena e continua formazione a tutto lo staff penitenziario.

Questo Rapporto, la vita stessa dell’Osservatorio, soprattutto in un anno difficile come il 2020, dove molte visite in carcere sono state sostituite da un’osservazione “a distanza”, non  sarebbero stati possibili senza la straordinaria generosità delle Osservatrice e degli Osservatori. I loro sguardi non assuefatti e non rassegnati sono quelli di cui il nostro Paese ha bisogno per guardare “oltre”. Buona lettura.

LEGGI IL RAPPORTO COMPLETO

QUI TROVI LA CARTELLA STAMPA

Pasqua di Resurrezione 2021

pubblicato 1 apr 2021, 09:08 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 1 apr 2021, 09:09 ]

Gli auguri dell'Associazione Cultura della Pace 
per la Pasqua di Resurrezione 2021
Una resurrezione che parta dal basso, da lontano, dalle periferie della storia

sepolcro vuoto

Da una periferia onesta, pulita, nonviolenta 

avverrà la resurrezione del mondo”


Aldo Capitini 


Recovery militare

pubblicato 1 apr 2021, 09:01 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 1 apr 2021, 09:01 ]

Il Recovery Plan armato del governo Draghi: fondi UE all’industria militare

Decisione che la Rete italiana Pace e Disarmo ritiene inaccettabile: non solo contraddice le finalità del Piano europeo per la ripresa, ma accantonando le proposte delle organizzazioni della società civile (e del mondo del lavoro) considera il settore militare, già ampiamente finanziato, come fattore di ripresa per il Paese. Sul sito www.azionenonviolenta.it la presa di posizione della Rete Italiana Pace e Disarmo, Premio Nazionale "Nonviolenza" Ed. 2020

guerra su guerra

Sorpresa nell’uovo di Pasqua: una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo di greenwashing, di lavaggio verde, dell’industria delle armi che la Rete Italiana Pace e Disarmo stigmatizza e rigetta.

Ad aprire a questa possibilità è stato il Parlamento, a quanto risulta dalle Relazioni definite e votate in questi giorni dalle Commissioni competenti. Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in favore degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica, contribuendo al necessario sostegno dello strategico settore industriale e al mantenimento di adeguati livelli occupazionali nel comparto”.

Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”. Viene inoltre ipotizzata la realizzazione di cosiddetti “distretti militari intelligenti” per attrarre interessi e investimenti.

Diversamente dalle bozze implementate dal precedente Governo, in cui l’ambito militare veniva coinvolto nel PNRR solo per aspetti secondari come l’efficienza energetica degli immobili della Difesa e il rafforzamento della sanità militare, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) potrebbe quindi destinare all’acquisizione di nuove armi. i fondi europei per la rinascita dell’Italia dopo la pandemia. Un comparto che, è bene ricordarlo, già riceverà almeno il 18% (quasi 27 miliardi di euro) dei Fondi pluriennali di investimento attivi dal 2017 al 2034.

Le indicazioni inviate al Governo derivano da dibattiti nelle Commissioni Difesa della Camera e del Senato che hanno approvato all’unanimità i pareri consultivi relativi. Ciò evidenzia un sostegno trasversale all’ipotesi di destinare i fondi del PNRR anche al rafforzamento dello strumento militare. Addirittura alla Camera i Commissari hanno concentrato il loro dibattito sulla “opportunità” di accrescere ulteriormente i fondi a favore della spesa militare fornita dal Piano. Da notare come il rappresentante del Governo abbia sottolineato come i pareri votati “corrispondano alla visione organica del PNRR” dello stesso esecutivo Draghi, che dunque ritiene che la ripresa del nostro Paese  realizzare anche favorendo la corsa agli armamenti.

Anche se green le bombe sono sempre strumenti di morte, non portano sviluppo, non producono utili, non garantiscono futuro. La Rete italiana Pace e disarmo denuncia la manovra dell’industria bellica per mettere le mani sui una parte dei fondi europei destinati alla Next Generation.

Inascoltate le associazioni pacifiste, spazio solo ai produttori di armi.

Nel corso della discussione di queste settimane sono stati auditi rappresentanti dell’industria militare (AIAD, Anpam, Leonardo spa) mentre non sono state prese in considerazione le “12 Proposte di pace e disarmo per il PNRR” elaborate dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e inviate a tutte le Commissioni competenti. Per tale motivo chiediamo ora al Governo che le proposte della società civile fondate sulla costruzione della convivenza e della difesa civile nonviolenta (con un impegno esteso alla difesa dell’occupazione in un’economia disarmata e sostenibile) siano ascoltate, valutate e rese parte integrante del nuovo PNRR che l’esecutivo dovrà elaborare, spostando dunque i fondi dalla difesa militare.

La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico. 

Occorre quindi una nuova politica estera italiana ed europea che abbia come obiettivo la costruzione di una comunità globale con un futuro condiviso, riprendendo il progetto delle Nazioni Unite volto “a salvare le future generazioni dal flagello della guerra” e di collaborazione tra i popoli come elemento dominante delle relazioni internazionali.

La nonviolenza politica è lo strumento e il fine che bisogna assumere. Per questo è prioritario orientare il rilancio del nostro Paese ai principi ed ai valori della pace: il Piano deve essere l’occasione per investire fondi in processi di sviluppo civile e non sulle armi. “Non c’è un mondo di ieri a cui tornare, ma un mondo di domani da far nascere rapidamente”: così è scritto nell’introduzione al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La Rete Italiana Pace e Disarmo vuole davvero che Il mondo di domani, per garantire un futuro alle nuove generazioni, sia basato su uno sviluppo civile e non militare.

Il Mahatma Gandhi indicava l’unica strada possibile “o l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità”. Non possiamo tollerare che nemmeno un euro dei fondi destinati al futuro ecologico venga invece impiegato per mettere una maschera verde al volto di morte delle fabbriche d’armi. L’umanità ha bisogno di pace e di un futuro amico.

Iraq, nonviolenza in marcia

pubblicato 11 mar 2021, 10:21 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 11 mar 2021, 10:22 ]

Un viaggio profetico e politico.  La nonviolenza in azione

Sul sito www.mosaicodipace.it un articolo di Sergio Paronetto sullo storico viaggio di Papa Francesco

Continua la visita del Papa in Iraq, oggi a Najaf, Ur e Nassiriya
Salam salam salam. Con questa triplice invocazione si è concluso il viaggio in Iraq di papa Francesco che è stato tutto politico e tutto spirituale.Si è mosso sulla scia del Documento per la pace mondiale di Abu Dhabi (febbraio 2019) e dell’Enciclica Fratelli tutti (2020)Ha attraversato luoghi di grande distruzione e offerto immagini di mite potenza: il silenzio di Baghdad, il deserto di Ur, la piana di Ninive, l’incontro sobrio e intenso con Al Sistani a Najaf (città santa degli sciiti), l’abbraccio al papà di Alan Kurdi, la colomba sopra le macerie a Mosul, la festa di Erbil, i volti di Qaraqosh e di musulmani e cristiani che hanno restaurato insieme chiese e moschee “costruendo  amicizie fraterne sulle macerie dell’odio”, il richiamo alla tessitura di tappeti di fraternità, l’invito al perdono e alla lotta, il risveglio della capacità di sognare...

Come in altri viaggi di grande significato (Lampedusa e Lesbo, Sarajevo e Bangui, Hiroshima e Nagasaki, Ciudad Juarez e Bogotà, Abu Dhabi e Il Cairo, Gerusalemme e Amman), Francesco ha incarnato la nonviolenza attiva nella sua globalità, nelle sue molteplici interconnesse dimensioni. Ne ricordo schematicamente almeno 12. 

 Storica.  Sia perché è stata la prima volta di un papa in Iraq, sia per il ruolo propulsivo offerto per  nuove relazioni internazionali, sia perché si è rivelato un cammino alle sorgenti della spiritualità: “culla della civiltà strettamente legata, attraverso il Patriarca Abramo e numerosi profeti, alla storia della salvezza e alle grandi tradizioni religiose dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam”. Così  “la memoria del passato plasma il presente e ci porta verso il futuro”.  

Penitenziale. Come richiesta di perdonoVengo come penitente che chiede perdono al Cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà e vengo come pellegrino di pace, in nome di Cristo, Principe della Pace”. Come urgenza di conversione: “Gli abitanti di Ninive, nel racconto di Giona, ascoltarono la voce del tuo profeta e trovarono salvezza nella conversione. Anche noi, Signore, mentre ti affidiamo le tante vittime dell’odio dell’uomo contro l’uomo, invochiamo il tuo perdono e supplichiamo la grazia della conversione”. Come stile politico: “Sta a noi convertire gli strumenti di odio in strumenti di pace”

Esistenziale. Con la tristezza di vedere “i segni del potere distruttivo della violenza, dell’odio e della guerra” ma anche con il desiderio di ricostruire perché “il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola”. Per farlo, si può “peregrinare alla scoperta del volto dell’altro” e “condividere memorie, sguardi e silenzi, storie ed esperienze”.

Contemplativa. La preghiera dei figli di Abramo a Ur e quella per le vittime della guerra a Mosul “al di là dell’oceano della sofferenza e della morte, al di là delle tentazioni della violenza, dell’ingiustizia e dell’iniquo guadagno”, costituiscono l’intima sostanza del viaggio e un appello all’azione: Se  Dio è il Dio della vita, e lo è, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace,  e lo è, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore, e lo è, a noi non è lecito odiare i fratelli”.

Teologica. Francesco ha proposto il cammino di Abramo come esempio di fede obbediente a Dio “lasciando la sua famiglia, la sua tribù e la sua patria per andare verso una terra che non conosceva”; la testimonianza delle Beatitudini per “aiutare Dio a realizzare le sue promesse di pace”; il volto del Dio misericordioso, coscienti che “ l’offesa più blasfema è profanare il suo nome odiando il fratello”; l’umanità crocifissa e risorta nell’azione per la pace. “Con gli occhi della fede, riconosciamo la presenza del Signore crocifisso e risorto in mezzo a noi”

Ecclesiale. “Abbiamo bisogno di essere ripuliti dalle nostre ingannevoli sicurezze che mercanteggiano la fede in Dio con le convenienze del momento. Abbiamo bisogno che siano spazzate via dal nostro cuore e dalla Chiesa le nefaste suggestioni del potere e del denaro. Il Signore ci promette che, con la potenza della sua Risurrezione, può far risorgere noi e le nostre comunità dalle macerie causate dall’ingiustizia, dalla divisione e dall’odio”.

Poetica.  “Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle (cfr Gen 15,5). In quelle stelle vide la promessa della sua discendenza, vide noi…Esse illuminano le notti più scure perché brillano insieme. Il cielo ci dona così un messaggio di unità: l’Altissimo sopra di noi ci invita a non separarci mai dal fratello che sta accanto a noi. L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. Non stanchiamoci mai di guardare il cielo, di guardare le stelle”. 

Profetica. Francesco ricorda tre profeti. Isaia: “l’antica profezia che i popoli ‘spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci’ (Is, 2,4) è una profezia non realizzata perché spade e lance sono diventate missili e bombe”. Gioele: “I tuoi figli e le tue figlie profetizzeranno, i tuoi vecchi sogneranno e i tuoi giovani avranno visioni (Gl 3,1)”. Giona la cui  profezia, come detto, risuonò a Ninive, e impedì la distruzione e portò una speranza nuova.

Politica.  A partire dal disarmo. “Sta a noi esortare con forza i responsabili delle nazioni perché la crescente proliferazione delle armi ceda il passo alla distribuzione di cibo per tutti. Sta a noi mettere a tacere le accuse reciproche per dare voce al grido degli oppressi e degli scartati sul pianeta: troppi sono privi di pane, medicine, istruzione, diritti e dignità! Sta a noi mettere in luce le losche manovre che ruotano attorno ai soldi e chiedere con forza che il denaro non finisca sempre e solo ad alimentare l’agio sfrenato di pochi”. “Tacciano le armi! Se ne limiti la diffusione, qui e ovunque! Cessino gli interessi di parte, quegli interessi esterni che si disinteressano della popolazione locale. Si dia voce ai costruttori, agli artigiani della pace!”. “Non ci sarà pace senza condivisione e accoglienza, senza una giustizia che assicuri equità e promozione per tutti, a cominciare dai più deboli. Non ci sarà pace finché le alleanze saranno contro qualcuno, perché le alleanze degli uni contro gli altri aumentano solo le divisioni”.

Civile. Cioè convivialeAbbiamo bisogno gli uni degli altri”. Possiamo convivere “solo se riusciamo a guardarci tra noi, con le nostre differenze, come membri della stessa famiglia umana. Oggi l’Iraq è chiamato a mostrare a tutti, specialmente in Medio Oriente, che le differenze, anziché dar luogo a conflitti, devono cooperare in armonia nella vita civile”.  “Si dia spazio a tutti i cittadini che vogliono costruire insieme questo Paese, nel dialogo, nel confronto franco e sincero, costruttivo; a chi si impegna per la riconciliazione e, per il bene comune, è disposto a mettere da parte i propri interessi”. Soprattutto alle donne “che continuano a donare la vita nonostante i soprusi  e le ferite”.

Ecologica. “Aiutaci ad avere cura del pianeta, casa comune che, nella tua bontà e generosità, hai dato a tutti noi”. “Sta a noi custodire la casa comune dai nostri intenti predatori”. La crisi del Covid-19 chiede “un’equa distribuzione dei vaccini per tutti. Ma non basta: questa crisi è soprattutto un appello a ripensare i nostri stili di vita, il senso della nostra esistenza (Fratelli tutti, 33)”.

Educativa.  “Il cammino di pace può cominciare dalla rinuncia di avere nemici. Chi ha il coraggio di guardare le stelle, chi crede in Dio, non ha nemici da combattere”. Occorre   attivare “la capacità di perdonare e il coraggio di lottare”. Occorre risvegliare i sogni: “Non smettete di sognare! Non arrendetevi, non perdete la speranza! Dal Cielo i santi vegliano su di noi. E ci sono anche “i santi della porta accanto” che, vivendo in mezzo a noi, riflettono la presenza di Dio (Gaudete et exultate 7). Questa terra ne ha molti, è una terra di tanti uomini e donne santi. Lasciate che vi accompagnino verso un futuro migliore, un futuro di speranza”.

La pace, cuore del nuovo umanesimo

Con la sua azione il papa svolge da tempo un rilevante ruolo politico internazionale e un ruolo spirituale mondiale. La sua autorità è credibile e amabile (molto scomoda per i potenti). Due osservazioni finali.  La prima. L’informazione sul viaggio è stata ricca di particolari ma, tranne le eccezioni di “Avvenire” e de “il manifesto”, non ha ricordato le responsabilità “occidentali” sia per l’invasione dell’Iraq nel 2003, che ha scatenato i demoni del terrorismo, sia per il sostegno al terrorismo da parte di potenze e persone, verbalmente contrarie ad esso ma nei fatti complici, tramite l’Arabia saudita, il Qatar, la Turchia e altri, della violenza. Francesco può risvegliare, in chi abbia ancora un briciolo di decenza, la memoria perduta e la vergogna di guerre basate su menzogne, come quella delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, la madre di tutte le fake news inventata da Bush e Blair.  Grande è stata ed è l’ipocrisia di chi proclama la pace a parole ma prepara le guerre dimenticando il magistero pontificio (come è capitato anche a Giovanni Paolo II, contrario all’invasione del 2003).

La seconda.  Il viaggio in Iraq può costituire un punto di svolta non solo per l’Iraq e il Medio Oriente ma per tutto il pianeta. La prospettiva della pace è incompatibile con nazionalismi, tribalismi e militarismi diffusi. “Nelle tempeste che stiamo attraversando non ci salverà l’isolamento, non ci salveranno la corsa a rafforzare gli armamenti e ad erigere muri, che anzi ci renderanno sempre più distanti e arrabbiati. Non ci salverà l’idolatria del denaro, che rinchiude in sé stessi e provoca voragini di disuguaglianza in cui l’umanità sprofonda”. “La pace non chiede vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità”.

Sul manifesto con le foto di al-Sistani e di Francesco campeggiava una frase: «Voi siete una parte di noi e noi siamo una parte di voi». Così, dopo la firma del Documento sulla fratellanza umana con il leader sunnita al-Tayeeb ad Abu Dhabi, il papa sembra farsi ponte anche tra gli stessi sciiti e i sunniti in una proiezione globale: non solo tra credenti di ogni religione ma tra persone (di “buona volontà”), tra esseri umani (“amati dal Padre”). Oltre le pratiche dello scontro, dello scarto e dell’indifferenza. La pace nonviolenta è il cuore del nuovo umanesimo. Il lievito del nostro futuro.

Vivibilità nel lavoro

pubblicato 11 mar 2021, 10:08 da Cultura della Pace

Possiamo parlare di diritto al lavoro (buono)?

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Noemi Epoté sulla bontà del lavoro effettuato


La relatrice di questo sesto incontro del  Corso permanente online di Economia Trasformativa è Alice Romagnoli, dottoranda in Filosofia all’Università di Macerata. I suoi studi di stampo filosofico le hanno permesso di avere un approccio trasformativo per quanto riguarda il campo del lavoro e di compiere una valutazione sconnessa dai dettami dell’economia tradizionale.

La relatrice ci ricorda quanto il lavoro sia il perno dell’economia globale e la nostra costituzione ce lo sottolinea, trattandolo negli articoli fondamentali. Tuttavia, il lavoro, così come siamo abituati a pensarlo: “… un’attività o una funzione che concorre al progresso materiale o spirituale della società” e riconosciuto a tutti i cittadini, è entrato in una profonda crisi nella società odierna.

Infatti, la relazione di Alice Romagnoli non vuole trattare il diritto al lavoro attraverso un profilo metodologico ma vuole avviare un ragionamento sulla salute di questo diritto.

Innanzitutto, è opportuno sottolineare che la società in cui viviamo oggi è basata sul lavoro, tutte le nostre azioni sono volte al lavoro e siamo arrivati a mercificare anche il tempo che non passiamo nelle attività professionali. Perché?

Oltre ad un grande problema di disoccupazione, che non riguarda solo i paesi del terzo mondo ma comprende anche il qui ed ora sotto i nostri occhi, possiamo affermare che oramai il lavoro è ovunque e sempre, anche se potrebbe sembrare una contraddizione. Questa affermazione è perfettamente in linea con il periodo che stiamo vivendo: la pandemia ci ha costretti a limitare la frequentazione di spazi condivisi ma il flusso di produzione, distribuzione e acquisto ha conservato la sua continuità grazie a dispositivi come PC o biciclette che ci aiutano ad essere ancora gli ingranaggi dell’economia.

Tale fenomeno ci ha condotto ad un impiego consistente del nostro tempo verso le mansioni lavorative e ci ha portato addirittura a sottoporre a mercificazione la sfera privata della nostra vita.

Alice Romagnoli ci parla di emotional labour facendo riferimento a quelle figure professionali che devono necessariamente visualizzare certe emozioni come parte della loro prestazione lavorativa in quanto ad esse è richiesto di essere accoglienti, allegre, pazienti e trasmettere un senso di sicurezza. Pare un concetto “affascinante” ma la società odierna ci presenta spesso le norme della vita professionale come differenti, persino opposte, rispetto a quelle che caratterizzano la vita privata e dunque possono sviluppare forme di alienazione nell’individuo/lavoratore.

Tale scissione del sistema sociale genera la dissociazione dalla vita stessa da parte degli individui, ai quali viene richiesto costantemente l’esser “Imprenditori di se stessi”ovvero di mettere in pratica tutte le capacità per essere più spendibili, flessibili e competitivi nel mondo del lavoro senza che ci sia una reale attenzione alla salute di questo.

Abbiamo il diritto di avere un lavoro che sia buono.

Il primo passo per raggiungere questo scopo è mettere in discussione la realtà che ci circonda poiché essa è basata sullo sfruttamento e sulla crescita dei capitali a discapito di tutto il resto. Il nostro diritto al lavoro (buono) viene deformato dalla continua richiesta di produttività e ormai questa logica risulta normalizzata ma nella storia ci sono stati esempi di realtà che hanno avviato il cammino verso una direzione che non mette il profitto sopra tutto e tutti come l’azienda di Olivetti e le proposte di Christian Felber. La consapevolezza dell’esistenza di un “altrimenti” ci dà speranza per un’economia del bene comune.

Tecnologia senza coscienza

pubblicato 4 mar 2021, 09:16 da Cultura della Pace

L'era digitale pretende un esercito digitale

Pubblicato il rapporto della commissione statunitense sull'uso dell'intelligenza artificiale in ambito militare. Sul sito www.peacelink.it un articolo di Francesco Iannuzzelli sulla tecnologia militare
È stata pubblicato ieri il tanto atteso documento finale della Commissione di Sicurezza Nazionale sull'Intelligenza Artificiale (NSCAI), un organismo costituito due anni fa dal congresso statunitense per fornire indicazioni sull'uso dell'intelligenza artificiale nel mondo militare. L'attesa era accompagnata da grande preoccupazione nei confronti di quella che si delinea come una nuova corsa degli armamenti, alimentata questa volta dall'adozione imprudente dell'intelligenza artificiale in contesti operativi militari.

Senza nulla togliere ai progressi dovuti all'introduzione dell'intelligenza artificiale in numerosi campi, dove svolge un ruolo cruciale nella comprensione e nel trattamento delle enormi moli di dati prodotte dalle tecnologie moderne, è innegabile che proprio queste applicazioni abbiano mostrato al tempo stesso una serie di problematiche tipiche dei primi passi di una rivoluzione tecnologica: sottovalutazione dell'impatto sociale e dei costi, errori grossolani di integrazione, scorciatoie mal pensate e ancora peggio implementate, mancanza di trasparenza.

Di fronte a queste problematiche, che gli stessi esperti non mancano di denunciare da tempo, appare estremamente preoccupante l'approccio del mondo militare, tradizionalmente restio a vincoli morali e al controllo esterno. La National Security Commission on Artificial Intelligence era stata costituita dal Congresso proprio per delineare alcune linee guida nell'affrontare la profonda trasformazione strutturale che viene richiesta dall'adozione dell'AI.

Tra i membri della commissione "indipendente" spiccano i nomi di CEO, ex-CEO e dirigenti delle principali aziende tecnologiche statunitensi (Google, Amazon, Oracle, Microsoft), oltre a rappresentanti del mondo militare (come l'ex-vicesegretario alla Difesa Work), accademici, istituti di ricerca ed esperti vari. "Indipendente" tra virgolette perché tutte le aziende coinvolte nella commissione sono in competizione diretta per i contratti miliardari del Pentagono riguardanti proprio l'ammodernamento delle forze armate statunitensi nel campo delle nuove tecnologie.

Non c'è quindi da stupirsi come la commissione, con una retorica esaltatrice della sfida tecnologica e militare che attende gli Stati Uniti, abbia chiarito innanzitutto gli investimenti necessari, chiedendo 8 miliardi di dollari all'anno da parte del Ministero della Difesa, e risorse federali che raddoppino di anno in anno fino a raggiungere 32 miliardi di dollari l'anno per il 2026.

Il documento (allegato a questo articolo) è stato pubblicato in grande stile sul sito della commissione, e per facilitarne la fruizione (si tratta di quasi 800 pagine) è anche accompagnato da un documento digitale che ne presenta gli aspetti principali, comunque organizzati in 16 capitoli e diverse appendici.

Cerchiamo, con qualche semplificazione, di riassumerne i punti più significativi. 

Non c'è tempo da perdere, la Cina è avanti

Non mancano parole forti, che dovrebbero risuonare come potenti segnali di allarme per i destinatari di questo documento (il congresso e la nuova amministrazione Biden): vulnerabilità, propaganda estera, campagne informative fuorvianti, minacce alla sicurezza nazionale, sottrazione di dati privati, commerciali, e di segreti nazionali. C'è perfino un cenno a nuove armi "biotech". La commissione denuncia in particolare l'arretratezza statunitense nel settore manifatturiero dei microprocessori, che è stato lasciato in mano alla Cina. 

Rischi e responsabilità

È parecchio deludente, anche se prevedibile vista la formazione della commissione, la presa di posizione rispetto ai rischi derivati dall'uso dell'AI in ambito militare. Viene ammesso che debbano esserci delle precauzioni, ma vengono declinate solo nei termini tradizionali di attenzione ai valori della libertà e della democrazia, valori che sappiamo bene come possano essere piegati alle più opportune interpretazioni. C'è invece una spaventosa mancanza di spirito auto-critico, accompagnata da una presunzione di infallibilità, e dalle onnipresenti lodi sulla strabiliante "performance" dei sistemi autonomi. Siccome l'intelligenza artificiale si è dimostrata superiore agli esseri umani nel giocare a Go, ora ha diritto di scegliere quando sparare, da un drone o da una sistema missilistico. Il rischio di abuso da parte dell'AI viene  contemplato solo nel contesto del terrorismo interno.

Quando nel capitolo 4 viene finalmente il momento di affrontare gli aspetti etici, la commissione esprime 4 pareri.

Il primo parere offre una facile forma procedurale per uscire dall'eventuale empasse: l'importante è che l'utilizzo di questi sistemi autonomi sia approvato da un comandante umano. Il prossimo passo sarà il robot che si assegna le medaglie da solo.

Il capolavoro in termini di contraddizione interna avviene nel parere n. 2: dopo aver criticato per tutto il resto del documento l'inadeguatezza dell'attuale apparato militare rispetto alle nuove tecnologie, si afferma che però il Pentagono è perfettamente in grado di valutarne il loro uso e quindi non necessita di particolari restrizioni.

Il nocciolo del problema è confessato nel parere numero 3: siccome non pare esserci nessuna indicazione che i competitori (leggi Russia e Cina) si stiano preoccupando di alcun vincolo etico, perché mai ci si dovrebbe preoccupare di introdurre legacci morali, tanto più che si è rimasti clamorosamente indietro nell'adozione di queste tecnologie?

No alla messa al bando

Il chiodo sulla bara viene messo con un'affermazione tragicamente asciutta, senza nessuna argomentazione, pronunciata nel quarto parere. La commissione è fermamente contraria alla messa al bando globale delle armi autonome. Proprio ciò che viene chiesto con forza da esperti del settore e dalla società civile.

Le uniche raccomandazioni riguardano un generico invito a cercare un dialogo con la Russia e la Cina, accompagnato da un sistema di sorveglianza / spionaggio.

Gli Stati Uniti come leader mondiali

Una frase del documento riassume la linea di pensiero della commissione: l'intelligenza artificiale riorganizzerà il pianeta e gli Stati Uniti devono "guidare la carica". Con tanto di bandierine, tutti gli "alleati" e ovviamente la NATO vengono invitati a partecipare a questa profonda trasformazione, che parta dall'infrastruttura distribuita fino a un'integrazione profonda di tutti i sistemi, sempre più autonomi.

Da leggere tra le righe: ci saranno soldi per tutti quelli che vorranno partecipare.

La trasformazione della relazione tra uomo e macchina

Siamo davanti a una trasformazione profonda della "difesa" e del ruolo svolto dai militari.

C'è soprattutto da ri-educare tutti, dai soldati ai generali, rimasti indietro di fronte alla rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Una trasformazione culturale del "far-guerra", accompagnata da investimenti enormi in infrastruttura, ricerca e sviluppo.

Un nuovo sistema educativo militare

Non è pensabile affrontare questa trasformazione profonda solo con il miglioramento delle competenze interne. C'è un bisogno disperato di "talento", inteso come nuove leve che il mondo universitario dovrebbe produrre in linea con i bisogni della sicurezza nazionale.

Ecco quindi la proposta di rendere il sistema educativo statunitense, già brutalmente al servizio del capitalismo, ancora più succube dell'agenda nazionalista, finanziando le materie scientifiche collegate alla trasformazione digitale e prevedendo una corsia preferenziale per tutti i programmi di studio che abbiano una ricaduta sul mondo militare. Non escludendo l'apertura a talenti esteri, attentamente selezionati tra i richiedenti un visto d'ingresso.

I brevetti come arma

Secondo la commissione, gli Stati Uniti hanno lasciato un pericoloso vuoto nella competizione internazionale sulla proprietà intellettuale nell'ambito dell'intelligenza artificiale. E la Cina ne ha approfittato, depositando brevetti ovunque, e al tempo stesso rubando segreti industriali statunitensi. 

Non solo AI

Infine, tutta una serie di tecnologie "accessorie" devono essere incluse in questo sforzo di modernizzazione: biotecnologie, quantum computing, 5G, robotica, infrastruttura per risorse energetiche.

Tecnologia e ruolo globale

Per concludere, siamo indubbiamente di fronte a una rivoluzione tecnologica che, come le precedenti (ad es. l'avvento di internet, il cloud, gli smartphone, i social) avrà un impatto profondo sulla società moderna, in particolare quella benestante.

Si rimane però profondamente allarmati dal fatto che invece di affrontarla in termini collaborativi, la si voglia gestire in termini di competizione militare. Senza dubbio una importante differenza è dovuta al fatto che le precedenti trasformazioni tecnologiche globali erano in qualche modo guidate da multinazionali statunitensi che propagandavano valori in linea col modello capitalista in un mondo in costante crescita.

Ora ci si trova in un contesto molto più frammentato e fragile. Non tanto per l'attuale pandemia, che nella narrazione strategica militare di lungo termine potrebbe essere semplicemente un incidente di percorso. Sorge invece il sospetto che il senso di urgenza, l'allarme lanciato in queste 800 pagine debba essere letto nel contesto di una crisi strutturale, energetica, climatica e demografica, accompagnata dall'emergenza di un competitore come la Cina. E che l'intelligenza artificiale rappresenti l'ultima leva possibile per poter ristabilire un'egemonia militare mondiale necessaria a mantenere i privilegi acquisiti.

Final Report

National Security Commission on Artificial Intelligence
Fonte: https://assets.foleon.com/eu-west-2/uploads-7e3kk3/48187/nscai_full_report_digital.04d6b124173c.pdf
14349 Kb - Formato pdf
Documento finale della commissione statunitense sull'uso dell'intelligenza artificiale in ambito militare

Eroi di pace

pubblicato 25 feb 2021, 10:02 da Cultura della Pace

"Voglio che il mondo sappia il bene che ha fatto, la memoria è sacra"
L'uccisione in Congo dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio.
La dottoressa Chiara Castellani, missionaria laica nella Repubblica Democratica del Congo, lo ricorda assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all'autista.
Sul sito www.peacelink.it il ricordo dell'Ambasciatore ucciso

L'ambasciatore Attanasio in una foto tratta dal profilo Facebook della moglie

"E' morto un giusto mentre distribuiva degli aiuti umanitari. La sua morte chiede che si faccia finalmente giustizia dei 5 milioni di morti in 20 anni nell'Est del Congo".

Così la dottoressa Chiara Castellani ricorda l'ambasciatore Luca Attanasio.

Ci ha scritto Chiara Castellani esprimendo tutto il suo dolore per l'uccisione dell'ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all'autista locale. Una persona molto buona e semplice. Ecco quello che scrive Chiara Castellani dal Congo: "Voglio che il mondo sappia il bene che ha fatto, la memoria è sacra".

E poi ci dice: "Ho sotto gli occhi le sue foto. Non riesco a mandarvele tramite Internet. Ce n'è una con lui che è nel nostro ospedale e cammina insieme a noi. La persona più semplice e alla mano di questa terra".

Acqua e non fuoco

pubblicato 25 feb 2021, 09:58 da Cultura della Pace

L'Italia fa acqua da tutte le parti...

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Alessandro Graziadei sulla situazione idrica in Italia


Non è un problema nuovo. Da anni leggiamo inchieste e report che denunciano la fatiscienza e i problemi della rete idrica italiana, quello che sorprende è che sia stato fatto poco o nulla per arginarli. Secondo i dati raccolti da Istat nel report "Censimento delle acque per uso civile", pubblicato lo scorso dicembre con i dati relativi al 2018, il volume di acqua per uso potabile prelevato nel Belpaese, per gli usi domestici, pubblici, commerciali, artigianali, nonché industriali e agricoli che rientrano nella rete nazionale, è pari a 9,2 miliardi di metri cubi l’anno. Se è vero che a partire dal 2008 i consumi idrici nei comuni italiani sono più virtuosi e registrano una diminuzione costante anche di acqua per uso potabile (con un -2,7% sul 2015), continua a crescere l’acqua che neanche arriva al nostro rubinetto: “nel 2018 il volume delle perdite idriche totali nella fase di distribuzione dell’acqua, calcolato come differenza tra i volumi immessi in rete e i volumi erogati, è pari a 3,4 miliardi di metri cubi”. Così, indipendentemente dall’uso più o meno virtuoso che noi consumatori ne possiamo fare, l’acqua, bene comune sempre più prezioso in tempi di siccità e cambiamenti climatici, viene pubblicamente e quotidianamente sprecata.

Complessivamente si perde il 42,0% dell’acqua immessa in rete, e nonostante centinaia di interventi di risanamento, più emergenziali che strutturali, si registra un incremento delle perdite totali percentuali, pari a circa mezzo punto, rispetto al 2015, a conferma della grave inefficienza dell’infrastruttura idropotabile italiana. Per l’Istat la presenza di perdite è direttamente proporzionale al gran numero di allacci e all’estensione della rete. “Una parte è fisiologica, incide inevitabilmente su tutte le infrastrutture idriche e varia generalmente tra il 5% e il 10%; una parte è fisica ed è associata al volume di acqua che fuoriesce dal sistema di distribuzione a causa di vetustà degli impianti, corrosione, deterioramento o rottura delle tubazioni o giunti difettosi, componente prevalente soprattutto in alcune aree del territorio; una parte è amministrativa, determina anche una perdita economica per l’ente, ed è legata a errori di misura dei contatori (volumi consegnati ma non misurati, a causa di contatori imprecisi o difettosi) e ad allacci abusivi (volumi utilizzati senza autorizzazione), ed è stimata intorno al 3-5%”. In riferimento all’acqua prelevata dalle fonti di approvvigionamento questo significa che in Italia la dispersione in rete è quantificabile in 156 litri al giorno per abitante. 

Stimando un consumo pro capite pari alla media nazionale, per Istat il volume di acqua disperso nel 2018 soddisferebbe le esigenze idriche di circa 44 milioni di persone per un intero anno. Ma com’è possibile? In questi anni il dibattito sulla risorsa idrica si è fermato al fondamentale referendum “sull’acqua pubblica” del 2011 e i principali problemi legati alla dispersione idrica sono rimasti di competenza degli enti locali, che nella stragrande maggioranza dei casi si occupano di gestire direttamente sia la risorsa, che l’infrastruttura. Sebbene il numero di gestori pubblici attivi nel settore idrico in Italia sia molto ridotto, questa spiccata parcellizzazione gestionale, al momento non aiuta a ridurre le perdite di rete: “I gestori che operano in Italia nel campo dei servizi idrici per uso civile nel corso del 2018 sono stati 2.552; nell’83% dei casi si tratta di gestori in economia (2.119), ovvero enti locali, e nel restante 17,0% di gestori specializzati (433)”. Per colmare il gap infrastrutturale accumulato nei decenni passati sono necessari ingenti investimenti, il cui finanziamento e la cui concreta realizzazione sul piano tecnico possono essere assicurati solo se ben finanziati e ben coordinati. Ad oggi gli investimenti nel servizio idrico nazionale ammontano a 3,6 miliardi di euro/anno, in netto aumento rispetto al 2013, ma per risolvere i problemi occorre crescere ancora per arrivare almeno alla quota di 5 miliardi di euro/anno, finanziati anche attraverso la tariffa idrica, ritenuta necessaria dalle aziende di settore.

Sempre a spese nostre? In realtà diminuire le perdite idriche e aumentare la qualità dell’acqua del rubinetto sarebbe non solo un importante risparmio di risorse naturali, ma anche un beneficio economico per i cittadini, contando che nel 2017 la spesa media mensile di una famiglia per il consumo di acqua minerale è stata pari a 11,94 euro, contro i 14,69 euro legati alla fornitura di acqua nell’abitazione ogni famiglia. Rispetto al 2014, si osserva una crescita delle spese familiari per acqua minerale (+20,6%) maggiore rispetto a quelle per la fornitura di acqua alle abitazioni (+11,8%). Proprio per questo migliorare la qualità della rete idrica potrebbe diventare un vantaggio per tutti gli utenti, sia economico che ambientale.

Ma se vogliamo migliorare la gestione delle risorse idriche nazionali dobbiamo ripensare prima di tutto l’uso che ne viene fatto nei campi agricoli. Per l’Istat il settore agricolo da sempre si contraddistingue per essere il maggiore utilizzatore di acqua, visto che “Più del 50% del volume complessivamente utilizzato in Italia è destinato all’irrigazione”. In questo caso un incremento dell’efficienza andrebbe a beneficio innanzitutto degli agricoltori e un programma di intervento fondato sulla strategia “Di più con meno” con l’adozione di sistemi di irrigazione a goccia, dove possibile in relazione alle infrastrutture irrigue presenti, consentirebbe di incrementare le rese e diminuire l’utilizzo dell’acqua in modo sensibile e sostenibile. Nel caso del pomodoro, per esempio, si registra un aumento della resa pari al 54% insieme a un risparmio idrico del 20%; per il riso rispettivamente del +23% e -50%, mentre con l’olivo addirittura del +108% e -33%. Proprio perché di questo problema sentiamo parlare da anni, occorrerebbe agire rapidamente, coordinado tutte le necessità infrastrutturali dei diversi territori italiani e migliorando la gestione di quel bene comune che è l’acqua pubblica.

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