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Sorgente di pace

pubblicato da Cultura della Pace   [ aggiornato in data ]

Carestia in Africa: nuovo appello Caritas alla solidarietà, nella Giornata Mondiale dell'Acqua  
Sul sito www.caritasitaliana.it l'appello per aiutare i paesi poveri per l'approvvigionamento dell'acqua
Mente si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua, continuano incessanti gli appelli delle agenzie internazionali e delle Chiese africane per la gravissima crisi alimentare che sta investendo diversi paesi del continente a causa di conflitti localizzati, siccità e volatilità dei prezzi del cibo. Dopo il Sud Sudan anche in Somalia è stato dichiarato lo stato di carestia, che vuol dire rischio di morte per fame.  Se in questi due paesi - insieme alla parte Nord occidentale della Nigeria - ci sono le situazioni più gravi, la crisi investe anche altre zone del Corno d’Africa, dell’Africa orientale e meridionale. 
La rete Caritas in Africa da mesi sta potenziando gli interventi per la sicurezza alimentare delle comunità con particolare attenzione alla fasce più vulnerabili (minori, donne, malati), ma l’entità dei bisogni è tale da richiedere con urgenza un impegno ulteriore e una solidarietà internazionale che purtroppo sino ad ora non è stata sufficiente. 
“In questo momento è più che mai necessario l’impegno di tutti a non fermarsi solo a dichiarazioni, ma a rendere concreti gli aiuti alimentari e a permettere che possano giungere alle popolazioni sofferenti”.  È l’accorato appello di papa Francesco all’udienza dello scorso 22 febbraio che Caritas rilancia con forza (vedi pagina su crisi alimentare), per evitare che si resti indifferenti davanti a questa drammatica crisi e si ripeta quanto accadde nel 2011, quando morirono per fame 250.000 persone.
“Proprio per evitare che simili situazioni si ripresentino ciclicamente – sottolinea don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana - è indispensabile che, accanto alla risposta umanitaria, vi sia un impegno ad agire sulle cause della crisi: guerre, erosione dell’ambiente, cambiamento climatico,  politiche economiche a vantaggio delle grandi corporazioni e a svantaggio dei  piccoli agricoltori e delle comunità rurali”. 
Caritas Italiana, grazie alla solidarietà di singole persone e comunità e i contributi della CEI per il Sud Sudan dai fondi dell’8x1000, ha già stanziato oltre un milione di euro a sostegno di interventi  in molti dei paesi colpiti. Le azioni principali riguardano: distribuzione di cibo, rifornimento di acqua, assistenza ai malati, soprattutto a quanti sono debilitati dalla malnutrizione, distribuzione di kit di emergenza, sostegno ad attività produttive, attività di promozione della pace. Particolare attenzione viene dedicata al rafforzamento della capacità di risposta e adattamento della comunità colpite dalla crisi. I paesi d’intervento sono quelli della regione del Corno d’Africa, compresi Kenya e Etiopia,  il Sud Sudan, il Sudan (Darfur e Monti Nuba),  il Madagascar, il Malawi, lo  Zimbabwe, la Nigeria, il Burundi, ed altri paesi come la Repubblica Democratica del Congo, l’Uganda, il Rwanda, la Tanzania che accolgono  profughi sud sudanesi e burundesi.
Le necessità purtroppo crescono costantemente e per questo Caritas Italiana rilancia un appello alla solidarietà concreta a fianco dei fratelli e le sorelle colpite da questa tragedia per continuare a rispondere ai bisogni immediati e per avviare attività di prevenzione.
 
 
È possibile sostenere gli interventi di Caritas Italiana (Via Aurelia 796 - 00165 Roma), utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o on line sul sito www.caritas.it, o bonifico bancario (causale “Africa/carestia”) tramite
 
• Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma –Iban: IT 29 U 05018 03200 000000011113
• Banca Prossima, piazza della Libertà 13, Roma – Iban: IT 06 A 03359 01600 100000012474
• Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013
• UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119

C'è sempre tempo per i giusti

pubblicato 16 mar 2017, 15:39 da Cultura della Pace

Non cadiamo nel tranello dell'odio

Sul sito www.gariwo.net un articolo del Presidente Gabiele Nissim

Perché parlare dei Giusti? Non si convince nessuno con le prediche, ma con dei comportamenti morali. In tal senso è bellissima la favola del miele che racconta Pinar Selek. Per convincere un ragazzo a non mangiare solo del miele e così morire di fame, il maestro decide di non mangiare il miele per settimane.

“Anche io amo il miele, ma ho deciso- dice il maestro- per dieci giorni di astenermi per essere il maestro della mia parola. Così ho potuto convincere quel ragazzo a cambiare idea.” È questa l’idea di Baruch Spinoza, il quale sostiene che gli uomini virtuosi con le loro azioni possono creare una lunga catena di emulazione.

Mi piace ricordare, come diceva Hannah Arendt, che delle azioni di pochi sulla scena pubblica, pur senza apparentemente cambiare il corso degli avvenimenti, possono rappresentare un nuovo inizio all’interno della Polis.
All’inizio sembrano pazzi, pagano un prezzo personale molto pesante, ma poi fanno dei veri e propri miracoli. Sono gli unici miracoli possibili su questa terra.
Non è un Dio, ma solo l’uomo, che può sempre salvare l’uomo e in fondo l’uomo è un Dio per l’altro uomo.

Lo hanno fatto i pochi che nel ‘68 manifestarono sulla Piazza Rossa dopo l’intervento sovietico, o le donne argentine che si radunarono a Buenos Aires sulla Plaza de Majo per chiedere notizie dei loro figli scomparsi. 
Lo fanno oggi i Giusti del nostro tempo.

Perché quindi parlare dei Giusti del dialogo e dei Giusti del nostro tempo?

Perché c’è un miele ingannevole che rischia di avvelenare il mondo. Bisogna capire il sapore del miele di oggi, perché il male nel mondo si presenta sempre con una idea di Bene, come ricordava il filosofo bulgaro Tzvetan Todorov, recentemente scomparso.

Per migliorare il mondo alcuni dicono che bisogna costruire dei muri, rifare le frontiere, che bisogna rinchiudersi nei ghetti delle proprie appartenenze, nei dogmi delle proprie religioni. La condivisione del mondo, la contaminazione, è il grande pericolo per questi uomini, che dunque propongono con tanto consenso soltanto una difesa del proprio orticello, del proprio pezzettino di mondo.
È questa la sfida di oggi.
Abbiamo persino un Presidente americano che con il suo slogan America First fa questi discorsi dalla Casa Bianca.

È riapparsa la cultura dell’odio, del nemico, della contrapposizione del proprio ego ai bisogni degli altri; la verità è soltanto quella che sostieni tu, non è una verità sui dati di fatto e condivisa dagli altri. 
Un esempio di questa degenerazione sono i selfie; non si fanno più le fotografie al mondo, ma soltanto a se stessi. Non si guarda all’altro, ma soltanto alla propria faccia. Si perde così la curiosità nei confronti del mistero dell’altro e della bellezza della natura. 
Sui social network non si ama più confrontarsi con gli altri alla ricerca di un dialogo, ma si interviene soltanto per dire che noi abbiamo totalmente ragione e l’altro ha torto marcio. Così sulla rete sono nate le cosiddette false verità.

Nella politica sembra prevalere la cultura del disprezzo, che disumanizza chi la pensa diversamente. Non si discute una idea, ma si presenta l’altro come un nemico, come un essere marcio. Se dunque l’altro è un essere marcio, non ha dunque diritto di parola e di cittadinanza e va quindi combattuto.
Così ritorna la cultura della contrapposizione tra noi e loro: gli altri sono sempre i barbari, contro cui è lecito usare tutti i mezzi.

Questa cultura ha già creato dei danni enormi, perché le parole malate si sono trasformate in violenza e in prevaricazione nei confronti dell’altro uomo.

Dalle parole si è passati all’annientamento di altri uomini.

C’è così il terrorismo, che propone una sorta di apocalisse islamica dove dei giovani si presentano sulla scena come dei vendicatori che decidono chi deve vivere e chi deve morire. Non c’è differenza nel messaggio tra il giovane norvegese Anders Breivik, che uccise decine di ragazzi in Norvegia, e i terroristi suicidi di Parigi, di Bruxelles e di Berlino. È l’idea della distruzione per la distruzione che li affascina e che fa loro sognare che per questo motivo saranno ricompensato in Paradiso.

Ci sono i nazionalismi in Europa centro orientale, con dei Paesi – come l’Ucraina - che contrappongono le etnie le une contro le altre.

Ci sono i populisti che vogliono la distruzione dell’Europa e chiedono il ritorno ai piccoli staterelli, dimenticandosi che proprio i nazionalismi portarono al suicidio dell’Europa durante le due guerre mondiali.

Ci sono degli Stati e dei pseudo Stati che sono stati responsabili di veri e propri genocidi, come la Siria e Daesh, che hanno massacrato centinaia di migliaia di persone nella grande indifferenza del mondo.

Ci siamo resi ancora una volta conto che nonostante Auschwitz e la Convenzione delle Nazioni Unite non esiste una politica internazionale condivisa per la prevenzione dei genocidi.

Chi sono allora i Giusti del dialogo?
Coloro come Hamadi ben Abdesslem e Lassana Bathily, che non solo hanno salvato delle vite umane durante degli attentati terroristici, ma che si sono trasformati nel mondo arabo e musulmano in testimonial contro il terrorismo. Hanno lanciato un messaggio straordinario: quando in nome di Dio si uccide e si trova la giustificazione per compiere degli atti barbari, in realtà su uccide lo stesso Dio. Come aveva intuito Etty Hillesum, prima di morire ad Auschwitz, gli uomini sono chiamati a difendere Dio da coloro che lo vorrebbero trasformare nel peggiore dei criminali.
Essi sono l’esempio migliore nella battaglia contro i foreign fighters, contro l’ideologia dell’Isis, e ci fanno leggere l’Islam in modo diverso.

Sono coloro, come Pinar Selek e Raif Badawi, chenei due Paesi chiave di tutta l’aerea del Medio Oriente - Turchia e Arabia Saudita -, difendono l’idea di pluralità umana e religiosa e si battono contro l’idea di un pensiero unico, di un monismo che vuole imporre una sola religione, un solo partito, una sola verità, il potere di un solo uomo.

Sono coloro che salvano i migranti in mare come la Guardia Costiera italiana o Christopher e Regina Catrambone - che con il Moas hanno salvato trentamila naufraghi nel Mediterraneo -, come l’eritrea Aganesh Fessaha, che sta creando con il suo lavoro dei veri e propri canali umanitari per prestare soccorso a chi fugge dalla fame e dalle persecuzioni. Abbiamo onorato queste figure l’8 marzo a Neve Shalom e lo faremo il 22 marzo in Tunisia.

Parlare dei Giusti del dialogo non è soltanto una questione etica, ma anche una questione politica. C’è infatti un grave tranello in cui si rischia di cadere di fronte alla cultura della contrapposizione.
Come hanno insegnato Etty Hillesum, Mandela in Sudafrica, ma direi anche Antoine Leiris a Parigi e la famiglia Solesin in Italia, non dobbiamo combattere la cultura dell’odio inserendo nuovi germi dell’odio nell’umanità.

Se si cade in questo tranello, ci sarà la guerra di tutti contro tutti.
Dobbiamo agire, prendendo in mano la bandiera della non violenza, del dialogo, del convincimento.

Vorrei ricordare una favola di Mandela che raccontava due modi di combattere contro il male. Il vento e il sole si erano sfidati per convincere un uomo a togliersi il cappotto. Il primo soffiava bordate sempre più intense di vento e quell’uomo invece di spogliarsi si stringeva sempre di più al suo mantello. Il Sole invece lo riscaldava dolcemente fino a quando quell’uomo per il troppo caldo si decise a togliersi quel mantello. Il Sole lo aveva riscaldato con amore e quella persona si era sentita rassicurata e aveva dunque deciso di rinunciare alla sua corazza per aprirsi all’altro.

Certamente per ottenere dei risultati non basta essere soltanto buoni. Anche Etty Hillesum nelle sue ultime lettere si era augurata che gli alleati bombardassero il campo di concentramento di fronte a tanto orrore.
Ma vorrei ricordare lo spirito di Hrant Dink in Turchia - di cui ci parla Pinar Selek -, il quale si apriva sempre ai turchi che lo ostacolavano e diceva che di fronte a chi semina l’odio bisogna applicare un “pragmatismo tattico”.

Il dialogo è il nostro pragmatismo.

La situazione in Siria

pubblicato 16 mar 2017, 15:31 da Cultura della Pace

Siria, sei anni dopo

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Michele Focaroli cerca di comprendere la situazione siriana


guerra in siria mappa-dicembre-2016


Si è chiuso il 3 marzo a Ginevra il quarto round di negoziati chiamati a trovare una soluzione alla crisi siriana, che sta entrando nel sesto anno. Il vertice, convocato per cercare una mediazione tra le parti, è il quarto tentativo di raggiungere una soluzione alla crisi. Il tavolo negoziale di Ginevra è - o vorrebbe essere - lo sbocco politico alla crisi, mentre quello parallelo di Astana - il cui ultimo round si è tenuto il 16 e 17 febbraio - dovrebbe essere quello militare, ed è voluto e guidato dai tre attori politici esterni attualmente più influenti nella complessa situazione siriana: Russia, Turchia e Iran.

I punti all'ordine del giorno di Ginevra IV erano la ricerca di una soluzione di stabilizzazione duratura della crisi siriana, una verosimile prospettiva politica futura (che dunque non può non riguardare il ruolo che nell'assetto siriano avrà Bashar Al Assad), la bozza di una costituzione siriana, la data di possibili elezioni. I rapporti di forza, con il progredire delle dinamiche militari sul terreno, vedono ora il regime di Assad in una posizione di vantaggio: la completa presa di Aleppo, terminata a dicembre scorso dopo che le forze lealiste hanno piegato la resistenza dei ribelli nella parte est della città, ha permesso ad Assad di consolidare il controllo del Paese.

Il vertice ha, da un lato, consentito ad Assad di mettere sul tavolo la questione di una strategia anti-terrorismo; dall'altro, ha consentito alle opposizioni di ribadire l'esigenza di avviare un processo di transizione politica. Basi di discussione, queste, che costituiranno il cuore delle prossime sessioni negoziali, il 23 marzo a Ginevra e il 14 aprile ad Astana. Per quanto stavolta la prospettiva di un esito più incisivo sembra essere più verosimile, rimane tuttavia una questione centrale, che divide le due parti in maniera netta: Assad continua a ritenere tutte le componenti dell'opposizione alla stregua di terroristi; l'opposizione, a sua volta, pone l'allontanamento di Assad come condizione imprescindibile per avviare una transizione politica.

Il cessate-il-fuoco ufficialmente in vigore dal dicembre del 2016 è stato più volte violato; secondo il Syrian Network for Human Rights, solo nella settimana di apertura del vertice di Ginevra sono rimaste uccise 413 persone - di cui 54 bambini.

ATTORI SUL TERRENO E ZONE DI CONTROLLO

IL REGIME - Assad controlla ormai buona parte del territorio occidentale della Siria, fatta eccezione per la città di Idlib - nel nord-ovest del Paese, meta delle vere e proprie deportazioni dei cittadini di Aleppo est una volta che, a dicembre, venne definitivamente riconquistata dal regime - e per l'area circostante Daraa, a sud della Siria. Il 5 marzo il regime ha sganciato su Daraa le terribili barrel bomb, veri e propri barili di metallo imbottiti di esplosivo e resi ancora più temibili da bulloni e ferraglia che, nel momento dell'esplosione, moltiplicano la potenzialità nociva dell'ordigno. Assad non è nuovo all'uso dei barrel bomb, compiendo veri e propri crimini di guerra. Le forze governative sono riuscite da poco a riprendere Palmira, sede di uno dei più importanti centri archeologici del Medio Oriente.

I CURDI SIRIANI E LA TURCHIA - La parte settentrionale della Siria è per buona parte in mano ai curdi siriani del YPG (Unità di Protezione Popolare) che costituiscono la componente maggioritaria delle SDF - Syrian Democratic Forces, formazione costituita per iniziativa degli Stati Uniti a metà 2016. Questo è uno dei nodi più complicati della partita siriana. I curdi siriani hanno l'obiettivo fondamentale di dare continuità territoriale alle aree da loro controllate: congiungere quindi il cantone di Efrin - a est - con i territori del Rojava, cioè Kobane, al-Hasakah e Qamishli - più a ovest. Al Bab è una piccola città che è esattamente in mezzo tra Aleppo e l'Eufrate, e il cui controllo è dunque cruciale per creare un ponte di collegamento tra una zona e l'altra; dopo tre mesi di vari e infruttuosi tentativi, Al Bab è stata strappata a Daesh da parte delle forze turche, che hanno condotto le operazioni di terra - venendo da nord - in sostegno dell' FSA (Free Syrian Army). A questo punto, forte della vittoria, Erdogan ha pensato che la Turchia avrebbe potuto avanzare verso Raqqa, e col pretesto di andare a combattere Daesh impedire l'avanzata dei curdi siriani - e dunque l'eventualità che i curdi unificassero i loro territori, il vero e proprio spauracchio che muove le maldestre mosse tattiche di Erdogan. L'esercito di Assad però, raggiungendo Manbij, ha disinnescato la minaccia turca trovando un accordo di convenienza con i curdi dell'YPG, dunque col benestare degli USA che li appoggiano: l'YPG sostanzialmente lascia buona parte delle aree attorno a Manbij al controllo dell'esercito lealista, che in cambio presidierà la cittadina dall'avanzata turca.

L'accordo dimostra come YPG e le forze governative siriane, pur non essendo alleati "diretti", perseguono tuttavia una strategia di comune accordo de facto.

DAESH - Raqqa è la cosiddetta "roccaforte" di Daesh, il cui controllo sul territorio è limitato ormai a una striscia centrale, lungo il corso dell'Eufrate: una striscia limitata ma importante, perché comprende, oltre a Raqqa, la città di Deir E-Zor, che peraltro sta vivendo una gravissima crisi sanitaria dovuta alla scarsità di medicinali e vaccini causata dai blocchi nei rifornimenti operati da Daesh e, prima, del regime di Assad.

Raqqa è oggetto, in questo momento, della terza fase di "Scudo dell'Eufrate" , operazione nata il 24 agosto per iniziativa della Turchia, che entrò in territorio siriano a sostegno dei gruppi ribelli dell'Free Syrian Army (FSA) col doppio obiettivo di combattere Daesh, da una parte, e frenare l'avanzata dei curdi siriani del Rojava, dall'altra.

GLI STATI UNITI - La posizione USA alla luce dell'insediamento di Donald Trump non è ancora ben definita. L'appoggio statunitense all'SDF, quindi ai curdi dell'YPG, è stato ed è rivolto essenzialmente in funzione anti Daesh. E' di poche ore fa la notizia che 400 marines USA sono giunti in Siria per dare supporto all'offensiva dell'SDF a trazione curda per togliere Raqqa dal controllo di Daesh. Questa notizia dà sostanza a un altro dei tanti passi falsi di Istanbul nella partita siriana. La Turchia, infatti, poche settimane fa ha provato a convincere gli Stati Uniti a scaricare i curdi, offrendo una doppia alternativa; ma l’avanzata delle forze governative siriane e l’opposizione americana hanno definitivamente affossato i piani turchi: secondo gli USA i curdi dell'YPG faranno certamente parte dell'offensiva su Raqqa.

GLI ALLEATI DI ASSAD - La Russia di Putin ha ottenuto finora i più grandi successi politico-strategici dalla sua entrata nel conflitto siriano a fianco di Assad. Il primovertice di Astana del 23 e 24 gennaio, infatti, ha visto Putin dettare le proprie condizioni, ottenendo contemporaneamente ottimi risultati commerciali e lo status di deus ex machina della crisi siriana. Dal punto di vista economico Putin ha ottenuto, in cambio del massiccio appoggio al regime di Assad - appoggio senza il quale, a detta dello stesso ministro della difesa russo, le sorti del conflitto molto difficilmente sarebbero girate in favore di Assad - , l'ampliamento della base navale nella città di Tartous e di quella aerea di Latakia; inoltre nell'occasione la Russia si è assicurata lo sfruttamento dei giacimenti di gas siriano, oltre agli appalti per la ricostruzione.

L'Iran ha l'obiettivo fondamentale di consolidare ed espandere la propria influenza nell'area. Il massiccio sostegno assicurato a Assad è ascrivibile in buona parte al decisivo intervento delle milizie di Hezbollah, il "partito di Dio" libanese braccio armato del regime iraniano, che, entrato in maniera prepotente nella partita siriana a partire da maggio nel 2013 con lo schieramento di 3mila uomini, è stato decisivo in particolar modo nella riconquista completa di Aleppo da parte di Assad.

LE ISTANZE DELLA SOCIETA' CIVILE SIRIANA, 6 ANNI DOPO 

Quando a marzo del 2011 migliaia di siriani scesero in piazza per chiedere maggiore libertà, riforme politiche, la scarcerazione dei prigionieri di opinione, si trattò di un moto popolare pacifico, che faceva della non-violenza uno dei suoi tratti distintivi. Spesso si parla di "primavere arabe", di "risveglio arabo", ma sono termini impropri, anche e soprattutto nel caso della Siria. Come Fouad Roueiha spiega benissimo in "C'era una volta un Paese", saggio dedicato alla Siria all'interno del libro "Rivoluzioni Violate", i primi esempi di associazionismo dal basso anti-Assad nella società civile siriana risalgono infatti ai primi anni 2000, quando, una volta chiaro che le speranze di maggiore apertura riposte in Bashar al Assad - che succedeva al trentennale regime del padre Hafiz - non erano altro che illusioni, nacquero i primi circoli di dissidenza, e i primi ritrovi di discussione politica. Non un "risveglio", quindi, semmai una esclamazione rivoluzionaria di un processo di ribellione già in atto da molti anni.

Una rivoluzione, quella del 2011, che è stata in grado di dare forma a elaborati politici concreti: i Comitati di Coordinamento Locale, ad esempio, il primo dei quali nato a Daraya con lo scopo di dare una linea organizzativa efficiente alle proteste documentando, al contempo, le innumerevoli violazioni dei diritti umani del regime. L'esperienza dei Consigli Locali, altro esempio di resistenza civile in grado di decostruire e ricostruire, è il tentativo - a volte riuscito ed efficiente, vedi quello di Douma, periferia di Damasco - di dare vita ad un'alternativa politica reale: una realtà in grado di dare servizi, fornire la rete idrica e la corrente, in alcuni casi introdurre principi di tassazione progressiva. Questo lo spirito dei Consigli Civili, lo spirito di elaborazione politica di Omar Aziz, il fondatore del primo consiglio, arrestato dalle mukhabarat (i terribili servizi segreti siriani) a novembre del 2012, e poi morto a febbraio del 2013.

Il progressivo giro di vite repressivo del regime nei confronti dei dissidenti ha frammentato l'opposizione siriana, l'escalation di violenza e il graduale ingresso di sempre più attori esterni nel conflitto ha reso il territorio sempre più permeabile all'avanzata del jihadismo radicale: Daesh, certo, ma anche Fatah al Sham (ex Al Nusra), che una volta entrata "in competizione" con il Califfo, si è radicalizzata ancor di più diventando molto più brutale.

A sei anni dalla rivoluzione del 15 marzo 2011, per le istanze dell'opposizione siriana, costretta a combattere non solo il regime (e le milizie, regolari e mercenarie , dei suoi alleati russi e iraniani), ma anche Daesh e Al Nusra, costretta a dimostrare di essere ben altra cosa rispetto ai vari gruppi jihadisti-salafiti nell'area, costretta, infine, a vedere il proprio Paese preda di una spartizione in zone di interesse da parte di Stati stranieri - perché questo è lo stato attuale delle cose - , non sembra esserci posto. E anche se la società civile ha dato e sta dando prove di resistenza eroiche, l'unica speranza concreta di cambiare lo stato delle cose sembra essere proprio quella di un riconoscimento "politico" internazionale della realtà dei Consigli Locali; la prospettiva di un decentramento del potere politico, potrebbe far comodo se si vuole arrivare ad una pacificazione armata: e la Russia di Putin sembra se ne stia accorgendo.

Il settimanale del Prof. Johan Galtung

pubblicato 07 mar 2017, 06:55 da Cultura della Pace

Pace fra Cina e Giappone

Nel suo settimanale il Prof. Galtung analizza il rapporto tra Cina e Giappone


Tema base: Nuova visione di pace in Est-Asia – Dialogo di pace Sino-Giapponese. Nanjing22-23 Feb 2017

Come insegna la filosofia buddhista, la pace, come la violenza e il conflitto, è una relazione; non un attributo della Cina o del Giappone. Come insegna la filosofia taoista, in un holon [=insieme, ndt] come l’Est-Asia ci sono forze e controforze, yin/yang, con yin e yang in entrambi [gli opposti], & così via.

Una pace negativa stabilirebbe una relazione fra i due senza violenza o minacce; una pace positiva ne stabilirebbe una con un flusso di cose buone. La realtà?

In passato: il “massacro di Nanchino”. Al presente: minacce fra Cina e USA-Giappone su una “autodifesa collettiva” anche per le [isole] Senkaku-Diaoyu, occupazione USA de facto del Giappone. In futuro: nessuna prospettiva oltre l’equilibrio delle minacce.

Quindi, la pace fra Cina e Giappone dev’essere creata: con visioni di futuri pacifici, soluzione degli attuali conflitti, riconciliazione dei traumi passati. La pace non fluisce dal passato; ma può fluire dal futuro.

Geograficamente i due paesi sono vicini, tuttavia molto differenti.

Il Giappone, etnicamente omogeneo, ha avuto 125 imperatori fin dal 659 a.C.(?), che si sono succeduti per discendenza. L’Imperatore aveva un ruolo spirituale, pregava per la pace e il benessere del popolo e del paese. Ma dal 1868 con gli imperatori Meiji, Taisho e Showa fino a quello della sconfitta del 1945, modellati sui re europei, essi furono comandanti in capo militari in uniforme. Dopo di che si tornò all’antico: l’attuale era Heisei è per creare pace nel paese e al di fuori. I militari giapponesi solevano avere un rango sociale molto elevato.

La Cina, etnicamente molto varia, ha avuto varie dinastie, alcune brevi, alcune lunghe, con successioni solitamente molto sanguinose. La dinastia Chin a datare dal 221 a.C. unificò il paese. Gli Han divennero una potente fonte d’identità, anche in quella che dopo l’ultima dinastia – Ching – 1644-1910 fu chiamata Cina. I militari cinesi solevano essere di basso rango, gestiti da signori della guerra noti per crudeli massicci massacri, violenze sessuali e saccheggi. Come in Giappone, la capitale cambiò più volte: risp. Nara-Kyoto-Tokyo e Xi’an-Nanchino-Pechino; a differenza del Giappone, la Cina come stato appartenente al sistema statuale ha solo un secolo, cioè dal 1911; più simile all’Europa nella storia che agli stati europei.

Futuro: Possono convivere paesi in conflitto (per obiettivi incompatibili) e con traumi (ferite da passata violenza)? Potenzialmente, sì, per esempio in una Comunità NordEst-Asiatica (NEAC) che impari dalla Comunità Europea – o in un’Associazione delle Nazioni NordEst-Asiatiche (ANEAN) che impari dall’ASEAN. L’altra parte dell’una Cina [Taiwan], le due Coree, la Mongolia e l’Estremo Oriente Russo potrebbero associarvisi; anche per scambi a reciproco ed uguale beneficio, anche per la gente comune; ma non a spese della capacità produttiva locale.

Presente: Possono trovare una soluzione paesi spaccati dal dilemma della proprietà reciprocamente esclusiva delle Senkaku-Diaoyu? Sì, imparando dalla saggezza buddhista del tetralemma: cinesi, giapponesi, né l’uno né l’altro ma tornando alla proprietà famigliare privata antecedente la nazionalizzazione giapponese, oppure sia l’una che l’altra andando oltre, estentendosi a una proprietà congiunta, dividendo i benefici netti della ZEE relativa (Zona Economica Esclusiva – “area di mare adiacente alle acque territoriali di uno stato, con diritti sovrani, ndt), diritti di navigazione, di pesca, e su ciò che sta sopra e sotto il fondo marino, come i combustibili fossili. La ripartizione più semplice è d’uguaglianza, come 40-40% e 20% per costi d’amministrazione-manutenzione. Thailandia e Malaysia hanno fatto 50-50% per il loro settore marittimo conteso (Tun Mahathir).

Passato: Possono vivere in pace paesi traumatizzati per il massacro che ebbe luogo a Nanchino nel dicembre 1937 e mesi successivi, ivi compreso il trauma di aver traumatizzato?

Che l’armata giapponese abbia commesso atrocità non si contesta benché molte prove indiziarie non siano confermate. Il caso divenne d’attualità nelle pubblicazioni giapponesi negli anni 1960-70 e ancor dopo, negli anni ’80, in quelle cinesi.

Le ostilità s’inasprirono fin dal 1931. L’esercito nazionale [cinese] del Kuomintang agli ordini di Chiang Kaishek, sostenuto da USA, Germania nazista e potenze coloniali europeee, attaccò l’enclave giapponese a Shanghai nel 1937. L’esercito giapponese perseguì fino a Nanchino l’esercito nazionale in ritirata che mancò di proteggere i civili, fuggì, gettando la divisa, e fu infiltrato dai comunisti del Komintern-URSS. Molti furono uccisi, da chi? Che quattro massacri a Nanchino, nel 1913, 1927, 1937, 1949 con tanto di scheletri effettivi e metaforici, possano dire più di Nanchino che del Giappone? Ci fu un accordo fra le parti protese a incolpare di tutto il Giappone?

Domande per una Commissione d’Inchiesta Internazionale?

Attenersi a una sola versione del massacro non rende Nanchino una città di pace, ma al più una città anti-guerra. Non è lo stesso.

Per una città di pace potrebbero servire da esempio le tre proposte: associarsi a una Comunità NordEst-Asiatica, proprietà congiunta delle isole contese condividendo benefici e costi, una commissione internazionale che discerna fra i resoconti discordanti sul terzo massacro di Nanchino.

Ma ci vuole ancora altro, e le proposte per questa conferenza sono eccellenti, come la “Costruzione della Città di Pace”. Che cosa s’intende? Ovviamente una sede per conferenze, ma poi? L’invio di missioni in altri luoghi al mondo con problemi analoghi, e ce ne sono molti (il massacro di 10 milioni di persone in Congo sotto il re belga Leopoldo; in SudAmerica 20 milioni da parte della Spagna; in NordAmerica 10 milioni da parte degli USA). Magari avere un istituto di studi sulla pace, anziché solo sui massacri? Un centro di mediazione nei conflitti e di riconciliazione dei traumi, per cittadini di questa città meravigliosa, e oltre, per il mondo?  Tutto fattibile.

Focalizzarsi su “Costruire la Pace in EstAsia”, con un centro per le attività indicate? Magari in condivisione con le isole Okinawa-RyuKyu, considerata la loro ubicazione intermedia, geografica-mente ed etnicamente?

Per tutto ciò è essenziale una massiccia partecipazione giovanile.

Lavorando al Memoriale dell’invasione del 1944 a Caen, Normandia (Francia), al ricordo dell’ultima guerra si sono aggiunte visioni di pace futura.

Nella consultazione sul santuario di Yasukuni, si è proposto un omaggio ai caduti di ogni genere – come per il memoriale di Okinawa – e il ripudio della guerra.

Come evitare la 2^ guerra mondiale dal 1939 al ‘45, e quella del Pacifico dal 1931 al ‘45? Futuri alternativi e passati alternativi, proposti alla discussione dei visitatori.

Il modo migliore di onorare coloro che furono privati della vita, compresi i soldati giapponesi, è operare per un solido Mai Più. Che però è solo pace negativa; ci si aggiunga la pace positiva di progetti congiunti.

Il futuro è nelle nostre mani.

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Post scriptum da Nanchino (Rep. Pop. Cinese) 27 feb. 2017

Sono fermo aIl’incrocio di due viali, in ascolto dell’assenza di rumore. Passano scooter piccoli e grossi, senza rumore. Interpellando uno dei loro proprietari, la risposta è “elettrico”. Passano auto, col solo rumore delle ruote sull’asfalto, nessun rumore di motori: elettrici.

Passano bus, camion – con rumore di motori, pur garbati: non elettrici ma pochi, a differenza degli sciami di motociclette, motorini, auto.

Inalo aria fresca in questa città di 8 milioni d’abitanti; 6 volte capitale fino alla rivoluzione del 1949 allorché Mao spostò la capitale all’inquinata Pechino. Guardo in su: il cielo è azzurro, c’è un bel sole d’inizio primavera. La gente cammina svelta, tutta in modi vari, casuali, ben vestita. Così normale! Si percepisce il triplicarsi dei salari dell’industria nei 10 anni scorsi.

Guardo il semaforo. Enorme, countdown col verde di 90 secondi in una direzione, di 30” nell’altra, con un giallo di 3 secondi, e gli automobilisti sanno benissimo quando avviarsi. Tutto così senza rumore!

Guardo gli edifici, torri imponenti e altre piccole come nei villaggi, la gran parte intermedi, tutti diversi, con architetture interessanti. Dei veri tetti coronano gli edifici, non solo camini e cabine per gli ascensori. Se il tetto pende verso sud, molti grandi pannelli termici solari. Tutto così verde!

Ed eccolo: il fiume Yangtze, che confluisce nel fiume Giallo. Tutt’e due inquinati, senza dubbio. Scorrono quieti, non poi così possenti, [ma, toglierei] fra i più lunghi al mondo, ma non per portata d’acqua; non il Rio delle Amazzoni.

Ritorno col pensiero alla prima visita nel 1973: tutto in blu alla Sun Yatsen, niente motorini, niente auto, milioni di bici. Tre rivoluzioni dopo – il completamento della Rivoluzione Culturale, la rivoluzione della crescita economica di Deng Xiaoping e la rivoluzione distributiva di Xi Yinming col recupero dei villaggi – solo l’ubicazione geografica è la stessa. Le tappe: 1949-1967-1980-2016.

Con questo dinamismo, che sarà nei prossimi 40 anni? Un’economia più che doppia rispetto a quella USA ovviamente; ma: rivoluzioni? Nessuno lo sa. Però è qui che si sta dispiegando il futuro, per i nostri occhi e orecchi.


#470 / 27.02.17 – Johan Galtung
Titolo originale: 
Peace between China and Japan
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

C'eravamo tanto riarmati

pubblicato 02 mar 2017, 08:32 da Cultura della Pace

Riarmo Usa: don Sacco (Pax Christi), “scandalizzati, indignati e preoccupati”

Sul sito www.paxchristi.it Don Renato Sacco commenta la decisione dell'aumento della spesa militare negli Stati Uniti

“Scandalizzati, indignati e preoccupati per questa realtà angosciante e il rischio di ripetersi di scenari da guerra fredda”:questa la reazione di don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, di fronte all’annuncio del presidente degli Usa Donald Trump di voler aumentare le spese militari di 54 miliardi di dollari in un anno.

“La spesa militare in molti Paesi è già molto alta – afferma al Sir -. Solo in Italia si spendono 23 miliardi di euro l’anno, circa 64 milioni al mese. Il rischio di una escalation con la Russia ci riporta indietro di anni”.

Secondo don Sacco “è indiscutibile che le lobby delle armi negli Usa abbiano un potere molto forte e possano aver indotto Trump a questa decisione” ma il presidente “è anche abile a cavalcare l’opinione pubblica, offrendo una illusione di sicurezza quando, al contrario, rischia di aumentare l’insicurezza globale, perché si vedrà sempre più l’altro come un nemico”.

Queste decisioni, puntualizza, “coinvolgeranno anche l’Italia: avendo sul nostro territorio le basi americane del Muos e di Sigonella in Sicilia e 70 testate nucleari americane a Ghedi ed Aviano, non possiamo far finta di essere dei semplici osservatori”.

Don Sacco chiede alla comunità cattolica “un sussulto di indignazione”, anche riguardo all’Italia, che “fa rientrare le spese militari nell’aumento del Pil quasi con indifferenza, accettando che si studi a tavolino come aumentare la morte delle persone, riaprendo la questione con la Russia e accettando di mettere le sorti del mondo nelle mani di pochi che vanno a combattere le guerre in casa d’altri”.

Il coordinatore di Pax Christi ricorda inoltre che il 27 marzo le Nazioni Unite dovrebbero tornare a discutere sul progetto di abolizione delle armi nucleari – “riguardo il quale l’Italia ha votato contro” -, mentre Papa Francesco “continua a chiedere che la nonviolenza sia l’unica via da seguire”.

Anche nel documento del 1976 “La Santa Sede e il disarmo generale” si dice che “la corsa agli armamenti… è un’aggressione che si fa crimine: gli armamenti, anche se non messi in opera, con il loro alto costo uccidono i poveri, facendoli morire di fame”.

Il settimanale del Prof. Johan Galtung

pubblicato 02 mar 2017, 08:26 da Cultura della Pace

Storia: Epoche o Andamenti – La Spagna 


Medievale

Nel suo settimanale il Prof. Galtung analizza la storia per 


comprendere ciò che può accadere



Visioni del passato per costruire un futuro: storiografia della Spagna

La distinzione che fece Fernand Braudel tra eventi, andamenti e stati permanenti è un vero regalo alla storiografia, alla nostra rappresentazione mentale della storia. Questo articolo è in favore degli andamenti piuttosto che delle epoche, ravvisando nelle epoche una certa forma di razzismo statico o un pregiudizio temporale.

La storia si dispiega sul tempo o nel tempo, la variabile fondamentale, l’asse delle X. Gli eventi sono punti. Gli andamenti sono curve di forme diverse, non necessariamente continue, possono anche essere ‘intermittenti’. E gli stati permanenti sono linee orizzontali fissate a un determinato valore. Punti, curve, linee; con i libri a indicare relazioni altamente complesse di antefatto-fatto-effetto.

La storia è l’insieme di tutto questo. Tuttavia gli andamenti assestano le altre variabili. Gli andamenti vengono iniziati o terminati da eventi. La continuità è anche un andamento; le linee sono anche delle curve.

Abbiamo individuato gli andamenti di un’epoca nel corso del tempo, il Medioevo, e di una regione nello spazio, la Spagna. I dati sulla “Spagna medievale” sono stati presi da The Penguin Atlas of Medieval History di Colin McEvedy (“L’atlante Penguin di storia medievale”, Londra, Penguin 1961). 28 mappe della situazione dell’Europa, con la Penisola Iberica, dall’anno 400 circa all’anno 1500 circa, 1.100 anni, in media una mappa ogni 40 anni, sufficiente per disegnare curve con una certa accuratezza. Ci sarebbe piaciuto coprire 1.600 anni per arrivare ai giorni nostri, ma non abbiamo trovato documenti altrettanto rigorosi per i restanti 500 anni.

Le curve storiche sono a forma di A. Qualcosa di nuovo nasce in un contesto di molti andamenti-curve, pertanto sarebbe meglio che le conoscessimo.

Nascita-crescita-maturità-declino-fine. Come per gli Imperi Romani dal 750 a.C. al 395 d.C., e poi avanti fino al 476 (Occidente) e al 1453 (Oriente). Due leggi in dialogo: attori nuovi nascono. E muoiono, niente dura per sempre.

Abbiamo incominciato con la partizione dell’impero in Cattolico e Ortodosso del 395 e abbiamo finito con la pulizia etnica del 1492; soltanto declino e fine dell’Impero Romano e soltanto l’ascesa di Castiglia-Aragona.

In breve, abbiamo trovato cinque andamenti per i detentori del potere in quel periodo:

  • Meno di un secolo per declino e fine dell’Impero Romano d’Occidente;

  • Oltre due secoli per ascesa, massimo sviluppo e fine dei Visigoti Cristiani;

  • Undici secoli per l’avvicinarsi del declino e in ultimo la fine degli Ebrei;

  • Otto secoli per Mori Omayyadi-Abbasidi a partire dal Califfato di Cordoba del 711;

  • Otto secoli per ascesa e vittoria delle forze Cristiane di opposizione.

Un’ “oscuro medioevo” drammatico, non statico. Masse di persone in movimento, a conquistare, a essere conquistate. Con Vandali, Baschi, Galiziani, abitanti del Leon inclusi nella lenta ascesa del regno di Castiglia e Aragona, che fu costituito nel 1469 a seguito dell’unione di Isabella e Ferdinando (due curve producono un evento!), e governò la Spagna dal 1492.

E poi, che cosa succede? La dinastia dei Felipe? Decadenza? Andamenti quanto mai richiesti:

  • Il potere di Madrid, la capitale, sulla Spagna;

  • Il potere di 8.000 comunità locali, ayuntamientos, in Spagna;

  • Il potere dell’aristocrazia in contee, ducati, principati;

  • Il potere della Castiglia, e di Catalani, Baschi, Galiziani, Baleari & c.;

  • Il potere dei latifondisti, delle forze armate, del clero; la Spagna “normale” di Franco;

  • Il potere dell’industria, delle forze armate, della modernità; la seconda repubblica;

  • L’ascesa di quello scontro nella guerra civile del 1936-38, che divenne un reciproco genocidio;

  • L’ascesa della dittatura quale dictaduraper decadimento della dictablanda;

  • L’ascesa e la fine di ETA e GAL; riconciliazione?;

  • L’ascesa della democrazia elettorale, parlamentocrazia, partitocrazia, e?;

  • L’ascesa del potere su Madrid: USA, Nato, Unione Europea, e?;

  • L’ascesa del regionalismo sullo statalismo – Regioni Unite su Nazioni Unite?

  • L’ascesa delle civiltà sulle culture nazionali;

  • Il potere dell’Occidente, e l’Islam, l’India, il Buddismo, la Cina, la Russia, e?;

  • L’ascesa del multipolarismo, e?;

  • L’ascesa della diseguaglianza in Spagna, in Europa, nel mondo, e?;

  • L’ascesa dell’imprevedibilità climatica, e?;

  • L’ascesa dell’intelligenza artificiale e dei robot; sugli esseri umani?

Molti Holon [insiemi] di cui verificare la dialettica al loro interno.

Finora abbiamo inteso il potere come unidimensionale. Meglio adoperare quattro dimensioni: militare e politica ed economica e culturale (non “rigido/duro” opposto a “flessibile/morbido”, muoiono molte più persone a causa del potere economico che a causa di quello militare, e per fame e malattie curabili piuttosto che per massacri).

Con alta correlazione troviamo un gruppo-classe molto potente al vertice , in alto in tutte e quattro le dimensioni, e al fondo un gruppo senza alcun potere, in basso in tutte e quattro. Una statica società feudale, di persone a livello nazionale e di stati a livello globale.

Con bassa correlazione troviamo ogni tipo di mescolanze, situate tra i due estremi. Un sistema molto dinamico che si adopera per sovrastare le dimensioni che rimangono più indietro e andare in alto-alto-alto-alto; e diventando facilmente violento nel corso della competizione .

Alta correlazione: violenza strutturale; bassa correlazione: violenza diretta.

Soluzione: aderire a una comunità, impegnandosi tutti insieme per migliorare quella comunità; ONG per le persone, regioni per gli stati, Regioni Unite.

Pericolosa, da genocidio, è la situazione in cui un gruppo-partito-classe si trova ai vertici del potere militare-politico ma al fondo di quello economico-culturale, altro è la situazione opposta. Gli Armeni in Turchia nel 1915, gli Ebrei in Germania intorno al 1938, i Cinesi in Malesia (e in tutta l’Asia sud-orientale) intorno al 1966. Orrendi genocidi nei primi due casi, uno straordinario miglioramento economico e culturale della maggioranza malese nell’altro (Tun Mahathir).

Non si può tuttavia negare che nella storia alcuni punti, alcuni eventi, sono più importanti di altri. In un altro contesto si pose l’attenzione sugli “anni karmici”, gli anni in cui è successo qualcosa che ha gettato un’ombra profonda sugli anni seguenti, sui decenni, sui secoli seguenti. La partizione avvenuta nell’anno 395 si ritrova nell’Ucraina (“al confine”) più di 1.600 anni dopo; la Linea Durand del 1893 costituisce oggi una componente cruciale in Asia Centrale, e così via.

La Spagna ha avuto molti anni karmici: 395, 476, 711, 1492, 1898, 1936, 1975; tutti a gettare ombre. Alcuni con sofferenze che devono ancora essere riconciliate. Molti con conflitti causa di divisioni che devono ancora trovare una soluzione. La Spagna sta meglio di molti altri paesi; gli Spagnoli ricevono il sostegno di famiglie allargate e comunità locali. Sono gli altri a poter imparare dalla Spagna.


#469 | Johan Galtung – 20 Febbraio 2017
Titolo originle: History: Epochs or Trends–Medieval Spain

Traduzione di Franco Lovisolo per il Centro Studi Sereno Regis

Combattiamoli a casa loro

pubblicato 02 mar 2017, 08:22 da Cultura della Pace

Gibuti, un paese a 2 velocità

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Sara Bin analizza la situazione di sfruttamento in Gibuti

Gibuti - Mappa

Prima velocità: lenta. Gibuti, data di nascita 1977, è un quarantenne apparentemente inerte, vulnerabile, che viaggia con il freno a mano tirato. Alla guida del paese c’è Ismail Omar Guelleh in carica dal 1999: diciotto anni di potere. La fragilità economica e sociale contraddistingue l’80% dei suoi abitanti metà dei quali vive, secondo la Banca Mondiale, sotto la soglia della povertà assoluta. Sulla lista dell’Indice di sviluppo umano, che misura tre dimensioni dello sviluppo – vita lunga e sana, istruzione, standard di vita decente – Gibuti occupava nel 2015 il 168° posto su 188. Dalla posizione non si evince tutto, le critiche all’indice sono molteplici a partire dalla modalità di raccolta dei dati, ma in generale si denotano una condizione di vulnerabilità, scarsità di opportunità o diseguaglianze nell’accedervi. Si vive praticamente in città, a Gibuti appunto, la capitale che catalizza 2/3 del milione scarso di abitanti del paese e attira migranti dalle vicine Etiopia e Somalia e dallo Yemen, il cui conflitto sta producendo milioni di sfollati e di profughi. Dal punto di vista etnografico, la storia di Gibuti è intimamente legata a quella di Etiopia e Somalia: i due gruppi etnici più numerosi, Afar e Issa sono rispettivamente di origine etiope e somala. Ma anche a quella della Francia, che non ha mai del tutto reciso il cordone ombelicale e non solo perché una delle lingue ufficiali è il francese, l’altra è l’arabo. La crescita demografica è consistente, le politiche e il tessuto urbano faticano ad assorbirla e gestirla. Ancora, secondo l’UNICEF, Gibuti è un paese dove oltre il 90% delle bambine viene mutilato (un articolo del codice penale del 1995 vieta e criminalizza le mutilazioni genitali femminili, ma nonostante ciò la pratica continua ad essere in vigore e causa di morte), metà della popolazione adulta è analfabeta, la mancanza di acqua potabile (e non solo) è il problema di un paese essenzialmente desertico. Il mare e le connesse attività portuali rappresentano un’ancora di salvezza per l’economia commerciale, dove però l’export, ad esempio, è un ri-export, in quanto Gibuti rappresenta lo sbocco al mare del gigante etiope che gli sta alle spalle. Insomma, un paese che ci appare come attore secondario di relazioni profondamente asimmetriche che ne determinano la subalternità. Nulla di nuovo sotto il sole. Sono dati questi che non sorprendono visto che si parla di Africa: è il linguaggio della povertà nei confronti del quale percepiamo una certa consuetudine.

Ciò che invece sorprende è la seconda velocità alla quale sta viaggiando il paese: rapida. Gibuti è la terra delle speculazioni e degli investimenti militari ed industriali. È un paese dove la religione musulmana è professata e/o praticata dal 95% della popolazione, ben inserito nelle relazioni con i paesi arabi fa parte della Lega araba e dell’Organizzazione della conferenza islamica. È anche un buon “amico” delle potenze occidentali che ne hanno da sempre sfruttato la posizione strategica alla confluenza tra il mar Rosso e il golfo di Aden, di fronte allo stretto di Bab el Mandeb e ad una superficie vasta di mare solcata dal 40% dei traffici mercantili del mondo.

Gli Stati Uniti hanno una base militare dal 2002, Camp Lemonnier e molte sono le marine nazionali, in primis Francia che per paura di vedersi sottrarre potere ed influenza su un vecchio possedimento coloniale ha rinforzato la presenza, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Giappone, come pure i dispositivi navali Atalanta dell’Unione Europea dal 2008, che a Gibuti ha installato anche Eucap Nestor dal 2012, NATO e Combined Maritime Force 151. Anche la Russia ha costruito una base nel 2012, come pure i paesi arabi del Golfo che attraverso il rafforzamento delle strutture, in particolare portuali, vedono Gibuti come una porta d’ingresso per i loro prodotti in Africa. Tutti però sembrano accomunati da un obiettivo principale: contrastare la pirateria e il terrorismo nell’oceano Indiano occidentale. Interessi securitari internazionali sopra ogni cosa, nessuno dichiara meri interessi economici e politici “personali”.

All’appello manca la Cina che non ha tardato ad avviare i lavori per la sua base militare nel 2016: situata di fronte alla capitale dovrebbe ospitare circa diecimila cinesi militari e civili. Ma la base militare, ad ascoltare il ministro della difesa cinese, non sembrerebbe avere scopi militari; prioritario sembrerebbe essere invece l’avere un pied-à-terre per il rifornimento delle navi e il ristoro psicofisico dei marinai in missione. E allora perché dispiegare oltre cinque mila soldati? Ma non serve farsi le domande su come mai i cinesi spendono soldi a Gibuti, visto che anche l’Italia nel 2013, nel silenzio quasi assoluto della stampa, ha costruito una base militare di supporto (BMIS), “la prima vera base logistica operativa permanente delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali”, così come è stata definita al momento della sua inaugurazione. La spesa militare non sembra giustificarsi considerata la situazione politica di Gibuti, ma come per la Cina, anche per l’Italia sembra avere più un obiettivo logistico, di supporto ai militari impegnati nelle varie missioni antipirateria e antiterrorismo nel Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano.

È così pregnante la questione del supporto logistico dei propri militari, che la Cina ha investito tre miliardi di dollari nella sistemazione e totale rinnovamento del progetto ferroviario di 760 chilometri che uniscono in dieci ore Gibuti ad Addis Abeba, inaugurati ad ottobre 2016, ha acquistata 1/4 delle azioni del porto di Gibuti e 2/3 del terminal container del porto di Doraleh, un’estensione del porto della capitale. Intrigante la commistione di militarizzazione dei territori, quindi controllo, sicurezza globale e sviluppo economico che passa attraverso una reificazione pesante e allo stesso tempo fragilissima: la storia delle cattedrali nel deserto potrebbe esserci di qualche aiuto, ma non sembriamo, cinesi inclusi, così abili nel riconoscerne la morale. Per la Cina però questa sinergia tra industria bellica e civile rappresenta il futuro: la nuova Commissione per lo sviluppo integrato militare-civile sarà presieduta dal presidente cinese Xi Jinping nell’ambito della riforma dell’esercito popolare di liberazione avviata qualche anno fa. In questo modo scienza, tecnologia e industria saranno a disposizione e alle dipendenze del potere sia per scopi bellico-militari sia per scopi civili contribuendo alla realizzazione degli obiettivi del tredicesimo piano quinquennale della Repubblica popolare per il periodo 2016-2020. “Paese ricco, esercito potente”, paradigma del filosofo Shang Yang, valido per la Cina che ambisce a diventare una super potenza spaziale, cibernetica e marittima .

Gibuti, invece, rappresenta un pugno di terra arida da strizzare, poche risorse, ma geograficamente una posizione meravigliosa dalla quale penetrare un continente, l’Africa e controllarne, magari dall’alto, un altro, l’Asia. Da Gibuti questo si può fare e quindi tutti ci provano, anche la Cina che in quella terra africana sta sperimentando tecniche e strategie per portare a buon fine i suoi piani di conquista.  

La violenza è vinta

pubblicato 23 feb 2017, 08:07 da Cultura della Pace


La vita intellettuale della violenza

Sul sito www.gariwo.net un'intervista di Brad Evans a Richard J. Bernstein sul concetto di violenza

di Brad Evans e Richard J. Bernstein

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Il pensiero di Tzvetan Todorov, l'attacco al Louvre di Parigi, l'insensata violenza della polizia contro un giovane nero in Francia, le incertezze e i timori dell'era Trump. Che cosa hanno in comune? Forse c'è un filo conduttore nella Filosofia di pensatori come Hannah Arendt e Walter Benjamin che porta a definire le tappe di una sorta di "storia della violenza", che aveva interessato anche Todorov. Una storia che ha visto le peggiori tragedie, ma che non è esente da un filo di speranza nel futurocome mostra questa conversazione tra Brad Evans e il professor Richard J. Bernstein, docente alla New School for Social Research a New York. Il suo ultimo libro è “Violence: Thinking Without Bannisters.” (Violenza: pensarci senza paraocchi). Le sue parole sono illuminanti. 

Brad Evans: Una parte considerevole del suo lavoro è dedicato all’analisi dettagliata delle dimensioni intellettuali, piuttosto che fisiche, della violenza, comprese le strutture della violenza come quelle che intendono affrontare movimenti come Black Lives Matter (movimento contro le uccisioni dei neri da parte della polizia) e anti-Dakota Access Pipeline (una protesta particolarmente riuscita di stampo ecologista, per difendere i diritti dei nativi americani su una terra interessata dalla costruzione di un oleodotto – Ndt). Perché?

Richard J. Bernstein: Questi gruppi sono importanti perché stanno ponendo una sfida a livello delle difficoltà che si affrontano normalmente quando si cerca di criticare la violenza strutturale, che spesso sfugge all'attenzione, anche se in bella vista.

Prima di tutto mi sia permesso di parlare di una questione che è implicita nella sua domanda. Penso che dobbiamo fare attenzione al contesto storico nel quale parliamo della violenza, compresa quella strutturale. Troppo spesso prendiamo il danno fisico o l’uccisione come unico paradigma della violenza, ma questo può fare sì che non vediamo altre forme di violenza che comportano umiliazione e sofferenza.

Ma ciò che è ancora più importante è che ci sono comportamenti che non sono considerate violenti in una certa fase della storia, ma sono denunciati come tali in un’altra. Mi si lasci fare un esempio classico. Molte persone leggono “I dannati della terra” di Franz Fanon come una glorificazione della violenza rivoluzionaria, ma io penso che questa sia una lettura gravemente errata. Il punto chiave del libro è di esporre la cruda brutalità della violenza coloniale contro la quale erano dirette a resistere quelle lotte. Per lunghi periodi della storia, il colonialismo era visto come un modo “legittimo” di civilizzare le popolazioni native. Finché quella violenza non fu almeno riconosciuta dagli imperi coloniali, rimase “giustificata” come strumento per fare valere la legge e l’ordine.

Oggi, per effetto delle opere come quelle di Fanon e di altri autori dell’epoca del post-colonialismo, tutto l’orrore della violenza coloniale è stato denunciato. Possiamo dire lo stesso anche per molte forme di abuso sulle donne, che oggi vengono riconosciute come forme di violenza. È necessaria sempre una lotta politica per sensibilizzare le persone dalle forme nascoste e nuove di violenza, e sui modi di opporsi.

L’elemento più importante dei movimenti Black Lives Matter e anti-Dakota Access Pipeline è precisamente il fatto che essi politicizzano questioni che riguardano la violenza. Negli Stati Uniti, è esistito un mito prevalente per cui il movimento dei diritti civili e l’elezione di un Presidente nero hanno mostrato un progresso significativo nell’affrontare e risolvere “il problema della razza”, ma la verità è che gli afroamericani sono da sempre (e continuano a essere) soggetti a tutti i tipi di violenza esplicita e nascosta, mentre la violenza strutturale contro le popolazioni aborigene dell’America è stata a lungo una caratteristica della politica americana.

Non si può mai prevedere il sorgere di nuovi movimenti politici che denunceranno e sfideranno nuove forme di violenza, ma ripeto, la lotta politica (perfino quando fallisce) è necessaria per denunciare e sfidare la violenza.

B.E.: Lei conosceva Hannah Arendt, verso la quale oggi abbiamo senza dubbio ancora un considerevole debito intellettuale, specialmente in termini di pensare all’oppressione e alla violenza. Come pensa che la Arendt vedrebbe il mondo oggi?

R.B.: Sì, effettivamente ho conosciuto Hannah Arendt nel 1972, e abbiamo avuto molti scambi prima della sua morte avvenuta tre anni più tardi. Sono sempre stato coinvolto nel suo pensiero. Senza dubbio se fosse viva, penso che sarebbe orripilata da quello che sta avvenendo negli Stati Uniti e in tutto il mondo adesso. I fatti di questi giorni confermerebbero le sue peggiori paure circa le tendenze disastrose e degradanti dell’età moderna.

Quando Arendt parlava di tempi oscuri, non si riferiva esclusivamente agli orrori del totalitarismo. Nel suo libro “Uomini in tempi oscuri”, scrive: “È funzione del regno pubblico gettare luce sui casi degli uomini fornendo uno spazio di presenza in cui possono apparire con le loro azioni e parole, nella buona e nella cattiva sorte, e con quello che possono fare, quindi l’oscurità viene quando questa luce si estingue a causa dei “divari di credibilità” e del “governo invisibile”, a causa del discorso che non svela la propria natura ma la nasconde sotto il tappeto, con esortazioni, morali e di altro genere, che con il pretesto di affermare vecchie verità, degradano tutta la verità a banalità priva di senso”. Arendt scrisse queste frasi nel 1968, ma penso che esse siano ancora più attuali oggi.

Ma questo è un altro aspetto della Arendt. Lei rifiutava del tutto la facile attrattiva del catastrofismo e del determinismo storico. Sottolineava la possibilità di nuovi inizi politici, ciò che definiva “natalità”. Era profondamente convinta che le persone possono unirsi, creare uno spazio pubblico in cui deliberare e agire, e in cui possono cambiare il corso della storia.

Ecco perché avere un approccio concettuale alla violenza è così importante. Arendt traccia una netta distinzione tra il potere e la violenza come pure tra libertà e necessità.

Che cosa significa ciò? Nel suo lessico, il potere e la violenza sono antitetici. Questo all’inizio sembra paradossale – e lo è, se pensiamo al potere in modo tradizionale, in cui si intende chi ha il potere su chi o chi governa o chi sono i governati.

Max Weber definiva lo Stato come il governo degli uomini basato su una violenza che si presume essere legittima. Se questo è il modo in cui pensiamo al potere, allora Arendt ci dice che C. Wright Mills aveva ragione da vendere quando dichiarava: “Tutta la politica è una lotta per il potere; l’ultima forma del potere è la violenza”.

Contro questa filosofia del potere così radicata, Arendt oppose un concetto di potere che è strettamente legato a quello che chiameremmo “empowerment”. Il potere viene a esistere solo se e quando gli esseri umani si uniscono con lo scopo di compiere azioni deliberative. Questo tipo di potere scompare quando, per qualunque motivo, essi si distaccano gli uni dagli altri.

Questo tipo di potere è stato esemplificato nel primo movimento dei diritti civili negli Stati Uniti e in quei movimenti nell’Europa Orientale che hanno contribuito a causare la caduta di certi regimi comunisti senza ricorrere alla violenza. La violenza può sempre distruggere il potere, ma non può mai creare questo tipo di potere.

La distinzione della Arendt tra potere e violenza è anche strettamente collegato alla sua distinzione tra arbitrio e libertà. Secondo il suo concetto, l’arbitrio (liberty) è una libertà da — che sia dall’oppressione della povertà o dalla tirannia. E la libertà dai tiranni e dai governanti totalitari può richiedere la lotta armata. Ma questo tipo di libertà da o di arbitrio dev’essere nettamente distinta dalla libertà pubblica (public freedom), che per Arendt significa una realtà mondana che viene in essere quando le persone partecipano attivamente agli affari pubblici e agiscono di concerto, insieme.

Quindi, che cos'ha a che fare tutto ciò con il “mondo reale”? Un sacco di cose! Un’illustrazione dolorosa è il modo in cui l’amministrazione Bush ha “giustificato” l’intervento militare in Iraq nel 2003. Agli americani è stato detto che una volta che Saddam Hussein fosse stato rovesciato con la violenza, la democrazia e la libertà sarebbero fiorite, non solo in Iraq, ma anche nel più ampio Medio Oriente. Questo era e rimane puro non-senso.

Purtroppo, dobbiamo sempre reimparare che la libertà dagli oppressori non è mai sufficiente a creare spazi pubblici nei quali fiorisca la libertà. Raggiungere la libertà pubblica significa coltivare pratiche nelle quali le persone hanno la volontà di incontrarsi come pari, di formarsi e verificare le proprie opinioni e agire in maniera responsabile.

B.E.: Ora vorrei parlare di Walter Benjamin, un altro pensatore la cui opera è stata importante per l’analisi della violenza. Come potremmo usare il suo lavoro per sviluppare la nostra propria critica della violenza, adeguata ai nostri tempi attuali?

R.B.: Walter Benjamin è un pensatore molto complesso. Il suo primo saggio “Critica della violenza” è stato uno dei testi più discussi su questo argomento. Io credo che l’intervento di Benjamin sia importante perché egli in modo pertinente solleva le domande, e non le risposte, fondamentali che bisogna porsi a proposito della violenza. Per esempio: qual è la definizione della relazione tra legge e violenza e quando la legge causa ulteriore violenza? Qual è il ruolo della polizia nella violenza, e come gli stati tendono a ricorrere alla violenza in tempi di crisi percepita?

Piuttosto che proporre risposte facili a questi e altri interrogativi, il modo di interrogarsi di Benjamin ci mette in contatto con alcune verità capaci di sfidarci, compresa la difficoltà di definire una distinzione tra la violenza legittima e illegittima, o di spezzare i cicli di violenza sistemici.

Hannah Arendt, che era un’ottima amica di Walter Benjamin, una volta disse che l’unico modo di insegnare alle persone a pensare era di contaminarle con le perplessità che si stanno affrontando. Ciò che trovo così valido in Benjamin è che ci infetta (in quanto suoi lettori) con le perplessità che lo toccavano così a fondo a proposito della violenza.

B.E.: Lei ha parlato delle difficoltà di spezzare i cicli della violenza. Che cosa possiamo imparare dalla storia della violenza per sviluppare relazioni più pacifiche con le persone, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo?

R.B.: Io non penso che la violenza sparirà mai completamente dal mondo. Nel futuro diventeremo consapevoli di nuove forme di violenza che ora non siamo in grado di prevedere. Ma certamente non sono pessimista. Quello che impariamo dalla storia della violenza è che abbiamo bisogno di essere specifici e concreti quando ne parliamo. Non credo nel Progresso con la P maiuscola, ma credo nel progresso con quella minuscola.

Prima ho citato l’opera di Fanon e di altri che hanno criticato le forme “tradizionali” di violenza coloniale e hanno partecipato a movimenti politici e sociali per opporsi a e superare la violenza coloniale. Certamente, ci possono sempre essere regressioni, e alcuni sosterranno che ora abbiamo nuove, più sottili forme di violenza coloniale. Non contesto ciò, ma il collasso del vecchio sistema coloniale è stato un progresso nel superamento di una forma disumanizzante di violenza. Negli Stati Uniti, il linciaggio dei neri un tempo era una pratica diffusa. Ci sono voluti decenni per combattere questa forma di violenza. Questo è progresso con la p minuscola, anche se ci sono oggi nuove forme insidiose di violenza contro le popolazioni nere.

E lungo tutto il 20° secolo, abbiamo molti casi dove il potere di movimenti nonviolenti ha portato a superare la violenza dello Stati, da Gandhi in India a Solidarnosc in Polonia. Scopriamo simili progressi nel superare la violenza nei movimenti femministi e LGBT. Ci saranno sempre coloro che dicono che il progresso fatto è trascurabile perché la violenza non viene eliminata ma solo spostata e trasformata in nuove forme di violenza. Questo può portare a quello che il mio collega (e moderatore di questa serie di interviste) Simon Critchley chiama “nichilismo passivo”. Io non accetto le risposte nichiliste o ciniche.

Per questi motivi, credo che dobbiamo costantemente vigilare sul presentarsi di nuove (e vecchie) forme di violenza insidiosa, opporci e resistere a esse quando possiamo con la piena consapevolezza che molti dei nostri sforzi falliranno. Non dovremmo mai sottovalutare l’importanza di superare la sofferenza, il dolore e l’umiliazione di coloro che sono vittime di violenza. Mi si lasci concludere con la definizione di speranza di Christopher Lasch, che io penso sia particolarmente pertinente alla questione di identificare, opporsi e resistere alla violenza:

“La speranza implica una radicata fiducia nella vita che appare assurda a coloro che non ce l’hanno... Il peggio è sempre quello a cui lo speranzoso è preparato. La sua fiducia nella vita non varrebbe molto se egli non fosse sopravvissuto a delusioni nel passato, mentre la conoscenza che il futuro presenterà altre delusioni dimostra il continuo bisogno di speranza... L’incoscienza, una cieca fede che le cose in qualche modo si metteranno al meglio, fornisce un misero sostituto alla disposizione a vedere come si evolveranno le cose anche mentre sembrano statiche.”

Mettiamolo tutto in coltan

pubblicato 23 feb 2017, 07:42 da Cultura della Pace

In Congo le vittime del nostro benessere

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Miriam Rossi sulla mostra fotografica di Stefano Stranges riguardo la raccolta di Coltan in Congo. Uno dei motivi di sfruttamento del sud del mondo


“Vittime del nostro benessere”, con questo titolo la mostra fotografica Stefano Stranges documenta l’estrazione del coltan nelle miniere del Nord Kivu, la regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. Scatti in bianco e nero che raccontano le storie di uomini-donne-bambini implicati in uno dei commerci ad oggi più fiorenti al mondo. Non per loro però.

I cunicoli delle miniere scavati “artigianalmente” nelle montagne a spezzare la vista di un paesaggio collinare africano dal verde paradisiaco, l’assenza di basici strumenti per la sicurezza a protezione del corpo dei minatori quali caschi, guanti, maschere, giacche impermeabili né tantomeno di sistemi atti al puntellamento delle pareti, assicurate da pannelli e assi di legno letteralmente “di fortuna”, i poveri villaggi creati vicino alle miniere in precarie condizioni esistenziali popolati da vedove-anziani-neonati che assistono impotenti alla morte di loro cari: questo è il Kivu. Le asfissie e i crolli frequenti seppelliscono nella montagna molti di questi minatori, per molti altri di loro si assiste invece inerti a una rapida morte per leucemie o altri tumori strettamente connessi alla radioattività della lega di columbite e tantalite estratta, ossia del coltan (termine coniato dalla combinazione dei nomi dei due minerali). Se non bastasse, gruppi di miliziani armati di kalashnikov intervengono di continuo nelle zone di estrazione per imporre il loro controllo sul commercio, facendosi strada con le armi da fuoco e con violenze indicibili, anche verso le donne e i bambini.

Questa realtà, ben conosciuta dai locali, non determina l’esaurimento delle file di disperati che si avviano a lavorare per l’estrazione del coltan, in assenza di sostanziali alternative per la sopravvivenza loro e delle proprie famiglie. Anzi, i minatori sono anche disposti (e obbligati) a pagare un pizzo sui minerali estratti agli uomini armati che presidiano i territori e che altrimenti non consentirebbero loro di scavare e di portare poi a spalla in città i sacchi da 30-40 Kg di preziosi minerali per la vendita. I soldi raccolti dai guerriglieri sono impiegati per acquistare nuove armi per continuare coi traffici illeciti o per ottenere maggiore potere, in un infinito loop di cui è difficile intravedere un termine. In realtà un tentativo in tal senso è stato fatto nel 2014 con la proposta della Commissione Europea, favorita dal mondo dell’associazionismo, di approvare un regolamento europeo che ostacolasse il commercio dei cosiddetti “minerali insanguinati”, ossia dell’estrazione di minerali in aree di conflitto che alimenta questa spirale di violenza e di gravi violazioni dei diritti umani. Tuttavia all’esame del Parlamento Europeo la proposta ha trovato un’accoglienza favorevole ma parziale venendo recepita l’obbligatorietà solo per i grandi importatori di metalli e dei loro materiali di grezzi, e dunque offrendo l’opportunità di un aggiramento della normativa, e rimandando poi l’approvazione della direttiva alla prossima primavera. Cattive notizie sulla questione provengono anche da oltreoceano, dove il neopresidente statunitense Donald Trump ha recentemente emesso un ordine esecutivo atto a cancellare la legge Dodd Frank del 2010 varata da Obama che, fra l’altro, imponeva alle imprese quotate in borsa che utilizzano nella loro produzione minerali provenienti da aree di conflitto di redigere rapporti dettagliati relativi al rigido controllo della filiera nel caso in cui questi minerali provenissero dalla Repubblica Democratica del Congo o dai Paesi confinanti.

E mentre le istituzioni europee prendono tempo, la mobilitazione sociale continua supportata dalle testimonianze di foto e video registrati in Kivu, che passano paradossalmente proprio attraverso quegli smartphone e quei pc prodotti da questo aberrante sistema. È di pochi mesi fa la conclusione della marcia Reggio Emilia-Bruxelles, che ha condotto John Mpaliza, l’attivista italo-congolese conosciuto come il “Peace Walking Man”, a marciare per mezza Europa per portare il suo messaggio di pace e chiedere all’UE di intervenire dinanzi ai massacri che si stanno compiendo nella città di Beni, in Kivu, sotto il silenzio della comunità internazionale. Anche questi assassini, un vero e proprio genocidio secondo alcuni testimoni, costituisce parte della lotta per accaparrarsi il controllo dei tanto preziosi minerali o anche una prosecuzione di quella pulizia etnica che ha trovato effettiva realizzazione in Ruanda nel 1994.

Una storia di violenza che è purtroppo diventata endemica e ripetitiva nella Repubblica Democratica del Congo dalla fine degli anni Novanta, quando il coltan iniziò a essere impiegato per la produzione di svariati materiali di alta tecnologia e divenne poi insostituibile soprattutto per gli smartphone. Da allora il nuovo commercio triangolare è stato costruito a partire dal processo dalla materie prime congolesi, le più abbondanti e “straordinariamente” a basso costo, al netto degli indicibili danni umani e ambientali, prosegue poi col trasferimento per la produzione nel Sud-Est Asiatico e la vendita in tutto il mondo, e si conclude infine nelle immense discariche di tecnologia ospitate sempre dall’Africa, in particolare dal Ghana, frutto del frenetico processo di consumismo tecnologico. Uno sfruttamento effettivamente globale e che solo mediante un pressante richiesta globale dal basso sarà possibile stroncare.

La pace è un diritto non una possibilità

pubblicato 26 gen 2017, 07:57 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 26 gen 2017, 07:58 ]

Il diritto a godere della pace: utopia o realtà?

Nel sito www.unimondo.org un articolo di Miriam Rossi sul diritto alla pace sancito dall'Onu


http://www.promozioneumana.it/yep-content/media/20120705210721-2012-40767-NDP.jpg

Ogni essere umano ha diritto a godere della pace. Frase coincisa ma densa di significati che l’Assemblea Generale dell’ONU ha pronunciato con l’adozione della Dichiarazione sul diritto alla pace sul finire del dicembre scorso, sulla base del testo trasmesso dal Consiglio per i diritti umani. 131 i voti a favore, 34 i contrari e 19 gli astenuti, tra questi ultimi anche l’Italia mentre la maggior parte degli Stati dell’UE ha votato contro la sua approvazione e tra i favorevoli si annoverano anche molti rappresentanti di regimi non democratici.

Con l’approvazione, però, tutti i Paesi membri, praticamente tutti gli Stati del mondo, sono caldamente invitati ad attuare i contenuti della disposizione; non sono però obbligati, in quanto le risoluzioni adottate dall’Assemblea Generale dell’ONU non hanno valore di legge. E d’altra parte è proprio per la natura “evanescente” di questo nuovo diritto umano fondamentale a essere considerato particolarmente inconsistente e di difficile attuazione. O meglio. Affermare che ogni persona ha diritto a vivere in pace significa costruire un mondo dove si insegni e si costruisca una cultura di pace, significa creare condizioni e limiti alla guerra, significa di fatto garantire tutti quegli altri diritti umani che, forse utopicamente, consentono a ciascun essere umano di ritenersi soddisfatto, felice, in pace con se stesso e anche con gli altri. La costruzione del diritto alla pace presuppone in realtà un lavoro ben più ampio e profondo di quanto una affermazione puramente teorica lascerebbe di primo acchito presupporre.

Tuttavia proprio la difficoltà di monitorare i programmi statali rivolti ad assicurare la pace e anche l’incapacità di concordare delle effettive sanzioni rivolte a quegli Stati membri che non osservassero tali indicazioni sono state le ragioni del lungo, travagliato iter che questo diritto umano ha compiuto prima di giungere all’approvazione dell’Assemblea Generale. Da più di un decennio accanto ai diritti civili e politici, ai diritti economici, sociali e culturali, e ai diritti di solidarietà dei popoli si era aggiunta in sede ONU la teorizzazione di diritti di “quarta generazione”, che tenevano cioè conto non solo delle trasformazioni sociali-politiche degli esseri umani contemporanei ma soprattutto delle innovazioni tecnologiche che hanno determinato una vera e propria rivoluzione a tutto campo: la formulazione del diritto alla privacy si è allora affiancato al diritto di proprietà intellettuale, per internet è stato fra l’altro enunciato il diritto all’oblio, e nuovi diritti sono stati garantiti nel campo della bioetica e delle manipolazioni genetiche, ad esempio legate all’uso delle cellule staminali o della fecondazione assistita ma anche in relazione ai cibi geneticamente modificati. Anche il diritto alla pace si configurava da tempo all’interno di questo elenco, seppur il “diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà fondamentali possono essere pienamente realizzati” era stato proclamato dall’articolo 28 della Dichiarazione Universale dei diritti umani già all’indomani della seconda guerra mondiale, nel dicembre 1948.

La Dichiarazione sul diritto alla pace approvata il 19 dicembre 2016 non fa dunque che specificare ulteriormente questo contenuto, in 5 brevi articoli che seguono invece un dettagliato e fondamentale preambolo che fa riferimento ai principali documenti del Codice internazionale in materia di diritti umani e agli obiettivi dell’Organizzazione multilaterale. Non solo la Dichiarazione è interpretata quale uno strumento per garantire la piena soddisfazione dei principali diritti umani (di fatto, senza pace non è possibile garantire alcun diritto umano) ma è anche intesa come un deciso anticorpo al dilagante fenomeno del terrorismo. Il rafforzamento dello spirito di tolleranza, dialogo, cooperazione e solidarietà tra tutti gli esseri umani non può essere che il frutto dell’educazione alla pace a cui gli Stati e le Organizzazioni internazionali sono chiamati a impegnarsi, come già indicato nella Dichiarazione su una cultura di pace del 1999 e nella Dichiarazione sull’educazione e sulla formazione ai diritti umani del 2011. La costante e pregiudiziale opposizione occidentale alla formulazione e all’approvazione di questa Dichiarazione è da collegarsi alla chiara indicazione che il diritto di ciascuno non è “alla pace”, bensì a “godere della pace”: non si tratta di un equilibrismo lessicale, bensì di una indicazione per la quale la pace non è “negativa”, quella che c’è quando non esiste la guerra, al contrario la pace di cui parla la Dichiarazione è una pace “positiva”, da costruire promuovendo eguaglianza, stato di diritto, giustizia, non discriminazione, diritti fondamentali. Non basta dunque non “muovere guerra”, occorre rivedere tutto il sistema di governance statale a cominciare dal disarmo, dalla costruzione di una economia rispettosa dei diritti economici e sociali di tutti gli individui, dalla creazione di corpi di pace anziché di eserciti. Per questa ragione il preambolo della Dichiarazione ricollega il documento ai principi di ius cogens, ossia a quei valori universali intesi come una aspirazione profonda di tutti gli esseri umani.

L’impegno assunto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, sin dalla sua nascita, di “scoraggiare” il divampare delle guerre non ha raggiunto grandi risultati in questi decenni. Tuttavia questa Dichiarazione è un nuovo tassello che guarda in avanti, pur non avendo quella forza determinante che solo il coraggio delle scelte di alcuni o di molti uomini può conferirle.

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