New


Per Padre Paolo

pubblicato 16 lug 2021, 08:56 da Cultura della Pace

Una preghiera per Padre Paolo Dall'Oglio
A 8 anni dal suo rapimento, un momento di preghiera per Padre Paolo Dall'Oglio, Premio Nazionale "Nonviolenza" nel 2016 e per tutte le vittime della violenza e della guerra. Sul sito www.paolodalloglio.net tutte le informazioni

Padre Paolo Dall’Oglio, nato nel 1954, scomparso in Siria il 29 luglio 2013 (Ansa)

Venerdì 29 luglio alle ore 19.30 nella Parrocchia di S. Giuseppe in Via Francesco Redi, 1 a Roma (Via Nomentana) verrà celebrata una Santa Messa per Padre Paolo Dall’Oglio, per tutte le persone rapite e per tutte le vittime della violenza e dell’odio in Siria, in Medio Oriente, in Europa e nel mondo intero.

Distruzione di massa

pubblicato 9 lug 2021, 06:11 da Cultura della Pace

Armamenti nucleari: scelta suicida per l’umanità e l’ambiente?

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Elena Camino, componente della giuria della Borsa di Studio "Angiolino e Giovanni Acquisti", e di Paolo Candelari sulla situazione degli armamenti nucleari

Testate nucleari mondiali

Devastazioni durante la seconda guerra mondiale

La bomba atomica che colpì Hiroshima era contenuta in un involucro in acciaio lungo di 3 metri x 70 cm, e pesava circa 4,4 tonnellate.  Fu trasportata con un grande aereo, un bombardiere modello Boeing B-29 Superfortressfu sganciata sulla città ed esplose a circa 600 metri dal suolo. I morti immediati furono circa 80.000, altri morirono nei giorni successivi, e molto altri ancora negli anni. Sorte analoga ebbe Nagasaki, dove si contarono circa 40.000 morti. Complessivamente furono circa 400.000 le persone che nel volgere di pochi giorni o mesi persero la vita per effetto delle due bombe atomiche.

Ma il numero dei morti non è il dato più significativo che contraddistingue le armi nucleari. Il 13 e 14 febbraio 1945 le aviazioni inglesi e americane attaccarono la città di Dresda, in Germania. Prima sganciarono bombe ad alto potenziale esplosivo che sfondarono i tetti delle case e ruppero le finestre, poi lanciarono bombe incendiarie, in modo che le case sventrate bruciassero più facilmente. Il numero dei morti non è stato mai chiarito: si stima che siano state uccise tra 25.000 e 250.000 persone. 

Poche settimane dopo, nella notte tra il 9 e il 10 marzo 1945, al bombardamento della città di Tokyo parteciparono 325 bombardieri statunitensi, che sganciarono 1.665 tonnellate di bombe incendiarie uccidendo più di 100.000 civili.

Non contenti di uccidere con mezzi ‘tradizionali’…

Il potere distruttivo delle armi ‘tradizionali’ era dunque altrettanto grande quanto quello delle prime bombe atomiche che colpirono il Giappone. Ma il complesso militare che aveva messo a punto questa nuova, terribile arma, volle spingersi oltre.   Incuranti dei crescenti allarmi sui terribili effetti che questi tipi di armi potevano causare, i governi di alcuni Paesi – sotto l’influenza degli apparati tecno-scientifici e militar-industriali – continuarono per tutto il resto del novecento a fabbricare armi nucleari, rendendole sempre più potenti, in una continua gara al rialzo, in una competizione sempre più irrazionale e rischiosa tra le grandi potenze che si fronteggiavano ai confini tra occidente e oriente.

Fin dall’inizio alcuni scienziati si opposero a questa scelta, e tra gli anni ’60 e ‘80 del secolo scorso numerose associazioni della società civile organizzarono imponenti manifestazioni chiedendo ai governi di fermare la produzione di armi nucleari. Ma il numero e la potenza distruttiva sviluppata da queste armi hanno continuato a crescere, grazie alle nuove conoscenze della fisica e alle innovazioni tecnologiche, che hanno permesso di migliorare la gittata, la velocità, la precisione dei sistemi di lancio. Rispetto alle armi tradizionali, l’aspetto più problematico degli ordigni nucleari è che tale potenza è stata ottenuta utilizzando una forma di energia che emette nell’ambiente circostante delle radiazioni che si sono rivelate estremamente dannose per tutte le forme viventi, e talmente persistenti nel tempo, da renderne impossibile il controllo e l’eliminazione, anche a lungo termine.

Verso la proibizione delle armi nucleari

La produzione di ordigni nucleari, e più in generale l’uso dell’energia nucleare e la trasformazione e manipolazione di sostanze radioattive lungo tutta la filiera produttiva, aggiungono dunque agli armamenti atomici un elemento di estrema e persistente pericolosità che le armi convenzionali non hanno. Per questo motivo, oltre alle numerose iniziative che dal 1945 ad oggi sono state messe in campo per fermare le guerre e per smantellare gli arsenali, alcune associazioni, gruppi, istituzioni si sono impegnati per bloccare specificamente la proliferazione di armi atomiche, e per convincere i governi di tutto il mondo a dichiarare illegali questi strumenti di morte.

Da un lato – in tutti questi decenni – sono stati avviati, messi a punto e via via modificati dei Trattati tra gli Stati allo scopo di frenare l’escalation nella costruzione di tali armi e di gestire i conflitti attraverso gli strumenti della politica e della mediazione. Dall’altro – soprattutto negli ultimi venti anni – si è manifestato un impegno crescente verso l’obiettivo di abolire questi tipi di armi, della cui pericolosità, per tutte le forme di vita e per gli ecosistemi, sono ormai disponibili ampie documentazioni e testimonianze.  

Nel 1970 entra in vigore il Trattato di Non Proliferazione, che impegna gli Stati firmatari nucleari a non trasferire a chicchessia tali armi, e quelli non nucleari a non procurarsene. L’obiettivo del disarmo nucleare è scritto nel preambolo al trattato e nell’art 6 dove impegna gli Stati nucleare “…  a concludere in  buona  fede  trattative  su  misure  efficaci per una prossima cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare”.

Con gli accordi tra Reagan (e Bush) con Gorbaciov si procede al primo vero grande taglio degli ordigni nucleari, ma dopo tutto rimane sospeso e la corsa agli armamenti anche nucleari riprende.

A una delle periodiche conferenze di revisione del Trattato, nel 2010 alcuni Stati neutrali presentarono un documento che per la prima volta propone la messa al bando delle armi nucleari.

Nel frattempo si costituisce, a partire dal 2007 la coalizione ICAN (International Campaign for the Abolition of Nuclear Weapons) su cui convergono gli sforzi e le campagne dei molti gruppi, comitati associazioni che da decenni si battono per un mondo senza armi nucleari.

Nel 2016 l’Assemblea Generale decise a maggioranza l’avvio di un negoziato che il 7 luglio 2017 portò all’approvazione, con 122 voti favorevoli su 124, del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons: TPNW). Questo trattato vieta espressamente agli Stati che vi aderiscono di «sviluppare, testare, produrre, acquisire, detenere, immagazzinare, utilizzare o minacciare di utilizzare armi nucleari». Il 22 gennaio 2021, 90 giorni dopo la 50sima ratifica (ad oggi sono 54 le ratifiche, 86 le firme), il Trattato TPNW è entrato in vigore: ora chi possiede o ospita ordigni nucleari è fuori dal diritto internazionale, e continua a ricevere adesioni da un numero crescente di stati. Il primo incontro ufficiale tra i firmatari avrà luogo a Vienna tra gennaio e febbraio del 2022.

Tra il dire e il fare

Mentre confidiamo nel graduale coinvolgimento di un numero crescente di stati (e quindi di membri delle società civili) in un lungo percorso che speriamo porterà – sia pure in tempi lunghi – ad abolire le armi nucleari dal nostro pianeta, la situazione resta critica.  Nel 2021 ci sono più di 13.000 ordigni nucleari sul pianeta Terra. La maggior parte ha una capacità distruttiva superiore a quella della bomba che rase al suolo la città di Hiroshima; più di 1.600 sono in stato di allerta negli Stati Uniti e in Russia.

La ridondanza delle potenzialità distruttive degli arsenali nucleari mette in evidenza la totale irrazionalità delle scelte finora fatte. Flussi enormi di materia e di energia sono stati convogliati e ‘intrappolati’ in condizioni di perenne rischio e con un dispendio inimmaginabile di denaro… con lo scopo dichiarato di non farne uso! Si tratta di decisioni che non solo sono ingiustificabili sul piano strategico ed economico, ma che si dimostrano ancora più scellerate quando si tiene conto della loro irreversibilità. La messa al bando di queste armi richiederà infatti un enorme impegno per smantellare le basi militari, ‘smontare’ gli ordigni, confinare tutto il materiale radioattivo in modo da isolarlo – per quanto possibile – dagli ambienti in cui siano presenti forme di vita. Una sfida tecnologica ed economica, ma anche etica, per ridurre il carico di veleni lasciati da gestire alle generazioni future.

La costruzione del nemico 

La situazione politica creatasi dopo la 2a guerra mondiale, dominata dalla guerra ‘fredda’ tra USA e URSS, ha talmente condizionato il quadro geopolitico che ancor oggi lo scenario più diffuso che viene presentato al pubblico dei non esperti è quello di un confine – ancora tra Ovest ed Est, in Europa – con i missili vicendevolmente puntati gli uni contro gli altri. Siamo ancorati all’idea di “deterrenza”: questa parola deriva dal verbo “deterrere” cioè “distogliere incutendo terrore”.  I fautori del nucleare sostengono che il semplice possesso delle armi nucleari crea un “equilibrio del terrore”: il nemico è scoraggiato dal compiere un eventuale attacco perché teme una rappresaglia che sarebbe certamente “totalmente distruttiva”. Inoltre, nel nostro immaginario la “bomba” spesso è ancora identificata con quei grossi ordigni – Little Boy e Fat Man – sganciati sulle città giapponesi da piloti militari addestrati, arrivati sul bersaglio dopo ore di volo.

 In questi ultimi tempi stiamo assistendo a una rinnovata messa in scena della ‘guerra fredda’: USA e Unione Europea, grazie alla comune appartenenza alla NATO, stanno conducendo grandi esercitazioni militari lungo i confini con la Russia; inoltre i paesi della UE ricevono pressioni crescenti per destinare risorse finanziarie crescenti alla ‘Difesa’. Dal canto suo la Russia risponde schierando sul lato opposto le tue truppe e quelle dei Paesi suoi alleati.  La tensione sta crescendo nell’area del Mar Nero…

Ma nel frattempo lo scacchiere geo-politico si è fatto più complesso: è iniziata in questi giorni la più grande esercitazione militare del continente africano: la “African Lion”, pianificata a guidata dalla US Army. Accorpata all’esercitazione in corso ‘Defender Europe’ ha lo scopo ufficiale di contrastare ‘malefiche attività e aggressioni militari avversarie’. Da parte sua la Russia denuncia che il sistema di sicurezza europeo è ‘fortemente degradato’, proprio mentre sarebbe auspicabile conseguire una maggiore stabilità strategica Russia – UE. Nel frattempo la Cina, diventata anch’essa potenza mondiale, sta prendendo posizione sullo scacchiere globale. Ma quali sono ora gli avversari, i nemici? A chi si dovrebbe incutere terrore?  Chi è il nemico di chi?

Piccole guerre nucleari locali?

In questi decenni la situazione che riguarda gli stati nucleari è molto cambiata. I Paesi che possiedono armi nucleari sono diventati nove, e situazioni di tensione sono presenti lungo molti confini. Gli ordigni a disposizione sono più maneggevoli, e possono essere lanciati in meno di 15 minuti.  Una ‘piccola’ guerra nucleare tra India e Pakistan – ciascuna dotata di una cinquantina di bombe delle dimensioni di quelle usate in Giappone – utilizzerebbe meno dell’1% dell’arsenale mondiale, e il bombardamento di un paio di megalopoli di questi due paesi provocherebbe la morte di decine di milioni di persone.

Non solo. Oggi sappiamo che questa guerra ‘locale’ provocherebbe cambiamenti climatici drammatici e duraturi, che si sommerebbero alla situazione già allarmante in atto: fumi e particelle prodotti dalle esplosioni e dagli incendi potrebbero causare reazioni imprevedibili e incontrollabili a livello globale. Inoltre si metterebbe a rischio la capacità di produrre cibo dell’intero pianeta, perché vasti ambienti – diventati radioattivi – renderebbero impossibile stazionare all’aperto, quindi coltivare i campi, allevare animali…  

Anche tutto l’immaginario legato alle postazioni nucleari – con i missili a lungo raggio puntati verso l’avversario – non è più verosimile: le bombe atomiche più moderne sono di piccole dimensioni, facilmente trasportabili, e dotate di sistemi di controllo in grado di dirigerle con precisione verso il bersaglio. 

La strategia della minaccia di mutua distruzione tra due contendenti non funziona proprio più. L’unica soluzione ragionevole (anche se praticabile con grande fatica e con tempi lunghi) è l’applicazione del Trattato Onu sulla abolizione totale delle armi nucleari.

E l’Italia?

La costituzione italiana all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Non c’è dubbio che le armi nucleari non possono essere considerate ‘difensive’, dunque l’Italia non dovrebbe possederne. Ma allora perché l’Italia non ha finora aderito al Trattato per la proibizione delle armi nucleari? Ecco perché. Nel testo del Trattato è specificato che l’adesione allo stesso comporta che «Ciascuno Stato che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi».

E allora? L’Italia non è una potenza nucleare… ma ospita delle armi nucleari – modello B61 – in almeno due sedi sul proprio territorio: Aviano (numero stimato 20 bombe) e Ghedi (15 bombe). Sono ordigni di proprietà USA, parcheggiati in Italia grazie a un accordo bilaterale tra Roma e Washington.  Firmando il Trattato l’Italia dovrebbe quindi restituire questi ordigni al loro proprietario.

Bombe difensive???

Sono in arrivo versioni più moderne di queste bombe B61: il nuovo modello, B61-12, avrà una caratteristica molto desiderabile per i militari, la flessibilità.  Saranno dotate di un impennaggio di coda per colpire con precisione l’obiettivo e potranno essere lanciate a distanza per evitare all’aereo il fuoco difensivo dalla zona attaccata”. Le nuove B61-12 sono state prefigurate sia per le esplosioni al suolo sia in aria con una potenza predeterminabile fra 0,3 e 50 kilotoni[1], consentendo di colpire gli obiettivi con “minori danni collaterali e minore ricaduta radioattiva. La loro evoluzione tecnologica le rende dunque più facilmente utilizzabili, aumentando i rischi di un conflitto nucleare.

Per il trasporto di queste bombe occorrono speciali aerei: ecco perché – nonostante le polemiche sulla loro sicurezza, le considerazioni sull’enorme costo[2] e le campagne di protesta che sono durate anni – il governo italiano ne ha confermato l’acquisto. Secondo gli esperti di Archivio Disarmo, se quella di Aviano è base statunitense, quella di Ghedi è della nostra Aeronautica militare, dotata di cacciabombardieri Tornado IDS del 6º Stormo, che verranno prossimamente sostituiti dai nuovi F35E Strike Eagle preparati appositamente per il trasporto delle bombe B61.

Italia ripensaci!

Mentre in Italia l’attenzione generale è ancora focalizzata sulla situazione sanitaria e sulle prospettive di una ripresa economica e sociale nel nostro paese, la situazione internazionale sta progressivamente degenerando.  Lo scenario da ‘guerra fredda’ che si pensava fosse stato definitivamente superato è di nuovo presente, con più contendenti, con armi ancora più pericolose, e in una condizione globale di grande instabilità. È molto importante che la società civile – in Italia con in altri Paesi – si faccia sentire, e contribuisca a individuare strategie e modalità nonviolente per affrontare i conflitti in atto.   La campagna “Italia, ripensaci”, partita nel 2016, ha sondato più volte l’opinione pubblica italiana in materia: l’87% degli italiani vuole l’adesione al Trattato TPNW e per il 74% chiede l’eliminazione dal nostro territorio delle testate nucleari statunitensi attualmente presenti.

Ci sono alcune occasioni prossime per farsi sentire dai governi, e per compiere qualche passo verso la distensione e la pace.  Tra queste, una mobilitazione che culminerà con tre date altamente significative. Il 7 luglio si celebra infatti l’approvazione del TPNW, l’8 luglio ricorre il 25º anniversario del pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia contro le armi nucleari e il 9 luglio viene ricordata la pubblicazione del Manifesto Russell-Einstein, pietra miliare delle iniziative per un disarmo nucleare globale.

“Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?” (9 luglio 1955).


Note

[1] La bomba sganciata su Hiroshima aveva una potenza di 15 kilotoni

[2] Una stima dell’Osservatorio Milex ha calcolato che le “spese direttamente riconducibili alla presenza di testate nucleari su suolo italiano” oscillano tra i 20 e i 100 milioni l’anno. A questa cifra si devono aggiungere i costi per l’acquisto e l’utilizzo di nuovi cacciabombardieri F-35, che sarà di circa 10 miliardi di euro in 30 anni.

Computer d'attacco

pubblicato 1 lug 2021, 07:39 da Cultura della Pace

Fermare la cyber war, prima che sia troppo tardi: la soglia da non attraversare

Qualche settimana fa, l’8 giugno, presso il Centro Studi Sereno Regis si è svolto un webinar sul tema ‘armi nucleari’. Uno dei relatori, Norberto Patrignani, ha introdotto un tema assai poco conosciuto, eppure diventato negli ultimi anni uno dei problemi più allarmanti della società globale: la cyber-guerra, frutto dell’applicazione dell’ingegno tecno-scientifico alla prospettiva militare della guerra. Il relatore ci ha gentilmente autorizzato a pubblicare questo suo recente articolo, Fermare la cyber war, prima che sia troppo tardi: la soglia da non attraversare, che riassume la conversazione svolta. Sul sito www.serenoregis.org il resoconto del webinar di Norberto Patrignani


Dopo il lancio della prima bomba atomica su Hiroshima, il fisico Robert Oppenheimer scrive: “i fisici hanno conosciuto il peccato”. Lo stesso rischio lo stanno correndo gli informatici. I rischi sono inaccettabili, ecco perché.

Quando un settore della scienza e della tecnologia rischia di essere usato in applicazioni militari, i policy maker e la società civile in generale chiedono conto a chi progetta questi strumenti del loro possibile “dual use”. Sono quindi le persone del mondo della scienza e della tecnologia a dover riflettere sugli aspetti sociali ed etici, questo è già molto chiaro a Leonardo Da Vinci nel 1506 [1].

Famosa è anche la riflessione del fisico Leo Szilard (1898-1964) dopo aver visto la prima reazione atomica a catena la notte del 3 marzo 1939: “Spegnemmo tutto e tornammo a casa. Quella notte, nella mia mente non vi era il minimo dubbio che il mondo era diretto verso un grande dolore” (Klein, 1992). La storia purtroppo conferma i presentimenti di Szilard e, dopo il lancio della prima bomba atomica su Hiroshima, il fisico Robert Oppenheimer (1904-1967) scrive: “i fisici hanno conosciuto il peccato”.

Lo stesso rischio lo stanno correndo gli informatici. Lo sviluppo di cyber-weapon nelle reti informatiche, robot autonomi dotati di armi letali, sensori e sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale rischia di scatenare una nuova corsa agli armamenti in versione cyber-war, spingendo gli scienziati dei computer e l’umanità intera verso una soglia che forse non dovremmo attraversare (Patrignani, 2018).

Computer e guerra

Il legame tra computer e guerra risale alle origini stesse di queste tecnologie. Il grande matematico del secolo scorso John Von Neumann (1903-1957) è a Los Alamos proprio negli anni in cui viene sviluppata la bomba atomica (LANL, 2021). Grazie ai faraonici investimenti del governo USA nel Progetto Manhattan e perfezionando l’idea di macchina universale introdotta nel 1937 da Alan Turing (1912-1954), Von Neumann sviluppa l’architettura dei computer (input, memoria, cpu, e output) che ancora oggi porta il suo nome.

Da questa parte dell’Atlantico, negli stessi anni, a Bletchley Park, Turing, con l’aiuto di centinaia di altre persone, decifra Enigma, la macchina crittografica usata dai nazisti contribuendo alla fine della Seconda guerra mondiale (Bletchley, 2021). Le enormi potenzialità delle nuove tecnologie digitali sono chiare anche a Norbert Wiener (1894-1964), professore al MIT e fondatore della cibernetica, ma con una visione completamente diversa rispetto a quella di Von Neumann. Infatti, mentre Von Neumann collabora alle applicazioni militari, Wiener usa quasi le stesse parole usate da Leonardo Da Vinci secoli prima: “I do not expect to publish any future work of mine which may do damage in the hands of irresponsible militarists…” (Wiener, 1947). Lo scambio di lettere tra, il “super-falco” Von Neumann e il “pacifista” Wiener, rappresenta una delle più importanti testimonianze del dibattito sulle relazioni tra tecnologia e società per quanto riguarda il mondo digitale (Heims, 1980).

Computer professionals for social responsibility

Negli anni ’60 i grandi movimenti pacifisti nelle università statunitensi riprendono il tema del coinvolgimento della ricerca scientifica nella guerra. Joseph Weizenbaum (1923-2008), altro grande scienziato dei computer, denuncia esplicitamente i rischi connessi con l’applicazione dei computer in ambito militare: “the question is not whether such a thing can be done, but whether it is appropriate to delegate this hitherto human function to a machine” (Weizenbaum, 1976).

La rivista “Science for the People” contribuisce a sviluppare questo dibattito (Weizenbaum, 1985), in seguito al quale, nel 1983 al Palo Alto Research Center, uno dei più grandi centri di ricerca informatica, nasce l’associazione internazionale Computer Professionals for Social Responsibility. L’opposizione al grandioso progetto del governo USA SDI (Strategic Defence Initiative), noto come “Star War” emerge in tutta la sua forza con le dimissioni dello scienziato dei computer David Parnas dal comitato scientifico che doveva supervisionare il progetto (Parnas, 1985). L’argomento principale: delegare al software il controllo del lancio di missili intercontinentali introduce rischi inaccettabili.

La cyber-war diventa realtà

Purtroppo, tutte le voci contrarie all’uso delle tecnologie digitali in ambito militare non hanno trovato ascolto. Arriviamo così ai giorni nostri dove ormai tutte le strategie militari prevedono uno scenario “multi-domain”: i cinque domini maritime, land, air, cyberspace, space sono fittamente interconnessi da reti di computer. La cyber-war diventa realtà. La combinazione delle conseguenze inimmaginabili di una guerra atomica e le probabilità di eventi scatenanti (introdotti dalla complessità del digitale) porta a rischi inaccettabili (Unal, 2021). Infatti, le probabilità sono accresciute dalla combinazione di minacce provenienti da stati o da gruppi (sponsorizzati dagli stati stessi) e dalle cyber-vulnerabilities. Si pensi alla fitta interconnessione di migliaia di server, alle vulnerabilità inevitabili del software, ai sistemi che controllano i silos missilistici, etc. In questi scenari emergono domande difficilissime: in quali condizioni un cyber-attack va considerato un “atto di guerra”? A chi e come va “attribuito”? Quali risposte predisporre come “difesa”?

Eppure la convocazione di una convenzione internazionale su questi temi riceve sempre l’opposizione da parte di molti stati (Eilstrup-Sangiovanni, 2018). L’argomento principale di queste resistenze è quello della difficoltà a trovare accordi internazionali in uno scenario dove le tecnologie digitali cambiano rapidamente. Eppure, molti stati registrano in continuazione cyber-attacchi contro i sistemi militari e le infrastrutture nazionali critiche. Uno dei casi più recenti: l’attacco alla rete dell’energia nel Nord Est degli USA in maggio 2021 (Herman, 2021).

Stop killer robot

L’evento più inquietante è quello descritto in un recente rapporto del marzo 2021 al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che segnala, forse per la prima volta nella storia in modo ufficiale, l’uso di droni autonomi, le cosiddette Lethal Autonomous Weapons Systems (LEWS). Definite come armi automatiche che: “… una volta attivate, sono capaci di selezionare e attaccare un obiettivo senza ulteriori interventi da parte degli esseri umani” (DOD, 2012). Infatti il rapporto del “Panel of Experts on Libya” scrive: “The lethal autonomous weapons systems (LAWS) were programmed to attack targets without requiring data connectivity between the operator and the munition: in effect, a true “fire, forget and find” capability.” (UN, 2021, pag.17).

Questa soglia non va attraversata: la delega alla macchina di uccidere, pone gli informatici, tutti i computer professionals, di fronte a interrogativi molto simili a quelli affrontati dai fisici nel 1939. Diventa importante ricordare il “Roboethics Manifesto“, del 2004, una delle prime posizioni contro lo sviluppo di sistemi digitali e robot “against human beings and the environment”. In questo storico documento la comunità di computer scientist definiva, per la prima volta, il “design, building and use of ‘intelligent machines’ against human beings” un crimine contro l’umanità (Veruggio, 2004).

Le posizioni più lucide contro le LAWS si basano sulla impossibilità di applicazione del diritto umanitario in guerra (distinzione e proporzionalità) e di un’attribuzione di responsabilità (chi è responsabile di un crimine di guerra compiuto da un LAWS?). Inoltre viene negata la dignità umana: la vittima di un LAWS non può fare appello all’umanità di “qualcuno che si trovi dall’altra parte” (Tamburrini, 2018). Queste sono anche le principali argomentazioni della campagna internazionale per fermare le armi autonome: “Campaign to stop killer robots” (stopkillerrobots.org).

Infine va segnalato un recente documento delle “Pugwash conferences”, un movimento internazionale fondato nel 1957 a partire dal manifesto con cui Russell, Einstein, e Rotblat esortavano la comunità degli scienziati a denunciare i pericoli della guerra nucleare e a promuovere il disarmo. Nel Novembre 2020 hanno rilasciato un documento dedicato proprio alla cyber-war dove raccomandano di:

  • proibire cyber-attack a infrastrutture critiche e installazioni nucleari,
  • studiare le cyber-vulnerabilities delle armi nucleari e del rischio del loro uso accidentale,
  • approfondire gli aspetti etici e legali delle LAWS basati su “intelligenza” artificiale,
  • supportare la UN Global Commission on the Stability of Cyberspace (Pugwash, 2020).

Tutto questo dovrebbe essere di aiuto a sensibilizzare le giovani generazioni di computer professionals a contribuire al rispetto dei primi due principi del “Codice Etico e di condotta professionale” adottato recentemente dall’IFIP (International Federation for Information Processing): “a computing professional should contribute to society and to human well-being, acknowledging that all people are stakeholders in computing; a computing professional should avoid harm” (ACM, 2018; IFIP, 2021).


Nota

[1] “Perché io non iscrivo il mio modo di star sotto l’acqua?…

Questo non pubblico o divulgo per le male nature delli omini, li quali userebbono li assassinamenti nel fondo de’ mari…” Leonardo Da Vinci, 1506

Presentato il libro fotografico di Riccardo Lorenzi

pubblicato 19 giu 2021, 09:11 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 19 giu 2021, 09:42 ]

Presenze di pace
Presentato il libro fotografico di Riccardo Lorenzi, "Guidi le stelle, le raduni in gregge e me le porti"

foto di Piero Midellino - Dario Fracchia e Riccardo Lorenzi

foto di Piero Midellino - Don Luigi Chiampo

E' stato presentato, Venerdì 11 Giugno 2021 a Sant'Ambrogio di Torino, il video del Progetto "Guidi le stelle, le raduni in gregge e me le porti" con foto di Riccardo Lorenzi, sostenuto tra gli altri, anche dall'Associazione Cultura della Pace.

Persone e personaggi della Val di Susa con il loro volto raccontano la storia e la vita di una comunità, spiegata da testi poetici haiku di Dario Fracchia.

Il libro, il cui ricavato è destinato a Don Luigi Chiampo e alla sua missione può essere acquistato presso l'editore "Il Graffio" oppure su https://www.ibs.it/libri/autori/dario-fracchia, mentre il video può essere guardato nel sito : www.riccardolorenzi.it

Un'occasione per conoscere una realtà sociale e una comunità, una storia e un popolo con il fermo immagine che dona la foto e il componimento poetico haiku.

Economia vera

pubblicato 7 giu 2021, 10:13 da Cultura della Pace

La microfinanza non è solo faccenda del Sud del mondo

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Marco Grisenti su economia e credito



La microfinanza moderna è emersa nei paesi europei per lo stesso motivo per il quale è nata ormai vari decenni fa in Bangladesh per mano e merito del professor Yunus Muhammad, comunemente considerato il suo fondatore e per questo premio Nobel per la Pace nel 2006. Con la sua Grameen Bank fu il primo a offrire servizi finanziari a microimprenditori e più in generale ai segmenti più economicamente esclusi e socialmente disagiati, privi di accesso alle banche convenzionali ed ai loro servizi correlati, in un paese caratterizzato da una povertà strutturale, in cui il 40% della popolazione non arrivava a soddisfare i bisogni alimentari minimi giornalieri. 

Sono ormai passati 45 anni dal fenomeno Grameen, ed il mercato della microfinanza moderna si è espanso. Se inizialmente la microfinanza si poteva assimilare a un puro servizio di microcredito, quindi prestiti di piccoli ammontare alle persone più povere della sfera sociale, tipicamente vulnerabili, emarginati o geograficamente isolati, nei decenni la sua definizione si è evoluta ed oggi include, oltre al microcredito produttivo (tipicamente capitale circolante o per acquisto di piccoli macchinari o attrezzature), anche l'erogazione di piccoli prestiti per svariati scopi(dal miglioramento dell’abitazione all’acquisto di strumenti per la scuola), l’offerta di prodotti di risparmio e conti correnti, le micro assicurazioni, i sistemi di pagamento, i mobile wallets e canali di intermediazione digitale, tra gli altri servizi. Accompagnando quegli stessi segmenti di popolazione che nel frattempo è cresciuta socio-economicamente. Come sempre in questi casi, il risultato non lo si misura in uno o due anni, quanto piuttosto nell’arco di una generazione.

Di conseguenza, nei decenni abbiamo visto un rapido svilupparsi di leggi e quadri normativi ad hoc, specialmente – ma non solo - in America Latina. Su tutti Bolivia, Perù ed Ecuador hanno promosso regole importanti, tra le quali la categorizzazione dei prodotti, con limiti di importi e tassi d’interesse. D’altronde tutti paesi dove una fetta consistente della popolazione si riconduce al profilo del cliente microfinanziario. Nei paesi europei, invece, gli istituti di microfinanza insorti in questi ultimi anni si orientano soprattutto verso categorie meno ingenti in numero, ma che sono rimaste altrettanto escluse dagli schemi creditizi e dall’iniziativa imprenditoriale, come per esempio giovani e migranti. Questo succede per una diffusa sfiducia del mondo bancario tradizionale nei loro confronti, a causa di una mancanza di garanzie reali oppure per una precaria situazione lavorativa o un insufficiente storico creditizio. La microfinanza accoglie questi microimprenditori e famiglie di buona volontà, ed attraverso l’erogazione di microcrediti, spesso combinati con sessioni di educazione finanziaria e l’offerta di servizi di avviamento e accompagnamento all’impresa, creano occupazione e inclusione sociale.

In Europa il microcredito ha conosciuto un importante sviluppo nel corso degli ultimi 20 anni, durante i quali è nata l’European Microfinance Network, piattaforma continentale di riferimento, e si è instaurata una sensibilità specifica in merito all’inclusione finanziaria e sociale in seno alle istituzioni europee. Lo European Progress Microfinance Facility, poi confluito nell’EaSI Programme ha inquadrato il settore a livello UE dal 2010 in poi, oltre a sancirne una definizione formale, il limite massimo a 25 mila euro, e a dare il via a una serie di programmi di sostegno. Per il periodo 2021-2027 il programma EaSI è diventato a tutti gli effetti una branchia nell'ambito del Fondo sociale europeo Plus (FSE+). La microfinanza è riconosciuta appunto come strumento unico che ingloba l’offerta di garanzia, microcrediti, capitali equity e quasi-equity, accoppiati con servizi di sviluppo aziendale di accompagnamento come sotto forma di consulenza, formazione e tutoraggio individuali, esteso alle persone e alle microimprese che ne fanno esperienza.

Tuttavia, non esiste una regolamentazione armonizzata sul microcredito, un dibattitto che si è preferito lasciare all'iniziativa del legislatore nazionale, considerato il pluralismo di contesti in cui si applica. Basti pensare alle differenze che intercorrono tra il sistema economico-bancario tedesco, e quello rumeno o bosniaco per esempio. Ad oggi, i paesi dove si è instaurata una regolamentazione specifica per la microfinanza sono Francia, Grecia, Italia, Portogallo, Romania, Albania, Montenegro, Bosnia ed Herzegovina, Kosovo. I pionieri sono stati i francesi, con la prima legge sul microcredito introdotta già nel 2001.

Le pubblicazioni dell’EMN ci consegnano una fedele fotografia del settore nei paesi dell’area geografica europea. Tra queste spicca il report 2020 sullo stato della microfinanza europea, uno studio che quest’anno ha riguardato 143 istituzioni di 29 paesi. Tra i risultati, emerge come il mercato del microcredito in Europa sia relativamente frammentato, con il 90% degli istituti di microfinanza (IMF) che operano sotto lo status giuridico di ONG, NBFI (istituzioni finanziarie non bancarie) o unioni di credito / cooperative finanziarie, con criteri di compliance più blandi rispetto alle banche. L'ombrello delle ONG cattura organizzazioni senza scopo di lucro come fondazioni, enti di beneficenza, cooperative a scopo sociale, associazioni e istituzioni religiose. Il 58% degli IMF è stato fondato negli ultimi 20 anni, mentre il 69% ha meno di 50 dipendenti. In totale gli IMF impiegano circa 11.000 dipendenti diretti, di cui il 22% volontari. Il sondaggio ha inoltre confermato l'importanza dei servizi non finanziari (il 63% delle IMF li offre), il cambiamento verso la fornitura digitale di questi servizi chiave (il 77% ne dispone), ed uno spostamento verso prodotti che finanziano l’efficienza energetica (16%). Sia il portafoglio di prestiti che il numero di mutuatari attivi (1,26 milioni a dic-20) ha mostrato un trend in crescita (+14% dal 2018) che si è tradotto in un’espansione significativa anche durante l’anno pandemico. I crediti alle piccole imprese costituiscono il 55% del portafoglio totale, con un importo medio di 6.145 euro (e una sostanziale variabilità da paese a paese), mentre i crediti personali ne rappresentano il 45% (importo medio di 2.420 euro). Le donne e la popolazione rurale sono due dei principali gruppi target.

La microfinanza sta quindi vivendo un periodo di salute e attenzione soprattutto da istituzioni pubbliche e private europee, che la considerano uno strumento efficace per affrontare la crisi in cui navighiamo. Di fronte a banche che si dimostrano più reticenti nel sostenere micro aziende nascenti o famiglie senza garanzie reali. In questo contesto l’Italia si distingue ancor più positivamente. Da noi, oltre ad alcune banche commerciali che hanno attivato un processo di disegno e adattamento di prodotti di microfinanza, esistono varie realtà che hanno sviluppato conoscenze uniche grazie ad un’esperienza pluridecennale, e comprendono banche popolari, banche di credito cooperativo e società finanziarie. La rete italiana della microfinanza RITMI riporta l’elenco dei propri soci, seppur l’universo di attori nazionali sia più ampio. L’Italia è infatti il paese con il maggior numero di membri dell’EMN, con ben 20 organizzazioni su 98 membri in totale. Un ventaglio di stakeholder molto articolato, che va da COOPFIN alla Fondazione Don Mario Operti, da Microfinanza Srl a ICCREA Banca, da Banca Etica a PerMicro. Tutte organizzazioni col comune scopo di incoraggiare, in maniera trasparente e sostenibile, l’avvento di una finanza più inclusiva e meno discriminante.

Leva quel programma

pubblicato 27 mag 2021, 08:28 da Cultura della Pace

Quando inizia il reality sulla nonviolenza? La prossima settimana?

Quello che propongono i media a mo' di gioco, nella realtà è molto, molto più triste. Cosa vogliamo raccontare ai nostri ragazzi, la finzione o la realtà? Sul sito www.peacelink.it un articolo di Maria Pastore su certi programmi televisivi
giochi-multiculturalita-per-bambini-educare-alla-pace

Si parla più di guerra che di pace.
Se da domani la pace potesse fare affidamento su una spinta culturale e finanziaria pari a quella nutrita oggi per il mondo militare, ne sono certa, avverrebbe il capovolgimento più bello di tutti i tempi, si farebbe concreta la speranza che le guerre possano finire. Fino a quando di pace parleremo come di una utopia irrealizzabile la renderemo davvero impossibile, e insisteremo nella direzione sbagliata a vivere in un sistema che non funziona, ma per colpa nostra non perché sia impossibile.

Un esempio tra tanti, la nostra Italia sta facendo del comparto militare un polo strategico di investimenti e crescita economica, fornisce sistemi d'arma a Stati in guerra, e nel fare questo sottrae risorse importanti a infrastrutture nazionali, cultura e welfare peggiorando la condizione reale di questo Paese.
Vi invito a dare uno sguardo alla Campagna HANNO SCELTO LE ARMI promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamocie a diffonderla. Voi che dite? Cosa ci "difende" meglio? "Una nave anfibia Trieste o l'abolizione delle tasse universitarie per 1 milione di studenti", "Un sottomarino U-212 o l'assunzione di 1000 medici per 10 anni"?

Continua la lacerazione del mondo tra macerie, miseria e incertezza. In mezzo a tutto questo abbiamo bisogno di altre visioni e narrazioni, abbiamo bisogno che le risorse economiche siano impegnate nella promozione della cultura nonviolenta, che educatori, deputati, giudici, giornalisti, imprenditori sappiano parlare questo nuovo linguaggio.
Benvenute quelle iniziative che interpretino nell'unico modo possibile gli articoli 11 e 52 della Costituzione e cioè un ripudio totale della guerra, come la Campagna nazionale SCUOLE SMILITARIZZATE che propone di obiettare alla presenza nelle scuole di attività connesse alla vita militare, quali visite a caserme e progetti di formazione scuola-lavoro mirate ad un precoce reclutamento. 

A fine gennaio su RAI2 è stato trasmesso un programma di intrattenimento a tema militare. I concorrenti erano dei giovani dai 18 ai 23 anni, 4 di loro influencer sui social. Per un mese hanno dovuto rispettare l'alzabandiera al mattino, imparato qualcosa del camouflage e sulle trappole esplosive, a rifare il cubo prima di lasciare la stanza, sono stati puniti con le flessioni a terra, hanno corso con zavorra in spalla in una competizione a squadre, mangiato in mensa, partecipato a due lezioni di storia con lo scrittore Aldo Cazzullo, camminato tra le trincee del monte Nagià-Grom, applaudito a Elettra Lamborghini ospite dell'ultima serata organizzata per i ragazzi nella stanza dello spaccio, per l'occasione tutta illuminata da luci rosse. Sicuramente alla leggèra in confronto alle reclute vere negli eserciti, ma questi 15 ragazzi e 6 ragazze che recitassero o no hanno vissuto un mese da soldati. L'ibridazione è nuova ma potrebbe funzionare, la durezza militare accostata all'intrattenimento televisivo. Con giochi, simpatie, tensioni e amori sbocciati nel giro di pochi giorni, eventi normalissimi di quell'età, si cattura l'attenzione dei coetanei e bimbi, sullo sfondo però c'è una caserma dove per parlare si chiede il permesso, il messaggio più ricorrente è quello di vincere, superare i propri limiti, onorare la divisa.
Le 6 puntate, di 2 ore ciascuna, sono state proposte anche su RAI GULP, un canale per bambini e ragazzi.

Videogiochi, fumetti, serie televisive e progammi d'intrattenimento che veicolano contenuti violenti (militari e no) e atmosfere angoscianti, non sono nuovi, c'è di peggio da decenni. Abbiamo cartoni animati di robot che conquistano la Terra con armi spaziali, e poi lunghe saghe dove i personaggi muoiono in scontri per vendetta e rivalità nate nel passato. Ci sono videogiochi che danno punti a chi stupra più donne per strada e uccide vecchiette, serie televisive dove la scienza si mescola allo spionaggio politico. Sono ovunque e agiscono sul nostro mondo immaginario. Il punto è che tutto quello che si propone in questi media a mo' di gioco, esiste davvero ed è molto più complicato e triste di quanto possa essere lì presentato. È di questo che abbiamo bisogno? Cosa vogliamo mettere alla portata dei nostri ragazzi, la finzione o la realtà? Quali modelli e quali messaggi?

Tornando al programma "La Caserma", può la vita militare passare per un gioco duro, edificante, che ti trasforma e rende migliore? Crediamo ancora che ai giovani di oggi servirebbe per apprendere una utile e sana disciplina?

Sarebbe ora di aprire una discussione su questo sistema chiuso che, sappiamo, infinite volte nella Storia è stato utilizzato per schiacciare il dissenso e le libertà della gente. Forse come società civile tra i nostri compiti c'è quello di raddrizzare le regole interne della professione militare, quella per esempio della cieca obbedienza a ordini non discutibili impartiti da una origine non raggiungibile e non interpellabile, quasi non umana. Possiamo attivarci affinché anche negli eserciti si faccia formazione alla nonviolenza parallela a quella armata, per far sì che la seconda scompaia il prima possibile.


Qui di seguito tre commenti su "La Caserma"

Charlie Barnao, sociologo e professore universitario che ha studiato e scritto di addestramento militare, tortura e personalità autoritaria, riconosce nei reality punti in comune con la disciplina militare: le interazioni sono impostate a senso unico e seguono una logica comportamentista stimolo-risposta / giusto-sbagliato / ricompensa-punizione.
I partecipanti vivono l'esperienza in un luogo ristretto e isolato dall’esterno, sul modello delle istituzioni totali. Quelli incentrati sullo spirito di sopravvivenza si ispirano agli addestramenti Sere (Survival Evasion Resistance Escape).

Mao Valpiana boccia il programma: "A chi possa interessare una cosa simile è veramente un mistero". E aggiunge "Nel corso della terza puntata durante una lezione di apprendimento all’uso delle armi (sic!), è stata messa come colonna sonora la canzone Give Peace A Chance di John Lennon. Non ci credevo, il sacrilegio è andato in onda, la musica pacifista di Lennon a favore di una propaganda militarista.
Assurdo e inaccettabile. Spero che Yoko Ono e Sean Lennon, vedova e figlio di John, facciano una causa milionaria alla Rai per l’abuso compiuto e chiedano i danni per violazione dei diritti d’autore e illecito utilizzo di opera d’arte. Ho già provveduto ad inviare la segnalazione agli avvocati della Lenono Music".

Massimiliano Pilati del Forum della Pace: "Inutile sfoggio militaristaCiò che preoccupa è la banalizzazione dell’argomento: le caserme servono per preparare le persone alla guerra e questo messaggio non mi va bene. Lo scivolone della Rai: la prima puntata è andata in onda in prima serata nel Giorno della memoria. Credo sia importante porsi delle domande in merito ad un problema educativo e sociale, dato che non esiste solo un approccio militare per risolvere i conflitti. Si cerca di svecchiare l’immagine militare per renderla appetibile al pubblico di giovani. Forse non è un caso che il programma si inserisca in un momento in cui è tornato il dibattito sulla possibilità di ripristinare il servizio di leva".

Città inclusiva, nuova identità

pubblicato 24 mag 2021, 10:42 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 27 mag 2021, 08:47 ]

Una nuova identità, la nostra città
Nella nostra città ci sono 77 nazionalità diverse. Inaugurato un pannello che le racconta e le visualizza, presso la Scuola Collodi

Meda, città inclusiva: arriva il parco dedicato anche ai bimbi diversamente abili

E' stato collocato, alla "Collodi" di Sansepolcro, il pannello rappresentante tutte le nazionalità dei bambini presenti all'istituto Comprensivo nell'anno scolastico che sta terminando. L'iniziativa rientra nell'ambito del protocollo "Città inclusiva " e realizzata dopo un rinvio a causa della pandemia.
Presenti i promotori, cioè i rappresentanti della scuola, della Commissione comunale Pari Opportunità e dell'associazione "Cultura delle Pace".
Il progetto risponde a quanto rilevato nel Bilancio di Genere su cui ha lavorato la Commissione, da cui emerge la presenza di quasi 80 nazionalità tra le classi dell'istituto. Una ricchezza da valorizzare.

Ecco il protocollo con le nazionalità presenti a Sansepolcro:

Come è andata a Gerusalemme

pubblicato 20 mag 2021, 10:00 da Cultura della Pace

La mano dei coloni su Gerusalemme

Sul sito www.lettera22.it un articolo di Paola Caridi sulla situazione di Gerusalemme

Home - Lettera22

E’ una vecchia storia, quella del tentativo dei coloni di prendere spazi e case dentro il quartiere palestinese di Sheykh Jarrah, nella parte orientale e occupata di Gerusalemme. Una strategia raffinata e complessa che va avanti da oltre quindici anni. Noi addetti ai lavori la chiamiamo hebronizzazione di Gerusalemme. Significa ripetere il modello dei coloni israeliani nella città vecchia di Hebron: occupare uno spazio e creare attorno a quello spazio il sistema di sicurezza che rompe l’unità di un quartiere e la sua vivibilità. I coloni israeliani, che nel caso di Gerusalemme al pari di Hebron appartengono all’estrema destra religiosa, definiscono quello che fanno “redimere la terra”.

Ne ho scritto diffusamente nel mio Gerusalemme senza Dio, pubblicato ben otto anni fa, nel settembre del 2013. Per dire, quindi, che era già tutto previsto ed era anche abbastanza semplice prevederlo. La comunità internazionale, seppure avvisata ogni anno della situazione nel cosiddetto report dei consoli generali europei. non ha fatto niente o quasi. Nonostante il lavoro sul campo di molti dei suoi diplomatici, ha solo espresso preoccupazione. Così come sta facendo in questi giorni. Niente di più.

Il risultato è quello al quale stiamo assistendo oggi. L’opinione pubblica italiana può comprendere ben poco, perché la narrazione che passa sui giornali e nei tg è a dir poco incompleta, approssimativa e inesatta. Quando non è decisamente parziale. Le parole sono importanti, soprattutto a Gerusalemme…

Tanto per chiarire la storia, ecco qualche pagina da quel libro di otto anni fa.

Il gioco del Risiko a Gerusalemme

Non è tanto la ratio nella bilancia demografica di Gerusalemme ad aver rappresentato il vero cambiamento degli ultimi anni. Piuttosto, il panorama politico e umano di Gerusalemme ha subito il suo più evidente cambiamento quando a irrompere sulla scena, in misura importante, sono arrivati i nuovi protagonisti della strategia israeliana per il futuro della città. I coloni appartenenti alle frange più radicali, propugnatori di un proprio, specifico master plan, vale a dire di una politica abitativa diversa nel profondo da quella disegnata da Teddy Kollek.

Il sindaco laburista del post-1967 aveva infatti un’idea precisa: bisognava costruire quartieri ebraici separati da quelli palestinesi, conservando – nel mosaico gerosolimitano – un evidente e chiaro distacco tra le comunità. Quartieri ebraici accanto a quartieri palestinesi, insediamenti ‘mono-etnici’, omogenei, senza mai cedere a una sorta di melting potcittadino per evitare frizioni e tensioni tra le comunità. In un certo modo, Kollek voleva modificare la bilancia demografica della città senza allontanarsi dalla politica di separazione seguita dai britannici durante i trent’anni del loro Mandato sulla Palestina. Il modello era quello della Città Vecchia: quartieri distinti, definiti secondo le appartenenze religiose, accostati ma mai mescolati. Per le associazioni dei coloni che nel corso degli ultimi anni hanno aumentato la loro presenza in città, la strategia è molto diversa, e si condensa in una sola frase. “Occorre redimere la terra”, e cioè riconsegnare la terra promessa, Eretz Israel, agli ebrei.

Nei fatti, e nei profondi cambiamenti in atto nella trama urbana di Gerusalemme, “redimere la terra” si traduce nell’ingresso dei coloni dentro i quartieri palestinesi. Se, dunque, la municipalità israeliana di Gerusalemme e il governo nazionale continuano ad acquisire terre e a pianificare quartieri dentro la parte est della città, si assiste in parallelo a una crescente battaglia per le case. Una battaglia che ora passa attraverso i tribunali, i fogli di carta, i vecchi documenti di proprietà. A Sheykh Jarrah,  a Ras al Amud, tutti quartieri strategici attorno alla Mura di Solimano nella parte orientale di Gerusalemme, i coloni hanno deciso di rompere l’omogeneità delle comunità palestinesi.  L’identità etnopolitica, in questo modo, scaccia il compromesso perché è assoluta.

E’ come se sui tavoli degli urbanisti e dei coloni si fossero stese in questi anni  delle cartine simili a quelle militari usate dai generali in battaglia. L’elenco delle proprietà immobiliari sono state le truppe usate per combattere una tanto lunga quanto imponente guerra di posizione, in cui la semplice conquista di una trincea, e cioè di un palazzetto, di un appartamento, di un appezzamento di terreno, diviene centrale per la conquista futura di interi quartieri, interi settori della città. In questa reale partita a risiko, basta guardare, visivamente osservare le bandierine dei nuovi, piccoli insediamenti ‘conquistati’ per capire la strategia che prevede l’ingresso di coloni israeliani nei quartieri palestinesi più popolosi. Da sud a nord, Jabal al Mukaber, Silwan, Ras al Amud, il Monte degli Ulivi, Sheikh Jarrah, Bet Hanina. Sono tutti quartieri che chiudono come una mezzaluna la Città Vecchia a oriente, e che legano Gerusalemme alla Cisgiordania. Entrare – per i coloni – in questi quartieri centrali o della prima periferia della città significa, strategicamente, disconnettere Gerusalemme dalla Cisgiordania, e spingere la popolazione palestinese ad andare via, a spostarsi verso Betlemme e Ramallah per rafforzare ancora di più il proprio piatto della bilancia demografica. Con tutte le conseguenze del caso, compreso l’aumento esponenziale delle tensioni all’interno dei quartieri palestinesi in cui, man mano, i coloni conquistano una casa e mettono in moto tutto il sistema di sicurezza attorno all’edificio su cui hanno piantato una bandiera israeliana, e circondato di barriere, filo spinato, telecamere. Da quel momento, gli scontri anche fisici sono all’ordine del giorno, le piccole intifada dei quartieri segnano le notti e i giorni, in esplosioni di violenza a suon di pietre che vengono represse duramente dalla polizia e dall’esercito, sempre più inclini – per esempio – ad arrestare i minori che lanciano le pietre, ragazzini neanche adolescenti, spesso appena di undici, dodici anni.

L’aumento della violenza non ha fermato né ferma i coloni, molto più ideologizzati e radicali di coloro che vivono negli grandi insediamenti del nord della Cisgiordania. Chi va a vivere in una piccola casa a Sheykh Jarrah, a due passi dall’albergo più di charme della città e di buona parte del Medio Oriente, l’American Colony, è disposto a tutto. Ha già cacciato da quella casa intere famiglie, grazie all’ordine di esproprio di un tribunale israeliano che ha trovato convincenti i documenti presentati dalle associazioni radicali, spesso risalenti al diciannovesimo secolo o ai primi del Novecento, quando su Gerusalemme non erano passate le matite delle diplomazie e la città non era stata divisa a metà. Sono documenti che attestano che gli antichi proprietari della casa erano ebrei. Veri o falsificati che siano, quegli attestati hanno insito un rischio,  di sollevare il vaso di Pandora delle proprietà immobiliari di Gerusalemme. Se, infatti, si innescasse il meccanismo della rivendicazione delle case, i palestinesi potrebbero cercare – per esempio  di fronte a corti internazionali – di rientrare in possesso delle proprietà a ovest della Linea Verde. Interi quartieri sono stati costruiti dalla borghesia palestinese, i ricchi che avevano deciso di uscire dalla Città Vecchia e aprirsi alla modernità, soprattutto a cavallo tra Ottocento e Novecento. Si tratta dei quartieri più interessanti dal punto di vista immobiliare, composti di ville arabe di tutto rispetto, le più quotate sul mercato delle case. Quelle ville, per ora, non possono essere richieste indietro dai proprietari palestinesi, anche se sono tuttora in possesso dei documenti notarili o catastali. Per la Absentee Law property, Israele le ha espropriate e le ha – per così dire – nazionalizzate, salvo poi farle entrare nel mercato privato. Un doppio standard, protestano le associazioni di difesa dei diritti civili, israeliane e palestinesi ancora una volta unite, che temono si scoperchi un vaso di Pandora dagli esiti imprevedibili. Richiedere indietro le proprietà immobiliari a est, da parte delle associazioni di coloni, significa porre anche la questione delle proprietà immobiliari palestinesi a ovest. Proprietà che portano nomi pesanti, come quelle dei Nusseibeh, dei Dajani, degli Husseini, dei Nashashibi: i nomi più importanti del notabilato palestinese.

Le associazioni dei coloni, però, non sembrano per nulla preoccupate del pericolo di aver aperto, con le loro azioni legali, un vaso di Pandora. Si considerano forti dal punto di vista politico, del sostegno istituzionale da parte dei diversi governi che si sono succeduti, della Knesset e della macchina burocratica dei ministeri, e hanno poi quella che definiscono la propria specifica road map, evocando il termine usato dalle cancellerie internazionali per definire il percorso del processo di pace israelo-palestinese. Salvo il fatto che la road map nella versione delle associazioni dei coloni è semplice: è scritta da Dio nella Bibbia, ed è più forte di quella della politica internazionale. È la posizione di Daniel Louria, uno dei leader di Ateret Cohanim, ed è la stessa delle altre associazioni che, con strumenti simili, cercano di “redimere” più case possibili dentro i quartieri palestinesi di Gerusalemme.

Ateret Cohanim è un’organizzazione che ha oltre trent’anni di vita e che si occupa di chiedere la restituzione di vecchie proprietà ebraiche,  ricomperare immobili nel passato posseduti da ebrei, ristrutturare appartamenti. Un’agenzia immobiliare, insomma, specializzata però in un’area decisamente particolare. Gerusalemme est. O per meglio dire, quella parte di Gerusalemme dov’è concentrata la popolazione araba. Louria, la sua organizzazione e un’altra decina di associazioni di questo tipo hanno un preciso obiettivo politico. Riportare vita e costumi ebraici in zone dove, ora, gli abitanti sono tutti arabi. “Per il popolo ebraico, il cuore di Gerusalemme è il Monte del Tempio e la zona intorno: dal punto di vista religioso, storico, tradizionale. Il monte degli Ulivi, la città di Davide, le sorgenti di Gihon, lo stesso Monte del Tempio. Tutta quell’area che oggi ha una maggioranza araba è stato il posto più importante per il mondo ebraico. E noi vi stiamo riportando le nostre radici”.

Gli edifici “redenti”, conquistati dai coloni dentro i quartieri palestinesi sono tutti strutturati allo stesso modo. Piccole fortezze staccate dal quartiere, con tanto di sorveglianza armata. È facile individuarle, perché sui tetti spiccano le bandiere israeliane, spesso enormi vessilli che devono comunicare all’esterno, soprattutto agli abitanti del quartiere, che la situazione è cambiata. Niente è più come prima. Come ad Abu Tor. quartiere di Gerusalemme considerato misto, tra la zona centralissima dell’hotel King David e il quartiere residenziale, laico e trendy di German Colony. Abu Tor, per alcuni versi, è rimasta ai tempi del 1967: da una parte gli ebrei, dall’altra i palestinesi. Nel mezzo, il ricordo di un confine che, fino alla Guerra dei Sei Giorni, separava Israele dalla Giordania. Il confine fisico non c’è più. Quello residenziale rimane. Salvo che per la casa di Ateret Cohanim, costruita nel cuore della Abu Tor araba. Un palazzetto a due piani. Muro, cancello di ferro, guardia privata armata all’interno di un gabbiotto, monitor e walkie talkie. Sicurezza pagata dal governo israeliano – dice Louria. Vita tutto sommato blindata. Sino a che, un giorno, non si raggiungerà il traguardo: redimere tutto Eretz Israel.

La mappa di Daniel Louria e di Ateret Cohanim mostra già parecchie bandierine. Non solo ad Abu Tor, ma fin dentro il quartiere musulmano della Città Vecchia, dove pure il vecchio generale e premier Ariel Sharon si era preso una casa, proprio a due passi dalla via Dolorosa, e poi in tutto l’anello di quartieri attorno alle antiche Mura. Ed è la stessa mappa, per esempio, della Elad, un’altra associazione che si concentra soprattutto nella zona di Silwan, appena fuori dalle Mura di Solimano, sotto la moschea di Al Aqsa, dove gestisce e supervisiona la cosiddetta Città di Davide, sito archeologico, centro culturale, e punta di diamante nella pianificazione di un parco archeologico pubblico, progettato dalle autorità israeliane, che spinga via gli abitanti palestinesi di Silwan.

E’ una vecchia storia, quella del tentativo dei coloni di prendere spazi e case dentro il quartiere palestinese di Sheykh Jarrah, nella parte orientale e occupata di Gerusalemme. Una strategia raffinata e complessa che va avanti da oltre quindici anni. Noi addetti ai lavori la chiamiamo hebronizzazione di Gerusalemme. Significa ripetere il modello dei coloni israeliani nella città vecchia di Hebron: occupare uno spazio e creare attorno a quello spazio il sistema di sicurezza che rompe l’unità di un quartiere e la sua vivibilità. I coloni israeliani, che nel caso di Gerusalemme al pari di Hebron appartengono all’estrema destra religiosa, definiscono quello che fanno “redimere la terra”.

Ne ho scritto diffusamente nel mio Gerusalemme senza Dio, pubblicato ben otto anni fa, nel settembre del 2013. Per dire, quindi, che era già tutto previsto ed era anche abbastanza semplice prevederlo. La comunità internazionale, seppure avvisata ogni anno della situazione nel cosiddetto report dei consoli generali europei. non ha fatto niente o quasi. Nonostante il lavoro sul campo di molti dei suoi diplomatici, ha solo espresso preoccupazione. Così come sta facendo in questi giorni. Niente di più.

Il risultato è quello al quale stiamo assistendo oggi. L’opinione pubblica italiana può comprendere ben poco, perché la narrazione che passa sui giornali e nei tg è a dir poco incompleta, approssimativa e inesatta. Quando non è decisamente parziale. Le parole sono importanti, soprattutto a Gerusalemme…

Tanto per chiarire la storia, ecco qualche pagina da quel libro di otto anni fa.

Il gioco del Risiko a Gerusalemme

Non è tanto la ratio nella bilancia demografica di Gerusalemme ad aver rappresentato il vero cambiamento degli ultimi anni. Piuttosto, il panorama politico e umano di Gerusalemme ha subito il suo più evidente cambiamento quando a irrompere sulla scena, in misura importante, sono arrivati i nuovi protagonisti della strategia israeliana per il futuro della città. I coloni appartenenti alle frange più radicali, propugnatori di un proprio, specifico master plan, vale a dire di una politica abitativa diversa nel profondo da quella disegnata da Teddy Kollek.

Il sindaco laburista del post-1967 aveva infatti un’idea precisa: bisognava costruire quartieri ebraici separati da quelli palestinesi, conservando – nel mosaico gerosolimitano – un evidente e chiaro distacco tra le comunità. Quartieri ebraici accanto a quartieri palestinesi, insediamenti ‘mono-etnici’, omogenei, senza mai cedere a una sorta di melting potcittadino per evitare frizioni e tensioni tra le comunità. In un certo modo, Kollek voleva modificare la bilancia demografica della città senza allontanarsi dalla politica di separazione seguita dai britannici durante i trent’anni del loro Mandato sulla Palestina. Il modello era quello della Città Vecchia: quartieri distinti, definiti secondo le appartenenze religiose, accostati ma mai mescolati. Per le associazioni dei coloni che nel corso degli ultimi anni hanno aumentato la loro presenza in città, la strategia è molto diversa, e si condensa in una sola frase. “Occorre redimere la terra”, e cioè riconsegnare la terra promessa, Eretz Israel, agli ebrei.

Nei fatti, e nei profondi cambiamenti in atto nella trama urbana di Gerusalemme, “redimere la terra” si traduce nell’ingresso dei coloni dentro i quartieri palestinesi. Se, dunque, la municipalità israeliana di Gerusalemme e il governo nazionale continuano ad acquisire terre e a pianificare quartieri dentro la parte est della città, si assiste in parallelo a una crescente battaglia per le case. Una battaglia che ora passa attraverso i tribunali, i fogli di carta, i vecchi documenti di proprietà. A Sheykh Jarrah,  a Ras al Amud, tutti quartieri strategici attorno alla Mura di Solimano nella parte orientale di Gerusalemme, i coloni hanno deciso di rompere l’omogeneità delle comunità palestinesi.  L’identità etnopolitica, in questo modo, scaccia il compromesso perché è assoluta.

E’ come se sui tavoli degli urbanisti e dei coloni si fossero stese in questi anni  delle cartine simili a quelle militari usate dai generali in battaglia. L’elenco delle proprietà immobiliari sono state le truppe usate per combattere una tanto lunga quanto imponente guerra di posizione, in cui la semplice conquista di una trincea, e cioè di un palazzetto, di un appartamento, di un appezzamento di terreno, diviene centrale per la conquista futura di interi quartieri, interi settori della città. In questa reale partita a risiko, basta guardare, visivamente osservare le bandierine dei nuovi, piccoli insediamenti ‘conquistati’ per capire la strategia che prevede l’ingresso di coloni israeliani nei quartieri palestinesi più popolosi. Da sud a nord, Jabal al Mukaber, Silwan, Ras al Amud, il Monte degli Ulivi, Sheikh Jarrah, Bet Hanina. Sono tutti quartieri che chiudono come una mezzaluna la Città Vecchia a oriente, e che legano Gerusalemme alla Cisgiordania. Entrare – per i coloni – in questi quartieri centrali o della prima periferia della città significa, strategicamente, disconnettere Gerusalemme dalla Cisgiordania, e spingere la popolazione palestinese ad andare via, a spostarsi verso Betlemme e Ramallah per rafforzare ancora di più il proprio piatto della bilancia demografica. Con tutte le conseguenze del caso, compreso l’aumento esponenziale delle tensioni all’interno dei quartieri palestinesi in cui, man mano, i coloni conquistano una casa e mettono in moto tutto il sistema di sicurezza attorno all’edificio su cui hanno piantato una bandiera israeliana, e circondato di barriere, filo spinato, telecamere. Da quel momento, gli scontri anche fisici sono all’ordine del giorno, le piccole intifada dei quartieri segnano le notti e i giorni, in esplosioni di violenza a suon di pietre che vengono represse duramente dalla polizia e dall’esercito, sempre più inclini – per esempio – ad arrestare i minori che lanciano le pietre, ragazzini neanche adolescenti, spesso appena di undici, dodici anni.

L’aumento della violenza non ha fermato né ferma i coloni, molto più ideologizzati e radicali di coloro che vivono negli grandi insediamenti del nord della Cisgiordania. Chi va a vivere in una piccola casa a Sheykh Jarrah, a due passi dall’albergo più di charme della città e di buona parte del Medio Oriente, l’American Colony, è disposto a tutto. Ha già cacciato da quella casa intere famiglie, grazie all’ordine di esproprio di un tribunale israeliano che ha trovato convincenti i documenti presentati dalle associazioni radicali, spesso risalenti al diciannovesimo secolo o ai primi del Novecento, quando su Gerusalemme non erano passate le matite delle diplomazie e la città non era stata divisa a metà. Sono documenti che attestano che gli antichi proprietari della casa erano ebrei. Veri o falsificati che siano, quegli attestati hanno insito un rischio,  di sollevare il vaso di Pandora delle proprietà immobiliari di Gerusalemme. Se, infatti, si innescasse il meccanismo della rivendicazione delle case, i palestinesi potrebbero cercare – per esempio  di fronte a corti internazionali – di rientrare in possesso delle proprietà a ovest della Linea Verde. Interi quartieri sono stati costruiti dalla borghesia palestinese, i ricchi che avevano deciso di uscire dalla Città Vecchia e aprirsi alla modernità, soprattutto a cavallo tra Ottocento e Novecento. Si tratta dei quartieri più interessanti dal punto di vista immobiliare, composti di ville arabe di tutto rispetto, le più quotate sul mercato delle case. Quelle ville, per ora, non possono essere richieste indietro dai proprietari palestinesi, anche se sono tuttora in possesso dei documenti notarili o catastali. Per la Absentee Law property, Israele le ha espropriate e le ha – per così dire – nazionalizzate, salvo poi farle entrare nel mercato privato. Un doppio standard, protestano le associazioni di difesa dei diritti civili, israeliane e palestinesi ancora una volta unite, che temono si scoperchi un vaso di Pandora dagli esiti imprevedibili. Richiedere indietro le proprietà immobiliari a est, da parte delle associazioni di coloni, significa porre anche la questione delle proprietà immobiliari palestinesi a ovest. Proprietà che portano nomi pesanti, come quelle dei Nusseibeh, dei Dajani, degli Husseini, dei Nashashibi: i nomi più importanti del notabilato palestinese.

Le associazioni dei coloni, però, non sembrano per nulla preoccupate del pericolo di aver aperto, con le loro azioni legali, un vaso di Pandora. Si considerano forti dal punto di vista politico, del sostegno istituzionale da parte dei diversi governi che si sono succeduti, della Knesset e della macchina burocratica dei ministeri, e hanno poi quella che definiscono la propria specifica road map, evocando il termine usato dalle cancellerie internazionali per definire il percorso del processo di pace israelo-palestinese. Salvo il fatto che la road map nella versione delle associazioni dei coloni è semplice: è scritta da Dio nella Bibbia, ed è più forte di quella della politica internazionale. È la posizione di Daniel Louria, uno dei leader di Ateret Cohanim, ed è la stessa delle altre associazioni che, con strumenti simili, cercano di “redimere” più case possibili dentro i quartieri palestinesi di Gerusalemme.

Ateret Cohanim è un’organizzazione che ha oltre trent’anni di vita e che si occupa di chiedere la restituzione di vecchie proprietà ebraiche,  ricomperare immobili nel passato posseduti da ebrei, ristrutturare appartamenti. Un’agenzia immobiliare, insomma, specializzata però in un’area decisamente particolare. Gerusalemme est. O per meglio dire, quella parte di Gerusalemme dov’è concentrata la popolazione araba. Louria, la sua organizzazione e un’altra decina di associazioni di questo tipo hanno un preciso obiettivo politico. Riportare vita e costumi ebraici in zone dove, ora, gli abitanti sono tutti arabi. “Per il popolo ebraico, il cuore di Gerusalemme è il Monte del Tempio e la zona intorno: dal punto di vista religioso, storico, tradizionale. Il monte degli Ulivi, la città di Davide, le sorgenti di Gihon, lo stesso Monte del Tempio. Tutta quell’area che oggi ha una maggioranza araba è stato il posto più importante per il mondo ebraico. E noi vi stiamo riportando le nostre radici”.

Gli edifici “redenti”, conquistati dai coloni dentro i quartieri palestinesi sono tutti strutturati allo stesso modo. Piccole fortezze staccate dal quartiere, con tanto di sorveglianza armata. È facile individuarle, perché sui tetti spiccano le bandiere israeliane, spesso enormi vessilli che devono comunicare all’esterno, soprattutto agli abitanti del quartiere, che la situazione è cambiata. Niente è più come prima. Come ad Abu Tor. quartiere di Gerusalemme considerato misto, tra la zona centralissima dell’hotel King David e il quartiere residenziale, laico e trendy di German Colony. Abu Tor, per alcuni versi, è rimasta ai tempi del 1967: da una parte gli ebrei, dall’altra i palestinesi. Nel mezzo, il ricordo di un confine che, fino alla Guerra dei Sei Giorni, separava Israele dalla Giordania. Il confine fisico non c’è più. Quello residenziale rimane. Salvo che per la casa di Ateret Cohanim, costruita nel cuore della Abu Tor araba. Un palazzetto a due piani. Muro, cancello di ferro, guardia privata armata all’interno di un gabbiotto, monitor e walkie talkie. Sicurezza pagata dal governo israeliano – dice Louria. Vita tutto sommato blindata. Sino a che, un giorno, non si raggiungerà il traguardo: redimere tutto Eretz Israel.

La mappa di Daniel Louria e di Ateret Cohanim mostra già parecchie bandierine. Non solo ad Abu Tor, ma fin dentro il quartiere musulmano della Città Vecchia, dove pure il vecchio generale e premier Ariel Sharon si era preso una casa, proprio a due passi dalla via Dolorosa, e poi in tutto l’anello di quartieri attorno alle antiche Mura. Ed è la stessa mappa, per esempio, della Elad, un’altra associazione che si concentra soprattutto nella zona di Silwan, appena fuori dalle Mura di Solimano, sotto la moschea di Al Aqsa, dove gestisce e supervisiona la cosiddetta Città di Davide, sito archeologico, centro culturale, e punta di diamante nella pianificazione di un parco archeologico pubblico, progettato dalle autorità israeliane, che spinga via gli abitanti palestinesi di Silwan.

Esiste speranza

pubblicato 20 mag 2021, 09:53 da Cultura della Pace

«Non prenderò parte all’oppressione dei palestinesi»

Mentre la violenza a Gaza e nelle città israeliane – cinicamente innescata e alimentata dal governo di Netanyahu – si intensifica, ecco un messaggio di un soldato israeliano che ha scelto di resistere alla guerra ed è trattenuto in arresto nella sua base militare: «Non prenderò parte all’oppressione dei palestinesi». Sul sito www.serenoregis.org l'appello di un soldato israeliano contro la violenza


Ciao, mi chiamo Shlomo (pseudonimo).

Vengo da una famiglia religiosa che vive in un insediamento in Cisgiordania. Ho 20 anni e sono stato arruolato nell’esercito israeliano per una posizione di supporto al combattimento quasi un anno fa. Sono un pacifista e rifiuto le giustificazioni comuni per la guerra e la violenza. Tuttavia, data la mia educazione in una comunità di coloni, mi ero in qualche modo convinto che l’esercito israeliano fosse diverso, che ogni volta che usava la violenza doveva essere moralmente giustificato. Tuttavia, dopo essere stato arruolato mi sono reso conto che le guerre in Israele erano proprio come quelle del resto del mondo. Che “uccidere o essere uccisi” è una falsa dicotomia, anche per noi.

Il conflitto non si risolve con la guerra, con la forza, ma con la comprensione e l’empatia. Penso che Israele abbia bisogno di un comparto militare, ma dobbiamo anche pensare a questo comparto in un modo radicalmente diverso. Ciò con cui abbiamo a che fare, il causare danni fisici e morte, non è qualcosa con cui possiamo permetterci di sbagliare. Non importa chi ha ragione e chi ha torto. Non importa chi è forte e chi è debole. Ciò che conta è la vita umana, e il fatto che la gente soffra e muoia.

Prima di arruolarmi, pensavo che avrei potuto servire nell’esercito in una posizione non di combattimento, e non essere parte della violenza. Ora capisco che anche in una posizione di supporto non di combattimento, continuo a sostenere il sistema che commette queste azioni di violenza, e che contribuisco indirettamente alla guerra e alla continuazione degli atti violenti.

Ho già rifiutato tre volte di continuare a prestare servizio e sono stato arrestato nella mia base militare. Ho presentato una petizione al Comitato per la concessione di esenzioni per motivi di coscienza, affinché mi conceda un’esenzione dal servizio militare e continuerò a rifiutare gli ordini finché non sarò esentato dal servizio militare. La violenza non è un singolo atto, è un ciclo. Ed è un ciclo al quale non posso partecipare.

In solidarietà, non prenderò parte all’oppressione dei palestinesi.

Shlomo

Scrivi a Shlomo una lettera di sostegno https://forms.gle/f58zcZfTZB296kj38

Lotta nonviolenta per le donne e delle donne

pubblicato 7 mag 2021, 09:31 da Cultura della Pace

Radici del femminismo nonviolento rivoluzionario di Barbara Deming


I primi scritti trascurati dell’autrice e attivista Barbara Deming fanno luce sulla storia e sulle radici del femminismo nonviolento rivoluzionario e sul processo di trasformazione personale. Questo articolo è stato adattato da un discorso su “La nonviolenza rivoluzionaria di Barbara Deming: un approccio a due mani” che Joanne Sheehan ha tenuto con Ynestra King, la quale sta scrivendo un libro proprio su Barbara Deming. Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Joanne Sheehan

Barbara Deming.jpg

La maggior parte di coloro che conoscono l’autrice e attivista Barbara Deming la conoscono per il suo classico articolo del 1968 “On Revolution and Equilibrium” (“Sulla rivoluzione e l’equilibrio”). La Deming descriveva la nonviolenza come un approccio a due mani, sottolineando il peso e l’autorevolezza della ribellione insieme al rispetto per la vita degli antagonisti. 

Negli anni ’70 e ’80 gli scritti e l’attivismo di Barbara Deming sul femminismo e la nonviolenza le hanno fatto guadagnare un nuovo e grande seguito. Tuttavia, i suoi primi scritti rimangono in gran parte trascurati e meritano perciò maggiore attenzione, in quanto offrono una visione [più completa] della sua crescita e ci sfidano a guardare anche alla nostra. 

Quanto profondamente stiamo esplorando il potere della nonviolenza rivoluzionaria in contesti di violenza? Quanto seriamente prendiamo il processo di formazione e training nonviolento? Cosa significa agire in solidarietà? Cosa significa essere “parte” l’uno con l’altro?

L’introduzione di Barbara al movimento e all’azione nonviolenta avvenne dopo che un’amica le prestò una copia della rivista Liberation della New Left. Conteneva un articolo su Cuba, città che lei aveva da poco visitato come giornalista e dove aveva incontrato Fidel Castro. 

Nell’ultima pagina c’era un annuncio di un programma di training per ‘peacermakers’ (pacificatori) di 16 giorni che la incuriosì. Così, nell’agosto 1960, all’età di 43 anni, andò a New London – Connecticut, pensando di partecipare al training per “forse un giorno”.

“La nonviolenza è un’esplorazione appena iniziata”

Scrivendo dell’esperienza, mesi dopo, in un articolo del dicembre 1960 per The Nation intitolato “The Peacemakers”, Barbara disse: “Avevo letto Gandhi con entusiasmo nell’ultimo anno. Non mi aspettavo di essere impressionata dalle persone che avrei trovato a New London. Ho supposto blandamente che se fossero stati, in effetti, impressionanti, avrei dovuto in qualche modo sentirne parlare già molto prima”. Ma ecco, Barbara ne rimase effettivamente impressionata e si trattenne per tutti i 16 giorni del training, cambiando completamente la sua vita. 

Barbara commentò molte delle conversazioni di quei giorni dicendo: “[Queste persone] sostengono con una certa eloquenza che i loro mezzi per combattere un avversario non sono solo potenti, ma gli unici mezzi coerenti con il nostro credo professato nella santità della vita umana”. 

Il quarto Peacemaker Training Program annuale fu spostato in seguito nell’area di New London/Groton per unirsi al Comitato per l’Azione Nonviolenta, o CNVA, che al tempo era impegnato in una campagna nonviolenta estiva dal titolo “Polaris Action”.
Il CNVA infatti aveva una tradizione di addestramento nonviolento in preparazione alle sue campagne di disarmo. “Polaris Action” [nello specifico] si opponeva alla costruzione di sottomarini a propulsione atomica, che erano in grado di lanciare missili nucleari a lungo raggio, in atto presso la General Dynamics Electric Boat. Questa nuova location del training diede quindi l’opportunità ai partecipanti all’addestramento di impegnarsi [concretamente] in volantinaggio, azioni di picchettaggio e discussioni con il personale militare e civile dell’area. La brochure del training infatti prometteva: “[I partecipanti] avranno un’opportunità senza precedenti per un addestramento realistico in una situazione di conflitto”.

Come ho scritto Barbara in “Le radici della nonviolenza rivoluzionaria negli Stati Uniti si trovano nella grande comunità nera“, la nonviolenza ha cominciato ad essere esplorata sistematicamente alla fine degli anni ’30 e ’40 come metodo per smantellare la segregazione. Molti dei “docenti” del Peacemaker Training Program erano coinvolti già in quelle battaglie, provenivano infatti dall’Harlem Ashram e avevano partecipato al Congress of Racial Equality, o CORE, nei due decenni precedenti.

Il corpo docente del training era composto da 25 persone – attivisti, autori, artisti e formatori – inclusi due indiani. Bianchi e neri lavoravano insieme. Erano impegnati a sviluppare l’azione nonviolenta, dato che molti di loro erano già stati arrestati in passato per le loro azioni contro la seconda guerra mondiale, le armi nucleari e la segregazione. Essi includevano: 

  • Richard Gregg, il cui libro del 1934 “Il potere della nonviolenza” era nella lista delle letture 
  • Ralph Templin, uno dei fondatori dell’Ashram di Harlem nel 1940 
  • Ruth Reynolds, che aveva trascorso del tempo all’Ashram di Harlem ed era attiva nella promozione dell’indipendenza di Porto Rico 
  • Wally Nelson, che era stato uno dei primi formatori nonviolenti del CORE
  • Juanita Morrow Nelson, che – come studentessa alla Howard University – partecipò a una protesta contro la mensa nel 1943, molto prima dei sit-in all’inizio del 1960. (Lei e Wally furono co-fondatori di The Peacemakers). 
  • Marjory Swann, che aveva partecipato ad un addestramento del CORE nel 1942 ed era una co-fondatrice del CNVA 
  • Il reverendo Fred Shuttlesworth che era stato attaccato da una folla a Birmingham, Alabama, per la sua leadership e il suo ruolo negli sforzi di de-segregazione 
  • Anne Braden, ora ben nota per il suo lavoro antirazzista come donna bianca del Sud

L’uso dell’azione nonviolenta al tempo era ancora in fase sperimentale negli Stati Uniti. L’opuscolo del training riportava infatti [come esempi] il Montgomery Bus Boycott, che ebbe luogo dal dicembre 1955 al gennaio 1957, così come l’uso dell’azione diretta nonviolenta nei sit-down contro la mensa universitaria, iniziati sei mesi prima.

“Questi sono piccoli inizi, ma danno la speranza che un nuovo metodo si stia evolvendo per sfidare l’ingiustizia e il degrado umano senza finire per imporre nuove ingiustizie e causare nuovo degrado, come i movimenti rivoluzionari hanno fatto troppo spesso in passato”.

Il programma del training

Dopo alcune discussioni iniziali preliminari, la formazione a cui Barbara partecipò si dedicò alla pianificazione e realizzazione di una semplice azione nonviolenta in un giorno e mezzo del training. Questa fase è stata seguita da quattro giorni di approfondimento dal titolo “Una considerazione sulla violenza”, una sessione che ha esaminato la violenza economica, la violenza politica, la violenza psicologica e la violenza sociale [a livello teorico e pratico], e ha chiesto [ai partecipanti] “qual è la natura della violenza e qual è la base della nostra opposizione ad essa?”.

Successivamente, il training ha concentrato una sessione di due giorni sul tema “Resistenza alla vecchia società”, con sottotitolo: “I sit-in alle mense e altre forme di resistenza alla dominazione ‘razziale’. Attività contro la guerra. Anticolonialismo”. Si sono anche discusse e valutate “forme di resistenza passate e presenti”.

Ancora, otto giorni del training sono stati dedicati a “Lo sviluppo di relazioni libere e nonviolente”. Una sessione che includeva categorie sul lavoro, sul processo creativo, il sesso, i bambini, l’educazione, il cibo, il crimine e la punizione, così come discussioni sulla condivisione, le comunità intenzionali e le cooperative di lavoratori.

La formazione nel complesso comprendeva momenti di discussione, tempi di silenzio, azione e riflessione. I partecipanti non erano sempre tutti d’accordo, ma hanno continuato ad ascoltare e a parlare e ad esplorare il potere della nonviolenza. 

Barbara ha trovato questa comunità estremamente stimolante e accogliente.

La sua esperienza ci ricorda che i corsi di formazione e le discussioni sulla nonviolenza rivoluzionaria continuano ad essere necessari – così come prendersi il tempo sufficiente per prepararsi alle azioni nonviolente, comprendere il contesto attuale della violenza in modo da poter capire meglio la nonviolenza, e analizzare la “vecchia società” e il “normale” a cui non vogliamo tornare. 

Ne abbiamo bisogno per vedere il quadro generale invece di lavorare su progetti isolati, e per sviluppare e approfondire ciò per cui siamo a favore, non solo ciò per cui siamo contro.

Come Barbara disse più tardi: “La nonviolenza è un’esplorazione che è appena iniziata”. Esplorare richiede disciplina, resistenza, creatività e relazioni di fiducia con gli altri, all’interno di questa esplorazione. È un lavoro, ed è quello che dobbiamo fare per affrontare e combattere la supremazia bianca, la misoginia, il militarismo, l’ingiustizia e la violenza di ogni tipo.

Dopo la sua esperienza al Peacemaker Training Program nell’agosto 1960, Barbara iniziò a partecipare a svariate campagne nonviolente. Ha anche scritto su di esse in molte pubblicazioni, tra cui Liberation, dove in seguito è diventata la prima redattrice donna. (Anche altri due redattori di Liberation, David Dellinger e Roy Finch, parteciparono allo stesso training frequentato da Barbara). 

Nel maggio 1961, Barbara si unì alla Camminata da San Francisco a Mosca per una settimana, prima di dirigersi in Europa. Organizzata dalla CNVA in risposta alle proteste dei lavoratori dei sottomarini di Groton, i quali dissero agli attivisti di “andare a dirlo ai russi”, essi portarono la richiesta di disarmo attraverso ben tre continenti.
Gli articoli di Barbara [che ne parlano] non sono semplicemente la storia di ciò che è successo, ma sono riflessioni oneste. In “Da San Francisco a Mosca: perché marciamo” scrisse: “Perché stiamo camminando? Il volantino che abbiamo distribuito lungo la strada lo chiede retoricamente, ed io voglio rispondere nella mia testa, o nelle mie ossa, proprio a questa domanda”. 

Barbara ha ascoltato e osservato mentre camminava insieme agli attivisti, scrivendo le sue intuizioni in modo che noi potessimo impararne da tutto questo, anni dopo.

I suoi rapporti con la comunità CNVA, che rimase nel Connecticut, crebbero così profondamente che nel 1962 lei e la sua compagna Mary Meigs fornirono un sostegno in denaro per una fattoria che divenne il Voluntown Peace Trust, cioè una vera e propria base per il CNVA. Anche se Barbara non si era ancora dichiarata lesbica a quel punto, era la benvenuta nella comunità, nella quale entrambe infatti furono coinvolte.

Il suo primo arresto fu nel 1962, presso la Commissione per l’Energia Atomica, in un’azione che includeva Judith Malina del Living Theatre – che aveva incontrato al Peacemaker Training – e A.J. Muste, leader pacifista radicale e cofondatore del CNVA, che la invitò nel Comitato Esecutivo Nazionale del CNVA. 

Barbara si unì a passeggiate e campagne che sempre più spesso affrontarono il tema della violenza della società e dello Stato. In un articolo per Liberation intitolato “1962 Southern Peace Walk: due questioni o una sola?” scrisse delle molestie e della violenza che gli attivisti incontrarono in una marcia per la pace nel Tennessee come risultato alla decisione della CNVA di unirsi alla marcia. Barbara notò che un camminatore la descrisse come “un’integrazione simbolica” – con solo una persona di colore tra i 13 giovani uomini e donne che si erano impegnati a camminare per l’intera distanza. Eppure, questo commento fu sufficiente per attirare la rabbia razzista e cambiare la reazione alla marcia nel Sud.

Credendo che le lotte per il disarmo e i diritti civili dovessero essere le stesse, Barbara ha citato il formatore del movimento per i diritti civili James Lawson – che parò ai camminatori per l’occasione – dicendo: “Quello che c’è dietro è uno sforzo per costruire una comunità per tutti noi… la comunità amata. Io dico che questo lavoro è legato al lavoro per la pace. Potrebbe essere un prototipo per parlare al mondo intero… e la camminata per la pace è collegata al compito di costruire la comunità qui… i movimenti sono collegati tra loro, in un certo senso sono una stessa impresa”.

Questa connessione di lotte era un aspetto importante delle convinzioni e dell’approccio di Barbara, che ha continuato a sviluppare quando più tardi ha collegato la nonviolenza al femminismo. Eppure, in quella passeggiata e in altre, mancarono le opportunità di sostenere gli attivisti per i diritti civili, cosa di cui lei si rammaricava apertamente!

I neri delle comunità locali si univano per brevi tratti della marcia, e offrivano ospitalità nelle loro chiese. Barbara ha scritto di una notte in cui dei giovani della zona si sono messi a lanciare sassi contro la chiesa dove stavano dormendo. Quattro degli attivisti uscirono fuori e – illuminandosi con delle torce per mostrare che erano disarmati – li invitarono a parlare. In questo senso, i disarmati erano disarmanti. I sette o otto uomini del posto uscirono dal bosco e parlarono allora di relazioni razziali. Tuttavia, gli attivisti scoprirono che non potevano parlare di questioni di guerra e di pace allo stesso tempo, nonostante la connessione teorica delle questioni.

“Con il passare dei giorni, ho smesso di temere i miei compagni di cella e ho iniziato a fare amicizia con loro. Dopo un po’ di tempo questo ha smesso di essere difficile ed è diventato anzi naturale. Ogni donna lì dentro era malata e in difficoltà”.

Nel 1963, Barbara andò a Birmingham durante la campagna per la de-segregazione delle strutture pubbliche. Uno degli organizzatori, il reverendo Fred Shuttlesworth, aveva partecipato al  suo stesso programma di formazione per peacemakers.

Presto però Barbara si trovò in carcere per il fatto di essersi schierata dalla parte delle masse dei giovani neri che chiedevano “il diritto di essere trattati come esseri umani”. Come scrisse in “In the Birmingham Jail”: “Il direttore mi aveva presentato alle mie compagne di cella, con stridente indignazione, e le aveva incoraggiate a ‘rimettermi in riga’ a loro piacimento”. 

Anche se aveva paura, Barbara trovò il modo di comunicare, di ascoltare e rispondere. Con il passare dei giorni, ho smesso di temere le mie compagne di cella e ho iniziato a fare amicizia con loro. Dopo un po’ di tempo questo ha smesso di essere difficile ed è diventato anzi naturale. Ogni donna lì dentro era malata e in difficoltà”. 

Anche se Barbara ha poi abbandonato in pochi anni la concezione della nonviolenza come approccio a due mani, in prigione in quell’occasione ha chiaramente messo in pratica quest’idea – rifiutando di recipere come “altre” [quindi “estranee”] le donne sue compagne di cella, a prescindere da quanto cariche d’odio e violente apparissero. 

Essendo chiaramente contraria al razzismo, trasformò la sua paura in solidarietà compassionevole.

“Ora che sono entrata in questo loro mondo, ci vivo anche io. Ma sono in grado di andarmene”

Riflettendo sulle sue numerose esperienze in “Appunti da Birmingham”, Barbara ha scritto: “una parte di me ora vive in quell’altro mondo” dove ha visto la casa bombardata del reverendo A.D. King, e la paura e il coraggio di cui è stata testimone al Gaston Motel, la sede del movimento che è stata anch’essa bombardata. “Ora che sono entrata in questo loro mondo, ci vivo anch’io. Ma sono in grado di andarmene”. Racconta la loro storia, non la sua, consapevole del suo privilegio bianco.

Successivamente Barbara si unì alla Quebec to Guantanamo Walk del 1964. La marcia fu fermata ad Albany, Georgia – una città con una lunga storia di conflitti razziali – dal capo della polizia Laurie Pritchett; egli infatti rifiutò di permettere a neri e bianchi di camminare insieme in centro alla città, distribuendo volantini. Arrestati e imprigionati, i camminatori hanno quindi intrapreso una campagna di protesta di due mesi, durante la quale 26 persone sono state incarcerate, alcune per quasi la totalità del tempo. C’erano tensioni rispetto all’obiettivo dei camminatori pacifici e la lotta del movimento di Albany per la giustizia razziale. Dopo due mesi, finalmente, Pritchett permise loro di camminare insieme attraverso il centro della città, prima di andarsene via in altri luoghi. 

Gli articoli in proposito di Barbara, pubblicati su Liberation e in seguito inclusi nel libro del 1966 “Prison Notes” (Appunti dalla prigione), riportano la storia personale della loro prigionia e le riflessioni sugli obiettivi e le strategie dell’azione nonviolenta, così come la difficoltà di mantenere la nonviolenza in quel carcere. È una storia potente di “traditori della razza” bianchi che passano da alleati a complici, e l’inferno che i prigionieri neri hanno dovuto sopportare.

La ricerca della verità e la solidarietà compassionevole di Barbara sono continuate con i viaggi nel Vietnam del Sud e del Nord nel 1966 e nel 1967. Quando ricevette il War Resisters League Peace Award nel 1967, raccontò la sua storia, della paura di unirsi al viaggio nell’aprile 1966 a Saigon. Quella paura all’inizio le rese impossibile offrirsi volontaria. Ha descritto nei suoi testi il processo che la vide coinvolta nel trovare il coraggio di decidere di andare, così: le paure “mi hanno insegnato di nuovo a riconoscere la nostra interdipendenza”.

“E poi, se non stiamo tutti insieme, aiutando sempre chi viene isolato per essere punito, la nostra efficacia finirà”

In “The Temptations of Power” – un discorso che tenne durante un tour di conferenze nell’inverno/primavera del 1967, poi pubblicato nel 1971 in “Revolution and Equilibrium” – Barbara scrisse di ciò che vide nel Vietnam del Nord e di come fosse cercare di riferire ciò che si vedeva, spiegando come entrambi fossero argomenti dolorosi.

Barbara ha portato tutta se stessa nel suo attivismo e nella sua scrittura. Condivideva apertamente le sue domande ed esplorazioni. Non pretendeva che lei, o qualcun altro, avesse tutte le risposte. Portava e porta sempre i lettori attraverso il processo, e così facendo ci invita ancora oggi a fare lo stesso. Esponendo la sua vulnerabilità e affrontandola, diventa più forte. 

Da lì a pochi anni, questo modo di fare si sarebbe visto come un approccio femminista – dimostrando come il politico è personale, e il personale è politico.

Nel 1967 parlò della “necessità di diventare più audaci, e quindi più efficaci”, anche se questo avrebbe portato più repressione da parte dei governi. 

“E allora se non stiamo tutti insieme, aiutando sempre chi viene isolato per essere punito, la nostra efficacia finirà… Dobbiamo certamente essere franchi l’uno con l’altro quando non siamo d’accordo”, disse alla War Resisters League. 

“Avremo bisogno di ognuno di noi. Siamo tutti parte l’uno dell’altro”.

1-10 of 57