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Un silenzio assordante

pubblicato 4 lug 2018, 07:32 da Cultura della Pace

Rompiamo il silenzio sull’Africa

Appello di Alex Zanotelli ai giornalisti perchè abbiano il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa

Sul sito www.perlapace.it Padre Alex Zanotelli, Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" nel 2004 lancia un appello per conoscere meglio la situazione africana, origine dei tanti problemi che stiamo affrontando


Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti italiani: “Rompiamo il silenzio sull’Africa”

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti  la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e  perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!)

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.  Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa  come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un ‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

Aumento delle spese militari

pubblicato 4 lug 2018, 07:27 da Cultura della Pace

I Trenta denari della Difesa 

Sorpresa: con il ‘cambiamento’ le spese militari aumentano

La Ministra della Difesa del governo giallonero, Elisabetta Trenta, ha rilasciato un’intervista alla rivista americana specializzata Defense News, nella quale, oltre a confermare l’impegno italiano nel programma F35 (con tanti saluti ai pentastellati che facevano l’opposizione pacifista), ribadisce che l’Italia punta a raggiungere l’obiettivo Nato di spesa per la Difesa del 2% del prodotto interno lordo entro il 2024.  Il Parlamento se ne farà una ragione.

Tratto dal sito www.serenoregis.org, un articolo di Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento e nostro Socio Onorario



La Difesa in Italia costa già tantissimo, attualmente 64 milioni al giorno, eppure il governo “del cambiamento” vuole raddoppiare le spese militari nei prossimi sette anni: sulla proiezione di aumento, stando alle stime ufficiali della Difesa, si tratterebbe di ulteriori 16 miliardi annui, che sommati ai reali 23 attuali farebbero oltre 39 miliardi all’anno!

Portare la spesa militare al 2% del PIL significherebbe dunque arrivare a quasi 40 miliardi all’anno, cioè a più di 100 milioni al giorno. Una spesa insostenibile: dove pensano di trovarli questi soldi aggiuntivi? Tagliando le pensioni di tutti i lavoratori (oltre che i vitalizi) e aumentando le tasse?

La richiesta, perentoria, che l’Italia aumenti le spese militari fino al 2% del PIL, viene direttamente dalla NATO, ed è stata ribadita da Trump (in realtà è un accordo politico informale e non sarebbe  vincolante), ma l’attuale governo italiano vuole essere il primo della classe.

La ministra della Difesa ha citato il suo incontro con il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton: “Gli Stati Uniti sono il nostro storico alleato, non ne abbiamo mai dubitato”.

L’Italia, secondo i dati dell’autorevole Istituto SIPRI (confermati dall’Osservatorio sulle spese militari Milex) spende già l’1,4%, in media con i Paesi NATO (USA esclusi).

La maggior parte dei Paesi europei spende molto meno del 2% : la Germania è all’1,2%, come la Spagna e l’Olanda. Ci sono Paesi come il Canada all’1%.  Solo la Grecia spende ben oltre il 2%  del Pil (obbligata dagli accordi internazionali di “salvataggio”) ma sappiamo bene in quale drammatica situazione economica si trovi il governo di Atene.

In Italia si spende sempre di più in armamenti “tradizionali”come cacciabombardieri, missili, carri armati e navi da guerra (+85 per cento in 10 anni). I fondi specifici per nuovi sistemi d’arma sono al 28% del totale, superiori addirittura alla media europea che è del 20% e degli Stati Uniti che sono al 25%. Questo avviene perché si comprano sempre più armamenti, a partire dagli F-35, che costano 14 miliardi, senza pensare ai costi successivi necessari per la loro manutenzione (il nuovo governo, dice la Ministra,  non taglierà gli ordini, ma allungherà il piano di acquisto perchè “intende valutare i vantaggi industriali e tecnologici per l’Italia, gli interessi nazionali”).

C’è poi la nuova flotta navale, circa 5,4 miliardi di euro o gli 800 nuovi carri armati per oltre 5 miliardi. Proporzionalmente spendiamo già più di tutti: un aumento (in termini reali) di oltre il 10% della spesa per le forze armate, a fronte di aumenti del 3% della Germania, dello 0,6% della Francia e 0,7% della Gran Bretagna. Un incremento maggiore persino rispetto a Stati Uniti (+1,7%), Russia (+5,9%) e Cina (+5,4%).

E la nuova Ministra, che fa? Dice che bisogna fare ancora di più.

Ora si capisce cosa intendevano dire i due Capi politici firmatari del “contratto per il governo del cambiamento” quando nello striminzito capitolo dedicato alla Difesa hanno scritto “È imprescindibile la tutela dell’industria italiana del comparto difesa”; intendevano dire “aumento delle spese militari”. Ecco il cambiamento: da 23 miliardi a 40 miliardi all’anno. Bel cambiamento!


Mao Valpiana è Presidente del Movimento Nonviolento

I dati citati sono tratti dagli studi del Sipri e dell’Osservatorio Mil€x

Dati essenziali

pubblicato 4 lug 2018, 07:17 da Cultura della Pace

Rifugiati e migranti, una questione globale

Sul sito www.unimondo.org Lia Curcio analizza i dati riguardanti quanti fuggono dal paese di origine per crearsi una nuova esistenza. Dati essenziali per capirci qualcosa e trovare soluzioni efficaci, al di là di facili slogan


Per il quinto anno consecutivo i rifugiati nel mondo aumentano. Per il quinto anno consecutivo il numero dei profughi è un record. Il rapporto Global Trends dell’UNHCR - Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, presentato il 20 giugno scorso, ha conteggiato nel 2017 ben 68,5 milioni di profughi. Mai così tanti. La proporzione, per farci comprendere meglio la portata di questa tragedia umanitaria, è di una persona ogni 110 nel mondo.

Di queste persone, 25,4 milioni hanno abbandonato tutto, fuggendo dal proprio paese; 40 milioni non hanno più nulla e sono sfollate all’interno del proprio paese; 3,1 milioni sono i richiedenti asilo in attesa di ottenere protezione in base ai diritti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Rispetto al 2016, ci sono 16,2 milioni di nuovi rifugiati: significa che per ogni giorno del 2017,44.400 persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa. Metà della “popolazione rifugiata” è composta da bambinie adolescentie 173.800 sono i minori non accompagnati. 

Secondo l’UNHCR, i principali eventi che hanno aggravato il numero di rifugiati nel mondo sono le crisi irrisolte in Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Afghanistan, la guerra in Sud Sudan e in Siria e l’esodo della minoranza Rohingya dal Myanmar che, in soli 100 giorni tra giugno e agosto 2017, ha visto fuggire 655.500 persone in Bangladesh per salvarsi dai massacri di cui questa popolazione è vittima.

Dovrebbe far riflettere noi europei il dato, che conferma quanto già registrato nel 2016, per cui l'85% dei nuovi rifugiati sono stati accolti in paesi in via di sviluppo.  Solo un paese europeo, la Germania, rientra tra i primi otto paesi che accolgono profughi in fuga da guerre e violenze: la Turchia oggi ospita il maggior numero di rifugiati (3,5 milioni di persone)seguita dal Pakistan, l’Uganda, il Libano, l’Iran, la Germania (970.000 persone), ilBangladeshe ilSudan.Complessivamente, il 63% di tutti i rifugiati di cui si occupa l’UNHCR, si trova in soli 10 paesi. Sul fronte dei ritorni, il rapporto dell’UNHCR ci dice che circa 5 milioni di persone hanno potuto tornare alle loro case nel 2017 ma tra queste, c’è chi è rientrato in maniera forzata ed in contesti assai precari.

Qualche giorno fa, il 25 giugno 2018, l’UNHCR ha presentato a Ginevra il Report sulle proiezioni 2019 rispetto alle necessità di reinsediamento dei rifugiati denunciando un gap trail numero di rifugiati che necessitano di essere ricollocati, e i posti resi disponibili dai governi nel mondo. Si stima che, nella situazione prospettata ci vorrebbero 18 anni per i rifugiati più vulnerabili per trovare una nuova casae tentare di ricostruire una vita al di fuori di un campo profughi o lontano da un paese in cui sono in pericolo di vita.

Nella sua comunicazione del 25 giugno, l’Alto Commissionario dell’UNHCR Filippo Grandi ha sottolineato: “In Niger proprio la scorsa settimana ho visto come il reinsediamento stia letteralmente salvando vite. Stiamo evacuando rifugiati salvati dalle orrende condizioni in Libia per insediarli prima in Niger poi in altri paesi. Abbiamo bisogno di nuovi posti per il reinsediamento”. 

Sempre recentemente, in vista delle negoziazioni europee sui temi delle migrazioni che si chiuderanno entro fine giugno, l’UNHCR ha dichiarato come “L’Europa oggi non sia più al centro di una crisi migratoria o di rifugiati. I numeri degli arrivi nel Mediterraneo sono ai livelli pre-2014.Oltre 9 persone su 10 costrette alla fuga nel mondo si trovano fuori dall’Europa, nei loro paesi o in quelli immediatamente vicini: paesi per lo più del sud del mondo. Per rispondere a questa sfida globale ed affrontare le cause che spingono i rifugiati ad intraprendere viaggi pericolosi verso l’Europa e altrove, sono necessari aiuti ai paesi che ospitano i rifugiati e posti per il reinsediamento, destinati ai rifugiati vulnerabili affinché siano trasferiti in modo legale e sicuro in nuovi paesi. Le politiche dell’UE in materia di asilo possono e dovrebbero fornire un esempio su come gestire le crisi di rifugiati con compassione e solidarietà”

È inoltre in arrivo entro luglio 2018, la prima definizione del Global Compact on Refugees un accordo internazionale le cui negoziazioni sono state avviate nel febbraio 2018 dall’ONU, insieme a quelle del Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration con l'obiettivo di istituire la cooperazione tra stati e con i soggetti non governativi, sui temi rifugiati e migranti, da lungo tempo non affrontati in sede ONU a causa delle divisioni che tali tematiche scatenano. Su questi aspetti è disponibile il Policy Brief di Concord, network delle Ong in Europa per lo sviluppo e l’emergenza che sottolinea: “L’attenzione ONU per le migrazionideriva in larga parte dalla crisi politica europeaseguita al relativo aumento degli arrivi di migranti e rifugiati nel 2015 e 2016”e mette in guardiadalrischio chel’approccio di esternalizzazione e restrizione delle politiche migratorie e di asilo sostenuto dall’Europa, e l’uso strumentale della cooperazione internazionale ad esso collegato, possano essere incorporati all’interno dei Global Compact.

I prossimi mesi saranno decisivi e per riprendere le parole di Filippo Grandi, Alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati, possiamo concludere che “Siamo ad una fase di svolta, dove il successo nella gestione degli esodi forzati a livello globale richiede un approccio nuovo e molto più complessivo, per evitare che alcuni paesi e comunità vengano lasciati soli ad affrontare tutto questo”.

#againstwarfornonviolence

pubblicato 17 giu 2018, 10:39 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 17 giu 2018, 11:30 ]

Grande serata tra musica e nonviolenza
Una grande serata di musica tra riflessioni storiche a cento anni dalla fine della prima guerra mondiale. Un solo canto: la nonviolenza è il varco attuale della storia



Una serata particolare quella vissuta il 15 Giugno 2018 presso la Pizzeria "Lo Ziaccio" di Sansepolcro. Dieci perfomance musicali, di vario genere e tipologia, hanno permesso una riflessione a un secolo dalla fine di quell'inutile strage che fu la prima guerra mondiale. Un sapiente Andrea Franceschetti ha preso per mano il pubblico facendo attraversare, tra le suggestioni musicali presenti, le pieghe delle storia, per scoprire l'inutilità della violenza quale mezzo di risoluzione dei conflitti, portandolo alla consapevolezza della nonviolenza.

Un nutrito pubblico ha partecipato all'iniziativa, promossa dalla nostra associazione in collaborazione con il Comune di Sansepolcro, Assessorato alla Cultura, stupendosi ed emozionandosi davanti alle straordinarie performance degli artisti che, con tanta generosità, hanno aderito alla serata.

I numeri tremendi della prima guerra mondiale, accompagnati da riflessioni sulla necessità di scelte nonviolente, sono stati il sottofondo di una serata musicale che ha visto, ancora una volta, esposte insieme le bandiere dell'Italia e dell'Austria, una volte nemiche, oggi, invece, chiamate a dar voce ad un'Europa unita e attenta ai diritti dell'Uomo.

Di seguito gli artisti che si sono susseguiti, ai quali va il nostro più profondo ringraziamento per la generosità, disponibilità e professionalità dimostrate oltre al plauso di chiunque abbia avuto l'occasione di ascoltarli:

Michele Braganti

Agnese e Francesco Nania

In Itinere

PLS

BARONE

Noemi Umani

Virginia Agnoli

Tommaso Zazzi

Kevin Koci

Ed Menichella

Potrete trovare nella nostra pagina Facebook le varie performance che via via pubblicheremo

Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" e Premio Nazionale "Nonviolenza"

pubblicato 12 giu 2018, 04:01 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 19 giu 2018, 11:22 ]

Premio Cultura della Pace, presentati a Sansepolcro i 

candidati della XIV edizione


Ecco i cinque candidati selezionati dal Comitato scientifico dell’associazione. Premio “Nonviolenza” assegnato alla storica Anna Bravo

L’Associazione Cultura della Pace e il Comune di Sansepolcro, Città della Cultura della Pace, sono lieti di comunicare che il Comitato Scientifico composto dai soci onorari dell’associazione ha reso nota la lista dei nominativi che sono stati presi in esame durante quest’anno per l’assegnazione del XIV Premio Nazionale “Cultura della Pace-Città di Sansepolcro”.

Nell’anno in cui ricorre il centesimo anniversario dalla conclusione della Prima Guerra Mondiale, l'Associazione Cultura della Pace e il Comune di Sansepolcro esprimono grande soddisfazione per la qualità e l'impegno delle persone scelte, sottolineando come anche per questa edizione, il Comitato Scientifico abbia svolto un importante lavoro di analisi, attento e volto a scoprire come l'attività quotidiana di molti, possa essere motivo e sprone per la costruzione di una cultura di pace, utile ad una società più solidale, inclusiva e nonviolenta.

In attesa che il Comitato Tecnico ufficializzi nelle prossime settimane il nome del vincitore, si comunica inoltre che è già stato assegnato il Premio Nazionale “Nonviolenza” alla dott.ssa Anna Bravo, storica e docente universitaria di Torino che si occupa di storia delle donne, deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale.

CANDIDATI

Loris De Filippi, nato nel 1966, già presidente di Medici Senza Frontiere Italia. Durante la sua presidenza ha partecipato a missioni d'urgenza con MSF e altre organizzazioni in Siria, Mauritania, Repubblica Centrafricana e Ucraina. Ha partecipato a programmi di assistenza umanitaria, coordinando interventi d'urgenza in contesti di calamità, tra cui lo tsunami del 2005 in Indonesia e il terremoto di Haiti nel 2010. Per Medici Senza Frontiere è stato responsabile per l'Italia e direttore delle operazioni a Bruxelles.

L’alpino Ortis Silvio Gaetano, da Paluzza, venne fucilato dopo un processo sommario celebrato nella chiesetta, dalla quale il parroco, sfidando i militari, aveva portato via il Santissimo. Con lui caddero nella polvere di quel 1° luglio 1916, Corradazzi Giovanni Battista, da Forni di Sopra, Matiz Basilio, da Timau, e Massaro Angelo, da Maniago. Tutti alpini dell’8° Reggimento, 109.ma Compagnia. Tutti condannati a morte per rivolta e diserzione. E al disonore per l’eternità: decenni dopo, ai discendenti è respinta la domanda di assunzione nei corpi statali, e quando, in anni recenti, la famiglia chiede di poter seppellire degnamente i resti di Silvio, le autorità militari proibiscono che suonino le campane e vietano la cerimonia ai non familiari. Ma quando il feretro si avvicina alla chiesa, ancora una volta un parroco di montagna sfida l’ordine ingiusto: tre rintocchi di campana accolgono come si deve la bara di Ortis. Quando al plotone giunse l’ordine di attaccare le postazioni austriache in pieno giorno, uscendo allo scoperto per un lento e difficile tragitto sotto il tiro delle mitragliatrici, Ortis si fece portavoce dei suoi ragazzi e pronunciò il suo Signornò. Era un suicidio, Ortis lo ripeté al Capitano: bastava attendere la notte, spiegò, e le nebbie che in quelle sere salivano ad abbracciare la montagna avrebbero protetto gli attaccanti.

Ma il capitano non parlava furlàn. Lui veniva dalla Calabria e si chiamava Cioffi. E il suo mito era il Cadorna, il grande macellaio. E così Ortis e gli altri alpini furono tradotti giù, in paese, e fucilati «per dare l’esempio». La cima del Cellon fu espugnata da un’altra compagnia, ma l’attacco avvenne di notte, protetti dalle nebbie, proprio come suggerivano i disertori fucilati. Nel marzo 1990 il pronipote dell’alpino Ortis inoltrò alla Corte militare d’appello istanza di riabilitazione del suo parente, fucilato 74 anni prima, allegando documenti raccolti in un lavoro ventennale. La risposta, da Roma, fu sublime: «Istanza inammissibile, manca la firma dell’interessato». Mario Flora che ne conserva la memoria è il pronipote.

Lucio Caracciolo, nato nel 1954, è fondatore e direttore della rivista di geopolitica, LIMES. Laureato in filosofia all'Università La Sapienza di Roma è considerato uno dei massimi esperti italiani di geopolitica. E’ membro del comitato scientifico della Fondazione Italia USA. Considerato tra i maggiori geopolitologi in Italia, ha scritto diversi saggi, alcuni dei quali sono stati pubblicati anche in altri paesi. Caracciolo ha ricoperto varie posizioni in quanto docente a contratto. Ha insegnato Geografia politica ed economica all'Università degli studi Roma Tre, svolge seminari di geopolitica in varie istituzioni e presiede i master in geopolitica organizzati dalla SIOI. Dall'anno accademico 2006-07 insegna Geografia politica ed economica presso la facoltà di Filosofia della mente, della persona, della città e della storia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Dall'anno accademico 2009-10 insegna "Studi strategici" nell'ambito del Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università LUISS Guido Carli di Roma. Dall'anno accademico 2010-11 partecipa all'insegnamento della prima laurea magistrale in "International Relations" in lingua inglese della LUISS Guido Carli.

Carlotta Sami, nata nel 1971, da più di quindici anni lavora nell’ambito delle relazioni internazionali, dei diritti umani e degli interventi umanitari. Attualmente è direttore comunicazioni con incarico di portavoce per il Sud Europa dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Dopo la laurea in Giurisprudenza all'Università Statale di Milano, ha conseguito il dottorato in Teoria Generale del Diritto nel 1998. Ha poi iniziato a lavorare nei Territori Palestinesi, dove ha collaborato con numerose organizzazioni italiane e internazionali. Dal 2003 al 2008 ha diretto i programmi di Save the Children in Italia, ricoprendo anche il ruolo di portavoce. Si è anche occupata per l'organizzazione di emergenze umanitarie, fino al 2012, coordinando la comunicazione a livello globale. Dal 2012 al 2013, prima di assumere l'incarico all'UNHCR è stata direttrice generale di Amnesty International in Italia.

Cecilia Sarti Strada, nata nel 1979, è una filantropa, attivista e scrittrice italiana, già presidente di Emergency. Figlia di Teresa Sarti Strada e di Gino Strada, Cecilia Sarti Strada si è laureata in sociologia e a 30 anni, dal 2009 al 2017, è stata Presidente dell'Organizzazione non governativa Emergency. Impegnata a livello internazionale, ha seguito le attività dei vari ospedali dell'organizzazione e ne ha curato i rapporti a livello locale, oltre a testimoniare come giornalista e sui media la sua esperienza. Sostiene la necessità di una modifica dei rapporti internazionali e il bisogno di legare la rete dei rapporti commerciali col rispetto dei diritti umani. Ha scritto i libri “Sulla nostra pelle. Le missioni di pace uccidono. Anche quelle italiane” e “La guerra tra noi”.



Anna Bravo, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall’Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Società italiana delle storiche e dei comitati scientifici dell’Istituto storico della Resistenza in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni culturali. Opere: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall’Italia, Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell’Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003. Storie del sessantotto (Laterza 2008), che non rappresenta una storia tradizionale della stagione dei movimenti, ma spazia intorno a questioni filosofiche, ideologiche e culturali che hanno attraversato gli anni sessanta e settanta, e che presenta una delle più azzeccate analisi sull'argomento nella celebrazione del suo anniversario. 

Lettera all'Ambasciatore d'Austria

pubblicato 24 mag 2018, 06:40 da Cultura della Pace

Una lettera di pace
Bellissima lettera del Sindaco di Sansepolcro, Mauro Cornioli, all'Ambasciatore d'Austria, Dr. Christian Berlakowits. Un gesto significativo che mette Sansepolcro in prima linea nella costruzione di politiche di pace



Alla c.a. dell'Ambasciatore Dr Christian Berlakovits 
OGGETTO: esposizione della bandiera dell'Austria accanto a quella italiana 

Egregio Ambasciatore, 

con la presente vorrei informarla che nella giornata di oggi 24 maggio, giorno dell' entrata in guerra da parte dall'Italia e del 4 novembre, giorno della fine del conflitto, il nostro Comune esporrà fuori dalla sede municipale e presso il monumento ai Caduti di Tutte le Guerre, la bandiera dell'Austria accanto a quella italiana, testimoniando, ad un secolo esatto da quella strage che vide contrapporsi popoli e nazioni, un' idea di Identità Europea Unitaria, capace di accogliere quanti si trovino nel bisogno e di vedere, nel superamento di barriere e divisioni, la risposta ad egoismi e idee fuorvianti di Patria e di Nazione. Questo gesto intrapreso e condiviso in collaborazione con l'Associazione Cultura della Pace di Sansepolcro, vuol essere simbolo di significativa iniziativa, affinchè Sansepolcro, Città della Cultura della Pace, si attesti come comunità capace di riflettere su quanto accaduto proponendo nuove modalità di convivenza e di soluzione dei conflitti. L'occasione mi è gradita per porgerle i più, Cordiali Saluti 

Il Sindaco di Sansepolcro
Mauro Cornioli

Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro

pubblicato 24 mag 2018, 06:32 da Cultura della Pace

Sansepolcro: bandiera austriaca e italiana nell'anniversario della Grande Guerra

Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro

 

24 maggio 1915 – 24 maggio 2018. Nel giorno in cui ricorre l’anniversario dell’entrata in guerra da parte dell’Italia nel primo conflitto mondiale, il Comune di Sansepolcro, Città della Cultura della Pace, espone fuori dalla sede municipale la bandiera dell’Austria accanto a quella italiana.

Questo simbolico gesto, intrapreso e condiviso in collaborazione con l’Associazione Cultura della Pace, vuole far sì che Sansepolcro si attesti come comunità capace di riflettere su quanto accaduto proponendo nuove modalità di convivenza e di soluzione dei conflitti e testimoniando, ad un secolo esatto da quella strage che vide contrapporsi popoli e nazioni, un’idea di Identità Europea Unitaria, capace di accogliere quanti si trovino nel bisogno e di vedere, nel superamento di barriere e divisioni, la risposta ad egoismi e idee fuorvianti di Patria e di Nazione.

Nella mattinata odierna, la Segreteria dell’amministrazione biturgense ha provveduto a notificare tale iniziativa all’Ambasciata Austriaca a Roma guidata dall’Ambasciatore Christian Berlakovits. Il vessillo austriaco sarà nuovamente esposto accanto al tricolore italiano nell’altra fondamentale data del 4 novembre 2018, a cento anni dalla conclusione del tragico conflitto costato la vita a milioni di persone.

Poi non ci lamentiamo...

pubblicato 18 mag 2018, 10:48 da Cultura della Pace

Export armi 2017: oltre 10 miliardi di autorizzazioni in maggioranza verso le aree critiche del mondo

Resa pubblica la Relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90: 10,3 mld€ di autorizzazioni e 2,7 mld€ di trasferimenti definitivi nel corso del 2017 
Ai vertici della classifica dei Paesi destinatari di autorizzazioni il Qatar, seguito da Regno Unito, Germania, Spagna, USA e Turchia. 
Oltre il 57% delle vendite a Paesi non EU e non NATO.
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo 

pil

E’ stata resa nota al Parlamento nei giorni scorsi la Relazione governativa sull’export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, condati riferiti al 2017. Per il secondo anno consecutivo le autorizzazioni rilasciate superano, comprendendo anche le intermediazioni, i 10 miliardi di euro. Il calo è di circa il 35% rispetto al 2016 (record storico grazie alla mega-commessa di aerei per il Kuwait) ma la presenza dellacommessa navale per il Qatar garantisce comunque un +35% rispetto al 2015 e una quadruplicazione delle licenze rispetto al 2014.

I primi 12 Paesi destinatari sono Qatar, Regno Unito (entrambi con autorizzazioni maggiori di 1,5 miliardi di €) seguiti daGermania, Spagna, USA, Turchia, Francia (totale autorizzazioni tra 250 milioni e 1 miliardo di €) per poi trovareKenya, Polonia, Pakistan, Algeria e Canada (tra 150 e 250 milioni di €). L’Agenzia delle Dogane attesta sui 2,7 miliardi di euro le vendite ed esportazioni definitive, in linea con i 2,8 miliardi del 2016 e probabilmente quota standard consolidata di export annuale per la nostra industria (controvalore destinato probabilmente a crescere nei prossimi anni, viste le recenti consistenti commesse per sistemi d’arma complessi).

I Paesi non appartenenti alla UE o alla NATO sono destinatari del 57% del valore di autorizzazioni rilasciate nel corso del 2017 (circa 48% per i soli Paesi MENA, cioè del Medio Oriente e Nord Africa), continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota (storicamente attorno al 45% nel precedente decennio) già dal 2016. Percentuale che sale ulteriormente se si sottrae al totale la quota dei programmi intergovernativi, cioè quelli direttamente impostati dal Governo italiano e alleati e quindi naturalmente destinati a paesi UE/NATO. Il risultato è evidente: gli affari “armati” dell’industria a produzione militare italiana si indirizzano sempre di più al di fuori dei contesti di alleanze internazionali dell’Italia verso le aree più problematiche del mondo.

“Tra gli acquirenti delle armi prodotte in Italia compare il Qatar indicato da molti paesi arabi, Arabia Saudita in testa, come paese sostenitore del terrorismo internazionale e analogamente accusato anche dal governo statunitense di Trump. Ma noi riforniamo tranquillamente anche chi lo critica... Si notano inoltre esportazioni verso Paesi come la Turchia, dove preoccupa fortemente il potenziamento del regime autoritario di Erdogan e l'azione militare intrapresa in Siria contro i curdi. Proseguono poi le esportazioni di armamenti verso l'Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti: tutti paesi impegnati nella sanguinosa guerra in corso in Yemen” sottolinea Maurizio Simoncellivicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo.

A testimoniare il robusto processo di globalizzazione delle vendite di armi e munizioni italiane colpisce anche la crescita continua del numero dei Paesi destinatari, passati da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, poi ai 72 nel quinquennio 2011-2015, ed infine giunti al superamento recente del “muro” degli 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.

Una crescita nella platea di clienti “armati” delle aziende italiane che discende anche dall’attivismo governativo degli ultimi anni nel promuovere l’industria bellica (si pensi al Tour promozionale della Portaerei Cavour in Medio Oriente ed Africa di qualche anno fa) e che in diverse occasioni è stato anche sottolineato con soddisfazione da parte dell’Unità per le Autorizzazioni sui Materiali d’Armamento (UAMA) che è l’Autorità Nazionale in materia, incardinata presso il Ministero degli Esteri. Una presa di posizione inopportuna e problematica da parte di chi, secondo la legge, è investito del ruolo di controllore della liceità ed aderenza alle norme delle esportazioni.

Una vera e propria esplosione riguarda invece le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1300% e attestatesi sull’enorme valore di 531 milioni di euro. Non trattandosi di cifre che dovrebbero riguardare vendite di beni o servizi (ma riferite a “negoziazione od organizzazione di transazioni” per iltrasferimento di beni militari, anche tra Stati terzi) si tratta davvero di numeri rilevanti e che destano qualche preoccupata domanda, soprattutto considerando i Paesi destinatari collegati. Dalle Tabelle ufficiali Governative si può desumere come MBDA Italia abbia richiesto licenza di “intermediazione” per 178 milioni di euro relativamente ai missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l’intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri) e Leonardo per 171 milioni a riguardo dei caccia Eurofighter verso il Kuwait. Chiarire specificamente a cosa si riferiscano tali cifre è cruciale per ottenere la giusta trasparenza in un mercato, quello degli armamenti, ai vertici delle classifiche di corruzione internazionale secondo tutte le stime. Nella Relazione si sottolinea inoltre una crescita delle ispezioni condotte da UAMA nei confronti delle aziende, raddoppiate nel 2017 ma giunte solo all’esigua cifra di 12 (e per le quali peraltro non vengono riportate nemmeno in maniera aggregata le risultanze, con eventuali sanzioni o prescrizioni). Nulla viene detto a riguardo delle indagini e acquisizioni di informazioni condotte sulla stessa UAMA da parte della Magistratura a seguito degli Esposti promossi dalla nostra Rete nel 2016.

“Particolarmente grave e preoccupante – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche si sicurezza e difesa (OPAL) – è soprattutto il protrarsi delle forniture di munizionamento e di sistemi militari alla monarchia saudita. Nonostante tre risoluzioni del Parlamento europeo abbiano infatti ribadito la necessità di imporre un embargo sugli armamenti nei confronti dell’Arabia Saudita, in considerazione delle gravi violazioni del diritto umanitario nell’ambito del conflitto in corso in Yemen, sono state autorizzate nuove esportazioni per un valore di circa 52 milioni di euro. La diminuzione nelle licenze non deve trarre in inganno: va infatti sottolineato come sia intanto proseguita la fornitura ai sauditi di quasi 20mila bombe aree del tipo MK derivante da licenze del valore di 411 milioni di euro che RWM Italia aveva già acquisito. Si tratta di una commessa pluriennale che da sola è in grado di saturare la produzione annuale massima dell’azienda; proprio per cercare di far sospendere queste esportazioni e indagare l’impatto delle precedenti nelle scorse settimane Rete Disarmo, insieme a ECCHR e Mwatana, ha presentato uno specifico Esposto alla Procura di Roma per violazione delle normative nazionali e internazionali”. Rete Italiana per il Disarmo è inoltre attiva nelle iniziative internazionali di pressione verso Rheinmetall (che controlla al 100% RWM Italia) e domani sarà presente, a Berlino, all’Assemblea annuale degli azionisti della holding bellica tedesca per chiedere conto al management delle politiche di export della controllata.

Infine, per quanto riguarda le cosiddette “banche armate” (cioè gli istituti di credito che mettono a disposizione proprio conti e sportelli per l’incasso dei pagamenti legati all’export militare) va sottolineato come nel 2017 gli importi segnalati (dopo l’ultima riforma legislativa non c’è più obbligo autorizzativo) abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Oltre la metà è transitata per UniCredit (ben 2,8 miliardi) e altri importi consistenti sono quelli di Deutsche Bank (700 milioni), Bnp Paribas (252 milioni), Barclays Bank (210 milioni), Banca Popolare di Sondrio (174 milioni) e Intesa SanPaolo (137 milioni)

“In proposito – osserva ancora Giorgio Beretta di OPAL – va segnalato non solo il costante coinvolgimento di alcune banche estere che hanno le proprie filiali in Italia ma anche il riapparire, dopo anni di assenza, di diverse banche italianecon filiali ben diffuse sul territorio nazionale. Preoccupa poi perdurare delle operazioni da parte di Banca Valsabbina, la banca d’appoggio di RWM Italia per l’esportazione di bombe aeree all’Arabia Saudita. Tutto questo impone di riprendere con energia le iniziative promosse dalla Campagna di pressione alle ‘banche armate’ al fine di monitorare con attenzione la corrispondenza delle attività delle banche rispetto agli impegni che si sono assunte negli anni scorsi”.

La Rete Italiana per il Disarmo continuerà a chiedere al Governo di migliorare gli standard di trasparenza sui dati relativi all’export militare normato dalla legge 185/90, notevolmente deterioratosi negli ultimi anni e con un livello di dati che impedisce a Parlamento ed opinione pubblica di poter esercitare un corretto e dovuto controllo su una questione critica ed importante.L’esportazione di materiali di armamento non può essere considerata solo in termini meramente economici ed affaristici poiché impatta direttamente sui conflitti e la sicurezza internazionale. Rete Italiana per il Disarmo chiede con forza che le autorizzazioni all’export siano decise in piena consonanza con i principi e le prescrizioni delle norme italiane ed internazionali (il Trattato ATT e anche il Codice di Condotta Europeo che nel 2018 compie 10 anni e di cui è in corso un processo di revisione. Solleciteremo in tal senso il Parlamento una volta che si saranno insediate le commissioni competenti.

Cosa accade a Myanmar?

pubblicato 18 mag 2018, 10:43 da Cultura della Pace

Myanmar, non solo Rohingya: si riaccende il conflitto nel 

Kachin

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Francesco Maria Cricchio di Pressenza.com 

mette la lente di ingrandimento sul paese orientale


Thumbnail map of Myanmar

Nell’ultimo anno, l’attenzione mondiale è stata – comprensibilmente – rivolta alla questione della minoranza musulmana Rohingya, con poco meno di un milione di persone costrette ad emigrare in Bangladesh a causa della pulizia etnica operata dall’esercito nazionale. Allo stesso tempo però, un’altra minoranza etnico-religiosa sta facendo i conti con la violenza perpetrata dal cosiddetto “Tatmadaw”, l’esercito birmano. Si tratta dei Jingpo, una popolazione che conta circa duecentomila individui e che risiede nella regione del Kachin, nel Myanmar settentrionale. Questa minoranza, di religione cristiana, è da più di cinquant’anni in conflitto con lo stato birmano: le loro richieste di indipendenza hanno sempre ricevuto risposte negative da Rangoon prima e da Naypyidaw poi. Nelle ultime settimane, il conflitto che negli ultimi anni era rimasto latente, è ritornato ad esplodere nella regione, a seguito di scontri tra il KIA (Kachin Independence Army) e le forze dell’esercito; ciò ha provocato lo sfollamento di circa cinquemila persone, oltre che la morte di numerosi civili.

Sulla vicenda si è così espressa Yanghee Lee, esperta di Diritti Umani per il Myanmar: “Ciò a cui stiamo assistendo nello stato del Kachin nelle ultime settimane è completamente inaccettabile, e deve terminare immediatamente. Civili innocenti sono uccisi e feriti, mentre centinaia di famiglie stanno emigrando per salvare le proprie vite”. Come nel caso dei Rohingya, uno dei problemi maggiori è che il Myanmar sta vietando l’accesso ai gruppi di soccorso nella regione, rendendo di fatto impossibile medicare i tanti civili, tra cui anziani, donne e bambini coinvolti nei bombardamenti. 

Dal punto di vista legislativo, la minoranza avrebbe diritto all’indipendenza, in quanto dopo la nascita ufficiale del Myanmar, era stata data la possibilità ad alcuni gruppi etnici di scegliere se continuare ad appartenere allo stato o se staccarsi. Tuttavia, nel 1962, nel paese venne instaurata una pesante dittatura che rimase in vigore per circa cinquant’anni, e ogni accordo preso precedentemente saltò. Da quel momento, tra i Jingpo e il governo vige uno stato di apparente armistizio (ufficializzato nel 1994 e durato 17 anni), anche se organizzazioni umanitarie internazionali hanno più volte lamentato molteplici violazioni dei Diritti Umani ad opera dell’esercito.

Motivazioni geopolitiche ed economiche 

Questi ultimi avvenimenti confermano la forte intolleranza della nazione e della comunità buddista (che costituisce la maggioranza della popolazione) nei confronti delle minoranze religiose. E’ altamente probabile che questo odio, sulla carta prettamente culturale, abbia anche dei risvolti economici. E’ infatti curioso notare come, dopo l’espropriazione delle terre Rohingya, anch’esse piuttosto ricche di risorse, il Myanmar abbia aumentato del 600% l’esportazione di riso (l’Italia è uno dei maggiori acquirenti) all’estero.

Anche per quanto concerne il Kachin, è possibile leggere tra le righe e cercare di capire quali siano i piani del governo una volta acquisito il controllo del territorio. La longevità della minoranza Jingpo si deve anche al fatto che, data la ricchezza di risorse della regione, essa sia stata durante gli anni oggetto di interesse da parte della Cina, con la quale confina a nord. Questo ha sempre impedito all’esercito di attuare risoluzioni definitive nell’area. Tuttavia, sembra che negli ultimi anni gli interessi economici della superpotenza asiatica siano stati rivolti ad altre zone, come per esempio all’Oceania, al Sud America e naturalmente all’Europa.

E’ quindi ipotizzabile che il governo birmano abbia colto l’occasione per sferrare un attacco decisivo ai ribelli e sfruttare le risorse economiche dell’area a proprio vantaggio.

Padre Paolo Dall'Oglio è indimenticabile

pubblicato 27 lug 2017, 00:51 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 26 ott 2017, 08:35 ]

Non dimentichiamo Padre Paolo Dall’Oglio

Alla fine di questa settimana, tra venerdì 28 e sabato 29 luglio, ricorderemo padre Paolo Dall’Oglio, questo instancabile costruttore di ponti che ha indicato a tutti noi la strada più semplice, quella che armonizza anziché dividere, che riconosce l’indispensabilità dell’altro anziché l’indispensabilità dell’odio. Articolo di Riccardo Cristiano sul sito www.perlapace.it





Mancavano pochi giorni alla fine del 2007 quando padre Paolo Dall’Oglio scrisse nella rubrica “la sete di Ismaele” che firmava su “Popoli”,  il web magazine dei gesuiti: “Quest’anno l’Adha, la festa del sacrificio alla fine del pellegrinaggio abramitico, cade pochi giorni prima di Natale. Da secoli i vicini di casa cristiani e musulmani si rendono vicendevolmente visita per le feste cogliendo l’occasione per riconciliarsi quando necessario. Perché non farlo anche in Italia? Magari con una telefonata prima: “Pronto? Parlo con il signor Mohammad? Volevo augurarle buona festa. Ha parenti al pellegrinaggio? Dio glieli riporti tutti a casa in buona salute. Vorrei venirla a trovare con mia moglie per farle tanti auguri di persona.” E’ probabile che i vostri vicini vengano poi a trovarvi a Natale. Ci  vorrà pazienza e aiuto dello Spirito Santo per fondare amicizie durature, armonizzare le mentalità, abituarsi alle diverse sensibilità”.

Alla fine di questa settimana, tra venerdì 28 e sabato 29 luglio, ricorderemo padre Paolo Dall’Oglio, questo instancabile costruttore di ponti che ha indicato a tutti noi la strada più semplice, quella che parte da una semplice telefonata, per cambiare il corso della storia e contribuire all’edificazione di una società diversa, che armonizza anziché dividere, che riconosce l’indispensabilità dell’altro anziché l’indispensabilità dell’odio.

Non sappiamo chi abbia sequestrato Paolo quella notte tra il 28 e il 29 luglio di quattro anni, fa , 2013. Non hanno mai rivendicato il suo sequestro.  Per me hanno voluto metterlo a tacere perché  era tra le più autorevoli voci che negavano a chicchessia il diritto di fare dei siriani dei sudditi di un sedicente stato confessionale o familiare. Per questo era amato dai suoi concittadini siriani.

Durante  questi anni durissimi e dolorosissimi per la Siria cominciati nel 2011, nel testo scritto per “Popoli” prima del suo sequestro, padre Dall’Oglio tra le altre cose ha scritto: “faccio ormai parte di una specie di collettivo su internet con il quale compariamo informazioni, cerchiamo di chiarire eventi, di emanciparci da febbri ideologiche e maree emotive suscitate e cavalcate ad arte. Ma la lotta è impari. Occorre formulare un mantra da ripersi di continuo: “Le sfumature sono sempre più fragili della propaganda, se vi soddisfa l’indottrinamento non abbiamo più nulla da darci.”

Quella specie di collettivo, caro Paolo, c’è ancora. Senza di te fatichiamo a sentirci, a riconoscerci, a capire, ma il ponte che hai creato tra tanti rimane, e per tutti le sfumature sono rimaste fondamentali. L’indottrinamento abbiamo cercato di tenerlo lontano da noi, e quest’anno in tanti, sui giornali, alla radio, in televisione, cercheranno di ricordarti innanzitutto per chiedere la tua liberazione, come non abbiamo abbastanza fatto sin qui, quale nostro concittadino. Ma poi riprenderemo i tuoi scritti per cercare insieme a te le nuove sfumature da difendere, le nuove dottrine da evitare, i nuovi ponti da edificare; senza santini, semplicemente tentando di camminare insieme con te lungo le frontiere della convivialità mediterranea alla quale continui a dare il tuo contributo.

Paolo, dopo esserti espresso a favore del piano di pace dell’inviato dell’Onu Kofi Annan sei stato  espulso dalla Siria nel 2012, e il tuo account era “espulso arrabbiato”: tanto arrabbiato che sei voluto rientrare nella piena consapevolezza del rischio, due volte, restando  sacerdote, fratello nel battesimo,  fratello in umanità,  intellettuale,  giornalista,  appassionato amico della libertà di tutto il popolo siriano. E sei stato sequestrato; per noi seguitare a riflettere con te è la risposta migliore a chi si è illuso di sequestrare con te anche le tue idee.

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