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Borsa di Studio "Angiolino Acquisti"

pubblicato 12 ott 2017, 09:48 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 14 ott 2017, 07:11 ]

Comunicato Stampa congiunto

Ecco il nuovo bando della Borsa di Studio "Angiolino Acquisti". Entro Settembre 2018 dovranno arrivare i nuovi elaborati


L’Associazione Culturale “Angiolino Acquisti” e l'Associazione Cultura della Pace, in collaborazione con il Comune di Sansepolcro, Assessorato alla Cultura, in occasione dell’anniversario della morte di Don Luigi Di Liegro, comunicano che è uscito il bando della Borsa di Studio “Angiolino Acquisti” pari a € 1.000, per tesi di laurea magistrale dedicate al tema della Nonviolenza. Scarica il bando qui.

L’argomento può essere trattato sotto uno specifico settore accademico di studi, ad esempio: economico, filosofico, giuridico, pedagogico, politologico, psicologico, scientifico, sociologico, storico o teologico. La selezione sarà realizzata sulla base della scientificità e della capacità divulgativa del lavoro di tesi magistrale svolto, del curriculum vitae, di eventuali altri titoli presentati, a cura di una Commissione di esperti.

Saranno presi in considerazione gli elaborati in lingua italiana, relativi agli ultimi tre anni accademici, inviati entro il 30 Settembre 2018 alla Segreteria del Premio. La decisione riguardo il vincitore sarà resa nota entro e non oltre il mese di Dicembre 2018.

La commissione di quest’anno è composta oltre che da Tonino Drago, massimo esperto di difesa popolare nonviolenta e Premio Nazionale “Cultura della Pace-Città di Sansepolcro” nel 2000, Raul Caruso, docente presso l’Università Cattolica di Milano e membro del consiglio direttivo del World Research and Peace Science Center statunitense e dalle vincitrici delle precedenti tre edizioni della borsa di studio, anche dalla Prof. Ssa Elena Camino, attualmente attiva nell’associazione gandhiana ASSEFA.

Si esprime grande soddisfazione per il lancio del nuovo bando che conferma come la sinergia tra associazioni del territorio e amministrazione comunale, renda Sansepolcro città attenta allo studio delle tecniche e delle metodologie nonviolente, diventando sempre più punto di riferimento nazionale su questo particolare ambito di ricerca scientifica.

Nota dell'Associazione

pubblicato 11 ott 2017, 08:57 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 11 ott 2017, 09:17 ]

Una lettura di pace
Si apre nel nostro sito una nuova sezione dedicata ai libri "di pace"


Una nuova sezione dedicata a recensioni di libri che vanno a costituire una cultura di pace. Libri scelti, letti, recensiti e commentati in collaborazione con l'Associazione Claudio Miccoli, (Associazione Claudio Miccoli) con la quale abbiamo iniziato una proficua collaborazione.

Vi invitiamo pertanto, a conoscere l'Associazione Claudio Miccoli, a scoprire la vita e le opere di Claudio e ad usufruire di questo ottimo servizio: una puntuale lettura critica dei grandi libri che costituiscono o dovrebbero costituire una biblioteca che crea e dona pace. (Una lettura di pace - recensioni e letture)

Don Luigi Di Liegro: commemorazione a Sansepolcro e Anghiari

pubblicato 11 ott 2017, 08:46 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 11 ott 2017, 09:18 ]

Venti anni senza Don Luigi Di Liegro. Venti anni con il suo insegnamento

Incontro con gli studenti dell'ITE di Sansepolcro per ricordare il grande sacerdote e maestro di pace, di dialogo e di giustizia, Don Luigi Di Liegro, socio onorario dell'Associazione Cultura della Pace

E' stato commemorato dall’Associazione Cultura della Pace, dagli studenti e dagli insegnanti dell'Istituto Tecnico Economico "Fra' Luca Pacioli", Don Luigi Di Liegro  l'indimenticabile fondatore della Caritas di Roma, da sempre in difesa dei più deboli, amico e collaboratore della nostra associazione. 

Attraverso un incontro con Ugo Melchionda, Presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, Dossier Statistico Immigrazione, amico e collaboratore di Don Luigi Di Liegro e uno dei massimi esperti dei fenomeni migratori e con Benedetto Coccia, dell’Istituto di Studi Politici “San Pio V” di Roma, è stato affrontato con grande perizia di dati e particolari, il tema di un’Europa solidale a 60 anni dai Trattati di Roma. La partecipazione degli studenti è risultata attenta e piena di curiosità verso i dati che venivano offerti per meglio comprendere la complessa situazione socio economica relativa ai flussi migratori. 

A disposizione di studenti e docenti,  è stato donato il volume “La dimensione sociale dell’Europa. Dal Trattato di Roma ad oggi”, a cura di Idos e Istituto di Studi Politici “S. Pio V”

Un’Europa solidale e le modalità di approccio all’immigrazione sono state la profezia di Don Luigi Di Liegro che, in tempi non sospetti, seppe immaginare le urgenze che avrebbero interessato l’Italia, l’Europa e la loro azione politica.

Già nel 1991 volle infatti creare con la Caritas di Roma, un dossier che monitorasse i flussi migratori che interessavano l'Italia, auspicando una politica atta ad affrontare quella che era un’emergenza, ma che oggi è questione strutturale che riguarda tutti i paesi sviluppati. Tutto questo è risultato un modo per ricordare Don Luigi Di Liegro e il suo pensiero, cercando di comprendere pienamente la portata profetica del suo impegno nella società italiana e nella chiesa cattolica.

Nella medesima giornata è stata posta in Largo Monsignor Luigi Di Liegro, da parte delle autorità cittadine ed insieme agli studenti che hanno partecipato all’incontro, una corona di fiori per omaggiare e ricordare un uomo che ha reso migliore e maggiormente credibile la società e la comunità cristiana italiana. Presenti le autorità cittadine, il Consigliere comunale con delega alla Cultura della Pace, Michele Del Bolgia, il Presidente del Consiglio Comunale, Lorenzo Moretti e l'Assessore alla Cultura del Comune biturgense, Gabriele Marconcini. Insieme a loro un consigliere del Comune di Anghiari a sottolineare l'interesse della città limitrofa per l'opera e il pensiero di Don Luigi Di Liegro. Si è svolto successivamente un incontro tra il Sindaco Alessandro Polcri e i relatori, Ugo Melchionda e Benedetto Coccia.

Inoltre, in collaborazione con l’Associazione Culturale “Angiolino Acquisti”, è stato reso noto il nuovo bando per la Borsa di Studio “Angiolino Acquisti” che riguarda tesi magistrali inerenti l’argomento della nonviolenza e che sarà a breve visibile nella apposita sezione del nostro sito.

Premio Nobel per la Pace: scelta azzeccata

pubblicato 11 ott 2017, 08:30 da Cultura della Pace

Il Nobel per la Pace alla Campagna per l’abolizione delle armi nucleari. Anche una nostra Campagna

Assegnato il Premio Nobel per la pace a ICAN, associazione che si occupa del disarmo nucleare. Il commento del Movimento Nonviolento

Nobel per la Pace


Il Movimento Nonviolento rilancia con gioia questo comunicato stampa di Rete Italiana Disarmo, di cui è parte attiva. La Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari è anche una nostra campagna. Avanti così.

Con grande soddisfazione la Rete Italiana per il Disarmo e la Campagna Senzatomica hanno appreso la notizia della assegnazione del Premio Nobel per la Pace alla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons di cui fanno parte e per cui hanno lavorato e si sono mobilitate negli ultimi anni. E’ un riconoscimento che premia gli sforzi della società civile internazionale che ha rilanciato il percorso del disarmo nucleare a partire da principi umanitari e che dimostra come ci sia la necessità, in questo mondo pieno di tensioni, di mettere al bando le armi nucleari.

Questo Premio è occasione per rilanciare ulteriormente il percorso del Trattato internazionale di messa al bando delle armi nucleari e chiedere che il Governo italiano ripensi la propria posizione, che si oppone al Trattato stesso, andando a seguire quella che è sicuramente la volontà delle maggioranza degli italiani: che le armi nucleari siano messe fuori dalla Storia!

Rilanciamo le parole della campagna internazionale ICAN nell’accettare i Nobel per la Pace.

#nuclearban #ItaliaRipensaci

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Statement on Nobel Peace Prize 2017

E’ un grande onore essere insigniti del Premio Nobel per la Pace 2017 come riconoscimento per il nostro ruolo nell’approvazione del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari. Questo storico trattato, adottato il 7 luglio con il voto favorevole di 122 Stati, offre all’umanità uno strumento alternativo, assolutamente necessario, in questo nostro mondo dove prevalgono e proliferano invece le minacce di azioni di distruzione di massa.

La Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN) è una coalizione di organizzazioni non-governative di 100 paesi. Grazie al potere delle mobilitazioni popolari abbiamo lavorato per scrivere la parola fine alla storia dell’arma più distruttiva che l’uomo abbia mai inventato, l’unica arma che minaccia l’esistenza stessa dell’umanità.

Questo premio rende omaggio agli sforzi di milioni di attivisti e cittadini in tutto il mondo che, fin dai primi anni dell’era atomica, hanno alzato la voce contro le armi nucleari, hanno protestato, dicendo con forza che quelle armi non servono ad alcuno scopo legittimo e devono essere messe al bando, smantellate ed eliminate.

Rende omaggio anche ai sopravvissuti dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki – gli Hibakusha – nonché alle vittime delle sperimentazioni nucleari in tutto il mondo, le cui strazianti testimonianze e il cui impegno senza sosta hanno svolto un ruolo importantissimo nel percorso che ha portato all’adozione di questo storico trattato.

Il trattato vieta categoricamente le peggiori armi di distruzione di massa e traccia un percorso chiaro verso la loro eliminazione totale. Si tratta della risposta alle preoccupazioni crescenti della Comunità internazionale che riconosce che un qualsiasi uso di armi nucleari infliggerebbe danni catastrofici e permanenti agli esseri umani e al nostro pianeta vivente.

Siamo orgogliosi di aver svolto un ruolo di primo piano nell’elaborazione del trattato, attraverso l’impegno e la partecipazione a conferenze diplomatiche; continueremo a lavorare alacremente negli anni a venire per garantire che possa entrare in vigore ed essere pienamente attuato. Ogni nazione che vuole davvero impegnarsi per un mondo più pacifico, libero dalla minaccia nucleare, dovrà firmare e ratificare questo trattato di importanza vitale, senza ulteriori indugi.

Alcuni governi ritengono che le armi nucleari rappresentano uno strumento legittimo ed essenziale di sicurezza: sono idee non solo sbagliate ma pericolose, poiché incitano alla proliferazione e impediscono il disarmo. Tutte le nazioni hanno il dovere di rifiutare queste armi totalmente, prima che vengano usate di nuovo.

Siamo in un’epoca di forti tensioni globali, in cui la retorica bellicosa rischia di portarci inesorabilmente verso l’orrore inenarrabile. Lo spettro della guerra nucleare ci minaccia nuovamente. Se mai è esistito il momento storico giusto, in cui gli Stati hanno l’obbligo morale di dichiararsi contrari alle armi nucleari, quel momento è adesso.

Ci rivolgiamo con gratitudine a quegli Stati che hanno già firmato e ratificato il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari e incoraggiamo tutti gli altri a seguire il loro esempio. Questa è la strada da perseguire in questo momento di grande crisi. Il disarmo non è un pio desiderio, è una impellente necessità umana.

Con umiltà desideriamo ringraziare il Comitato norvegese per il Nobel. Questo premio illuminerà la strada che il Trattato sulla Proibizione ci ha aperto, strada che conduce a un mondo libero da armi nucleari. Prima che sia troppo tardi, dobbiamo imboccare quella strada.

Saperne di più

pubblicato 28 set 2017, 09:43 da Cultura della Pace

Se dici migrante...

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Lia Curcio sulla vera situazione economica relativa ai migranti



Se dici migrante, non pensi certo a imprenditoria, a innovazione, a lavoro. Mentre in Europa si alzano muri contro i migranti, quando pensiamo a loro la nostra immaginazione non va oltre il concetto di povertà. A farci cambiare idea possono essere alcuni inconfutabili dati economici. Come riporta il portale openmigration.org, a fine 2015 nei paesi membri dell’Unione Europea si contavano 2,1 milioni di lavoratori autonomi stranieri, il 6,3% del totale.

Anche il nostro Paese segue questo trend e a quanto pare, in tempi di crisi economica, in Italia leimprese guidate da immigrati continuano a crescere: a fine 2015 erano più di 550mila, il 9,1% del totale, con ben 96 miliardi di euro di valore aggiunto prodotti, vale a dire il 6,7% della ricchezza complessiva.

Bisogna ammettere che il contributo dato dall’imprenditoria migrante alla ricchezza ed al lavoro nel nostro Paese è tutt’altro che irrilevante. Come sottolinea il Rapporto immigrazione e imprenditoria 2016, elaborato dal Centro studi Idos con Cna e MoneyGram, le aziende immigrate continuano a “rappresentare un volano per l’imprenditoria e un contributo cui prestare crescente attenzione in termini di supporto al rilancio dell’intero Sistema Paese”.

Questa storia però può essere raccontata anche da un altro punto di vista, e cioè a partire dall’investimento dei migranti nei propri Paesi di origine e, anche in questo caso, i volumi sono notevoli; basti pensare che le rimesse all’estero nel 2016 hanno rappresentato lo 0,3% del PIL italiano, ammontando a 5 miliardi di euro circa, con un impatto diretto sul benessere delle famiglie dei migranti, alleviandone la povertà.

Su queste basi, la Cooperazione italiana con la legge di riforma n. 125 del 2014 ha identificato le comunità delle diaspore come protagoniste di un crescente coinvolgimento nelle politiche e nelle azioni di cooperazione internazionale.

Sulla centralità del ruolo della diaspora, una buona pratica realizzata con il contributo dell’AICS - Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo è il Progetto per il reinserimento socio-professionale dei migranti senegalesi di ritorno, promosso dall’ong italiana LVIA con le associazioni di migranti senegalesi in LombardiaPiemonteToscana e vari partner locali. «Si tratta di un progetto innovativo in quanto guarda la migrazione in un’ottica differente, come un flusso che va nelle due direzioni e che si sposta da sud a nord e da nord a sud», spiega Silvia Lami, coordinatrice LVIA del progetto che ha sostenuto 30 idee imprenditoriali presentate da migranti di ritorno in Senegal.

Tra di loro c’è Karounga Camara, 45 anni, una laurea triennale in matematica; in Italia lavorava con un contratto a tempo indeterminato come agente di sicurezza all’Università Cattolica di Milano, ma nel 2015 ha deciso di rientrare in Senegal per avviare, in società con altri tre migranti senegalesi rimasti in Lombardia, l’impresa SENITA FOOD, che si occupa di produzione di farina, prodotti di panetteria e pasticceria nella città di Thiès. «Ho vissuto sette anni in Italia e ho sempre pensato che l’obiettivo della migrazione fosse di ritornare a casa per far fruttare il bagaglio di esperienze e competenze maturate - racconta Karounga. - «SENITA è l’acronimo di “Senegal-Italia” perché siamo sempre legati all’Italia e abbiamo una collaborazione con l’impresa italiana Melfel di Pessano con Bornago in provincia di Milano».

Khadim Saw è uno dei soci di SENITA FOOD rimasto in ItaliaLavora da 15 anni per la ditta Melfel ed è stato il “ponte” che ha permesso la collaborazione dell’impresa italiana. Ci racconta: «La Melfel ci ha dato il suo know-how e ci vende il semilavorato di farine che poi in Senegal viene ulteriormente trasformato. Gli imprenditori italiani hanno l’idea di lavorare in Africa ma la conoscono poco e sono timorosi di fare investimenti. Il direttore di Melfel, Claudio Ferrarini, ha invece scelto di puntare su di noi. In Senegal vorremmo creare lavoro e scoraggiare i viaggi migratori pericolosi, evitando tanti morti in mare. Il finanziamento che abbiamo ricevuto da LVIA ci permette di rafforzare la nostra impresa, che per ora conta due dipendenti ma siamo solo all’inizio».

Tra le idee d’impresa finanziate dal progetto di cooperazione ce ne sono alcune innovative. È il caso dell’attività di Papa Ndiaga Niang, che nel 1998 dal Senegal ha tentato il viaggio per l’Europa ma, rimasto bloccato in Mali, ha poi deciso di restarci per 13 anni, lavorando in una ditta di prodotti plastici. Ritornato in Senegal nel 2014, ha avviato con suo fratello Abou la produzione di tubi in plastica riciclata per la protezione dei fili elettrici, un’idea non da poco in un Paese dove l’inquinamento da plastica è in continuo aumento. Altre idee sono più “tradizionali” come l’attività di allevamento di polli e ovini di Samba Khari Gueye, 54 anni, rientrato in Senegal dopo 27 anni di lavoro a Ravenna per ricongiungersi alla famiglia.

Questi sono alcuni esempi del contributo che le migrazioni, se accompagnate e valorizzate, possono portare alla crescita economica e sociale del nostro Paese e dei Paesi di origine. A questo proposito, il 18 novembre (data da confermare) si svolgerà a Roma il Summit Nazionale delle Diaspore, organizzato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale come sede di riflessione per operare sulla relazione complessa tra Migrazioni e Sviluppo.

Giustizia Usa e getta

pubblicato 21 set 2017, 08:45 da Cultura della Pace

USA: processi irregolari nei casi più gravi
Sul sito www.nessunotocchicaino.it un'analisi dei processi giudiziari negli Stati Uniti d'America. L'Associazione Nessuno Tocchi Caino è stata premiata con il Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" nel 1998

Nessuno tocchi Caino logo

Uno studio sostiene che tanto sono più gravi i reati, tanto sono più gravi le irregolarità nei processi. "The Worst of the Worst: Heinous Crimes and Erroneous Evidence" prende il titolo dalla definizione “worst of the worst” (peggiori tra i peggiori) che si usa per dire che la pena di morte deve essere riservata solo, appunto, ai peggiori tra i peggiori. “I peggiori tra i peggiori: crimini efferati e prove sbagliate” è uno studio su 1500 casi analizzati da Scott Phillips e Jamie Richardson, professori di sociologia e criminologia della University of Denver (Colorado), ed è stato pubblicato sul n. 45 di Hofstra Law Review. Prende in esame 1500 casi di persone prima condannate, poi prosciolte. “più il crimine è grave, più la pubblica accusa sembra affidarsi a prove inaccurate e inaffidabili. I reati più efferati, quelli per i quali è più probabile che la pubblica accusa chieda la pena di morte, sono anche quelli in cui la pubblica accusa ha la tendenza a partecipare nella produzione di prove sbagliate, dalle false confessioni, all’uso di delatori inaffidabili, pressioni sulla polizia ed esami di laboratorio inaccurati”. Approfondendo il tema delle false confessioni, i professori sostengono che “più cresce la gravità del crimine, o l’allarme sociale collegato al crimine, più cresce l’aggressività dalla polizia nel condurre gli interrogatori. E di fatto interrogatori più aggressivi producono sia più vere confessioni, che più false confessioni. Secondo lo studio, il comportamento della polizia è condizionato dalle pressioni politiche. La parte dello studio che riguarda le false confessioni è diviso in due parti, una riguarda persone condannate a pene detentive per reati molto gravi, compreso l’omicidio, e persone condannate a morte per omicidio di primo grado. Di tutti i casi viene creata una specie di classifica di “gravità”.

Utilizzando i dati del the National Registry of Exonerations (un progetto della University of California, University of Michigan e Michigan State University), 234 delle 1535 prosciolte dal 1989 al 2014 aveva fatto confessioni ritrattate in un secondo tempo. Di queste 234 persone, 22 hanno avuto una condanna a morte. Lo studio ha calcolato che il 21% delle persone erroneamente condannate per omicidio avevano fornito confessioni rivelatesi in seguito false. La percentuale scende al 7% quando si esaminano (nello stesso Registry) reati meno gravi. Nei casi di “esonerati” in cui test del Dna hanno dato forza alla proclamazione di innocenza, il 41% delle persone condannate per omicidio avevano in un primo tempo confessato, un tasso di confessione 7 volte più alto rispetto a persone condannate (e poi prosciolte) per reati non di omicidio. Tra i prosciolti dal braccio della morte, il 39% aveva confessato, un tasso 5 volte maggiore rispetto al 7% delle persone condannate sempre per omicidi, ma considerati “meno gravi”. Secondo i professori Phillips e Richardson il livello di gravità di un omicidio permettere di prevedere il livello di affidabilità che la pubblica accusa (spesso indicata come “lo Stato”) darà a informatori, delatori, prove di laboratorio ambigue e comportamenti irregolari della polizia (definita “condotta impropria del governo”). Tra i casi di proscioglimento dal braccio della morte, il governo ha tenuto comportamenti scorretti nell’86% dei casi gravi, rispetto al 66% in casi di omicidio considerati meno gravi. Lo stato ha utilizzato testimonianze di informatori all’interno delle carceri nel 42% dei casi gravi, contro il 15% nei casi meno gravi. Uso improprio di analisi forensi ricorrono nel 39% dei casi molto gravi, contro il 23% dei casi meno gravi.

Un'altra banca è possibile

pubblicato 14 set 2017, 08:09 da Cultura della Pace

Banca Etica cresce: i numeri del primo semestre 2017
  • Il Consiglio di Amministrazione di Banca Etica ha approvato i dati relativi al primo semestre del 2017

    Logo Banca Popolare Etica

  • Continua il nostro percorso di crescita con cifre incoraggianti che confermano i risultati positivi del 2016:

    • l’utile netto è di 2 milioni e 226 mila €
    • finanziamenti erogati superano i 770 milioni € (+6,37% rispetto a fine 2016)
    • la raccolta diretta ha raggiunto quota 1 miliardo e 325 mila € (+7,07% rispetto a fine 2016)
    • la raccolta indiretta ha raggiunto quota 584 milioni € (+7,83% rispetto a fine 2016)
    • il capitale sociale è di  63 milioni e 705 mila € (+7,28% rispetto al 31/12/2016)
    • le sofferenze nette sugli impieghi netti sono ferme allo 0,94% (1,00% al 31 dicembre 2016; contro il 4,38% della media del sistema bancario rilevata dall’ABI a maggio 2017)
    • il  CET1 ratio è al 12,58% (12,47% al 31 dicembre 2016)

    Il commento di Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica 

    Siamo soddisfatti dei risultati di questo primo semestre del 2017. Questi dati mostrano che la finanza etica conquista sempre più fiducia. Stiamo riuscendo ad aumentare costantemente i finanziamenti all’economia responsabile, mantenendo un’ottima qualità del credito e una buona solidità patrimoniale. Per fare sempre di più e meglio, dobbiamo aumentare ancora il nostro capitale sociale: per questo ricordiamo che è in corso l’offerta pubblica di azioni di Banca Etica: tutte le  persone e le organizzazioni interessate a destinare una parte dei propri risparmi a un investimento sostenibile e a diventare attori del cambiamento che stiamo costruendo possono consultare il prospetto informativo sul nostro sito o richiederne copia presso la filiale o il promotore di Banca Etica più vicino e diventare soci o aumentare la propria partecipazione.

    Per saperne di più

    Per combattere in modo nonviolento

    pubblicato 14 set 2017, 07:55 da Cultura della Pace


    Corpi Civili di Pace

    Nascono il 5 giugno 2017. Sono innovativi progetti disarmati che potranno dar gambe al cammino nonviolento. Eserciti senza armi in grado di intervenire per prevenire e gestire i conflitti. Sul sito www.mosaicodipace.it un articolo di Diego Cipriani su un modo alternativo di combattimento

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    Il 5 giugno 2017 è una di quelle date che troveranno posto nella storia del movimento per la pace e la nonviolenza italiano. È in quel giorno, infatti, che sono stati avviati i primi progetti di Servizio Civile dei Corpi Civili di Pace, una novità per il nostro Paese. Ma come si è arrivati a questo appuntamento? È utile ripercorrere le tappe di un cammino… iniziato nel secolo scorso.

    Esordi

    Già Tonino Bello, con la “marcia dei 500 a Sarajevo”, e Alex Langer, con le sue proposte al Parlamento europeo che cominceranno a prendere forma solo dopo la sua morte, avevano sognato la creazione, a livello internazionale, di un “esercito disarmato” che potesse intervenire nella prevenzione e gestione dei conflitti. La stessa Campagna di obiezione alle spese militari individuava, sin dagli anni Ottanta, la difesa popolare nonviolenta quale obiettivo di fondo da perseguire e molti obiettori verseranno le proprie somme “obiettate” al Fondo del servizio civile. Anche a livello di Nazioni Unite, con l’Agenda per la Pace di Boutros-Ghali, si sanciva il ruolo attivo dei civili nella cornice più ampia del peacekeeping e del peacebuilding. Nel frattempo, proprio durante gli anni della guerra nella ex-Jugoslavia, l’“Operazione Colomba”, promossa dalla Comunità Papa Giovanni XXIII di don Benzi, organizzò l’invio di decine di obiettori di coscienza per l’aiuto alle popolazioni civili vittime del conflitto.

    In quel tempo si discuteva in Parlamento la riforma della legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare e sembrò naturale a molti che proprio gli obiettori fossero i primi a poter essere impiegati, come dirà la legge del 1998, in “missioni umanitarie”, anche in presenza di nostri militari, per servizi non armati, non di supporto a missioni militari, e posti sotto il comando di autorità civili anche sotto egida dell’Onu. Sembrò che anche il legislatore italiano spingesse per la costituzione di un contingente di Caschi Bianchi da mettere a disposizione dell’Onu e dell’UE e la creazione di un Corpo Civile europeo di Pace.

    I Caschi Bianchi 

    Nel frattempo, tra la fine degli anni Novanta e il 2000, associazioni ed enti del Servizio Civile si organizzarono costituendo una “Rete Caschi Bianchi” (oggi costituita dalla Papa Giovanni XXIII, dalla Focsiv, dal Gavci e dalla Caritas Italiana) per l’invio di obiettori e volontari in Servizio Civile all’estero. Ma lo stesso servizio civile svolto oltre confine resta una cenerentola del più generale Servizio Civile volontario: basti pensare che su quasi 350mila giovani avviati al servizio tra il 2001 e il 2015 (ultimi dati disponibili), solo l’1,5% di essi lo ha svolto all’estero, e non soltanto per attività di peacekeeping.

    Nel 2001 la legge che, una volta sospesa la leva obbligatoria, istituì il Servizio Civile su base volontaria, introdusse la possibilità di svolgerlo all’estero per interventi di pacificazione e cooperazione fra i popoli, istituite dall’UE o da altre istituzioni internazionali.

    Nel 2005 il “Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta”, istituito presso la Presidenza del Consiglio, elaborò delle linee-guida per progetti sperimentali di Servizio Civile all’estero nell’ambito della difesa alternativa. Tuttavia, bisognerà attendere il 2011 per poter realizzare il primo progetto sperimentale di Servizio Civile (con sei volontari) applicato a un conflitto, quello derivante dall’antico codice del Kanun in alcune zone dell’Albania, più di tipo sociale e culturale che di tipo militare tradizionale, sebbene altrettanto cruento.

    Qualcuno potrebbe obiettare che quanto riassunto fin qui non c’entra nulla con i Corpi Civili di Pace, che sono “un’altra cosa” rispetto al Servizio Civile. Vero, in parte. Non si può, infatti, dimenticare che la storia di questo “sogno” è stata finora legata al mondo del servizio civile, anche perché non esisteva formalmente in Italia una “cosa” chiamata Corpi Civili di Pace. Almeno fino a una notte di dicembre 2013…

    Quel 17 dicembre 2013

    È martedì 17 e la Commissione Bilancio della Camera inizia i suoi lavori alle 10.10. All’ordine del giorno c’è l’esame della Legge di stabilità per il 2014, già approvata dal Senato. I lavori andranno avanti fino alle 2 di notte. Tra i tantissimi emendamenti presentati ne viene approvato uno dell’on. Giulio Marcon (gruppo SEL) che stanzia 9 milioni di euro per “l’istituzione di un contingente di Corpi Civili di pace, destinati alla formazione e alla sperimentazione della presenza di 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto o nelle aree di emergenza ambientale”. Il tutto da realizzare nel triennio 2014-2016. Per rendere la proposta praticabile immediatamente, Marcon inserisce questo contingente di CCP nel sistema del servizio civile, non senza ricevere critiche da quanti preferiscono non confondere i due “mondi”. Passa un mese e lo stesso Marcon firma per primo una proposta di legge (la n. 1981) per istituire in Italia i Corpi Civili di Pace, cioè “i gruppi, i contingenti e le unità operative non violenti e non armati formati da operatori di pace con lo scopo di realizzare attività di prevenzione dei conflitti”.

    Mentre questa proposta di legge resta (ancora oggi) una proposta, quel famoso emendamento è legge. Passano i mesi, il governo Letta lascia il posto al governo Renzi, ma quell’emendamento resta lettera morta. Bisognerà attendere il maggio 2015 perché venga emanato un decreto interministeriale che regolamenti l’organizzazione di quel famoso contingente di 500 giovani da dispiegare, oltre che all’estero, anche in Italia (!). Passano altri sei mesi e a dicembre viene emanato il “Prontuario” secondo il quale gli enti devono elaborare i progetti che verranno poi valutati. Il totale dei posti disponibili è di 200 volontari, 175 all’estero e 25 in Italia (per interventi di emergenza ambientale). Viene, inoltre, stilata una lista di 47 Paesi nei quali si possono progettare gli interventi dei CCP, compresi Stati come Kiribati, Nauru, Saint Kitts e Nevis, Samoa, St Vincent e Grenadine, St Lucia, Tonga, Tuvalu… nei quali risulterà difficile presentare progetti.

    Sarà anche per queste limitazioni che la risposta degli enti è inferiore alle aspettative governative: vengono presentati 20 progetti per complessivi 106 volontari (ridotti poi a 102) da parte di 9 enti. Alla vigilia di San Silvestro 2016, viene emanato il “bando” che mette a concorso i 102 posti, 24 in Italia e 78 all’estero. I Paesi esteri: Libano, Haiti, Bolivia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Filippine, Perù, Guinea Bissau, Ecuador, Giordania, Tanzania. E così si arriva al fatidico 5 giugno quando, a tre anni e mezzo dalla quella famosa seduta notturna a Montecitorio, partono finalmente i primi volontari dei Corpi Civili di Pace.

    Oggi 

    E adesso? Anzitutto c’è da completare il contingente restante di 398 posti, nella speranza che questa volta l’elenco dei Paesi nei quali poter progettare gli interventi sia più abbordabile del precedente.

    Ma, soprattutto, occorre pensare a una stabilizzazione di questa esperienza. Terminato il triennio di sperimentazione previsto dall’emendamento Marcon che cosa resterà dei CCP? Se fosse ancora in vita il prof. Antonio Papisca, che ci ha lasciato nel maggio scorso e che fino agli ultimi istanti di vita ha lavorato per questo progetto, ci ricorderebbe che esiste una legge, la n.145 del 2016, dedicata alla partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali che prevede i Corpi Civili di Pace tra i soggetti autorizzati, accanto alle Forze Armate, a intervenire all’estero. Accanto a questo ottimo risultato c’è da ricordare che la nuova legge sul Servizio Civile universale approvata l’anno scorso non prevede affatto la coniugazione tra Servizio Civile e Corpi di Pace.

    Per questo è urgente una nuova iniziativa del Parlamento (magari approvando la legge ad hoc proposta da Marcon, insieme a quella per istituire il Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta) che assicuri un futuro a questa esperienza. Sperando che ancora una volta la notte porti consiglio ai parlamentari…

    Serve chiarezza

    pubblicato 07 set 2017, 08:51 da Cultura della Pace

    Chi sono i nuovi jihadisti?

    Le biografie dei terroristi europei “allevati in casa” mostrano che si tratta di nichilisti violenti che adottano l’islam, piuttosto che fondamentalisti religiosi che si rivolgono alla violenza. 
    Sul sito www.serenoregis.org Olivier Roy ci dice chi sono i terroristi che ci attaccano

    Terrorismo, la jihad 2.0: così si reclutano i terroristi bambini

    C’è qualcosa di nuovo sulla violenza terroristica del jihad degli ultimi due decenni. Sia il terrorismo che il jihad esistono da molti anni, e forme di terrorismo “globalizzato” – in cui sono presi di mira luoghi altamente simbolici o civili innocenti, senza riguardo alle frontiere nazionali – sono retrodatabili almeno fino al movimento anarchico della fine del 19^ secolo. Quello che è senza precedenti è il modo in cui i terroristi ora perseguono deliberatamente le proprie morti.

    Negli ultimi 20 anni – da Khaled Kelkal, leader di un complotto per bombardare i treni di Parigi nel 1995, ai killers di Bataclan del 2015 – quasi tutti i terroristi in Francia si sono fatti esplodere o sono stati uccisi dalla polizia. Mohamed Merah, che ha ucciso un rabbino e i suoi tre figli in una scuola ebraica a Tolosa nel 2012, ha pronunciato una variante di una famosa dichiarazione attribuita a Osama bin Laden e usata abitualmente da altri jihadisti: “Noi amiamo la morte come voi amate la vita”. Adesso, la morte del terrorista non è più solo una possibilità o una conseguenza sfortunata delle sue azioni; è una parte centrale del suo piano. La stessa fascinazione per la morte si ritrova tra i jihadisti che si uniscono allo Stato islamico. Gli attacchi suicidi sono percepiti come l’obiettivo finale del loro impegno.

    Questa scelta sistematica della morte è un sviluppo recente. Gli autori di attacchi terroristici in Francia negli anni ’70 e ’80, indipendentemente dal fatto che avessero una qualche connessione con il Medio oriente, pianificavano attentamente le loro fughe. La tradizione musulmana, pur riconoscendo i meriti del martire che muore in combattimento, non stima coloro che colpiscono per perseguire la propria morte, perché questo interferisce con la volontà di Dio. Quindi, perché negli ultimi 20 anni i terroristi hanno scelto di morire? Che cosa ci dice questo sul radicalismo islamico contemporaneo? E che cosa ci dice oggi sulle nostre società?

    Quest’ultima domanda è tanto più rilevante in quanto questo atteggiamento verso la morte è inestricabilmente legato al fatto che il jihadismo contemporaneo, almeno in occidente – così come nel Maghreb e in Turchia – è un movimento giovanile non solo costruito indipendentemente dalla religione e dalla cultura dei genitori, ma è anche radicato in una cultura giovanile più ampia. Questo aspetto del jihadismo moderno è fondamentale.

    Ovunque si verifichi tale astio generazionale, esso assume anche la forma dell’iconoclastia culturale. Non vengono distrutti solo gli esseri umani, ma anche le statue, i luoghi di culto e i libri. La memoria viene annullata. “Cominciare una nuova vita” è un obiettivo comune alle guardie rosse di Mao Zedong, ai combattenti Khmer Rossi e all’Isis. Come ha scritto un jihadista britannico in una guida di reclutamento per l’organizzazione: “Quando scenderemo per le strade di Londra, Parigi e Washington … non solo faremo spillare il vostro sangue, ma demoliremo anche le vostre statue, cancelleremo la vostra storia e, cosa per voi molto più dolorosa, convertiremo i vostri figli, i quali poi continueranno a sostenere il nostro nome e malediranno i propri antenati”.

    Se è vero che tutte le rivoluzioni assorbono l’energia e lo zelo dei giovani, tuttavia la maggior parte non cerca di distruggere ciò che c’è stato prima. La rivoluzione bolscevica decise di mettere il passato nei musei piuttosto che ridurlo in rovina, e la rivoluzionaria Repubblica islamica dell’Iran non ha mai pensato di far esplodere Persepoli.

    Questa dimensione autodistruttiva non ha nulla a che fare con la politica del Medio Oriente. È anche controproducente come strategia. Anche se l’Isis proclama la sua missione per ripristinare il califfato, il suo nichilismo rende impossibile raggiungere una soluzione politica, impegnarsi in qualsiasi forma di negoziazione o cercare di creare una società stabile all’interno di confini riconosciuti.

    Il califfato è una fantasia. È il mito di un’entità ideologica che espande costantemente il proprio territorio. La sua impossibilità strategica spiega perché chi si identifica con essa, invece di dedicarsi agli interessi dei musulmani locali, ha scelto di entrare in un patto di morte. Non c’è nessuna prospettiva politica, nessun futuro luminoso, nemmeno un posto per pregare in pace. Ma mentre il concetto del califfato è veramente parte dell’immaginazione religiosa musulmana, lo stesso non può essere detto per il perseguimento della morte.

    Inoltre, il terrorismo suicida non è nemmeno efficace dal punto di vista militare. Mentre un certo grado di razionalità può essere trovato in un terrorismo “semplice” – in cui pochi individui determinati infliggono notevoli danni a un nemico molto più potente – è assolutamente assente dagli attacchi suicidi. Il fatto che militanti addestrati siano usati solo una volta non è razionale. Gli attacchi terroristici non mettono in ginocchio le società occidentali – provocano solo una contro-reazione. E questo tipo di terrorismo oggi reclama più vite musulmane che non vite occidentali.

    L’associazione sistematica con la morte è una delle chiavi per capire la radicalizzazione di oggi: la dimensione nichilista è centrale. Ciò che seduce e affascina è l’idea della rivolta pura. La violenza non è un mezzo. È una fine in sé.

    Questa non è tutta la storia: è perfettamente concepibile che altre forme terroristiche più “razionali” possano presto emergere sulla scena. È anche possibile che questa forma di terrorismo sia solo temporanea.

    Le ragioni per l’ascesa dell’Isis sono senza dubbio legate alla politica del Medio Oriente e la sua scomparsa non cambierà gli elementi di base della situazione. L’Isis non ha inventato il terrorismo: prende le mosse da una situazione già esistente. La genialità dell’Isis è il modo in cui offre ai giovani volontari un quadro narrativo in cui possono raggiungere le proprie aspirazioni. È tanto meglio per l’Isis se coloro che decidono volontariamente di morire – i disturbati, i vulnerabili, i ribelli senza una causa – hanno poco a che fare con il movimento, ma sono disposti a dichiarare fedeltà all’Isis in modo che i loro atti suicidi diventino parte di una narrazione globale.

    Ecco perché abbiamo bisogno di un nuovo approccio al problema dell’Isis, che cerchi di comprendere la violenza islamica contemporanea insieme ad altre forme di violenza e radicalismo che le sono molto simili – quelle che danno rilievo alla rivolta generazionale, all’auto-distruzione, alla rottura radicale con la società, all’estetica della violenza, al giorno del Giudizio.

    Si dimentica troppo spesso che il terrorismo suicida e le organizzazioni come Al-Qaeda e Isis sono nuove nella storia del mondo musulmano e non possono essere spiegate semplicemente dall’aumento del fondamentalismo. Dobbiamo capire che il terrorismo non sorge dalla radicalizzazione dell’Islam, ma dall’islamizzazione del radicalismo.

    Lungi dall’assolvere l’Islam, la “islamizzazione del radicalismo” ci costringe a chiederci perché e come i giovani ribelli abbiano trovato nell’Islam il paradigma della loro rivolta totale. Ciò non contraddice il fatto che un Islam fondamentalista si stia sviluppando da oltre 40 anni.

    Ci sono state critiche verbali a questo approccio. Uno studioso afferma che ho trascurato le cause politiche della rivolta – in sostanza, l’eredità coloniale, gli interventi militari occidentali contro i popoli del Medio Oriente e l’esclusione sociale degli immigrati e dei loro figli. Dall’altra parte, mi è stato addebitato il fatto di ignorare il legame tra la violenza terroristica e la radicalizzazione religiosa dell’Islam attraverso il salafismo, l’interpretazione ultra-conservatrice della fede. Sono pienamente consapevole di tutte queste dimensioni; sto semplicemente affermando che sono inadeguate per spiegare i fenomeni che stiamo studiando, perché nessun collegamento causale può essere trovato sulla base dei dati empirici che abbiamo a disposizione.

    La mia argomentazione è che la radicalizzazione violenta non è la conseguenza di una radicalizzazione religiosa, anche se spesso prende le stesse vie e prende in prestito gli stessi paradigmi. Il fondamentalismo religioso esiste, naturalmente, e pone notevoli problemi sociali, perché respinge valori basati sulla scelta individuale e sulla libertà personale. Ma non porta necessariamente alla violenza politica.

    L’obiezione che i radicali siano motivati dalla “sofferenza” vissuta dai musulmani che erano stati colonizzati, o vittime di razzismo o di qualsiasi altra discriminazione, o dei bombardamenti statunitensi, dei droni, dell’Orientalismo e così via, comporterebbe che la rivolta fosse guidata principalmente dalle vittime. Ma il rapporto tra radicali e vittime è più immaginario che reale.

    Coloro che eseguono attacchi in Europa non sono abitanti della striscia di Gaza, della Libia o dell’Afghanistan. Non sono necessariamente i più poveri, i più umiliati o i meno integrati. Il fatto che il 25% dei jihadisti siano convertiti dimostra che il legame tra i radicali e la loro “gente” è anch’esso una costruzione in gran parte immaginaria.

    I rivoluzionari non provengono mai dalle classi più sofferenti. Nella loro identificazione con il proletariato, con le “masse” e con i colonizzati c’è una scelta basata su qualcosa di diverso dalla loro situazione oggettiva. Ben pochi terroristi o jihadisti rendono pubbliche le proprie storie di vita. Parlano genericamente di ciò che hanno visto delle sofferenze di altri. Non erano palestinesi quelli che hanno colpito al Bataclan.

    Fino alla metà degli anni ’90, la maggior parte dei jihadisti internazionali provenivano dal Medio Oriente e avevano combattuto in Afghanistan prima della caduta del regime comunista nel 1992. In seguito, sono tornati nei loro paesi d’origine per partecipare al jihad o hanno abbracciato la causa all’estero. Queste erano le persone che cavalcarono la prima ondata di attacchi “globalizzati” (il primo tentativo al World Trade Center di New York nel 1993, contro le ambasciate statunitensi nell’Africa orientale nel 1998 e contro il cacciatorpediniere americano Cole nel 2000).

    Questa prima generazione di jihadisti era guidata da gente come Bin Laden, Ramzi Yousef e Khaled Sheikh Mohammed. Ma dal 1995 in poi, ha cominciato a svilupparsi una nuova progenie – nota in Occidente come “terrorista domestico”.

    Chi sono questi nuovi radicali? Conosciamo molti dei loro nomi grazie all’identificazione fatta dalla polizia dei perpetratori di attacchi in Europa e negli Stati Uniti. E un numero ancora maggiore è stato identificato nelle fasi di preparazione di attacchi. Abbiamo anche tutte le informazioni biografiche raccolte dai giornalisti. Non c’è bisogno di intraprendere un faticoso lavoro sul campo per capire le traiettorie terroristiche. Tutti i dati e i profili sono disponibili.

    Quando si tratta di capire le loro motivazioni, abbiamo tracce dei loro discorsi: tweet, chat in Google, conversazioni in Skype, messaggi su WhatsApp e Facebook. Chiamano i loro amici e la loro famiglia. Rilasciano dichiarazioni prima di morire e lasciano i testamenti sul video. Insomma, anche se non possiamo essere certi di averli compresi, abbiamo familiarità con loro.

    Abbiamo certamente maggiori informazioni sulle vite dei terroristi che operano in Europa rispetto a quelle sui jihadisti che partono per i paesi stranieri e non tornano più. Ma, come ha dimostrato lo studio di Sciences Po sui jihadisti francesi che sono morti in Siria, esistono molte somiglianze tra questi gruppi. Qui mi concentrerò principalmente sui franco-belgi, che forniscono la maggior parte dei quadri dei jihadisti occidentali. Ma anche la Germania, il Regno Unito, la Danimarca e i Paesi Bassi hanno importanti contingenti in prima linea.

    Utilizzando queste informazioni ho elaborato un database di circa 100 persone che sono state coinvolte nel terrorismo in Francia o hanno lasciato la Francia o il Belgio per partecipare al jihad globale negli ultimi 20 anni. Esso comprende gli autori di tutti gli attacchi più importanti mirati al territorio francese o belga. Non esiste un profilo terroristico standard, ma ci sono caratteristiche ricorrenti. La prima conclusione che si può trarre è che i profili non sono molto cambiati negli ultimi 20 anni. Khalal Kelkal, il primo terrorista “allevato in casa” in Francia e i fratelli Kouachi (Charlie Hebdo, Paris, 2015) condividono una serie di caratteristiche comuni: seconda generazione; abbastanza ben integrati in un primo momento; un periodo di criminalità minore; radicalizzazione in carcere; attacco e morte – armi in mano – in uno scontro con la polizia.

    Un’altra caratteristica che tutti i paesi occidentali hanno in comune è che i radicali sono quasi tutti i musulmani “nati di nuovo”, che dopo aver vissuto una vita altamente secolarizzata – la frequentazione di club, le bevande alcoliche, il coinvolgimento in piccoli crimini – improvvisamente rinnovano la loro osservanza religiosa, individualmente o nel contesto di un piccolo gruppo. I fratelli Abdeslam frequentavano un bar di Bruxelles e andavano nei locali notturni nei mesi precedenti l’attacco al Bataclan. La maggior parte entra in azione nei mesi successivi alla “riconversione” o “conversione” religiosa, ma di solito hanno già mostrato segni di radicalizzazione.

    Quasi in quasi ogni caso, i processi con cui si forma un gruppo radicale sono pressoché identici. L’appartenenza del gruppo è sempre la stessa: fratelli, amici di infanzia, conoscenze fatte in prigione, talvolta in un campo di addestramento. È anche degno di nota la presenza di molti fratelli.

    Questa sovra-rappresentanza di fratelli non si verifica in nessun altro contesto di radicalizzazione, sia nei gruppi estremisti che nei gruppi islamici. Essa sottolinea il significato della dimensione generazionale della radicalizzazione.

    Come ha scritto l’ex jihadista David Vallat, la retorica radicale dei predicatori potrebbe essere sintetizzata così: “L’Islam di tuo padre è ciò che i colonizzatori hanno lasciato dietro di loro: l’Islam di coloro che si inchinano e obbediscono. Il nostro Islam è l’Islam dei combattenti, del sangue, della resistenza “.

    I radicalizzati sono infatti spesso orfani – come i fratelli Kouachi – o provengono da famiglie che non funzionano. Non sono necessariamente ribelli contro i propri genitori, ma contro ciò che essi rappresentano: umiliazioni, concessioni fatte alla società e ciò che essi considerano come loro ignoranza religiosa.

    La maggior parte dei nuovi radicali sono profondamente immersi nella cultura giovanile: vanno in discoteca, agganciano ragazze, fumano e bevono. Quasi il 50% dei jihadisti in Francia, secondo la mia banca dati, ha una storia di modesti crimini – soprattutto di droga, ma anche atti di violenza e, meno frequentemente, rapine armate. Cifre simili si raccolgono in Germania e negli Stati Uniti – tra cui un numero sorprendente di arresti per guida in stato di ebbrezza. Anche le loro abitudini rispetto al modo di vestire sono conformi a quelle della gioventù odierna: marchi, berretti da baseball, cappucci, in altre parole abbigliamento di strada, e nemmeno della foggia islamica.

    Anche i loro gusti musicali sono quelli dei tempi: amano la musica rap e andare nei club. Una delle figure radicalizzate più note è un rapper tedesco, Denis Cuspert – noto prima come Deso Dogg, poi come Abu Talha al-Almani – che è andato a combattere in Siria. Naturalmente, sono anche appassionati di sport ed esperti di film violenti americani.

    Le loro tendenze violente possono avere esiti diversi da jihad e terrorismo – come si può vedere nelle guerre fra gang di Marsiglia. Esse possono anche essere canalizzate, sia dalle istituzioni – Mohammed Merah voleva entrare nell’esercito – sia attraverso lo sport. Un gruppo di convertiti portoghesi, la maggior parte dei quali originari dell’Angola, ha lasciato Londra per aderire all’Isis dopo avere aderito ad un club di box tailandese avviato da una ONG britannica. Le associazioni di combattimento sportivo sono più importanti delle moschee nella vita sociale del jihadista.

    La lingua parlata dai radicali è sempre quella del loro paese di residenza. In Francia, quando si riconvertono spesso passano ad una versione salafizzata del gergo parlato nella banlieue francese.

    I periodi di detenzione li mettono in contatto con coetanei radicalizzati e lontani da qualsiasi religione istituzionalizzata. La prigione amplifica molti dei fattori che alimentano la radicalizzazione contemporanea: la dimensione generazionale; la rivolta contro il sistema; la diffusione di un salafismo semplificato; la formazione di un gruppo compatto; la ricerca della dignità legata al rispetto della norma; e la reinterpretazione del crimine come protesta politica legittima.

    Un’altra caratteristica comune è la distanza dei radicali dalla loro cerchia più immediata. Non hanno vissuto in un ambiente particolarmente religioso. Il loro rapporto con la moschea locale è stato ambivalente: o hanno partecipato episodicamente o sono stati espulsi per aver mostrato mancanza di rispetto per l’imam locale. Nessuno di loro è appartenuto alla Fratellanza musulmana, nessuno di loro ha lavorato con una associazione caritativa musulmana, nessuno di loro ha partecipato ad attività di proselitismo, nessuno di loro è stato membro di un movimento di solidarietà palestinese e infine nessuno di loro, a mia conoscenza, ha partecipato alla rivolta nei sobborghi francesi nel 2005. Non sono stati previamente radicalizzati da un movimento religioso prima di volgersi verso il terrorismo.

    Se c’è stata veramente una radicalizzazione religiosa, non si verificata nel quadro delle moschee salafite, ma individualmente o all’interno del gruppo. Le uniche eccezioni sono in Gran Bretagna, che ha una rete di mosche militanti frequentate da membri di al-Muhajiroun, che hanno dato origine ad un gruppo ancora più radicale, Sharia4UK, guidato da Anjem Choudary. Quindi, la domanda è: quando e dove i jihadisti abbracciano la religione? Il fervore religioso sorge al di fuori delle strutture della comunità, tardivamente, piuttosto all’improvviso e poco prima che i terroristi si muovano all’azione.

    Riassumendo: il radicale tipico è un giovane immigrato o convertito di seconda generazione, molto spesso coinvolto in episodi di criminalità minore, praticamente senza istruzione religiosa, ma con un tragitto rapido e recente di conversione / riconversione, più spesso nel contesto di un gruppo di amici o su internet piuttosto che nell’ambito di una moschea. L’abbraccio della religione è raramente tenuto segreto, anzi viene esposto, ma non corrisponde necessariamente all’immersione nella pratica religiosa. La retorica della rottura è violenta: il nemico è il kafir, quello con cui non è possibile alcun compromesso, ma comprende anche la propria famiglia, i cui membri sono accusati di osservare l’Islam in modo inadeguato o di rifiutare la conversione.

    Al tempo stesso, è ovvio che la decisione dei radicali di identificarsi con il jihad e di rivendicare l’affiliazione con un gruppo islamico radicale non è solo una scelta opportunistica: il riferimento all’Islam fa tutta la differenza tra il jihad e le altre forme di violenza verso cui i giovani propendono. Il fatto di evidenziare questa cultura diffusa della violenza non significa “esonerare” l’Islam. Il fatto che questi giovani scelgano l’Islam come quadro di riferimento per pensiero ed azione è fondamentale, ed è proprio l’islamizzazione del radicalismo che dobbiamo sforzarci di comprendere.

    Oltre alle caratteristiche comuni di cui sopra, non esiste un profilo sociale ed economico tipico dei radicali. C’è una spiegazione popolare e molto semplicistica che considera il terrorismo come conseguenza di un’integrazione non riuscita – e quindi come annunziatore di una guerra civile che sta per venire – senza tenere minimamente conto delle masse di musulmani che sono ben integrati e socialmente in ascesa. È un fatto incontestabile, per esempio, che in Francia molti più musulmani sono arruolati in polizia e nelle forze di sicurezza di quanti sono coinvolti nel jihad.

    Inoltre, i radicali non provengono da comunità di tipo intransigente. Il bar di Bruxelles, frequentato dai fratelli Abdeslam, è situato in un quartiere che è stato descritto come “salafizzato” – che sarebbe pertanto off-limits per persone che bevono liquori e donne che non indossano il hijab. Ma questo esempio dimostra che la realtà di questi quartieri è più complessa di quanto siamo indotti a credere.

    È molto comune considerare il jihadismo come estensione del salafismo. Non tutti i salafiti sono jihadisti, ma si presume che tutti i jihadisti siano Salafiti, e quindi che il salafismo sia la porta del jihadismo. In breve, la radicalizzazione religiosa è considerata la prima tappa della radicalizzazione politica. Ma le cose sono più complicate di così, come si è visto.

    È chiaro, tuttavia, che questi giovani radicalizzati sono credenti sinceri: credono veramente che andranno in paradiso e il loro quadro di riferimento è profondamente islamico. Si affiliano ad organizzazioni che vogliono istituire un sistema islamico, o anche, nel caso dell’Isis, ricostituire il califfato. Ma di quale forma di Islam stiamo parlando?

    Come si è visto, i jihadisti non arrivano alla violenza dopo aver attentamente esaminato i testi sacri. Essi non hanno la necessaria cultura religiosa – e, soprattutto, non importa loro di averne una. Non diventano radicali perché hanno interpretato i testi in modo errato o perché sono stati manipolati. Sono radicali perché scelgono di esserlo, perché solo il radicalismo li attrae. A prescindere dal database cui si faccia riferimento, il dato che spicca è la scarsa conoscenza religiosa tra i jihadisti. Secondo alcuni dati trapelati dalle fonti di Isis, che contengono particolari di oltre 4.000 reclute straniere, mentre la maggior parte dei combattenti sono ben educati, il 70% afferma di avere dell’Islam una conoscenza solo di base.

    È importante distinguere qui tra la versione dell’Islam esposta dall’Isis stesso – che è molto più fondata sulla tradizione metodologica dell’esegesi delle parole del profeta Muhammad ed evidentemente fondata sull’opera di “studiosi” – e l’Islam dei jihadisti che dichiarano fedeltà all’Isis, che ruota anzitutto attorno a una visione dei nostri giorni di eroismo e violenza.

    Le esegesi scritturistiche che riempiono le pagine di Dabiq e Dar al-Islam, le due recenti riviste di Isis scritte in inglese e francese, non sono la causa della radicalizzazione. Esse contribuiscono a fornire una razionalità teologica alla violenza dei radicali – basata non su una conoscenza reale, ma un richiamo all’autorità. Quando i giovani jihadisti parlano di “verità”, non si riferiscono mai ad una conoscenza raziocinante. Si riferiscono alla propria certezza, talvolta sostenuta da un riferimento fascinatore agli sceicchi, che però essi non hanno mai letto. Ad esempio Cédric, un francese convertito, ha affermato al suo processo: “Non sono una jihadista da tastiera, non mi sono convertito su YouTube. Ho letto gli studiosi, quelli veri.” Ma ha detto questo nonostante non sia in grado di leggere l’arabo e incontri su Internet i membri della sua rete.

    Probabilmente conviene ascoltare ciò che dicono i terroristi. Per tutti loro si ripetono gli stessi temi, che si possono riassumere nella dichiarazione postuma di Mohammad Siddique Khan, leader del gruppo che ha eseguito l’attentato di Londra il 7 luglio 2005.

    La prima motivazione che ha citato sono le atrocità commesse dai paesi occidentali contro il “popolo musulmano” (nella trascrizione egli dice, “il mio popolo in tutto il mondo”); la seconda è il ruolo dell’eroe vendicatore (“sono direttamente responsabile della protezione e della vendetta dei miei fratelli e sorelle musulmani”, “ora anche voi assaporerete la realtà di questa situazione”); la terza è la morte (“amiamo la morte tanto quanto voi amate la vita”), e la sua accoglienza in cielo (“Allah … mi innalzi tra quelli che amo come i profeti, i messaggeri, i martiri”).

    La comunità musulmana, che tali terroristi sono ansiosi di vendicare, quasi mai è specificata. È una realtà non storica e non spaziale. Quando si scaglino contro la politica occidentale in Medio Oriente, i jihadisti usano il termine “crociati”; non si riferiscono alla colonizzazione francese dell’Algeria.

    I radicali non si riferiscono mai esplicitamente al periodo coloniale. Essi rifiutano o ignorano tutti i movimenti politici e religiosi che sono venuti prima di loro. Non si allineano alle lotte dei loro padri; quasi nessuno di loro torna ai paesi di origine dei loro genitori per impegnarsi nel jihad. È degno di nota che nessuno dei jihadisti, sia nato musulmano sia convertito, abbia preso parte, a mia conoscenza, ad iniziative a fianco di un movimento pro-palestinese o sia appartenuto ad un qualche tipo di associazione per combattere l’islamofobia o anche ad una ONG islamica. Questi giovani radicali leggono testi in francese o in inglese che circolano su internet, ma non opere scritte in arabo.

    Stranamente, i difensori dello Stato islamico non parlano mai della sharia e quasi mai della società islamica che sarà costruita sotto gli auspici dell’Isis. Coloro che dicono di essere andati in Siria perché volevano “vivere in una vera società islamica” sono tipicamente dei rimpatriati che negano di aver partecipato alla violenza mentre erano là – come se la volontà di impegnarsi nel jihad e il desiderio di vivere secondo la legge islamica fossero incompatibili. Ed in un certo senso questo è vero, perché ai jihadisti non interessa vivere in una società islamica: non vanno in Medio Oriente per vivere, ma per morire. Questo è il paradosso: questi giovani radicali non sono utopici, sono nichilisti.

    Ciò che è più radicale nei nuovi radicali rispetto alle precedenti generazioni di rivoluzionari, islamisti e salafisti, è il loro odio per le società esistenti, sia occidentali che islamiche. Questo odio è incarnato nel perseguimento della propria morte quando commettono omicidi di massa. Essi uccidono se stessi insieme al mondo che rifiutano. Dall’11 settembre 2001, questo è il modus operandi preferito dai radicali.

    L’assassino di massa che è anche suicida è purtroppo una figura contemporanea comune. L’esempio tipico è l’americano che colpisce in una scuola, che entra in essa pesantemente armato, uccide indiscriminatamente il maggior numero possibile di persone, poi si uccide o si lascia uccidere dalla polizia. Egli ha già postato online fotografie, video e dichiarazioni. In esse egli ha assunto posizioni eroiche ed è felicissimo del fatto che adesso tutti sapranno chi egli era veramente. Negli Stati Uniti ci sono stati 50 attacchi o tentativi di attacchi di questo tipo tra il 1999 e il 2016.

    I confini tra un killer di massa di questo tipo che si suicida e un militante del califfato sono comprensibilmente nebulosi. Il killer di Nizza, per esempio, era stato descritto inizialmente come malato mentale e solo più tardi come un militante dell’Isis il cui crimine era stato premeditato. Ma queste idee non si escludono reciprocamente.

    Il punto qui non è quello di mescolare insieme tutte queste categorie. Ognuna è specifica, ma c’è un filo conduttore che attraversa gli omicidi di massa perpetrati da giovani scontenti, nichilisti e suicidi. Ciò che organizzazioni come Al-Qaida e Isis provvedono a produrre è uno scritto.

    La forza dell’Isis è di giocare sulle nostre paure. E la paura principale è la paura dell’Islam. L’unico impatto strategico degli attacchi è il loro effetto psicologico. Non incidono sulle capacità militari dell’Occidente; anzi le rafforzano, ponendo fine ai tagli delle spese militari. Essi hanno un effetto economico marginale e compromettono le nostre istituzioni democratiche solo nella misura in cui noi stessi li facciamo rientrare nel dibattito eterno sul conflitto tra sicurezza e stato di diritto. Il timore è che le nostre società possano implodere e possa esserci una guerra civile tra i musulmani e gli “altri”.

    Noi ci domandiamo che cosa voglia l’Islam, che cosa sia l’Islam, senza che ci rendiamo finalmente conto che questo mondo dell’Islam non esiste; che l’ummah è, nel migliore dei casi, un pio desiderio pio e nel peggiore un’illusione; che i conflitti sono prima e soprattutto tra i musulmani stessi; che la chiave di questi conflitti è innanzitutto politica; che le questioni nazionali rimangono la chiave per il Medio Oriente e le questioni sociali sono la chiave dell’integrazione.

    Sicuramente l’Isis, come al-Qaida, ha modellato un grandioso sistema immaginario in cui dipinge se stesso come conquistatore e vincitore dell’Occidente. È un’enorme fantasia, come tutte le ideologie millenariste. Ma, a differenza delle principali ideologie secolari del XX secolo, il jihadismo ha una base sociale e politica molto ristretta. Come abbiamo visto, non mobilita le masse e attrae solo coloro che si trovano ai margini.

    C’è la tentazione di vedere nell’Islam un’ideologia radicale che mobilita moltitudini di persone nel mondo musulmano, proprio come il nazismo fu in grado di mobilitare grandi porzioni della popolazione tedesca. Ma la realtà è che la pretesa dell’Isis di stabilire un califfato globale è un’illusione – ed è per questo che attira giovani violenti con deliri di grandezza.


    Olivier Roy – 13 aprile 2017 – The Guardian

    (Estratto di Jihad e morte: attrattiva globale dello stato islamico di Olivier Roy, pubbl.to da Hurst)

    (traduzione: P. P. Bastia)

    (originale inglese in https://www.theguardian.com/news/2017/apr/13/who-are-the-new-jihadis, estratto da “Jihad and death: the global appeal of Islamic State”, Hurst, London 2017)

    Padre Paolo Dall'Oglio è indimenticabile

    pubblicato 27 lug 2017, 00:51 da Cultura della Pace

    Non dimentichiamo Padre Paolo Dall’Oglio

    Alla fine di questa settimana, tra venerdì 28 e sabato 29 luglio, ricorderemo padre Paolo Dall’Oglio, questo instancabile costruttore di ponti che ha indicato a tutti noi la strada più semplice, quella che armonizza anziché dividere, che riconosce l’indispensabilità dell’altro anziché l’indispensabilità dell’odio. Articolo di Riccardo Cristiano sul sito www.perlapace.it





    Mancavano pochi giorni alla fine del 2007 quando padre Paolo Dall’Oglio scrisse nella rubrica “la sete di Ismaele” che firmava su “Popoli”,  il web magazine dei gesuiti: “Quest’anno l’Adha, la festa del sacrificio alla fine del pellegrinaggio abramitico, cade pochi giorni prima di Natale. Da secoli i vicini di casa cristiani e musulmani si rendono vicendevolmente visita per le feste cogliendo l’occasione per riconciliarsi quando necessario. Perché non farlo anche in Italia? Magari con una telefonata prima: “Pronto? Parlo con il signor Mohammad? Volevo augurarle buona festa. Ha parenti al pellegrinaggio? Dio glieli riporti tutti a casa in buona salute. Vorrei venirla a trovare con mia moglie per farle tanti auguri di persona.” E’ probabile che i vostri vicini vengano poi a trovarvi a Natale. Ci  vorrà pazienza e aiuto dello Spirito Santo per fondare amicizie durature, armonizzare le mentalità, abituarsi alle diverse sensibilità”.

    Alla fine di questa settimana, tra venerdì 28 e sabato 29 luglio, ricorderemo padre Paolo Dall’Oglio, questo instancabile costruttore di ponti che ha indicato a tutti noi la strada più semplice, quella che parte da una semplice telefonata, per cambiare il corso della storia e contribuire all’edificazione di una società diversa, che armonizza anziché dividere, che riconosce l’indispensabilità dell’altro anziché l’indispensabilità dell’odio.

    Non sappiamo chi abbia sequestrato Paolo quella notte tra il 28 e il 29 luglio di quattro anni, fa , 2013. Non hanno mai rivendicato il suo sequestro.  Per me hanno voluto metterlo a tacere perché  era tra le più autorevoli voci che negavano a chicchessia il diritto di fare dei siriani dei sudditi di un sedicente stato confessionale o familiare. Per questo era amato dai suoi concittadini siriani.

    Durante  questi anni durissimi e dolorosissimi per la Siria cominciati nel 2011, nel testo scritto per “Popoli” prima del suo sequestro, padre Dall’Oglio tra le altre cose ha scritto: “faccio ormai parte di una specie di collettivo su internet con il quale compariamo informazioni, cerchiamo di chiarire eventi, di emanciparci da febbri ideologiche e maree emotive suscitate e cavalcate ad arte. Ma la lotta è impari. Occorre formulare un mantra da ripersi di continuo: “Le sfumature sono sempre più fragili della propaganda, se vi soddisfa l’indottrinamento non abbiamo più nulla da darci.”

    Quella specie di collettivo, caro Paolo, c’è ancora. Senza di te fatichiamo a sentirci, a riconoscerci, a capire, ma il ponte che hai creato tra tanti rimane, e per tutti le sfumature sono rimaste fondamentali. L’indottrinamento abbiamo cercato di tenerlo lontano da noi, e quest’anno in tanti, sui giornali, alla radio, in televisione, cercheranno di ricordarti innanzitutto per chiedere la tua liberazione, come non abbiamo abbastanza fatto sin qui, quale nostro concittadino. Ma poi riprenderemo i tuoi scritti per cercare insieme a te le nuove sfumature da difendere, le nuove dottrine da evitare, i nuovi ponti da edificare; senza santini, semplicemente tentando di camminare insieme con te lungo le frontiere della convivialità mediterranea alla quale continui a dare il tuo contributo.

    Paolo, dopo esserti espresso a favore del piano di pace dell’inviato dell’Onu Kofi Annan sei stato  espulso dalla Siria nel 2012, e il tuo account era “espulso arrabbiato”: tanto arrabbiato che sei voluto rientrare nella piena consapevolezza del rischio, due volte, restando  sacerdote, fratello nel battesimo,  fratello in umanità,  intellettuale,  giornalista,  appassionato amico della libertà di tutto il popolo siriano. E sei stato sequestrato; per noi seguitare a riflettere con te è la risposta migliore a chi si è illuso di sequestrare con te anche le tue idee.

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