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Dovere di memoria

pubblicato 17 ago 2017, 09:35 da Cultura della Pace

Caso Regeni. #scortamediatica per accompagnare i genitori di Giulio nella loro ricerca della verità

Sul sito www.articolo21.org un articolo di Maria Gianniti sul caso Regeni

Chiediamo una scorta mediatica. Qui, che tenga d’occhio e monitori. E una scorta mediatica per quando andremo al Cairo” Paola, la mamma di Giulio Regeni, ci ha congedati così al termine dell’intervista che assieme al marito e accompagnati dall’avvocato Alessandra Ballerini ha concesso a me di Radio Rai,  ai colleghi Stefania Battistini del TG1 e Paolo Maggioni di RaiNews.

La Milano deserta dove ci siamo incontrati fa riflettere su quanto mai come adesso si debba tenere alta l’attenzione. L’oblio e’ dietro l’angolo, anche se sul caso di Giulio Regeni questo rischio non si corre. Perche’ come hanno voluto ricordare i genitori di Giulio, subito dopo l’annuncio del nostro governo di inviare al Cairo l’ambasciatore Cantini, nominato lo scorso anno, ma la cui partenza era stata congelata, dalla loro parte ci sono  soprattutto la Procura di Roma, gli investigatori, l’avvocato Ballerini e quel popolo giallo composto da migliaia di persone mobilitate da 18 mesi per chiedere verita’ sulla fine tragica di Giulio.

E parte di questo popolo giallo siamo anche noi, giornalisti, che tra non poche difficolta’ abbiamo cercato di capire cosa sia accaduto quella sera del 25 gennaio del 2016 e nei nove giorni successivi, fino al ritrovamento del corpo martoriato di Regeni.   L’Egitto dove oggi i genitori di Giulio vogliono andare e’ un Egitto dove la verita’ viene nascosta, dove si conta sull’oblio del tempo per i tanti casi di sparizioni, arresti forzati. La verita’ che cercano i coniugi Regeni e’ anche quella per i tanti egiziani spariti nel nulla o morti sotto tortura.

Arresti e sparizioni aumentati in modo esponenziale da quando nel 2013 l’esercito fece cadere l’allora Presidente Morsi e arresto’ centinaia di suoi sostenitori appartenenti al movimento dei Fratelli Musulmani.

E’ un Egitto dove la sede del Sindacato dei Giornalisti e’ stata luogo di un’incursione della polizia con l’arresto di alcuni suoi esponenti, solo due mesi dopo la morte di Regeni. Dove la liberta’ di manifestare e’ stata soppressa da quasi tre anni e la liberta’ di espressione di fatto e’ inesistente.

Lo sanno i tanti giornalisti ancora in carcere ai quali viene negato un processo, come molti attivisti che avevano animato Piazza Tahrir.

Oggi chi si oppone al governo non scende in strada. “Sarebbe come decidere di morire inutilmente”, mi ha detto un avvocato egiziano per i diritti umani incontrato in occasione del primo anniversario dalla scomparsa di Giulio Regeni. Ecco perche’ oggi, se i genitori di Giulio lo chiedono, e’ importante andare con loro. Per parlare anche di tutti quegli egiziani che, come Giulio, sono stati improvvisamente inghiottiti e restituiti senza vita, uccisi dalle torture, o finiti nel nulla. #Scortamediatica puo’ essere il nuovo hashtag da lanciare sui social media. Per accompagnare i genitori di Regeni nella loro ricerca della verita’, una verita’ importante per i tanti Giulio egiziani.


Il settimanale del Prof. Johan Galtung

pubblicato 17 ago 2017, 09:26 da Cultura della Pace

Israele si avvia verso una soluzione?

Il settimanale del Prof. Johan Galtung sulla situazione israelo-palestinese 


Questa rubrica ha raccomandato una soluzione 1-2-6-20: 1 Palestina interamente riconosciuta da Israele; una soluzione a 2-stati con confini conformi alla legge internazionale; in una comunità medio-orientale di Israele e vicini Arabi di 6-stati, in una comunità di più o meno 20 stati, anche questa comprendente i loro vicini.

La soluzione a 2-stati potrebbe essere una confederazione con cantoni israeliani in Cisgiordania e cantoni palestinesi nell’Israele di Nord-Ovest.

Quanto sopra è ben accetto a Palestina, Lega Araba e Iran. Non a Israele. Netanyahu vuole espansione, confini sicuri e riconoscimento internazionale. Impossibile. Con l’aiuto di Trump si espande ulteriormente, uscendo dall’UNESCO, sfidando le Nazioni Unite.

Salvo che Netanyahu e Trump non saranno presenti per sempre. Entrambi soffrono di autismo; clinicamente Trump, che pretende lealtà assoluta. Non una sola parola di critica sulla loro politica di America Prima di Tutto! Israele Prima di Tutto! Guardando il mondo dalle loro bolle, ciò che manca è la reciprocità, il contrario dell’autismo; che accoglie l’Altro, non solo affronta l’Altro. Dialogo.

Pure, il confronto con la realtà è allarmante. Trump non sta creando una grande America bensì un’America isolata. Netanyahu sta ricreando non un Israele dei patriarchi (Genesi 15:18) ma un Israele inattuabile.

I terroristi israeliani hanno conquistato e colonizzato. Tuttavia sia chiaro: Israele è uno stato in cui non vige l’apartheid bensì un sistema di “cittadini di prima classe vs cittadini di seconda classe”. E non è neppure uno stato razzista; ci sono Ebrei e Arabi di tutte le razze. E’ lo stato di un “popolo eletto per una terra promessa”, che rivendica un mandato divino; ignaro della razionalità post-Illuminismo dei nostri tempi.

Il primo punto non realizzabile è una minoranza araba che diventa maggioranza araba nell’Israele di Netanyahu, inteso come “stato ebraico solo per Ebrei”. Per ottenere questo, si dovrebbero espellere gli Arabi oppure si dovrebbe separare quel territorio per formare un più piccolo Israele, il che comporterebbe sanzioni più pesanti di quanto Israele possa reggere. Gli USA possono fermare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma non tutte le sanzioni diplomatiche bilaterali.

Il secondo punto non realizzabile è più profondo. Il concetto sionista – di un buon secolo fa – di uno stato per una nazione soltanto non è praticabile.

Oggigiorno la gente si muove dentro e fuori di qualsiasi cosa, Israele compreso. Per di più, gli stati in quanto tali stanno decentralizzando, danno la precedenza ad autonomie locali dal basso e regionalizzazione, globalizzazione, dall’alto.

Esiste uno zoccolo duro in Israele che si è votato non solo alla Genesi 15:18 ma anche al bellicoso Deuteronomio 20:10-20 e al modello geopolitico a quattro livelli di Isaia 2:1-4. E alla memoria della brigata ebraica forte di 5.000 uomini che ha eroicamente combattuto la Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. [i]

Sebbene ci siano anche Israeliani più accomodanti. Molti di costoro, negli USA, costituiscono una componente del conflitto tra Israeliani ed Ebrei della diaspora, che si sta inasprendo. Specialmente donne, data la scelta dell’Ebraismo Ortodosso per Israele; con le donne considerate cittadine di seconda classe, come si può constatare al Muro del Pianto.

E ci sono territori israeliani disabitati: il Nord-Ovest, da dove vennero allontanati 780.000 Palestinesi, il vasto Sud.

In più, al di sotto e al di sopra di tutto questo, il passato, presente e futuro colmo della resistenza palestinese, le Intifada, per riprendersi la loro terra. Ancora disposta (con il PNC – Consiglio Nazionale Palestinese) a coesistere con l’Israele del 4 Giugno 1967. Netanyahu, aiutato da Trump, aumenta l’espansione, come i Palestinesi aumentano la resistenza. Lotta che non avrà mai fine, rendendo Israele un molto attuabile campo di battaglia in un paese inattuabile.

Detto tutto questo, come si arriva a un Israele post-Netanyahu razionale?

Andando indietro nel tempo, alle radici delle tre religioni abramitiche, l’elemento che perdura, ma non il solo, è una così grande attitudine per la guerra a livello mondiale.

L’Ebraismo e l’Islam hanno in comune il monoteismo, un buon punto di partenza.

Il Cristianesimo ha in comune con l’Islam il singolarismo-universalismo, un pessimo punto di partenza, che esclude reciprocamente, con tregue precarie; ora domina l’uno, ora l’altro; qui domina l’uno, là domina l’altro.

E l’Ebraismo condivide con il Cristianesimo una visione della geopolitica gerarchica e piramidale, un’altro pessimo punto di partenza, che dà origine a un giudeo-cristianesimo che legittima l’eccezionalismo e la bellicosità degli USA.

Ma il punto qui è il rapporto Ebraismo-Islam.

In principio esso ammette che i Giudei vivano secondo la loro consuetudine, con gente del Libro, credenti nel kitab, dappertutto nei territori musulmani. Compreso quel territorio che gli Ebrei riconoscono come la loro Terra Santa, una buona parte del Medio Oriente. Quindi, perché essere così discreti e stabilirsi soltanto su quel pezzettino di terra chiamato Israele? Perché non affidare l’Israele del 4 Giugno 1967 allo zoccolo duro sionista, già presente là, liberando il resto del mondo da loro?

E inoltre, perché meramente contraccambiare la tolleranza dei Musulmani per i Giudei, vivendo vicini a loro, due religioni monoteistiche fondate su divine rivelazioni? Come fecero loro per molti secoli sotto una dinastia musulmana dopo l’altra, gli Omayyadi, gli Abbàsidi, i Fatimidi, gli Ottomani – fino a che i Sionisti inculcarono in Asia Occidentale l’idea europea di nazione-stato.

Questo richiederebbe molto dialogo e molte abili negoziazioni. In primo luogo, può essere che gli Ebrei siano tenuti a inghiottire l’amara pillola di doversi scusare per i tentativi che fecero nel far sembrare come se loro fossero stati cacciati dai paesi arabi-musulmani, occultando il fatto che avevano beneficiato di una tradizione antica, risalente al Profeta, che si fondava, come egli fece, sui loro Profeti.

Tale linea ha poche possibilità di successo nell’odierna realtà politica, così come quella realtà ha poche possibilità di diventare praticabile. E’ proprio per questo motivo che è necessaria, anzi indispensabile, una visione alternativa. Questa è l’impresa numero uno.

Si potrebbe andare un passo oltre: ci sono dei Cristiani in quella regione. Un tempo i tre popoli festeggiavano insieme un’Età dell’Oro di lunga durata; non esiste legge per cui le età dell’oro debbano verificarsi solo nella Spagna meridionale. E’ ancora più plausibile che avvengano nella Terra Santa, con Gerusalemme al centro e con degli spazi sacri a disposizione degli aderenti alle tre religioni, ovviamente non sotto il “sovrano controllo” israeliano.

E momenti sacri per ciascuno, che devono essere rispettati dagli altri.

Il mondo vuole messaggi di pace da queste grandi, antiche fedi, non guerra perpetua. Questi messaggi potrebbero venire da Gerusalemme, mettendo in evidenza le tradizioni di solidarietà e tolleranza piuttosto che il contrario: le fedi abramitiche, che rinnegano la speranza del genere umano nella pace.

Il mondo è in attesa. E’ tempo che accada, ora.


NOTE:

[i]. Vedi Howard Blum: Ihr Leben in unserer Hand. Die Geschichte der Jüdischen Brigade im Zweiten Weltkrieg (München: Econ), “Le loro vite nelle nostre mani. La storia della Brigata Ebraica nella seconda guerra mondiale”.

#493 | Johan Galtung – 7 Agosto 2017
Titolo originale: Israel Heading for a Solution?
Traduzione di Franco Lovisolo per il Centro Studi Sereno Regis

In fase di stabilizzazione

pubblicato 17 ago 2017, 09:23 da Cultura della Pace

La saggezza del Qatar

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Rami Khouri tratto da Internazionale.it sulla situazione instabile dei rapporti tra Arabia Saufita e Qatar


Carta di Laura Canali

L’assedio politico e commerciale nei confronti del Qatar condotto da quasi due mesi dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti (Uae) e da alcuni stati alleati si è trasformato in un tiro alla fune con molte sfaccettature che determineranno l’esito finale. La mia impressione è che il Qatar si stia comportando molto più abilmente della coalizione guidata dai sauditi e dagli emiratini nei quattro principali terreni di scontro: spavalderia politica e propaganda mediatica, pressione economica e relativi costi, dispute legali riguardanti le convenzioni internazionali sullo stato di diritto, e infine dinamiche d’opinione pubblica e reputazione internazionale sulla scena globale.

Spavalderia non convincente

Ormai da anni sauditi ed emiratini mantengono la volontà di punire duramente il Qatar per il suo presunto sostegno al terrorismo e per aver minacciato la loro sicurezza. Il problema, nel dare prova di questa spavalderia politica, è che un simile atteggiamento non convince nessun altro paese. Questo perché le accuse sono evidentemente sproporzionate, oltre che ipocrite per quanto riguarda alcuni elementi centrali come il finanziamento dei movimenti islamisti, le relazioni con l’Iran e l’interferenza con gli affari di altri stati. Il modo in cui la propaganda mediatica saudita ed emiratina ha sostenuto simili accuse è stato imbarazzante, data la sua scarsissima dose di verità, oltre che clamorosamente controproducente, poiché non ha fatto altro che danneggiare ancor più la credibilità di cui hanno goduto negli ultimi anni alcune testate dei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc).

Un trauma momentaneo

Le pressioni economiche e i costi sostenuti dal Qatar per la sua impossibilità ad accedere agli spazi terrestri, marini o aerei dei suoi vicini assedianti sono stati un trauma momentaneo, velocemente superato quando vari paesi, sia lontani sia vicini, sono corsi in suo soccorso. I costi supplementari che derivano dal dover utilizzare rotte aeree e marine più lunghe sono un’inezia rispetto alle riserve finanziarie del Qatar. I legami politici ed economici più forti e più variegati che il Qatar ha velocemente stretto con paesi vicini e lontani, tra i quali ci sono potenze come l’Iran, la Turchia e l’India, compensano abbondantemente il costo a breve termine derivante dal dover pagare più carburante aereo e gli altri costi legati all’assedio. E inoltre rafforzeranno il paese sul piano diplomatico. Qualcuno dovrebbe dire agli assedianti stanno rendendo il Qatar più forte in patria e all’estero, non il contrario. Un importante aspetto dello scontro emergerà con più chiarezza nelle prossime settimane, visto che il Qatar ha intentato un’azione legale contro gli stati assedianti presso varie organizzazioni internazionali, come il ricorso presentato all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) per il boicottaggio commerciale di Arabia Saudita, Uae e Bahrein, in cui richiede una “consultazione” con con questi paesi come primo passo per la risoluzione della disputa commerciale.

Tutti gli stati del Consiglio del Golfo dovrebbero accordarsi su una definizione di ‘terrorismo’

Ha inoltre anche chiesto all’Organizzazione dell’aviazione civile (ICAO) di porre fine al blocco aereo di cui è oggetto, facendo presente i danni che ne derivano per il paese e per la sicurezza del traffico aereo nella regione. L’Icao ha invitato tutti i suoi stati membri a rispettare la convenzione di Chicago del 1944 sull’aviazione civile internazionale e i suoi successivi addendum. Il Qatar vuole che gli stati assedianti definiscano innanzitutto dei corridoi aerei d’emergenza per i voli da e per il Qatar, e che pongano in seguito definitivamente fine al blocco aereo. Simili mosse obbligano gli stati coinvolti ad agire sulla base dei loro impegni legali e diplomatici in favore dello stato di diritto, in modo che tutti gli appartenenti al Gcc si accordino su una definizione di “terrorismo”, chiarendo così se qualcuno o la maggioranza di loro sostiene o meno dei movimenti “terroristici”. Il Qatar ha avviato questo importante processo politico, tecnico e legale con l’accordo bilaterale di cooperazione nella lotta al terrorismo, stretto con gli Stati Uniti a luglio. Gli stati assedianti farebbero bene a intraprendere un analogo processo collettivo con il Qatar e gli altri paesi della regione, affinché la loro dolorosa faida sia risolta in maniera razionale, e non prolungando l’attuale serie di paure irrazionali e percezioni isteriche delle minacce esistenti.

Quale giustizia?

pubblicato 11 ago 2017, 13:06 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 13 ago 2017, 14:33 ]

Salvataggi in mare, Asgi: il codice di 
condotta è un atto pericoloso che mina l'efficacia delle attività di soccorso. Il Governo italiano riveda la sua linea politica


Asgi sul codice di condotta: non è un atto avente valore di legge, ma solo una proposta di accordo, dove il necessario coinvolgimento paritario delle parti è clamorosamente mancato. Non sarà legittima alcuna reazione del Governo nei confronti delle ONG non firmatarie se non nei casi e nei limiti già sanciti dalle norme nazionali e internazionali.

Comunicato dell'Associazione Studi giuridici sull'immigrazione


 



Codice Di Condotta Fotografia Stock


L'ASGI esprime grave sconcerto per le modalità di conduzione e di conclusione della vicenda relativa al cosiddetto codice di condotta per le ONG che effettuano i salvataggi in mare.
L'Associazione  evidenzia innanzitutto come diverse "disposizioni", contenute nel cosiddetto codice di condotta, pongano serie problematiche giuridiche relativamente al rispetto del diritto internazionale del mare, apparendo in contrasto sia con l'obbligo di garantire lo sbarco in un porto sicuro alle persone salvate, sia più in generale con gli obblighi derivanti dal diritto internazionale in materia di asilo, come sottolineato nell'analisi più generale già resa nota nei giorni scorsi dall’associazione.

L'ASGI richiama con forza l'attenzione del mondo politico e dei mezzi di informazione sui seguenti aspetti, rimasti largamente sottaciuti nel dibattito pubblico:

1) Parte rilevante delle proposte contenute nel cosiddetto codice di condotta appaiono del tutto superflue poiché si limitano a ribadire positive prassi operative già attuate da tempo da parte delle ONG che operano nel soccorso, dalla Guardia Costiera e dalle altre istituzioni pubbliche coinvolte.

Se si fosse voluto ulteriormente rinforzare dette prassi operative, allo scopo di migliorarle, sarebbe stato necessario attivare un effettivo confronto con le associazioni umanitarie. Confronto che invece è mancato. Anzi, le stesse ONG, che pure meritoriamente suppliscono in larga parte alle carenze del sistema pubblico dei soccorsi, sono state oggetto di un'incredibile campagna di discredito.

2) Il cosiddetto codice di condotta è stato presentato ai mezzi di informazione come una sorta di atto normativo, seppure alquanto atipico, tramite il quale il Governo intende disciplinare l’attività del soccorso in mare, in corso da anni sotto il coordinamento delle autorità legittimamente preposte, che però oggi viene presentata come se fosse avvenuta finora in modo del tutto disordinato e improprio.

Il punto nodale della questione risulta invece che il cosiddetto codice di condotta non è un atto avente valore di leggené una disposizione regolamentare, emanata in attuazione di una norma primaria.Per di più si rivolge ad una pluralità di soggetti non gerarchicamente collegati con la pubblica amministrazione. Si tratta in sostanza, di una proposta di accordo, che, come tale, necessita quel coinvolgimento paritario delle parti che invece è clamorosamente mancato.

La mancata sottoscrizione, perciò, non può avere alcuna conseguenza giuridica: non sarà legittima alcuna reazione del governo nei confronti delle ONG non firmatarie se non nei casi e nei limiti già sanciti dalle norme nazionali e internazionali  .

3) Al di là della adesione o meno al cosiddetto codice di condotta, le organizzazioni operanti nel soccorso in mare dei migranti sono obbligate al primario ed esclusivo rispetto delle norme internazionali, di quelle di diritto interno e agli eventuali atti regolamentari di attuazione delle normative stesse.

Occorre evidenziare che in buona parte le motivazioni addotte dalle ONG per rifiutare la sottoscrizione della proposta di codice risultano ampiamente ragionevoli e condivisibili; in particolare il rifiuto della richiesta di non effettuare trasbordi da una nave all'altra (anche quando ciò è necessario per salvare vite umane durante la concreta operazione di soccorso) è del tutto doveroso e pienamente conforme agli obblighi imposti dalle norme sul soccorso. Parimenti la contestata opposizione alla richiesta di consentire sempre e in ogni caso la presenza a bordo del personale di polizia è del tutto comprensibile e giustificabile proprio in quanto l'attività di soccorso umanitario deve potersi svolgere in condizioni di piena autonomia, non essendo per nulla in contrasto con il vincolo della piena collaborazione, attiva ed indiscussa da anni, con le autorità investigative per l'individuazione dei trafficanti.

4) E' eticamente inaccettabile che il Ministero dell'Interno, abbia oscuramente prospettato gravi conseguenze nei confronti di quelle organizzazioni, tra le quali figura MSF, Premio Nobel per la Pace, che non hanno sottoscritto il cosiddetto codice di condotta.

5) Va ricordato che è illegittimo e può costituire grave violazione di legge anche penale impedire l'accesso ai porti da parte di una imbarcazione che trasporta persone soccorse in mare che hanno bisogno di supporto immediato legato alle esigenze primarie per la sopravvivenza e/o la tutela del diritto all'integrità psico-fisica.

L'ASGI rinnova il proprio profondo apprezzamento per l'operato eccezionale delle ONG e della Guardia Costiera italiana nel condurre le operazioni di salvataggio in mare e invita fermamente il Governo italiano a rivedere in maniera profonda l'attuale linea politica, tanto inconsistente sul piano della legittimità, quanto pericolosa nel creare smarrimento nell'opinione pubblica e nel minare l'efficacia delle attività di soccorso.





Ricordo indelebile

pubblicato 03 ago 2017, 08:52 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 11 ago 2017, 13:10 ]

A 100 anni dall’ “inutile strage” (1 agosto 1917)

Sul sito www.paxchristi.it il ricordo della prima guerra mondiale e le indicazioni per saperne di più riguardo quell'inutile strage che fu la guerra del 15-18

Sono passati 100 anni, era il 1 agosto 1917, dalla Lettera di Benedetto XV ai Capi dei Popoli Belligeranti, in cui definiva la guerra mondiale in corso ‘inutile strage’.

Vogliamo valorizzare questa data per segnalare e invitare a visitare il sito che Pax Christi cura da diversi anni: www.inutilestrage.it/
E’ un sito dedicato alla Prima guerra mondiale, l’ ‘inutile strage” di Benedetto XV ma non solo, poiché continuano anche oggi le inutili stragi attraverso le ingiustizie e le guerre attuali, ‘una guerra mondiale a pezzi’, come afferma spesso papa Francesco.
E’ ricco di testi, foto e video ed è particolarmente interessante per studenti, insegnanti, giornalisti, appassionati di storia.
Si trovano anche le informazioni necessarie per le “Escursioni storico-pacifiste” che il Punto Pace Pax Christi di Vicenza organizza dal 2011.

Sono passati 100 anni, non parliamo di Grande Guerra, ma di carneficina e rinnoviamo l’impegno contro ogni guerra per il disarmo e la nonviolenza.
Mentre vi invitiamo a visitare il sito www.inutilestrage.it/ segnaliamo anche l’editoriale di Famiglia Cristiana, n. 31 del 2017: http://www.paxchristi.it/?p=13150

don Maurizio Mazzetto, di Vicenza, curatore del sito – mazzetto.maurizio@gmail.com
d. Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi – drenato@tin.it

Il settimanale del Prof. Johan Galtung

pubblicato 03 ago 2017, 08:45 da Cultura della Pace

Grande Storia dalla Norvegia

Nel suo settimanale il Prof. Galtung analizza la storia norvegese in prospettiva mondiale. Tutto mondo è paese?



Perché qualcuno dovrebbe essere interessato alla Norvegia, quel piccolo paese allungato verso Nord, su verso il Polo Nord.

Perché come siamo in grado di comprendere la geologia della terra perforando punti diversi in profondità attraverso molti strati, così possiamo comprendere la storia della terra andando a scavare in profondità qualunque punto attraverso strati temporali, i millenni passati, i secoli, i decenni, gli anni. Questo “punto” non deve essere necessariamente un paese o una qualche unità geo-politica. Potrebbe essere la famiglia, la genealogia. La vostra per esempio. I dati ci sono.

Quindi, come si è evoluta la Norvegia? Dove si trova oggi? Dove può trovarsi?

Frede Castberg, giurista costituzionale, consigliere del ministero per gli esteri norvegese, rettore dell’Università di Oslo, ha scritto un manuale: The Nowegian Way of Life, Lo stile di vita norvegese, (Londra: Heineman, 1954). Per incominciare.

Originariamente la Norvegia è stata probabilmente abitata da una popolazione scura di capelli, brachicefala; più tardi dominata da una gente dai capelli chiari, cranio allungato, più alta. Essa rese differente la Norvegia della costa da quella dell’interno, verso Est. La conformazione geografica favorì la pesca e piccole fattorie, separate, autosufficienti; pochi villaggi e cittadine. Cinquanta piccoli regni si unificarono nell’anno 872, almeno così si dice. Durante l’Era dei Vichinghi, 800-1050. Durante il Medioevo del continente.

L’Era dei Vichinghi tuttavia non è stata simile al Medioevo del continente, chiuso, statico. Piuttosto simile al mondo antico continentale, ma risalente a parecchi secoli dopo.

L’antichità aveva a che fare con navi, conquiste, uccisioni, rapine, donne-schiave anche in vendita. Così erano i Vichinghi nordici, con imbarcazioni più filanti, senza chiglia, che si tiravano in secco più velocemente; larghe, adatte a portare molto carico frutto di saccheggi, vivente oppure no.

I loro domini andavano dal Nord America, passando per Groenlandia-Islanda-Isole Faroe, fino alle regioni interne di Francia (Senna) e Russia (Volga), Galizia e costa iberica, Mediterraneo, Costantinopoli, Caspio – mar Nero, Baghdad. Governando con capacità politica; producendo grandi opere letterarie, le saghe.

Quanto annunciato dalle cupe e pessimistiche saghe si dimostrò poi vero. Le vecchie divinità nordiche si arresero al Cristianesimo, a Satana e a Dio. Il che significò speranza.

Poi la Norvegia recuperò sul Medioevo: un secolo (1130-1240) di guerra civile devastante (Birkebeinere/Baglere) e in Europa l’apocalittica Morte Nera (1346-48 e oltre), che uccise metà della popolazione della Norvegia, poveri e ricchi. Dopo un breve periodo sotto la Svezia, fu costituita nel 1397 l’unione Svezia-Danimarca-Norvegia; la Svezia ne uscì nel 1536, rimasero Danimarca-Norvegia come sfruttatore-sfruttato, che combatterono le guerre di Copenhagen contro la Svezia e, insieme a Napoleone, contro Inghilterra e Russia. Danimarca e Norvegia persero vasti territori in favore della Svezia; e con il trattato di Kiel, nel Gennaio 1814, la Danimarca cedette la Norvegia alla Svezia.

Seguirono quattro incredibili mesi, che il 17 Maggio 1814 dettero origine a una Costituzione fondata sulla sovranità del popolo – “popolo” a significare innanzitutto contadini, “sovranità” a intendere rispetto a Danimarca-Svezia. Ma nel Luglio 1814 arrivò l’esercito svedese a reclamare il suo bottino, la Norvegia. Trattato di Moss.

Poi sotto la Svezia, in alleanza con il Re svedese e la politica estera svedese fino a che la Norvegia se ne tirò fuori molto astutamente nel 1905.

Successivamente fu sotto l’Inghilterra, con sufficiente anglofilia da opporsi al conferimento del Premio Nobel per la pace a Gandhi, nel 1940-45 l’invasione-occupazione tedesca dopo che l’Inghilterra infranse la neutralità della Norvegia, quattro anni sotto nessuno nel 1945-1949, adesione alla NATO, poi sotto gli USA. E illimitata americanizzazione. (*)

Finora per 68 anni; dopo 5 anni sotto la Germania, 90 anni sotto la Svezia, 400 anni sotto la Danimarca; 500 anni di Protestantesimo Evangelico.

Dopo l’Era Vichinga un paese dominato, oppresso. E un paese devastato a seguito della guerra civile e della Morte Nera.

Tuttavia, importa chi comanda. Svezia-Danimarca erano abbastanza simili per darsi vicendevole aiuto e piuttosto piccole per riuscire a opporsi.

L’Inghilterra, un tempo conquistata dai Vichinghi, ha conquistato la Norvegia almeno sotto l’aspetto linguistico: all’Università di Oslo oggi si studia Ibsen tradotto in Inglese. Sempre più riunioni pubbliche sono condotte in Inglese.

La Norvegia, in quanto alleanza Danimarca-Norvegia, combatté le guerre danesi contro la Svezia, con Napoleone contro Inghilterra-Russia, e perse. In quanto alleanza Svezia-Norvegia, neutrale. In quanto alleanza USA/NATO+estesa-Norvegia, ha combattuto le guerre USA in Afghanistan-Serbia-Libia. Il che ci porta all’oggi e più in là. Esattamente, “dove siamo”?

Una Norvegia bellicosa, che minaccia la Russia con armamenti offensivi; e 248 distretti con una milizia interna su 249 che non sono in grado di difendersi. “Addio alla nazione pacifica’” scrive Ramla Alnahi che venne in Norvegia dal Medio Oriente a metà degli anni ’90 (Klassekampen 9 Giu 2017) e non crede che il governo abbia il controllo dell’esercito della Norvegia in Siria.

Una Norvegia caratterizzata dalla disuguaglianza, dove gli investimenti si sono spostati dall’economia produttiva reale all’economia finanziaria speculativa (Klassekampen 3 Gen 2017, 25 Feb 2017). Vecchia storia: prezzi delle case galoppanti, crediti a costruttori e acquirenti, prestiti tossici – e la bolla scoppia. La Norvegia è ricca, salverà le banche fino alla prossima circostanza del genere; per quanto tempo?

Forse anche più inquietante è “chi siamo noi?”. L’americanizzazione ha procurato alla Norvegia uno stato di guerra e disuguaglianza sociale, che vengono accettati dalla maggior parte dei Norvegesi perché essi accettano gli USA. Un nuovo “noi”? Esiste un precedente “noi” norvegese?

C’è un modo per saperlo. Che cosa è il Cristianesimo? Individuate delle citazioni fondamentali dalle Scritture, incominciando con Giovanni 3:16: Che cosa è Roma? Individuate delle parole chiave dalla vita quotidiana, come “usus tyrannus est”, l’abitudine è tiranna. Che cosa è la Norvegia? Individuate delle parole chiave dalla vita quotidiana, come “tende a evolvere bene”. Nessun grande autore, dalla gente, da secoli.

Aggiungete il passato di una Norvegia che rompe le alleanze: che nel 1814 abbandona una Danimarca che affonda non avendo alcun tornaconto ad aiutarla a costruire qualcosa di nuovo, che nel 1905 abbandona per convenienza una Svezia che non sta affatto affondando. E’ tempo per il ratto norvegese di cambiar nave e di salire a bordo di una Unione Europea sempre più gradita. A meno che gli USA non gettino fuori bordo Trump – che sta lavorando alla sua rielezione nel 2020.

E’ uno scenario probabile, considerati gli ultimi sei secoli. Esiste un’alternativa?

Un ratto norvegese sicuro di sé, che abbandona una nave per costruirsi la propria: difesa difensiva, neutrale tra l’Occidente e il Resto; con posti di lavoro concreti, non solo lavori finalizzati a una minore disuguaglianza; vedere il buono in tutto, per progetti che connettono buono con buono. Una Svizzera, attenta anche a una pace positiva.


NorNOTA:

(*) Nota personale. La Norsk Rikskringkasting, la BBC della Norvegia, ha trasmesso una mia intervista nel programma condotto da Ole Torp; pensavo che sarebbe stata sui miei 60 anni di lavoro per la pace e sulle mie pregresse esperienze; a criticare lo stato di belligeranza degli USA, a predire il declino e la caduta del loro impero, a mettere in guardia contro la “sicurezza” degli Stati Uniti. Non una parola sulla pace, nessun dibattito sulla politica USA-Norvegia: un tormento di sciocchezze infondate, che ha provocato una valanga di proteste da parte dei telespettatori.

Evidentemente il suo compito era difendere l’alleanza. Per finire ha persino tagliato quello che avevo detto sul premio Nobel per la pace a Liu Xiaobo – una provocazione, avrebbe potuto essere deferito alla commissione di controllo– e sui 20 milioni di assassinati dagli USA in 37 paesi dopo il 1945, tutto solidamente documentato. Ole Torp è incompatibile con la democrazia e dovrebbe essere mandato in pre-pensionamento.


#491 | Johan Galtung – 24 Luglio 2017

Titolo originale: Macro-History from Norway
Traduzione di Franco Lovisolo per il Centro Studi Sereno Regis

Sostenibilità ambientale: non c'è altra scelta

pubblicato 03 ago 2017, 08:35 da Cultura della Pace

Ecofuturo: 

scelte sostenibili 

le promesse della Terra

Sul sito www.unimondo.org il resoconto 

della quarta edizione di Ecofuturo

Tratto da Buonenotizie.corriere.it


EcoFuturo


Con toni alti e prospettive promettenti, si è conclusa nei giorni scorsi a Padova la quarta edizione di Ecofuturo, il Festival delle ecotecnologie che promettono uno sviluppo sostenibile garantendo lunga vita all’uomo e al pianeta. Il tema di quest’anno, Eco & Equo: La Promessa della Terra, racchiude un patto simbolico fatto con la grande madre. Se l’uomo applicherà le nuove ecotecnologie, esposte nel ricchissimo programma, la Terrà si prenderà carico di reimmettere nel sottosuolo tutta la CO2 che ha provocato gli attuali cambiamenti climatici.

È una promessa che viene spiegata da Lorella Rossi, responsabile area tecnica del CIB – Consorzio Italiano Biogas, attraverso il progetto Biogasfattobene che, sulle orme dell’iniziativa 4×1000 già presentato al COP21 di Parigi, propone un metodo di agricoltura che produce due raccolti l’anno, aumenta la fertilità della terra invece che impoverirla e consente alle colture di immagazzinare CO2 nel terreno riducendo i gas serra nell’atmosfera. La formula calcola che una percentuale di crescita annua del 4‰ di CO2 stoccata nel terreno permetterebbe l’arresto dell’attuale crescita di CO2 nell’aria con i conseguenti miglioramenti climatici.

Non è un caso che, simbolo di tutto il festival, durato dal 12 al 16 luglio e seguito da più di 180,000 spettatori con le dirette mainstream, sia stato il monumento all’aratro, responsabile nel tempo della perdita di fertilità del terreno ma affiancato come controffensiva all’orto bioattivo che con le sue stratificazioni, che riproducono i meccanismi agronomici della foresta pluviale, riescono a produrre zucchine di qualità in otto giorni.

L’intensa cinque giorni che ha illustrato una vastissima gamma di soluzioni tecnologiche ai mali ecologici del nostro tempo, dal dragaggio non invasivo alla mobilità sostenibile, dalle energie rinnovabili che diventano portatili alla casa ecosicura, passando dalla domotica, i semi antichi biologici, la gestione intelligente dei rifiuti e la rigenerazione urbana, si propone di andare al COP23 di Bonn per portare soluzioni concrete e un messaggio di speranza per un mondo più eco, equo, solidale ed economicamente più evoluto.

«Avremmo fatto la rivoluzione se avessimo spostato i € 14,7 miliardi di euro per gli incentivi al fossile in un’altra voce di bilancio», afferma Serena Pellegrino, parlamentare della Sinistra Italiana, a chiusura dell’evento, ma è incalzata da Jacopo Fo, ideatore del festival dal 2014 che rilancia: «Se il 15-20% di noi cambiasse il proprio stile di vita li metteremmo in ginocchio». Ma è ottimista e si dice «pesantemente entusiasta. Abbiamo milioni di pagine facebook. Se ci connettessimo saremmo più potenti di qualsiasi TV». E mentre lancia un appello a professionisti e manager aziendali perché contribuiscano alla realizzazione del lavoro dei creativi nelle loro idee geniali, conclude, come è nel suo stile: «Vinceremo, perché è meglio che perdere!». E a noi piace così.


Padre Paolo Dall'Oglio è indimenticabile

pubblicato 27 lug 2017, 00:51 da Cultura della Pace

Non dimentichiamo Padre Paolo Dall’Oglio

Alla fine di questa settimana, tra venerdì 28 e sabato 29 luglio, ricorderemo padre Paolo Dall’Oglio, questo instancabile costruttore di ponti che ha indicato a tutti noi la strada più semplice, quella che armonizza anziché dividere, che riconosce l’indispensabilità dell’altro anziché l’indispensabilità dell’odio. Articolo di Riccardo Cristiano sul sito www.perlapace.it





Mancavano pochi giorni alla fine del 2007 quando padre Paolo Dall’Oglio scrisse nella rubrica “la sete di Ismaele” che firmava su “Popoli”,  il web magazine dei gesuiti: “Quest’anno l’Adha, la festa del sacrificio alla fine del pellegrinaggio abramitico, cade pochi giorni prima di Natale. Da secoli i vicini di casa cristiani e musulmani si rendono vicendevolmente visita per le feste cogliendo l’occasione per riconciliarsi quando necessario. Perché non farlo anche in Italia? Magari con una telefonata prima: “Pronto? Parlo con il signor Mohammad? Volevo augurarle buona festa. Ha parenti al pellegrinaggio? Dio glieli riporti tutti a casa in buona salute. Vorrei venirla a trovare con mia moglie per farle tanti auguri di persona.” E’ probabile che i vostri vicini vengano poi a trovarvi a Natale. Ci  vorrà pazienza e aiuto dello Spirito Santo per fondare amicizie durature, armonizzare le mentalità, abituarsi alle diverse sensibilità”.

Alla fine di questa settimana, tra venerdì 28 e sabato 29 luglio, ricorderemo padre Paolo Dall’Oglio, questo instancabile costruttore di ponti che ha indicato a tutti noi la strada più semplice, quella che parte da una semplice telefonata, per cambiare il corso della storia e contribuire all’edificazione di una società diversa, che armonizza anziché dividere, che riconosce l’indispensabilità dell’altro anziché l’indispensabilità dell’odio.

Non sappiamo chi abbia sequestrato Paolo quella notte tra il 28 e il 29 luglio di quattro anni, fa , 2013. Non hanno mai rivendicato il suo sequestro.  Per me hanno voluto metterlo a tacere perché  era tra le più autorevoli voci che negavano a chicchessia il diritto di fare dei siriani dei sudditi di un sedicente stato confessionale o familiare. Per questo era amato dai suoi concittadini siriani.

Durante  questi anni durissimi e dolorosissimi per la Siria cominciati nel 2011, nel testo scritto per “Popoli” prima del suo sequestro, padre Dall’Oglio tra le altre cose ha scritto: “faccio ormai parte di una specie di collettivo su internet con il quale compariamo informazioni, cerchiamo di chiarire eventi, di emanciparci da febbri ideologiche e maree emotive suscitate e cavalcate ad arte. Ma la lotta è impari. Occorre formulare un mantra da ripersi di continuo: “Le sfumature sono sempre più fragili della propaganda, se vi soddisfa l’indottrinamento non abbiamo più nulla da darci.”

Quella specie di collettivo, caro Paolo, c’è ancora. Senza di te fatichiamo a sentirci, a riconoscerci, a capire, ma il ponte che hai creato tra tanti rimane, e per tutti le sfumature sono rimaste fondamentali. L’indottrinamento abbiamo cercato di tenerlo lontano da noi, e quest’anno in tanti, sui giornali, alla radio, in televisione, cercheranno di ricordarti innanzitutto per chiedere la tua liberazione, come non abbiamo abbastanza fatto sin qui, quale nostro concittadino. Ma poi riprenderemo i tuoi scritti per cercare insieme a te le nuove sfumature da difendere, le nuove dottrine da evitare, i nuovi ponti da edificare; senza santini, semplicemente tentando di camminare insieme con te lungo le frontiere della convivialità mediterranea alla quale continui a dare il tuo contributo.

Paolo, dopo esserti espresso a favore del piano di pace dell’inviato dell’Onu Kofi Annan sei stato  espulso dalla Siria nel 2012, e il tuo account era “espulso arrabbiato”: tanto arrabbiato che sei voluto rientrare nella piena consapevolezza del rischio, due volte, restando  sacerdote, fratello nel battesimo,  fratello in umanità,  intellettuale,  giornalista,  appassionato amico della libertà di tutto il popolo siriano. E sei stato sequestrato; per noi seguitare a riflettere con te è la risposta migliore a chi si è illuso di sequestrare con te anche le tue idee.

A Gaza è scandalo

pubblicato 27 lug 2017, 00:45 da Cultura della Pace

Gaza, oltre la soglia dell’invivibilità

La settimana scorsa le Nazioni Unite hanno avvisato che, dopo 10 anni di blocco terrestre, marittimo e aereo da parte di Israele e tre conflitti armati, le condizioni di vita a Gaza hanno oltrepassato la soglia dell’invivibilità

Sul sito www.perlapace.it un articolo di Riccardo Noury sulla situazione palestinese

A Gaza si muore così... ogni giorno e sempre nell'indifferenza della grande stampa

La settimana scorsa le Nazioni Unite hanno avvisato che, dopo 10 anni di blocco terrestre, marittimo e aereo da parte di Israele e tre conflitti armati, le condizioni di vita a Gaza hanno oltrepassato la soglia dell’invivibilità. La drastica diminuzione delle forniture di energia elettrica, l’aumento della disoccupazione fino a toccare il 60 per cento della popolazione di Gaza e un sistema sanitario giunto ormai al collasso illustrano concretamente e drammaticamente il concetto di “invivibilità”. Quest’anno tre neonati e altri sei pazienti sono morti nell’unità di terapia intensiva dell’ospedale al-Shifa, i cui dirigenti hanno atteso invano che a Ramallah l’Autorità palestinese mettesse a disposizione i fondi necessari per fornire le cure mediche necessarie fuori dalla Striscia di Gaza.

Come spiega Rachel Borrell, assistente alla ricerca e alle campagne di Amnesty International su Israele e sui Territori palestinesi occupati in un articolo pubblicato originariamente su Newsweek, ottenere la copertura finanziaria da Ramallah è fondamentale perché i gazani possano chiedere l’autorizzazione a varcare il confine di Erez per ricevere cure mediche in Israele.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, da aprile queste richieste sono state volutamente ignorate o ritardate da Fatah per mettere in difficoltà Hamas e aumentare il malcontento tra la popolazione di Gaza. Lo stesso per quanto riguarda l’elettricità. Abu Khalil e la sua famiglia sono finiti dentro questo cinico modo di giocare con le vite delle persone. Due dei suoi figli, Abdallah e Khalil di 27 e 29 anni, soffrono di talassemia. L’eccessivo di ferro nel sangue può causare danni cardiaci gravi e in alcuni casi letali. Due amici di Abu Khalil sono morti appena un mese fa.

Un medico israeliano si è detto disponibile a effettuare dei test al Centro medico di Sheba, in Israele, per valutare l’opportunità di un trapianto di midollo osseo: a Gaza un intervento del genere è inimmaginabile. Abu Khalil ha iniziato la lunga trafila per ottenere la copertura dei costi da parte dell’Autorità palestinese. Le richieste sono almeno 1600 e molte di queste riguardano pazienti affetti da tumori. A Gaza, il 90 per cento dei medicinali per curare il cancro non è più disponibile.

Dal 2 luglio, dopo le denunce della stampa internazionale, l’Autorità palestinese ha ripreso a sottoscrivere la copertura delle spese mediche. Ma ad Abu Khalil è stato detto di fare la scelta più crudele:quale dei due figli vuoi far curare?

Ha scelto Khalil, che se le cose si faranno in fretta potrà ricevere le cure mediche in Israele. Sempre che riesca a entrarci: dall’inizio dell’anno, Israele ha introdotto regole più severe e appare particolarmente riluttante a consentire l’ingresso dei giovani gazani di sesso maschile. Per Abdallah, se ne riparlerà.

Il dialogo è tra diversi

pubblicato 27 lug 2017, 00:38 da Cultura della Pace


Le basi del dialogo tra ebrei e musulmani

Pubblichiamo di seguito l'intervento di Gabriele 

Nissim al convegno "Antisemitismo e 

islamofobia: due facce della stessa medaglia?" 

tenutosi a Milano il 4/7/2017

tratto da www.gariwo.net

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Diciamoci la verità. È molto raro vedere insieme ebrei e musulmani discutere di antisemitismo e islamofobia. Ciò può accadere soltanto in qualche parte d’Europa, perché in tutto il contesto mediorientale prevalgono i pregiudizi.

In troppi Paesi arabi gli ebrei sono visti con sospetto e l’aggettivo sionista, che viene legato alla parola ebreo, ha un valore dispregiativo. Inoltre il conflitto tra israeliani e palestinesi rende tale dialogo ancora più difficile.

Anche noi di Gariwo abbiamo incontrato molte difficoltà e grandi ostilità (a volte inconfessabili) quando abbiamo deciso di onorare dei musulmani al Giardino dei Giusti di Milano, come l’archeologo Khaled el Assad – il custode di Palmira trucidato dall’Isis -, Halima Bashir - una donna straordinaria perseguitata per la sua opposizione agli stupri in Darfour -, Samir Kassir – il giornalista libanese ucciso in un attentato a Beirut. La presenza della Comunità Ebraica alle cerimonie ha condizionato la partecipazione dei rappresentanti di queste figure esemplari.

Il dialogo tra ebrei e musulmani è pesantemente condizionato da simili fattori esterni. Non possiamo permetterci di ignorarli perché, come scriveva Primo Levi, non esistono isole separate nel mondo e rischiamo di pagarne pesantemente le conseguenze.

L’Europa, tanto bistrattata, ha comunque un grande pregio: offre un contesto di democrazia e di libertà che permette a ebrei e musulmani di trovare la forza per superare i pregiudizi e influenzare positivamente il dialogo all’interno dello stesso mondo mediorientale. Tale contesto può diventare il volano di una modernizzazione culturale nel mondo islamico e di un dialogo su nuove basi tra ebrei e musulmani. E’ questa la grande missione dell’Europa nel mondo, perché le nostre tradizioni, la nostra storia così travagliata, con le vicissitudini che abbiamo attraversato, ci hanno permesso di creare un modello di democrazia in grado di esaltare il pluralismo e di affrontare in modo pacifico i conflitti e il difficile rapporto tra Stato e religione.

C’è bisogno, tuttavia, che all’interno di ciascuna delle due comunità, si faccia chiarezza su cosa significa islamofobia e antisemitismo. Sia all’interno del mondo ebraico che di quello musulmano occorre un esame di coscienza per superare fobie e pregiudizi reciproci. Ognuno deve cercare di capire l’altro e non pensare che i torti esistano da una parte sola. Per questo è importante parlarsi senza paura e accettare con serenità l’eventualità di non essere d’accordo. È necessaria molta pazienza, buona volontà e apertura incondizionata al confronto.

Ma oggi che cosa significa islamofobia?

Poiché il pregiudizio nei confronti dei musulmani non è legato solo alla religione ma è più profondo, di tipo razzista, dobbiamo precisarlo meglio.

Islamofobia significa negare ai musulmani prima di tutto il diritto di vivere la propria religione, come fanno normalmente ebrei e cristiani. Assistiamo alla diffidenza verso la costruzione di moschee: ma dove dovrebbero pregare i musulmani? Nelle strade e nelle piazze? La religione raccoglie la ricerca di senso degli uomini e questo è un diritto sacrosanto. I credenti di tutte le fedi sono accumunati dal rapporto con Dio, che per un uomo in preghiera è più importante di qualsiasi precetto, luogo o rito.

In secondo luogo “islamofobia” esprime la paura, spesso alimentata dai populisti e dai profeti di sventure, che il mondo occidentale sia dominato dalla “Sharia” e sottomesso a una cultura integralista. Molti temono un ribaltamento dei nostri valori democratici e che i musulmani vogliano trasformare l’Europa in un nuovo califfato. Saremmo dunque condannati ad una “sottomissione”, come recita il titolo del libro di successo di Houellebecq, lo scrittore franceseche ha come estimatore il presidente americano Trump, il quale accusa l’Europa di farsi conquistare senza resistenza dagli islamici.

L’incubo più grande è quello del terrorismo. Ogni musulmano che arriva nel nostro Paese viene visto come un potenziale jihadista.

Devo dire la verità – e da ebreo lo posso confermare – che oggi in Europa è più difficile e problematico essere musulmano che essere ebreo. Se avete una barba e un accento arabo quando prendete posto sull’aereo vi guarderanno con sospetto. Se cercate lavoro avrete spesso la sensazione che tra un italiano ed un musulmano la scelta non sarà solo sul merito. È la stessa sensazione che ha un ebreo quando visita un Paese arabo. Io che mi chiamo Nissim - un nome molto riconoscibile nel mondo islamico - ogni volta provo un senso di inquietudine. Recentemente sono stato in Oman e la prima cosa che mi ha chiesto la guida era l’origine del mio nome. Non mi ha detto esplicitamente “tu sei forse ebreo?” ma ho subito percepito la sua sorpresa.

Cos’è invece l’antisemitismo oggi? 

Non basta ricordarne l’origine storica, poiché anche questo fenomeno, come ogni forma di razzismo cambia nel tempo. Come ho detto in precedenza, oggi l’antisemitismo, con varie gradazioni, attraversa tutto il mondo arabo ed islamico. È questa una grande novità dei nostri tempi. Certamente non tutti i Paesi sono uguali: ad esempio in Marocco, in Tunisia, in Giordania fortunatamente si respira un clima diverso, ma certamente i pregiudizi antiebraici (per non parlare di vero e proprio odio) sono molto forti in Iran, in Arabia Saudita, in Egitto. E’ quasi del tutto “normale” non stringere la mano a un atleta israeliano e molto difficilmente un artista o un intellettuale di origine ebraica viene invitato in questi Paesi.

Il fondamentalismo wahabita e la propaganda ideologica dell’Iran e degli Hezbollah hanno indotto ondate enormi di antisemitismo. Non è un caso che i terroristi dell’Isis considerino gli ebrei i peggiori nemici dell’Umanità. La crisi economica ha invece riportato alla luce vecchi fantasmi del passato. Spesso l’ebreo viene associato alle banche e ai poteri forti che farebbero gravare la crisi sui più poveri. E’ una vecchia litania che si ripresenta sempre, anche con parole non esplicite, equivoche. Molte forze populiste parlano di un potere sovranazionale che metterebbe a rischio la sovranità dei popoli.

E chi c’è dietro questi poteri, se non gli ebrei cosmopoliti?

Con il riemergere dell’etnocentrismo nei Paesi dell’Est - come ha ricordato l’ungherese Agnes Heller - gli ebrei sono visti come il nemico sovranazionale che apre la strada all’invasione dei migranti e alla contaminazione negativa delle identità nazionali. Alla fine sono accusati di volere un’Europa che soffoca le nazioni. È quasi un paradosso: in Polonia e in Ungheria sarebbero colpevoli di difendere l’identità “soffocante” dell’Europa.

Ma la colpa più grande che pesa sugli ebrei è di essere solidali con Israele. Nessuno contesta agli armeni di provare simpatia per l’Armenia, o alle comunità cinesi di amare la Cina. Agli ebrei, invece, si chiede sempre di condannare Israele, non per un giudizio negativo sul suo governo, ma perché si vuole negare la legittimità di questo Stato all’esistenza. Oggi si discute molto di Trump, ma a nessuno viene in mente di considerare gli Stati Uniti uno Stato illegittimo per le discriminazioni perpetrate verso i “pellerossa” o gli afroamericani. Non esistono nella storia dell’Umanità Stati completamente innocenti, proprio perché sono composti da uomini. Creare Stati colpevoli significa seminare odio e aprire la strada a pericolosi pregiudizi.

Questo è un punto importante da discutere nelle comunità musulmane, le quali, dovrebbero accettare il rapporto di simpatia che gli ebrei hanno verso Israele in base allo stesso principio che li fa essere sensibili alla condizione palestinese: una comprensione reciproca che potrebbe creare le condizioni per una conciliazione tra i due popoli e le due religioni.

E in Italia, su che cosa ebrei e musulmani devono dialogare per comprendersi meglio? Non basta confrontarsi sulle idee. Il modo migliore per capire meglio l’altro è impegnarsi per fare insieme delle “buone opere”.

Zygmunt Bauman nel suo libro Conversazioni su Dio e sull’uomo parla di una fusione di orizzonti che si realizza attraverso pratiche comuni. Per comprendersi, imparare l’uno dall’altro e cambiare i rispettivi punti di vista, è importante affrontare insieme le sfide del mondo.

Lo abbiamo scritto nella Carta delle Responsabilità 2017:la lotta al terrorismo, l’impegno per l’accoglienza contro gli egoismi nazionali che attraversano l’Europa e il rigetto dell’odio che ha invaso la politica dovrebbero vederci tutti uniti per un mondo plurale. Ci si comprende meglio quando si è consapevoli di dover affrontare lo stesso destino.

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