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Comunicato Stampa congiunto

pubblicato da Cultura della Pace

Ecco il vincitore della Borsa di Studio "Angiolino Acquisti"
Comunicato Stampa dell'Associazione Culturale "Angiolino Acquisti" e dell'Associazione Cultura della Pace, in collaborazione con la Sezione ACLI "Adriano Olivetti" di Sansepolcro e con il Comune di Sansepolcro, Assessorato alla Cultura

 

L’Associazione Culturale “Angiolino Acquisti” e l’Associazione Cultura della Pace, in collaborazione con la Sezione ACLI “Adriano Olivetti” di Sansepolcro e con il Comune di Sansepolcro, Assessorato alla Cultura, nel giorno dell’anniversario della nascita di Don Tonino Bello, profeta di pace e costruttore di solidarietà, comunicano che la Commissione Esaminatrice della Borsa di Studio “Angiolino Acquisti”, presieduta dal Prof. Tonino Drago, ha deciso di premiare la tesi della Dott. ssa Nadia Cadrobbi, dal titolo “Riconciliazione e perdono come principi della giustizia riparativa e della risoluzione dei conflitti. Le esperienze in Kossovo e Albania con Operazione Colomba” discussa presso l’Università  Ca’ Foscari – Venezia, Facoltà di Lavoro, Cittadinanza Sociale, interculturalità, con la seguente motivazione: “L’idea della giustizia riparativa da realizzarsi tramite la mediazione diventa esperienza di riparazione e riconciliazione che coinvolge, oltre il reo e la vittima, tutti gli attori della mediazione, compresi il mediatore e l’intera comunità. E’ così che la giustizia riparativa prevarica l’idea stessa del perdono perché ad esso dà una configurazione concreta proponendo percorsi assolutamente innovativi di umanità che tanto sarebbero piaciuti a Angiolino Acquisti.”

La partecipazione di 18 tesi, che andranno ad arricchire la sezione “Cultura della Pace” della Biblioteca Comunale di Sansepolcro e la qualità dei lavori che hanno partecipato alla selezione, confermano la bontà della manifestazione che accresce culturalmente la nostra città, contribuendo ad una maggiore conoscenza delle tecniche nonviolente di risoluzione dei conflitti, ponendo Sansepolcro quale punto di riferimento per uno sviluppo di una coscienza critica e dinamica della società.

La Borsa di Studio sarà consegnata con un’apposita cerimonia, presso la Sala del Consiglio Comunale di Sansepolcro nel mese di Settembre 2019, alla presenza delle autorità cittadine e delle associazioni promotrici dell’iniziativa.

 

Rovereto e Sansepolcro insieme per una cultura della pace

pubblicato 15 mar 2019, 10:57 da Cultura della Pace

La comunità di Sansepolcro ospite della città di Rovereto      Grande accoglienza nella Città della Pace per il sindaco e l’amministrazione comunale. Presenti anche le delegazioni dei Balestrieri e dei Vigili del Fuoco Volontari. Sul sito del Comune di Sansepolcro il comunicato stampa che segnala l'iniziativa di collaborazione tra le due città a seguito dell'impegno dell'Associazione Cultura della Pace, un impegno che si allarga e che permette di guardare oltre i limiti territoriali

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La comunità di Sansepolcro in trasferta a Rovereto. Nelle giornate di sabato 9 e domenica 10 marzo, il capoluogo trentino ha ospitato un’ampia delegazione di amministratori, cittadini ed associazioni biturgensi con l’obiettivo consolidare il rapporto di amicizia e collaborazione avviato in questi ultimi anni dai due Comuni.

I primi contatti risalgono al 2016 grazie ai rapporti maturati dall’Associazione Cultura della Pace con l’amministrazione comunale di Rovereto, Città della Pace e sede della grande campana fusa con il bronzo dei cannoni delle nazioni partecipanti alla Prima guerra mondiale.

Alla nuova visita hanno preso parte il sindaco Mauro Cornioli, l’assessore alle Pari Opportunità Catia Del Furia e i consiglieri Francesca Mercati e Michele Del Bolgia. Presenti anche la Società Balestrieri, che con i propri tiratori, musici e figuranti ha portato in terra trentina la tradizione e la cultura della città di Piero, e i Vigili del Fuoco Volontari di Sansepolcro, protagonisti di uno scambio di doni con i Vigili del Fuoco di Rovereto – anch’essi volontari – presso la locale caserma.

Tra i momenti istituzionali più significativi, vi è stata la consegna di due opere d’arte realizzate da Michele Foni all’amministrazione comunale di Rovereto. Un doppio omaggio artistico che andrà ad impreziosire e rafforzare la presenza di Sansepolcro in città, dopo che nel 2016 Franco Alessandrini fece dono di un’opera grafico-pittorica di grandi dimensioni rappresentante un’originale interpretazione della nonviolenza.

“Un’esperienza bellissima – racconta l’assessore Del Furia – Quello tra Rovereto e Sansepolcro è un legame che continua a rafforzarsi grazie al grande cuore delle nostre comunità. Con la Commissione Pari Opportunità, stiamo valutando l’estensione del nostro protocollo d’intesa “Sansepolcro Città Inclusiva” alla città con cui condividiamo l’impegno nella promozione della pace e del bene comune. Anche il Comune di Martina Franca ha manifestato l'interesse a collaborare assieme a noi al fine di creare un filo conduttore in Italia per sviluppare buone prassi in materia di iniziative per la pace. Intanto, in attesa di poter ricambiare la splendida ospitalità, non possiamo che ringraziare l’amministrazione comunale di Rovereto.”

Il dolore

pubblicato 15 mar 2019, 10:45 da Cultura della Pace

La cooperazione internazionale è in lutto

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Lia Curcio sul disastro aereo in Etiopia che ha 

colpito quanti si interessavano dei più deboli, tra cui due nostri concittadini ai quali va il 

ringraziamento per tutto quanto sono riusciti a fare per dare una speranza a chi era in 

difficoltà


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La cooperazione internazionale è in lutto. Sul Boeing 737 Max dell’Ethiopian Airlines questa sfortunata domenica di marzo c’erano soprattutto volontari, cooperanti e operatori umanitari, tra cui sette italiani. Tanti li hanno definiti, e a ragione, come il nostro orgoglio nazionale e il volto migliore della nostra Italia. Io li definirei provocatoriamente uno “strano popolo”, di cui anche io faccio parte in quanto operatrice di una ong di cooperazione internazionale, e per dettagliare meglio mi rifaccio a quanto scritto da Riccardo Bonacina direttore di Vita: quello strano popolo che “non ha ancora dimenticato il terzo motto della Rivoluzione francese” – la Fraternità – e che sa che senza di questa, i valori della libertà e dell’uguaglianza sono parole al vento, prive di concretezza. 

Su questa linea aerea che parte dall’Italia (Milano e Roma) per arrivare ad Addis Abeba e poi continuare per Nairobi, nel corso dell’anno si incrociano vite, sogni di un mondo migliore e progetti concreti da realizzare in questa area d’Africa che da un lato ospita alcune delle città, Nairobi ed Addis Abeba, più promettenti per lo sviluppo del continente, dall’altro è il volto della più cupa povertà. Sogni e progetti portati avanti da Ong, associazioni ma soprattutto da persone che, senza dimenticare le difficoltà che anche il nostro paese sta vivendo, sono capaci di una visione più ampia, consapevoli che l’interesse individuale non è in competizione con il “bene comune” anzi, ne è parte, convinti che questo nostro mondo non può e non deve fare a meno della solidarietà. 

Tra le vittime ricordo in particolare Paolo Dieci, presidente dell’Ong CISP e della rete di Ong Link 2007, che ho avuto il piacere di conoscere nel mio percorso di vita professionale. Era un punto di riferimento della cooperazione internazionale italiana ma soprattutto una persona in ascolto, appassionata, un profondo conoscitore delle dinamiche dell’Africa, “un lavoratore infaticabile” e “una persona generosissima e gentile” ricordano i colleghi. Passando da Nairobi, era direttoin Somaliaper seguire alcuni dei progetti di sviluppo del CISP, la sua Ong. “Ci vado sempre volentieri”affermava pochi giorni fa, “perché è un paese che amiamo, anche se difficile e rischioso, ma ci sono interventi a beneficio delle comunità che abbiamo il dovere di fare e i nostri operatori, somali e internazionali, vanno sostenuti e guidati. Dobbiamo insistere perché se non andiamo noi in questi Paesi finisce che non va più nessuno, dobbiamo andarci e spiegare a tutti il perché”. Le persone che oggi piangiamo, erano uomini e donne di questa pasta e queste convinzioni. 

Tra il tanto dolore che oggi mi sconvolge e mi frastorna, mi hanno colpita le parole di uno dei tre figli di Carlo Spini e Gabriella Viciani, volontari della onlus di Bergamo Africa 3000, anche loro su quell’aereo, per dirigersi in Sud Sudan e monitorare un loro progetto, un piccolo ospedale con reparto maternità nella città di Giuba. Questo giovane ragazzo ha dichiarato alle telecamere che i suoi genitori non erano degli eroi ma “Facevano solo ciò che andava fatto e che ritenevano giusto”. In queste parole c’è un messaggio che va oltre l’umiltà. È un monito, un appello: “Tutti noi possiamo farlo” ha concluso.

Ecco, queste parole vorrei diventassero un’eredità, un impegno di vita. Non è necessario andare in Africa o lavorare nella cooperazione internazionale ma è sufficiente, ed è già tantissimo, capire e agire in modo più attento, consapevole e fraterno nel mondo che abbiamo intorno, vicino e lontano. Stretti nel cordoglio per queste vittime, siamo oggi più coscienti di chi è e cosa fa quello “strano popolo” della solidarietà e della cooperazione internazionale. Siamo oggi più coscienti che possiamo contribuire, sognare e attivarci contro l’indifferenza e per un mondo migliore. 

Pensiero divergente

pubblicato 7 mar 2019, 07:02 da Cultura della Pace

Sappiamo immaginare la pace per la Palestina? 

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Richard Falk propone soluzione estrema e divergente per la questione israeliano-palestinese


In attesa senza aspettative positive dell’accordo del secolo di Trump, il travaglio palestinese si dipana giorno dopo giorno. Molti israeliani vorrebbero farci credere che la lotta palestinese per l’autodeterminazione sia stata sconfitta, e che è ora d’ammettere che Israele è il vincitore e la Palestina la perdente. Avvenimenti recenti abbozzano un quadro diverso. Ogni venerdì dalla fine di marzo 2018 la Grande Marcia del Ritorno ha confrontato Israele al confine di Gaza. Israele ha risposto con forza letale uccidendo più di 250 palestinesi e ferendone oltre 18.000, usando forza ampiamente eccessiva per trattare dimostrazioni quasi del tutto nonviolente. Il mondo permette queste atrocità settimanali senza alcuna reazione avversa e l’ONU ha un silenzio imbarazzante. Parrebbe che nei circoli internazionali ci sia la sensazione che non si possa fare granché per attuare una soluzione pacifica e giusta a questo punto. Tale conclusione in parte spiega le varie mosse recenti nel mondo arabo verso un’accettazione d’Israele come stato legittimo, che ha già comportato una normalizzazione diplomatica. Oltre questi sviluppi, Israele si è dato con l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti a un’escalation guerrafondaia di un confronto ingiustificato con l’Iran. Inoltre, Israele ed Egitto stanno collaborando su tematiche di sicurezza al confine e nel Sinai, nonché nello sviluppo di progetti d’estrazione marittima di gas e petrolio. Nell’insieme questo è un momento d’inventario riguardo a questo conflitto, in atto da più d’un secolo, e di valutazione sul miglior percorso in avanti.

Un punto fondamentale è come si potrebbe fare pace in maniera da realizzare il diritto fondamentale del popolo palestinese di raggiungere l’autodeterminazione in uno spazio territoriale che è stato per secoli casa loro. L’ipotesi prevalente era che si sarebbe raggiunta una soluzione con negoziati di valenza geopolitica fra Israele e rappresentanti governativi del popolo palestinese. La loro struttura è stata affidata agli Stati Uniti, che hanno insinuato una pecca fatale nel processo diplomatico se l’obiettivo era conseguire un compromesso pacifico equo per ambo i versanti. Come poteva avvenire se la parte più forte aveva il sostegno incondizionato dell’intermediario geopolitico e la parte più debole non era neppure il legittimo rappresentante del popolo palestinese?

Inoltre, questo schema già bacato è stato ulteriormente abusato subordinando il cosiddetto processo di pace agli obiettivi espansionisti sionisti, espressi annettendo Gerusalemme [est], negando ai profughi il diritto al ritorno, ed espandendo gli insediamenti illegali nella Palestina occupata. Una tale struttura geopolitica, associata al Quadro dei Princìpi, come adottato nel 1993, è ormai ampiamente screditata, ma non prima che Israele abbia usato gli scorsi 25 anni per giungere ai propri obiettivi espansionisti, rendendo l’istituzione di uno stato palestinese indipendente un’impossibilità politica, e ponendo i palestinesi in una posizione ben più debole ch all’adozione dell’approccio di Oslo.

Contro questo sfondo, il fallimento perverso dell’approccio dall’alto al basso a un risultato sostenibile ha condotto a un pubblico atteggiamento di disfattismo allorché si tratti di arrivare a un compromesso pacifico. L’opzione dall’alto al basso residua è l’imposizione coercitiva della ‘pace’ dichiarando una vittoria israeliana e una sconfitta palestinese. In alter parole, se fallisce la  diplomazia, quanto resta è solo il calcolo vincitore/perdente.

Tale modo di pensare, seppur prevalente nei circoli d’élite, perde di vista il ruolo storico della gente, sia di quella che resiste all’ingiustizia sia di quella mobilitata in tutto il mondo nella solidarietà. Questi sono i generi di dinamica politica dal basso che hanno cambiato la storia del secolo scorso. Sono stati i movimenti di massa nazionali che hanno sfidato riuscitamente, seppur ad alti costi umani, le struttura ingiuste del colonialismo e dell’apartheid sudafricano, e sono infine prevalse nonostante l’inferiorità militare e la resistenza geopolitica. In altri termini, la gente comune ha avuto il ruolo attivo storico superiore pur con capacità inferiori sui campi di battaglia e diplomaticamente. Questa potenza populista è una realtà col potenziale di sovvertire l’ordine stabilito e perciò è trattata come irrilevante dal pensiero e dai decisori politici mainstream.

E’ precisamente sulla base di questa decostruzione del potere e sul cambiamento che riposano le speranze di un futuro palestinese più brillante. La forza del movimento nazionale palestinese è al livello della gente, fortificata dal consenso morale che il colonialismo d’apartheid israeliano è sbagliato, in effetti un crimine contro l’umanità secondo il diritto penale internazionale [si veda l’art. 7 dello Statuto di Roma che governa la Corte Penale Internazionale e la Convenzione internazionale sull’Apartheid del 1973 sulla Soppressione e la Punizione del Crimine d’Apartheid]. E’ questo processo di lotta dal basso, capeggiato dalla resistenza palestinese e provvisto di autorevolezza da iniziative globali di solidarietà come la Campagna BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni] che sta acquisendo sempre più peso e aumentando la sua pressione. Gli esiti storici non sono mai certi, ma il flusso della storia è da tempo contro questa combinazione israeliana/sionista di appropriazione coloniale della Palestina e delle strutture d’apartheid cui ci si affida per mantenere soggiogato il popolo palestinese.

Contro questo sfondo si possono delineare alcune proposizioni generali.

La soluzione a due stati è morta

La soluzione a due stati non è considerate un’opzione praticabile da parecchi anni, almeno dall’abbandono di fatto della diplomazia di Oslo nel 2014. Eppure si continua a riaffermarla da parte di molti governi e all’ONU, non perché ci sia un barlume di credenza che possa finalmente accadere, ma perché qualunque altro esito pareva o impossibile o troppo orribile da considerare. In altre parole, molte autorevoli figure politiche e opinion leader si sono attenute alla soluzione a due stati come alternativa allo zero. Questo riflette un impoverimento dell’immaginazione politica e morale, capace solo di concepire una soluzione al conflitto derivante da approcci dall’alto al basso: quelli dal basso in alto non sono neppure considerati.

Sembra meglio ammettere la sconfitta della diplomazia per i due stati e tener conto della situazione esistente di confronto fra palestinesi e israeliani in modo da prendere in esame alternative. Per arrivare a questo punto, potrebbe servire spiegare perché la soluzione a due stati sia diventata così irrilevante. Soprattutto, pare evidente che la leadership Likud d’Israele non abbia mai voluto che fosse istituito uno stato palestinese indipendente. Netanyahu promise nella campagna presidenziale del 2014 in Israele che uno stato palestinese non sarebbe mai giunto all’esistenza fintanto che lui fosse capo d’Israele.

Forse, più fondamentale, il movimento dei coloni ha superato un punto di ritorno. Ci sono oltre 600.000 coloni israeliani che vivono in oltre 130 insediamenti sparsi in tutta la Cisgiordania e Gerusalemme.Est. I capi dei coloni credono che gli insediamenti abbiano cambiato talmente la mappa d’Israele da escludere qualunque possibilità di una Palestina indipendente, e ora prevedono che la popolazione dei coloni cresca a 2 milioni per consolidare il punto.

Sì, l’Autorità Palestinese è sembrata a lungo accettare anche uno stato territorialmente monco, cedendo sovranità ai blocchi d’insediamenti lungo il confine, ma insistendo per la propria capitale a Gerusalemme. Un ampio spettro di capi politici israeliani concorda sul future di Gerusalemme come non-negoziabile, e che la città resterà per sempre unificata sotto l’esclusiva sovranità e amministrazione israeliana. A tali condizioni si può sicuramente concludere che non è più plausibile considerare seriamente il percorso di pace a due stati fra i due popoli

La sistemazione araba è tenue

Israele sente una pressione lieve a cercare un compromesso politico alle attuali condizioni. Con Trump alla Casa Bianca e i governi arabi lanciati verso la normalizzazione e l’accomodamento, capi e opinione pubblica sembrano maldisposti a fare concessioni per amor di pace. Pertanto, mantener viva la non-soluzione zombie a due stati è un modo di procedure con I continui sforzi d’lsraele di espandere gli insediamenti intanto che attua la sua versione coercitiva di soluzione a uno stato.

Ci sono forti ragioni di temere che questa fiducia israeliana che le esigenze di diritti palestinesi possano essere indefinitamente ignorate sia prematura ed è probabile che venga scossa da avvenimenti nel prossimo futuro. Fra l’altro, le mosse arabe verso la normalizzazione sono instabili come del resto tutta la regione. Se c’è un rinnovo delle insurrezioni arabe nello spirito del, è quanto mai possibile che il sostegno all’autodeterminazione palestinese schizzi in cima all’agenda politica regionale, più forte che mai prima. La gente araba, distinta dai governi, continua a sentire profondi legami di solidarietà verso i propri fratelli e sorelle palestinesi.

Oltre a ciò, se la presidenza Trump venisse sconfitta nel 2020, ci sarebbe probabilmente una rivalutazione israeliana dei propri interessi, prospettiva rafforzata da segni che il sostegno ebraico incondizionato a Israele sta nettamente affievolendosi, anche negli Stati Uniti. Inoltre, il movimento globale di solidarietà a sostegno del movimento nazionale palestinese sta diffondendosi e crescendo. Diventa più militante, coinvolgendo l’opinione pubblica moderata globale, e ha il beneficio simbolico di un forte sostegno in SudAfrica, che considera la lotta per i diritti palestinesi analoga alla propria campagna anti-apartheid.

Che cosa prossimamente?

Emergono due conclusioni da quest’analisi: primo, un affidamento protratto sulla diplomazia dei due stati in un ambito che si basa sugli Stati Uniti come intermediario o sensale di pace è ormai irrilevante e screditato. A questo punto è solo una distrazione. Secondo, nonostante i recenti progressi d’lsraele nel farsi accettare in Medio Oriente e il suo sostegno unilaterale a Washington, il movimento nazionale palestinese persiste, e a certe condizioni costituirà una minaccia per il futuro d’Israele.

Alla luce di tali conclusioni, che cos’è meglio fare? Parrebbe che solo un singolo stato democratico e laico possa far valere l’autodeterminazione per ambo i popoli, offrendo una promessa di pace sostenibile. Avrebbe bisogno di essere attentamente presa in visione e promossa con salvaguardie internazionali nel percorso d’attuazione. Non sembra una possibilità pratica al momento, ma avanzarla come l’unico risultato che può essere considerate giusto evita la disperazione e mantiene speranze di una pace umana per quando il tempo sia maturo. Un tale esito comporterebbe una modifica essenziale degli obiettivi israeliani.

In una tale situazione binazionale, lo stato singolo di nuova creazione potrebbe offrire patrie agli ebrei e ai palestinesi, intanto che si troverebbe per il nuovo stato un nome congeniale ad ambo i popoli. Forse questo non avverrà mai, ma è la visione più sostenibile di un future pacifico che risponda a decenni di fallimento diplomatico, di massiccia sofferenza e abuso dei palestinesi, e riconosce l’autorità morale e il vigore politico della resistenza nazionale e della solidarietà globale, una vittoria legislativa di quel non-riconosciuto Parlamento dell’Umanità.

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Richard Falk is a member of the TRANSCEND Network, an international relations scholar, professor emeritus of international law at Princeton University, author, co-author or editor of 40 books, and a speaker and activist on world affairs. In 2008, the United Nations Human Rights Council (UNHRC) appointed Falk to a six-year term as a United Nations Special Rapporteur on “the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967.” Since 2002 he has lived in Santa Barbara, California, and taught at the local campus of the University of California in Global and International Studies, and since 2005 chaired the Board of the Nuclear Age Peace Foundation. His most recent book is Achieving Human Rights (2009).

M'illumino di meno: aderisce il Comune di Sansepolcro con l'Associazione Cultura della Pace

pubblicato 26 feb 2019, 07:44 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 27 feb 2019, 10:07 ]

Sansepolcro s'illumina di meno: Venerdì 1 Marzo una serie di iniziative dedicate al risparmio energetico

Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro per comunicare l'adesione all'iniziativa promossa dalla trasmissione radiofonica "Caterpillar", Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" nel 2016



La città di Piero si ‘illumina di meno’. Anche quest’anno il Comune di Sansepolcro aderisce a  M’illumino di Meno, la campagna di sensibilizzazione sul risparmio energetico promossa dalla trasmissione radiofonica Caterpillar – Radio 2 e giunta alla quindicesima edizione.

La “Giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili” è da sempre un appuntamento molto sentito dalla comunità biturgense. Nel 2016, l’Associazione Cultura della Pace ha conferito l’omonimo Premio Nazionale ai due conduttori Massimo Cirri e Sara Zambotti per il loro grande impegno nella tutela dell’ambiente, luogo ideale delle relazioni umane, interreligiose ed interetniche.

M’illumino di Meno 2019 è dedicato al tema del ‘ri-generare’: ri-penso il mio stile di vita, ri-fiuto la plastica, ri-passo ai fornelli, ri-pesco vestiti e oggetti, ri-spengo le luci. Come sempre, l’amministrazione comunale organizza un’ampia serie di iniziative in collaborazione con associazioni, scuole e ristoratori della città al fine di promuovere il risparmio energetico e gli stili di vita sostenibili.

Il primo appuntamento, in programma alle 18:30, sarà l'"aperitivo riciclato" organizzato dall'Associazione Cultura della Pace con la partecipazione degli studenti dell'Ite Fra' Luca Pacioli - Liceo Città di Piero. Dalle 19:00 alle 22:00 è quindi previsto lo spegnimento dell'illuminazione pubblica in Piazza Torre di Berta, Via Matteotti e Piazza Garibaldi.

Durante la serata, sarà inoltre possibile gustare una "cena a risparmio energetico" presso i ristoranti che hanno aderito al progetto: Ristorante Al Coccio, Osteria dei Poeti, Relais Oroscopo, Ristorante Fiorentino, Enoteca Berghi, Osteria La Ghianda. Tutti i locali proporranno un proprio menu' caratterizzato dal basso consumo energetico per la preparazione dei piatti.

Le iniziative dedicate all’ambiente non terminano qui: proprio in questi giorni è in fase di ultimazione il nuovo progetto Pedibus per i giovani studenti delle scuole cittadine. L'Assessorato all’ambiente ha predisposto assieme all'Ufficio Tecnico comunale due percorsi da circa 350 metri che i bambini delle classi 3°, 4° e 5° della primaria faranno per raggiungere la scuola a piedi.

Il primo, rivolto ai ragazzi della De Amicis, vedrà il ritrovo a Largo Caponnetto, Falcone, Borsellino in direzione di Piazza S. Chiara. Il secondo, rivolto ai ragazzi della Collodi, vedrà il ritrovo in Piazza Gramsci in direzione del Campaccio. Il progetto, che prenderà il via a partire dal mese di maggio, è promosso dal comitato Nessun’isola assieme a Comune ed Istituto Comprensivo e in collaborazione con il gruppo scout Agesci Valtiberina 1.

Ecco l'acqua di tutti

pubblicato 14 feb 2019, 10:12 da Cultura della Pace

Acqua - Finalmente in Parlamento. In questi mesi ci giochiamo tutto sull’acqua

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Padre Alex Zanotelli, Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" nel 2004 

C’è bisogno di una mobilitazione forte perché il Parlamento finalmente approvi una legge sull’acqua che rispetti il Referendum del 2011. In quell’occasione ventisei milioni di cittadini hanno votato che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto su questo bene così prezioso e scarso.

Otto anni sono passati da quell’evento e ben cinque governi si sono succeduti in questo paese senza tradurre la volontà popolare in legge. Anzi, tutti e cinque hanno favorito la privatizzazione dell’oro blu.

È una vergogna!

Ma i comitati per la gestione pubblica dell’acqua insieme al Forum non hanno mai smesso di ricordare ai politici il dovere di obbedire al Referendum, consci che l’acqua è uno dei beni comuni più fondamentali. Un bene oggi messo in pericolo dal surriscaldamento del pianeta: avremo sempre meno acqua potabile disponibile.

Ecco perché le multinazionali cercano di mettere le mani sull’oro blu per venderlo, come hanno fatto per il petrolio. Sarebbe una tragedia per l’umanità, soprattutto per i più poveri. Per fortuna che papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’ è venuto a ricordare a tutti che «l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano, essenziale, fondamentale e universale perché determina la sopravvivenza delle persone». Non solo, ma aggiunge che è un «diritto alla vita». Un termine, in campo cattolico, usato per l’aborto e l’eutanasia!

«Questa affermazione è di radicale importanza – afferma la teologa americana Christiana Peppard – ed è un contributo essenziale al dibattito pubblico nell’era della globalizzazione economica».

Mossi da questa profonda convinzione non abbiamo mai smesso in questi anni di premere perché i governi obbediscano al Referendum. Solo con i governi Renzi e Gentiloni, la commissione Ambiente della Camera aveva preso in considerazione la legge di Iniziativa Popolare, proposta dal Forum e dai Comitati, ma l’aveva poi stravolta. E noi l’avevamo ripudiata.

Ora con il governo gialloverde la Commissione Ambiente della Camera ha di nuovo ripreso in mano il testo originale della legge e il 30 gennaio scorso l’ha approvato. E nella prima settimana di marzo questo disegno di legge verrà discusso alla Camera.

È un momento importante e cruciale questo.

Sappiamo bene, che questo Disegno di Legge, che prevede la ripubblicizzazione dell’acqua con il meccanismo dell’Azienda Speciale (come abbiamo a Napoli), avrà una forte opposizione in Parlamento. Dobbiamo tutti mobilitarci.

Per questo il Forum dei movimenti per l’acqua invita i rappresentanti dei Comitati alla Assemblea Nazionale che si terrà a Roma il 23 febbraio al Millepiani Coworking.

È un momento storico questo per l’acqua nel nostro paese, per cui lanciamo un pressante appello a:

* Comitati dell’acqua, perché facciano pressione sui parlamentari della propria regione sia per telefono o web con mailbombing;

* CGIL, UIL, CISL, perché si schierino per la gestione pubblica dell’acqua e premano sul Parlamento;

* ACLI, AGESCI, Azione Cattolica, ecc.. perché, come si sono spesi per il Referendum, si impegnino ora per la nuova legge;

* Conferenza Episcopale Italiana (CEI), perché sulla scia di papa Francesco, prenda posizione sulla ripubblicizzazione;

* Parroci e sacerdoti, perché aiutino i fedeli a capire, con le parole di papa Francesco, quanto sia importante la ripubblicizzazione dell’acqua;

* Giornalisti, perché aiutino a rompere il silenzio mediatico su questo tema;

* Cittadini, perché facciano sentire la loro voce utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione.

Credenti e laici, insieme, possiamo ottenere una prima grande vittoria parlamentare per il più importante dei beni comuni. L’Italia sarebbe la prima nazione della Ue a fare questo, un esempio che potrebbe trascinare il resto dell’Europa a fare altrettanto.

Diamoci tutti da fare per questa legge che ripubblicizza l’acqua, che è la Madre della vita.

È mai possibile privatizzare la madre? Diamoci da fare perché vinca la vita.

Le verità

pubblicato 7 feb 2019, 07:05 da Cultura della Pace

Oxfam-Borderline: migrazioni, scacco matto ai diritti umani

Un nuovo report denuncia come a due anni dalla firma, l’accordo Italia-Libia, sostenuto dall’Ue, continui a causare morte nel Mediterraneo e violazioni dei diritti umani: 5.300 in due anni e 143 morti su 500 arrivi solo nel 2019. In migliaia sono detenuti in condizioni disumane nelle carceri libiche. 15 mila migranti sono stati riportati indietro l’anno scorso dalla Guardia costiera libica, alimentando così il traffico di esseri umani.

Per un’Europa che accoglie si può sostenere la campagna Welcoming Europe QUI

Sul sito www.borderlinesicilia.org un articolo sull'accordo Italia-Libia. Le conseguenze sui diritti umani di Borderline Sicilia Onlus, menzione speciale al Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" nel 2014


Migranti, accordo Italia-Libia: inefficace e contrario ai diritti umani


Accordo Italia-Libia: scacco ai diritti umani in 4 mosse, il nuovo rapporto diffuso oggi da Oxfam Italia e Borderline Sicilia, analizza la strategia messa in atto dal governo italiano e dall’Ue, che – incurante dei vincoli del diritto internazionale – mostra tutta la sua inadeguatezza nella gestione di politiche di ingressi regolari nel nostro continente e di meccanismi di redistribuzione automatica dei migranti tra gli Stati membri.Roma, 1 febbraio 2019 – A due anni dalla firma, l’accordo Italia-Libia sulle migrazioni, sostenuto dall’Unione europea, continua a produrre morti nel Mediterraneo e a favorire la detenzione nei centri libici di migliaia di uomini, donne e bambini in fuga da guerre e fame. In due anni, sono annegate 5.300 persone, di cui 4000 solo nella rotta del Mediterraneo centrale.

Proprio a partire dall’accordo Italia – Libia di due anni fa, sono quattro le mosse che secondo la nostra analisi hanno causato un vero e proprio scacco ai diritti umani, generando effetti disastrosi sul tasso di mortalità nella rotta del Mediterraneo centrale con 1 vittima ogni 38 arrivi nel 2017 a 1 ogni 14 nel 2018. – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per la crisi migratoria di Oxfam Italia – Si sono contati 1.311 tra morti e dispersi lo scorso anno e allo stesso tempo sono peggiorate drammaticamente le condizioni di vita dei migranti in Libia. È necessaria un’inversione di rotta, verso l’attuazione di politiche di aiuto e cooperazione improntate al rispetto dei diritti umani e alla costruzione di un ambiente sicuro in Libia e in Europa”.

“Riteniamo gravissimo che a due anni di distanza dalla firma del memorandum (mai ratificato dal Parlamento), alla luce degli innumerevoli rapporti internazionali che hanno denunciato la mancanza del rispetto dei diritti umani e la forte instabilità che continua a caratterizzare la Libia, l’Italia e l’Europa perseverino in politiche migratorie che saranno ricordate dalla storia come un crimine contro l’umanità”aggiunge Paola Ottaviano, avvocato di Borderline Sicilia.

Ecco quindi le 4 mosse attraverso cui l’Italia e di conseguenza l’Europa, hanno scavalcato il diritto internazionale, prevaricando di fatto i diritti umani dei migranti.

Mossa numero 1: Guardia Costiera libica, un attore illegittimo

Se la Libia non è un porto sicuro, come più volte ribadito anche a livello europeo, si può continuare a ritenerla attore legittimo di una zona di ricerca e soccorso con la sua Guardia costiera? Secondo le stime in questo momentoserve solo a intrappolare migliaia di migranti, esponendoli a sistematiche e quotidiane violazioni, torture e abusidi ogni sorta, in campi di detenzione equiparabili a lager ufficiali e non ufficiali. Mentre secondo le stime sarebbero circa 600mila i migranti bloccati nel Paese.

“[…] La prigione di Bani Walid era un hangar mentre a Sherif eravamo rinchiusi in un tunnel sotterraneo dove si viveva costantemente al buio. In tutto ho vissuto un anno e mezzo di detenzione in entrambe le prigioni, dove tutti vivevamo in condizioni terribili, con tantissime persone che si ammalavano – ha raccontato A.A. eritreo, 28 anni, rapito da una delle tante bande libiche, agli operatori di Oxfam e Borderline – Le persone ammalate non ricevevano cure. In molti sono morti e sono stati sepolti come animali. Le donne invece venivano violentate di fronte a noi. Venivamo picchiati ogni giorno dalle guardie carcerarie, che ci hanno costretto a chiedere un riscatto alle nostre famiglie”.

Un film dell’orrore che si interrompe, a quanto pare, solo durante le ispezioni delle Nazioni Unite nei campi di detenzione. “Nei giorni in cui il personale delle Nazioni Unite è venuto dove eravamo detenuti ci hanno trattato bene, permesso di lavarci, vestirci, mangiare e fatto fare un check up medico – ricorda R.M. guineano, 26 anni, rapito da una delle bande di strada di Tripoli – Non appena però lo staff delle Nazioni Unite se ne è andato, le cose sono cambiate immediatamente. Ci hanno ripreso tutto quello che ci avevano dato: cibo, vestiti, sapone”.

“Nel 2018, la guardia costiera libica ha intercettato 15.000 persone e le ha riportate indietro esponendole nuovamente a condizioni disumane – aggiunge Pezzati –Attualmente, 6.400 persone sono intrappolate in luoghi di detenzione ufficiali in Libia, ma molte di sono detenute in ‘carceri non ufficiali’, alcune delle quali gestite direttamente da gruppi armati libici. Non solo: secondo l’ONU, anche i centri ufficiali in diversi casi sono gestiti dalle stesse persone che sono coinvolte nella tratta di esseri umani e nel traffico di persone – che proprio l’UE e l’Italia si sono impegnate a combattere. Pertanto, riportare i migranti in Libia non fa che alimentare il traffico di esseri umani”.

Mossa numero 2: Da Triton a Themis, meno approdi in Italia ma più rischi per i migranti.

La principale novità introdotta su richiesta del governo italiano, prevede l’obbligo di sbarco dei migranti e dei naufraghi soccorsi, nel porto più vicino al punto in cui è stato effettuato il salvataggio in mare e non più automaticamente in un porto italiano come succedeva con la missione Triton. Inoltre la linea di pattugliamento delle unità navali coinvolte è stata posta al limite delle 24 miglia nautiche dalle coste italiane, riducendo la zona operativa (Triton arrivava alle 30 miglia). Solo per le persone soccorse all’interno del limite diviene automatico lo sbarco in un porto italiano. Una condizione che espone di conseguenza uomini, donne e bambini innocenti, e in fuga da atrocità, a ulteriori rischi, indipendentemente dalla propria storia, condizione di vulnerabilità o dal paese di provenienza. Il tutto, mentre la rotta del Mediterraneo centrale si conferma la più pericolosa al mondo, con 937 morti e dispersi tra giugno e dicembre 2018 su un totale di 1.311 nell’intero anno.

Mossa numero 3: la politica dei “porti chiusi” e dei pericoli aperti.

Il governo in carica, raccoglie l’impostazione del precedente e la porta all’estremo iniziando una lotta corpo a corpo sia con altri stati membri sia con le imbarcazioni che soccorrono naufraghi. Il caso dell’imbarcazione Lifeline, il secondo dopo quello dell’Aquarius costretta a dirigersi a Valencia dopo un tira e molla tra i vari governi europei, rappresenta il precedente che ha condotto il Consiglio europeo del giugno scorso a includere nelle sue Conclusioni la facoltà per gli Stati membri di subordinare lo sbarco a un accordo preventivo sulla redistribuzione dei migranti a bordoUna misura che sancisce la rinuncia a cercare soluzioni strutturali e che inaugura una fase in cui le decisioni vengono prese caso per caso.

Oltre alle condizioni disperate a cui sono sottoposti i migranti, come nei ben noti casi Lifeline, Diciotti e SeaWatch, il braccio di ferro tra gli stati europei, partito dall’Italia, continua e continuerà a mettere in pericolo la vita di persone vulnerabili,violando allo stesso tempo la Convenzione europea per i diritti dell’uomo agli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti). Questo però non sembra preoccupare l’attuale Governo italiano, che rifiutando l’autorizzazione allo sbarco sul proprio territorio a tutte le navi coinvolte in azioni di salvataggio in mare, non rispetta le norme del diritto interno e internazionale.

Mossa numero 4: il nemico alle porte, le Organizzazioni Non Governative.

Tra il 2014 e il 2017, le navi delle ONG nel Mediterraneo hanno salvato la vita di 114.910 persone, a fronte delle 611.414 soccorse, pari al 18,8% del totale. Nonostante questo la campagna di screditamento e criminalizzazione partita nel 2017 – che non ha generato alcuna condanna giudiziaria – ha determinato mancanza di soccorsi in mare; violazioni dei diritti umani ai danni dei migranti, perpetrati dalla Guardia costiera libica nel corso delle operazioni di salvataggio; ritardi nella segnalazione di naufragi, non denunciati anche per diversi giorni.

L’appello all’Italia e all’Europa

“Di fronte a tutto questo chiediamo con forza all’Italia di revocare l’accordo con le autorità libiche, in accordo con l’Ue e altri Paesi europei. – conclude Pezzati – Per questo oggi assieme a 50 organizzazioni abbiamo inviato una lettera aperta ai Governi degli stati membri, con la richiesta di impedire che i migranti salvati in mare vengano riportati nell’inferno della Libia. Allo stesso tempo, facciamo appello all’Italia affinché interrompa la politica dei porti chiusi e al contrario si faccia promotrice a livello europeo di una nuova missione salvataggio nel Mediterraneo. All’Unione europea chiediamo di fare tutti gli sforzi diplomatici possibili, affinché gli stati membri approvino nel Consiglio Europeo la Riforma del trattato di Dublino come votata dal Parlamento Europeo, con la previsione di una redistribuzione automatica dei richiedenti asilo”.

Per un’Europa che accoglie, si può sostenere la campagna Welcoming Europe su www.oxfam.it/welcoming-europe-europa-accoglie/

Ufficio stampa Oxfam Italia

Morire e far morire

pubblicato 7 feb 2019, 06:50 da Cultura della Pace

Giulio Regeni vittima della politica

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Bruno Cantamessa tratto da 

www.cittanuova.it racconta una storia di real politik


Risultati immagini per giulio regeni


Ricorre in questi giorni l’anniversario dell’omicidio di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016. Gli striscioni gialli Verità per Giulio Regeni sono appesi ovunque in Italia. Nel suo paese natale, Fiumicello Villa Vicentina in Friuli, la famiglia ha promosso come ogni anno un commovente momento di ricordo del ventottenne scomparso, trasmesso in collegamento televisivo nazionale su Rai1 (La vita in diretta). A Fiumicello c’era anche il presidente della Camera, Roberto Fico, che ha detto fra l’altro: «Quando sono andato a parlare con il presidente egiziano al-Sisi gli ho detto che l’Italia sa che sono stati gli apparati dello Stato egiziano a rapire, torturare e uccidere Giulio Regeni e lo Stato egiziano deve fare verità su se stesso».

Probabilmente è vero quello che ha detto il presidente Fico, solo che lo Stato egiziano non solo non vuole, ma probabilmente non può politicamente riconoscere questa verità. Ogni anno le persone che in Egitto improvvisamente scompaiono per motivi politici sarebbero diverse migliaia, quelle ritrovate morte almeno mille e forse altrettante quelle scomparse nel nulla. La gente in Egitto sa molto bene che basta una frase sospetta di dissenso per scatenare le indagini “legali” dei mukhabarat, i servizi segreti interni. Al-Sisi non può certo dare in pasto ai giudici italiani, e quindi al mondo, funzionari che sono abilitati dalla legge instaurata dal suo regime a operare arresti arbitrari e a praticare torture in nome della sicurezza nazionale.

E Giulio Regeni, certamente ben oltre le sue intenzioni, poteva – secondo un certo modo di vedere – essere sospettato di opporsi allo Stato: la docente di Cambridge e tutor di Regeni, l’anglo-egiziana Maha Mahfouz Abdel Abdelrahman, non ha mai nascosto la sua ostilità verso l’attuale presidente egiziano, e questo in certi ambienti dei servizi segreti sarebbe stato sufficiente per sospettare del ricercatore italiano. E il sospetto equivale forse già ad una colpa, se non ad una condanna, per qualche funzionario dei mukhabarat in cui Regeni può essersi imbattuto.

La magistratura italiana ha fatto tutto ciò che è in suo potere, pur avendo di fronte il muro di gomma di quella egiziana; ma c’è un altro lato da non sottovalutare nella scomoda storia legata dall’omicidio di Giulio Regeni, quello che riguarda l’atteggiamento dei governanti di casa nostra, e non solo degli attuali, oltre le dichiarazioni ufficiali. I rappresentant italiani, in pratica, non possono politicamente pretendere una verità che sarebbe troppo imbarazzante per i rapporti fra i due Paesi e per le implicazioni economiche che comporterebbe. L’Egitto è un partner commerciale di peso per l’Italia: sono almeno 150 le aziende italiane attive nel Paese e l’interscambio in crescita fra i due Stati si aggira ormai sui 5 miliardi di euro l’anno, senza contare i ricchi giacimenti di gas scoperti e gestiti dall’Eni, che non sono ancora entrati in produzione.

Ma l’aspetto più inquietante è la vendita di armi. Secondo dati della Gazzetta ufficiale dell’Ue, nel 2017 il governo Gentiloni ha autorizzato esportazioni di armi in Egitto per 7,5 milioni di euro e le aziende italiane con licenza, sempre nel 2017, hanno esportato verso il Paese delle piramidi 17,7 milioni di euro in forniture militari. Le vendite su licenza hanno comportato forniture di bombe, missili e siluri, apparecchiature elettroniche e spaziali, ma oltre 6 milioni di euro erano costituiti da prodotti chimici antisommossa, armi leggere e munizioni: in pratica si potrebbe in certo modo dire che le armi con le quali i mukhabarat avrebbero legalmente pedinato, catturato e ucciso Giulio Regeni potevano essere made in Italy, vendute legalmente da aziende italiane con licenza governativa.

Queste cifre e forniture non riguardano però solo il passato. Le aziende italiane di armi hanno fatto anche di meglio con l’autorizzazione del governo Conte: nel solo mese di luglio 2018 (dato Istat) si è per esempio registrato un picco di forniture di armi all’Egitto per un valore di quasi 2 milioni di euro. A Fiumicello il presidente Fico ha fatto anche una vaga allusione a possibili sanzioni se il governo egiziano non si deciderà a denunciare i responsabili dell’uccisione di Giulio Regeni: «Se sussiste questo stallo vanno rivisti i nostri rapporti economici», ha detto Fico. Non ha però detto se la revisione riguarderà gli acquisti di nitrati o le forniture di armi, e chi sarà così temerario da avanzare una misura del genere.

Basta armi

pubblicato 2 feb 2019, 10:13 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 2 feb 2019, 10:14 ]

La campagna in Campidoglio. "Fermiamo l'export di armi"

"Anche Roma approvi la mozione contro la vendita di bombe italiane usate in Yemen dai sauditi".
Sul sito www.beati.org si rilancia un articolo di Luca Liverani su Avvenire

"Basta con le esportazioni di bombe dalla Sardegna in Arabia Saudita e Yemen"


La battaglia dei Comuni contro l’export di armi italiane per bombardare lo Yemen arriva in Campidoglio. Dopo la mozione approvata all’unanimità ad Assisi, replicata a Cagliari (è sarda la fabbrica delle bombe), Bologna e Verona, la società civile chiede che anche Roma Capitale aderisca alla campagna dei Consigli comunali per chiedere al governo il rispetto della legge 185 del ’90, che vieta esplicitamente la vendita di armi a Paesi in guerra come l’Arabia Saudita. E i gruppi consiliari del Pd e di Sinistra x Roma abbracciano la causa.

A promuovere l’iniziativa nella sala del Carroccio in Campidoglio è il Movimento dei Focolari, assieme a una quindicina di sigle: Arci, Procivitate Christiana Assisi, Libera, Gruppo Abele, Fondazione Finanza Etica, Archivio Disarmo, Movimento Nonvio-lento, Rete della Pace, Pax Christi, Amnesty Internazional, Federazione chiese evangeliche in Italia, Rete disarmo, Città per la fraternità, Adista, Sardegna Pulita.

«Dal 2015 la guerra in Yemen ha ucciso anche 85mila bambini – ricorda Carlo Cefaloni, giornalista del periodico focolarino Città Nuova – e l’80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari. L’Italia esporta ordigni in Arabia Saudita, a capo della coalizione che combatte i ribelli Houthi so- stenuti dall’Iran. Ora per la fabbrica di Domusnovas, che nel 2001 venne convertita da produzioni civili a quelle militari con soldi pubblici, serve una riconversione perché l’area non può fare a meno di 150 posti di lavoro».

I governi italiani, quelli passati come l’attuale, sembrano ignorare la violazione della 185. Ma la campagna dell’associazionismo trova un alleato importante nei comuni. «La città di San Francesco ha una responsabilità in più – spiega in Campidoglio la sindaca assisana, Stefania Proietti – perché non possiamo essere pacifisti solo ogni due anni per la Marcia Perugia-Assisi». Oltre alla mozione apripista, la sindaca ricorda «l’appello contro l’export lanciato nel giorno di Santa Chiara, che un altro assisano, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, ha pubblicato».

Anche Cagliari ha seguito l’esempio della città del Poverello. Un atto politico che non ha impedito al vicino Comune di Iglesias di autorizzare la richiesta della Rwm di triplicare la superficie degli impianti. «Il 6 febbraio organizzeremo un presidio davanti alla Farnesina – annuncia Angelo Cremone di Sardegna Pulita – dove ha sede l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) e depositeremo una denuncia penale. L’Italia smetta di essere complice del massacro dei bambini yemeniti».

E la battaglia raccoglie consensi nell’aula Giulio Cesare. «Calendarizzeremo subito la mozione 'Stop bombe per la guerra in Yemen' – si impegna il capogruppo dem Antongiulio Pelonzi – per raccogliere questa onda che nasce dal basso. Al massimo entro la prossima settimana». Concorda Stefano Fassina di Sinistra x Roma: «Nella crisi dei partiti i Comuni hanno assunto una importante funzione politica. Roma Capitale ospita istituzioni internazionali, non possiamo occuparci solo di buche, dobbiamo dare una scossa al Parlamento.

Gran parte dei profughi arriva da aree in cui esportiamo armi». Anche Don Tonio Dell’Olio, presidente di Pro Civitate Christiana e membro di Libera, ricorda il successo della legge 190 sull’uso sociale dei beni sequestrati ai mafiosi: «Lo stesso parametro va implementato per la riconversione della Rwm».

Caterpillar, Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" in azione

pubblicato 2 feb 2019, 10:00 da Cultura della Pace

M'illumino di meno                                                                           Sul sito www.raiplayradio.it l'appello di Caterpillar, Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro", per il risparmio energetico

M'illumino di Meno è la giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili, ideata nel 2005 daCaterpillar e Rai Radio2 per chiedere ai propri ascoltatori di spegnere tutte le luci che non sono indispensabili. Un'iniziativa simbolica e concreta che fa del bene al pianeta e ai suoi abitanti.

M'illumino di Meno torna il primo Marzo 2019 ed è dedicata all'economia circolare. L'imperativo è riutilizzare i materiali, ridurre gli sprechi, allontanare "il fine vita" delle cose. Perché le risorse finiscono, ma tutto si rigenera: bottiglie dell'acqua minerale che diventano maglioni, carta dei giornali che ritorna carta dei giornali, una cornetta del telefono diventa una lampada, fanghi che diventano biogas. Dall'inizio di M'illumino di Meno, in 15 anni, il mondo è cambiato.

L'efficienza energetica è diventata un tema economico rilevante e le lampadine ad incandescenza che Caterpillar invitava a cambiare con quelle a risparmio energetico, adesso, semplicemente, non esistono più. Ma spegnere le luci e testimoniare il proprio interesse al futuro dell'umanità resta un'iniziativa concreta, non solo simbolica, e molto partecipata.
Si spengono sempre le piazze italiane, i monumenti - la Torre di Pisa, il Colosseo, l'Arena di Verona-, i palazzi simbolo d'Italia - Quirinale, Senato e Camera - e tante case dei cittadini. Si sono spenti per M'illumino di Meno la Torre Eiffel, il Foreign Office e la Ruota del Prater di Vienna. In decine di Musei si organizzano visite guidate a bassa luminosità, nelle scuole si discute di efficienza energetica, in tanti ristoranti si cena a lume di candela, in piazza si fa osservazione astronomica approfittando della riduzione dell'inquinamento luminoso.
M'illumino di Meno è diventata anche la festa degli stili di vita sostenibili, quelli che fanno stare bene senza consumare il pianeta. C'è mancato poco che diventasse legge dello Stato: due proposte, allaCamera e al Senato, hanno chiesto l'istituzione della Giornata nazionale del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili. L'economia circolare è una buona, anzi ottima, pratica sostenibile: dà alle cose una seconda opportunità, poi una terza e altre ancora. La bellezza del senza fine.

 

M'Illumino di Meno 2019

 

Ri-generare

La Terra è stanca.

Usurata, sfinita, a rischio. Ce lo dice con il clima che cambia. La Terra – ci piace pensarla come Terra Madre - è logorata dall'uomo è dalla sua economia lineare. Quella che estrae le materie prime, scava, coltiva, spreme il pianeta. Quella che trasforma le materie in oggetti, beni - cose utili e cose inutili - utilizzando molta energia; quella che ci chiede di usare le cose - un po', tanto oppure poco – e poi di buttarle. Le cose diventano rifiuti, bisogna trovare dove metterli e cercare altre materie prime. Ci sono molte pressioni perché le cose durino poco, l'economia lineare ha fretta.

L'economia lineare consuma la Terra. Le materie prime non sono infinite, la Terra non è infinita: ha i suoi limiti e ha cominciato a farcelo capire. 

La salvezza del genere umano sulla Terra passa dall'economia circolare: riutilizzare i materiali, ridurre gli sprechi, abolire “il fine vita”, mantenere, recuperare, rigenerare. Tenere il più possibile in circolo.

L'economia circolare ha cominciato come una nicchia – tutto comincia con poco – adesso sta diventando economia vera. Ci investono grandi aziende, nascono nuove occupazioni.

L'Italia è tra i leader mondiali nell'economia circolare. Nel riciclo degli imballaggi siamo i primi. Possiamo esserne orgogliosi e fare di più. “L'economia circolare deve sostituire quella lineare perché le risorse mondiali non sono infinite e sprecare non ha senso”, parole del Ministro dell'Ambiente.

L'economia circolare è quella di una seconda opportunità. E di una terza e di altre ancora. Senza fine.

L'economia circolare ha un messaggio profondo: ci dice che le cose non finiscono mai. Si rigenerano: bottiglie dell'acqua minerale che diventano maglioni, carta dei giornali che ritorna carta dei giornali, una cornetta del telefono diventa una lampada, fanghi che diventano biogas e molto altro. Tutto può diventare altro.

Ri-uso

Ri-creo Laboratori nelle scuole, inventiva per dare nuova vita agli oggetti 

Ri-passo in padella

Ri-salto il risotto

Ri-metto in tavola. Una cena antispreco che svuota il frigo e finisce gli avanzi 

Ri-acchiappo: in Svezia lo chiamano “plogging”, corro o cammino e intanto raccolgo i rifiuti

Ri-ciclo creativo, Ri-utilizzo, Ri-ciccio: in inglese si dice “upcycling”. Utilizzo materiali di scarto, cose da gettare, per creare nuovi oggetti con un valore maggiore del materiale originale. 

Ri-pesco: organizzo uno “swap party”, una festa in cui è possibile scambiarsi capi d’abbigliamento, accessori, cose

Ri-vedo vecchi amici a una cena antispreco 

Ri-penso il mio stile di vita

Ri-qualifico un quartiere. Sono il sindaco, lo posso fare

Ri-lamo il parquet invece di cambiarlo

Ri-fiuto la plastica

Ri-spetto l'ambiente e le idea degli altri. Anche se non spengono le luci per M'illumino di Meno

Ri-spengo le luci. E' M'Illumino di Meno

 

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