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Giornata Mondiale della Pace

pubblicato da Cultura della Pace

Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace

Messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della 51.ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2018). 

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio di Papa Francesco per la 51.ma Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2018 sul tema: Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace

Canonization 2014- The Canonization of Saint John XXIII and Saint John Paul II (14036966125).jpg

1. Augurio di pace
Pace a tutte le persone e a tutte le nazioni della terra! La pace, che gli angeli annunciano ai pastori nella notte di Natale,1 è un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne patiscono la mancanza. Tra questi, che porto nei miei pensieri e nella mia preghiera, voglio ancora una volta ricordare gli oltre 250 milioni di migranti nel mondo, dei quali 22 milioni e mezzo sono rifugiati. Questi ultimi, come affermò il mio amato predecessore Benedetto XVI, «sono uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace».2 Per trovarlo, molti di loro sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta.
Con spirito di misericordia, abbracciamo tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale.
Siamo consapevoli che aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta. Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura. Accogliere l’altro richiede un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate. Praticando la virtù della prudenza, i governanti sapranno accogliere, promuovere, proteggere e integrare, stabilendo misure pratiche, «nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, [per] permettere quell’inserimento».3 Essi hanno una precisa responsabilità verso le proprie comunità, delle quali devono assicurarne i giusti diritti e lo sviluppo armonico, per non essere come il costruttore stolto che fece male i calcoli e non riuscì a completare la torre che aveva cominciato a edificare.4
2. Perché così tanti rifugiati e migranti?
In vista del Grande Giubileo per i 2000 anni dall’annuncio di pace degli angeli a Betlemme, San Giovanni Paolo II annoverò il crescente numero di profughi tra le conseguenze di «una interminabile e orrenda sequela di guerre, di conflitti, di genocidi, di “pulizie etniche”»,5 che avevano segnato il XX secolo. Quello nuovo non ha finora registrato una vera svolta: i conflitti armati e le altre forme di violenza organizzata continuano a provocare spostamenti di popolazione all’interno dei confini nazionali e oltre.
Ma le persone migrano anche per altre ragioni, prima fra tutte il «desiderio di una vita migliore, unito molte volte alla ricerca di lasciarsi alle spalle la “disperazione” di un futuro impossibile da costruire».6 Si parte per ricongiungersi alla propria famiglia, per trovare opportunità di lavoro o di istruzione: chi non può godere di questi diritti, non vive in pace. Inoltre, come ho sottolineato nell’Enciclica Laudato si’, «è tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale».7
La maggioranza migra seguendo un percorso regolare, mentre alcuni prendono altre strade, soprattutto a causa della disperazione, quando la patria non offre loro sicurezza né opportunità, e ogni via legale pare impraticabile, bloccata o troppo lenta.
In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano.8
Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro. Alcuni le considerano una minaccia. Io, invece, vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace.
3. Con sguardo contemplativo
La sapienza della fede nutre questo sguardo, capace di accorgersi che tutti facciamo «parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale, come insegna la dottrina sociale della Chiesa. Qui trovano fondamento la solidarietà e la condivisione».9 Queste parole ci ripropongono l’immagine della nuova Gerusalemme. Il libro del profeta Isaia (cap. 60) e poi quello dell’Apocalisse (cap. 21) la descrivono come una città con le porte sempre aperte, per lasciare entrare genti di ogni nazione, che la ammirano e la colmano di ricchezze. La pace è il sovrano che la guida e la giustizia il principio che governa la convivenza al suo interno.
Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, «ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia»,10 in altre parole realizzando la promessa della pace.
Osservando i migranti e i rifugiati, questo sguardo saprà scoprire che essi non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono. Saprà scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti.
Questo sguardo contemplativo, infine, saprà guidare il discernimento dei responsabili della cosa pubblica, così da spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei «limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso»,11 considerando cioè le esigenze di tutti i membri dell’unica famiglia umana e il bene di ciascuno di essi.
Chi è animato da questo sguardo sarà in grado di riconoscere i germogli di pace che già stanno spuntando e si prenderà cura della loro crescita. Trasformerà così in cantieri di pace le nostre città, spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati.
4. Quattro pietre miliari per l’azione
Offrire a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando, richiede una strategia che combini quattro azioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.12
“Accogliere” richiama l’esigenza di ampliare le possibilità di ingresso legale, di non respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze, e di bilanciare la preoccupazione per la sicurezza nazionale con la tutela dei diritti umani fondamentali. La Scrittura ci ricorda: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo».13
“Proteggere” ricorda il dovere di riconoscere e tutelare l’inviolabile dignità di coloro che fuggono da un pericolo reale in cerca di asilo e sicurezza, di impedire il loro sfruttamento. Penso in particolare alle donne e ai bambini che si trovano in situazioni in cui sono più esposti ai rischi e agli abusi che arrivano fino a renderli schiavi. Dio non discrimina: «Il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova».14
“Promuovere” rimanda al sostegno allo sviluppo umano integrale di migranti e rifugiati. Tra i molti strumenti che possono aiutare in questo compito, desidero sottolineare l’importanza di assicurare ai bambini e ai giovani l’accesso a tutti i livelli di istruzione: in questo modo essi non solo potranno coltivare e mettere a frutto le proprie capacità, ma saranno anche maggiormente in grado di andare incontro agli altri, coltivando uno spirito di dialogo anziché di chiusura o di scontro. La Bibbia insegna che Dio «ama lo straniero e gli dà pane e vestito»; perciò esorta: «Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto».15
“Integrare”, infine, significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali. Come scrive San Paolo: «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio».16
5. Una proposta per due Patti internazionali
Auspico di cuore che sia questo spirito ad animare il processo che lungo il 2018 condurrà alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati. In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche. Per questo è importante che siano ispirati da compassione, lungimiranza e
coraggio, in modo da cogliere ogni occasione per far avanzare la costruzione della pace: solo così il necessario realismo della politica internazionale non diventerà una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza.
Il dialogo e il coordinamento, in effetti, costituiscono una necessità e un dovere proprio della comunità internazionale. Al di fuori dei confini nazionali, è possibile anche che Paesi meno ricchi possano accogliere un numero maggiore di rifugiati, o accoglierli meglio, se la cooperazione internazionale assicura loro la disponibilità dei fondi necessari.
La Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha suggerito 20 punti di azione17 quali piste concrete per l’attuazione di questi quattro verbi nelle politiche pubbliche, oltre che nell’atteggiamento e nell’azione delle comunità cristiane. Questi ed altri contributi intendono esprimere l’interesse della Chiesa cattolica al processo che porterà all’adozione dei suddetti patti globali delle Nazioni Unite. Tale interesse conferma una più generale sollecitudine pastorale nata con la Chiesa e continuata in molteplici sue opere fino ai nostri giorni.
6. Per la nostra casa comune
Ci ispirano le parole di San Giovanni Paolo II: «Se il “sogno” di un mondo in pace è condiviso da tanti, se si valorizza l’apporto dei migranti e dei rifugiati, l’umanità può divenire sempre più famiglia di tutti e la nostra terra una reale “casa comune”».18 Molti nella storia hanno creduto in questo “sogno” e quanto hanno compiuto testimonia che non si tratta di una utopia irrealizzabile.
Tra costoro va annoverata Santa Francesca Saverio Cabrini, di cui ricorre nel 2017 il centenario della nascita al cielo. Oggi, 13 novembre, molte comunità ecclesiali celebrano la sua memoria. Questa piccola grande donna, che consacrò la propria vita al servizio dei migranti, diventandone poi la celeste patrona, ci ha insegnato come possiamo accogliere, proteggere, promuovere e integrare questi nostri fratelli e sorelle. Per la sua intercessione il Signore conceda a noi tutti di sperimentare che «un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace».19
Dal Vaticano, 13 novembre 2017
Memoria di Santa Francesca Saverio Cabrini, Patrona dei migranti
FRANCESCO
_____________________________
1 Luca 2,14.
2 Angelus, 15 gennaio 2012.
3 Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 57.
4 Cfr Luca 14, 28-30.
5 Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2000, 3.
6 Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2013.
7 N. 25.
8 Cfr Discorso ai Direttori nazionali della pastorale per i migranti partecipanti all’Incontro promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), 22.09.2017.
9 Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2011.
10 Esort. ap. Evangelii gaudium, 71.
11 Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 57.
12 Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018, 15 agosto 2017.
13 Ebrei 13,2.
14 Salmo 146,9.
15 Deuteronomio 10,18-19.
16 Efesini 2,19.
17 “20 Punti di Azione Pastorale” e “20 Punti di Azione per i Patti Globali” (2017); vedi anche Documento ONU A/72/528.
BOLLETTINO N. 0824 – 24.11.2017 5
18 Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2004, 6.
19 Giacomo 3,18.

Premio Nobel per la Pace a ICAN

pubblicato da Cultura della Pace

Le armi nucleari non significano l'elevazione di un paese 

alla grandezza

Domenica 10 dicembre 2017, ICAN ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per il suo 

lavoro, volto a garantire un trattato sul divieto delle armi nucleari. Setsuko Thurlow, 

sopravvissuta il 6 agosto 1945 alla bomba di Hiroshima, ha esposto metà della 

conferenza del Nobel, raccontando l’orribile esperienza vissuta quando era una 

ragazzina tredicenne.

Sul sito www.unimondo.org un articolo tratta da Pressenza.com


Vostra Maestà, Illustri membri del Comitato Nobel norvegese, Miei colleghi attivisti, qui e in tutto il mondo, Signore e signori,

E’ un grande privilegio accettare questo premio, insieme a Beatrice, a nome di tutte le persone straordinarie che formano il movimento ICAN. Ognuno di voi mi dà la grandissima speranza che possiamo – e lo faremo – porre fine all’era delle armi nucleari.

Parlo come membro della famiglia degli hibakusha – quelli di noi che, per una miracolosa casualità, sono sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Da oltre settant’anni lavoriamo per la totale abolizione delle armi nucleari.

Ci siamo alzati solidalmente con coloro che sono stati danneggiati dalla produzione e dalla sperimentazione di queste orribili armi in tutto il mondo. Persone provenienti da luoghi con nomi a lungo dimenticati, come Moruroa, Ekker, Semipalatinsk, Maralinga, Bikini. Persone le cui terre e i cui mari sono stati irradiati, i cui corpi sono stati usati per esperimenti, le cui culture sono state per sempre sconvolte.

Non ci siamo accontentati di essere vittime. Ci siamo rifiutati di aspettare un’istantanea fine ardente o il lento avvelenamento del nostro mondo. Ci siamo rifiutati di sederci pigramente nel terrore perché le cosiddette grandi potenze ci hanno portato al passato crepuscolo nucleare e sconsideratamente vicini alla mezzanotte nucleare. Ci siamo alzati. Abbiamo condiviso le nostre storie di sopravvissuti. Abbiamo detto: l’umanità e le armi nucleari non possono coesistere.

Oggi, voglio che voi sentiate in questa sala la presenza di tutti coloro che sono morti a Hiroshima e a Nagasaki. Voglio che voi sentiate, sopra e attorno a noi, una grande nuvola di un quarto di milione di anime. Ogni persona aveva un nome. Ogni persona era amata da qualcuno. Facciamo in modo che la loro morte non sia stata vana.

Avevo solo 13 anni quando gli Stati Uniti hanno lanciato la prima bomba atomica sulla mia città, Hiroshima. Ricordo ancora vividamente quella mattina. Alle 8:15 ho visto un accecante flash bianco-bluastro dalla finestra. Ricordo di avere avuto la sensazione di galleggiare nell’aria.

Mentre riacquistavo coscienza nel silenzio e nelle tenebre, mi sono ritrovata immobilizzata dalle macerie dell’edificio crollato. Ho cominciato a sentire le deboli grida dei miei compagni di classe: “mamma, aiutami. Dio, aiutami”.

Poi, improvvisamente, ho sentito delle mani toccarmi la spalla sinistra, e un uomo dire: “Non arrenderti! Continua a spingere! Sto cercando di liberarti. Vedi la luce che passa attraverso quell’apertura? Muoviti in quella direzione il più velocemente possibile”. Appena sono strisciata fuori, le rovine hanno preso fuoco. La maggior parte dei miei compagni di classe sono morti bruciati vivi in quell’edificio. Ho visto tutto intorno a me una devastazione assoluta, inimmaginabile.

Processioni di figure spettrali che si trascinavano. Persone grottescamente ferite, sanguinanti, bruciate, annerite e gonfie. Pezzi dei loro corpi erano mancanti. Carne e pelle penzolavano dalle loro ossa. Alcuni avevano in mano i propri bulbi oculari. Qualcuno con il ventre esploso, aperto, con gli intestini che fuoriuscivano. Il disgustoso puzzo di carne umana bruciata riempiva l’aria.

Così, con una bomba la mia amata città è stata cancellata. La maggior parte dei suoi abitanti erano civili che sono stati inceneriti, vaporizzati, carbonizzati – tra questi, membri della mia famiglia e 351 miei compagni di scuola.

Nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi molte altre migliaia di persone sarebbero morte, spesso in modi arbitrari e misteriosi, a causa degli effetti a posteriori delle radiazioni. Ancora oggi le radiazioni uccidono i sopravvissuti.

Ogni volta che ricordo Hiroshima, la prima immagine che mi viene in mente è quella del mio nipotino di quattro anni, Eiji – il suo piccolo corpo trasformato in un irriconoscibile pezzo di carne fusa. Ha continuato a chiedere acqua con un filo di voce finchè la morte non lo ha liberato dall’agonia.

Per me, è diventato la rappresentazione di tutti i bambini innocenti del mondo, minacciati come sono, proprio in questo momento, dalle armi nucleari. Ogni secondo di ogni giorno, le armi nucleari mettono in pericolo tutti coloro che amiamo e tutto ciò che ci sta a cuore. Non dobbiamo più continuare a tollerare questa follia.

Attraverso la nostra agonia e alla lotta per la pura sopravvivenza – e per ricostruire la nostra vita dalle ceneri – noi hibakusha ci siamo convinti di dover mettere in guardia il mondo da queste armi apocalittiche. Ancora e ancora, abbiamo condiviso le nostre testimonianze.

Ma alcuni tuttavia rifiutavano di vedere Hiroshima e Nagasaki come delle atrocità – come crimini di guerra. Hanno accettato la propaganda secondo cui si trattava di “bombe buone” che avevano posto fine a una “guerra giusta”. E’ stato questo mito che ha portato alla disastrosa corsa agli armamenti nucleari, una corsa che continua ancora oggi.

Nove nazioni minacciano ancora di incenerire intere città, di distruggere la vita sulla terra, di rendere il nostro bel mondo inabitabile per le generazioni future. Lo sviluppo delle armi nucleari non significa l’elevazione di un paese alla grandezza, ma la sua discesa alle profondità più oscure della depravazione. Queste armi non sono un male necessario; sono il male ultimo.

Il sette luglio di quest’anno sono stata travolta dalla gioia, quando la stragrande maggioranza delle nazioni del mondo ha votato a favore dell’adozione del Trattato di proibizione delle armi nucleari. Dopo essere stata testimone del peggio dell’umanità, quel giorno sono stata testimone del suo meglio. Noi hibakusha abbiamo aspettato il bando per settantadue anni. Che questo sia l’inizio della fine delle armi nucleari.

Ogni leader responsabile firmerà questo trattato. E la storia giudicherà duramente coloro che lo respingeranno. Le loro astratte teorie non devono più mascherare la realtà genocidadelle loro pratiche. Il “deterrente” non deve più essere considerato altro che un deterrente al disarmo. Non vivremo più sotto una nuvola di paura a forma di fungo.

Ai funzionari delle nazioni dotate di armi nucleari – e ai loro complici sotto il cosiddetto “ombrello nucleare” – dico questo: ascoltate la nostra testimonianza. Date retta al nostro avvertimento. E sappiate che le vostre azioni sono importanti. Ognuno di voi è parte integrante di un sistema di violenza che mette in pericolo il genere umano. Facciamo in modo di stare tutti all’erta sulla banalità del male.

A ogni presidente e primo ministro di ogni nazione del mondo, vi imploro: aderite a questo trattato; eliminate per sempre la minaccia dell’annientamento nucleare.

Quando ero una ragazzina di 13 anni, intrappolata nelle macerie, ho continuato a spingere. Ho continuato a muovermi verso la luce. E sono sopravvissuta. Ora la nostra luce è il trattato di proibizione. A tutti in questa sala e a tutti quelli che nel mondo stanno ascoltando, ripeto quelle parole che ho sentito rivolgermi nelle rovine di Hiroshima: “Non mollate! Continuare a spingere! Vedete la luce? Muovetevi verso di essa”.

Stasera, mentre marciamo per le strade di Oslo con le torce accese, seguiamoci l’un l’altro fuori dalla notte buia del terrore nucleare. Non importa quali ostacoli dobbiamo affrontare, continueremo a muoverci e continueremo a spingere e a condividere questa luce con altri. Questa è la nostra passione e il nostro impegno affinché il nostro prezioso unico mondo sopravviva.

Anniversario della morte di Antonino Caponnetto

pubblicato 4 dic 2017, 01:52 da Cultura della Pace

A Sansepolcro, commemorazione del grande magistrato Antonino Caponnetto
Proiezione del film "L'Equilibrio" e deposizione dei fiori, in Largo Caponnetto, Falcone e Borsellino

BORSELLINO: 20 ANNI FA LA STRAGE DI VIA D'AMELIO / SPECIALE

L’Associazione Libera “Peppino Impastato” di Sansepolcro, in collaborazione con le ACLI “Adriano Olivetti” di Sansepolcro, l’Associazione Cultura della Pace e con il Patrocinio del Comune di Sansepolcro, organizzano, per commemorare l’anniversario della morte di Antonino Caponnetto, avvenuta il 6 Dicembre 2002, la proiezione del film “L’Equilibrio” di Vincenzo Marra: “Nel suo tradizionale stile nitido, Vincenzo Marra affronta uno degli argomenti più spinosi nell'Italia cattolica: il ruolo della Chiesa nel rapporto con la malavita organizzata. E lo fa al grado zero, raccontando una figura di sacerdote discreta e pragmatica, che affronta i problemi che incontra uno alla volta, rimboccandosi le maniche, e assumendosi la responsabilità di ogni sua azione. La proiezione sarà effettuata presso il Cinema Nuova Aurora lunedì 4 Dicembre 2017 alle ore 21,05 mentre la mattina dopo, ci sarà la proiezione per gli studenti delle scuole superiori di Sansepolcro. Al termine della proiezione gli studenti, insieme alle autorità cittadine, deporranno una corona di fiori in Largo Caponnetto, Falcone e Borsellino a Sansepolcro. Prima del film ci sarà il video dell’intervista realizzata da Gianni Minà ad Antonino Caponnetto durante la quale viene ricordato il rapporto di amicizia e di stima che ci fu tra il magistrato, Falcone e Borsellino che permise la costituzione del Pool Antimafia voluto da Rocco Chinnici e lo svolgimento del maxi processo alla mafia che fece sentire la presenza dello Stato e la riaffermazione del principio di legalità messo in pericolo dalle azioni criminali dell’organizzazione mafiosa. La cittadinanza è chiamata a partecipare alla visione del film.

Una finanziaria di pace

pubblicato 23 nov 2017, 07:36 da Cultura della Pace

Sbilanciamoci: Controfinanziaria 2018, la parte su cooperazione, pace e disarmo

Quali sono gli interventi a cui daremmo priorità se potessimo decidere come impiegare le risorse pubbliche? Rifiutando il dogma dell’austerità e del contenimento della spesa pubblica a tutti i costi, Sbilanciamoci! risponde al Governo con una Contromanovra da 44,2 miliardi di euro. Qui la parte relativa a Cooperazione, Pace, Disarmo. Su www.azionenonviolenta.org viene rilanciato il documento di Sbilanciamoci

Articolo tratto da controfinanziaria.sbilanciamoci.org

Sbilanciamoci.org

Meno navi e aerei militari, più risorse per il Servizio Civile e l’Aiuto allo Sviluppo.
La politica estera, di difesa, agli affari interni e le politiche economiche e sociali sono strettamente interrelate e parti di un modello che va cambiato. Le armi non ci mettono al sicuro, né possono tutelare le popolazioni coinvolte in guerre e conflitti. È invece indispensabile immaginare e costruire insieme l’altra difesa possibile: quella pacifica, nonviolenta, di impegno, di partecipazione, di dialogo civile, di cooperazione dal basso.

Sbilanciamoci! propone a tal fine una netta riduzione delle spese militari, con un risparmio per la finanza pubblica di più di 5 miliardi di euro, sulla base di 5 misure: la riduzione immediata del livello degli effettivi delle nostre Forze Armate a 150.000 unità e il riequilibrio interno tra truppa e ufficiali e sottoufficiali (1,3 miliardi); il dimezzamento degli investimenti in nuovi Programmi d’armamento iscritti a bilancio del Ministero dello Sviluppo economico (2,3 miliardi); il congelamento dei nuovi contratti di acquisizione dei cacciabombardieri F-35 previsti nel 2018 (600 milioni), in attesa che il Governo attui l’indicazione del Parlamento che ne ha deciso il dimezzamento; il ritiro dalle missioni militari all’estero di chiara valenza aggressiva (850 milioni).

Una parte delle risorse così risparmiate potrebbe finanziare politiche di pace e cooperazione grazie all’implementazione dei Corpi Civili di Pace (100 milioni); a stanziamenti per la protezione dei Difensori dei diritti umani (2 milioni); alla riconversione a fini civili dell’industria a produzione militare (100 milioni) e di 10 servitù militari (50 milioni); al potenziamento degli Aiuti pubblici allo Sviluppo (1 miliardo) e ad attività di peacebuilding (20 milioni).

Finanziamenti aggiuntivi per il Servizio Civile Universale consentirebbero un ampliamento del numero dei volontari (123 milioni), la sperimentazione dei servizi necessari per qualificare l’esperienza di Servizio civile e di promuovere il riconoscimento delle competenze dei volontari (8 milioni). Chiediamo inoltre che le risorse del Fondo Africa, finanziato con 30 milioni di euro aggiuntivi per il 2018, siano destinate alla promozione di progetti di cooperazione decentrata a sostegno dei territori da cui provengono i migranti e i richiedenti asilo.

Scarica qui la sezione del rapporto su Cooperazione, Pace e disarmo

 

17 proposte
CategoriaProposteEntrate (mln di €)Uscite (mln di €)
Attività di pace e cooperazionePotenziamento delle attività di peacebuilding20,0
Attività di pace e cooperazioneAdeguamento dell’organico del Dipartimento Gioventù e Servizio Civile Nazionale1,0
Attività di pace e cooperazionePresentazione delle domande per il Servizio civile nazionale su piattaforma digitale1,0
Attività di pace e cooperazioneRiconoscere le competenze dei giovani del Servizio civile nazionale5,0
Attività di pace e cooperazioneRilancio e implementazione della sperimentazione dei Corpi civili di pace100,0
Attività di pace e cooperazioneRiconversione dell’industria a produzione militare100,0
Attività di pace e cooperazioneLotta alla corruzione e per la trasparenza negli appalti della Difesa0,00,0
Attività di pace e cooperazioneValorizzazione territoriale liberata da servitù militare50,0
Attività di pace e cooperazioneSperimentazione degli istituti innovativi del Servizio civile universale1,0
Attività di pace e cooperazioneStanziamenti per la protezione dei Difensori dei diritti umani2,0
Attività di pace e cooperazionePiù fondi per gli Aiuti Pubblici allo Sviluppo1.000,0
Attività di pace e cooperazioneFondo Africa sì, ma per lo sviluppo delle comunità locali30,030,0
Attività di pace e cooperazioneCrescita del contingente annuale del Servizio civile nazionale123,0
Riduzione della spesa militareTaglio dei programmi militari finanziati dal Ministero dello Sviluppo economico2.300,0
Riduzione della spesa militareUna drastica riduzione delle missioni militari850,0
Riduzione della spesa militareStop a nuovi contratti di acquisto per i cacciabombardieri F-35600,0
Riduzione della spesa militareRiduzione del personale della Difesa1.300,0


Sistemati

pubblicato 23 nov 2017, 07:26 da Cultura della Pace

È ora di sfidare il sistema bellico

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Jake Lynch sul sistema socio-economico che è stato costruito in questi venti anni

Associate Professor Jake Lynch

Libere elezioni e liberi mercati” rappresentano “il singolo modello sostenibile per il successo nazionale”. Così dichiarava la Strategia di Sicurezza Nazionale USA pubblicata dall’Amministrazione di George W. Bush nel 2002. È un documento meglio noto per la novità della variazione da esso proposta alla clausola tradizionale ONU per l’uso legale della forza: il concetto di autodifesa preventiva. Non c’è da unire molti trattini per dedurne che i paesi che devino da tale retta via rischiano di esser considerati minacce alla sicurezza e, prosegue il documento: “Per una mera questione di buonsenso e d’autodifesa, l’America agirà contro tali minacce emergenti prima che siano del tutto formate”.

È un’eresia rispetto al fondamentalismo del libero mercato l’aver messo un regime dopo l’altro sulla linea del fuoco, nel frattempo? Anche prima che Bush entrasse in carica, gli USA e i loro alleati entrarono in guerra per il Kosovo, nella ‘Operation Allied Force’, il bombardamento della Jugoslavia nel 1999, sulla base di un documento programmatico – l’Accordo di Rambouillet – il cui quarto capitolo, a proposito delle questioni economiche, inizia con l’affermazione nuda e cruda: “L’economia del Kosovo funzionerà secondo i principi del libero mercato”.

L’ufficiale superiore incaricato di quella campagna, il generale Wesley Clark – allora Supremo Comandante Alleato, Europa – incontrò successivamente un vecchio subordinato, attualmente in una funzione sedentaria al Pentagono, che gli disse che il piano dopo gli attacchi dell’11 settembre [2001] era di “togliere di mezzo 7 paesi in 5 anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan & Iran”[i]. Quando gli venne detto che l’informazione era classificata, Clark ordinò alla sua fonte di non mostrargli il memo[randum] trasgressivo.

Oggi, la Somalia è tuttora alle prese con indici multipli di privazione, con uno state a mala pena in grado di adempiere a funzioni basilari; il Sudan è spaccato, con il nuovo stato del Sud Sudan impantanato in una guerra civile, mentre l’Iraq e la Libia sono stati ridotti a macerie. L’Arabia Saudita alleata USA è stata una promotrice principale di una campagna fallita ma pur sempre distruttiva per rovesciare il presidente Assad in Siria, e sta ora minacciando il Libano. Il presidente Trump non ha perso tempo, appena insediatosi, nell’allineare la sua Casa Bianca con Riyadh in una nuova aggressiva campagna contro gli iraniani, dando ad intendere di vedere la malefica influenza di Tehran dietro tutti i problemi della regione.

È diventato un luogo comune nei circoli i politica estera dei paesi che forniscono truppe lamentare la mancanza di un ‘piano’ per i paesi – come l’Iraq e la Libia – le cui autorità governative sono state facili da sloggiare ma ben più difficili da sostituire. L’indagine Chilcot nella partecipazione britannica alla campagna per rovesciare Saddam Hussein si rammarica che il governo dell’allora primo ministro Tony Blair “abbia mancato di tener conto dell’imponenza del compito di stabilizzare, amministrare e ricostruire l’Iraq”.

In vario grado, tutti gli stati dell’elenco mostrato (anzi, ‘non sottoposto’) al generale Clark sono stati inizialmente costruiti a tavolino, poi stabilizzati e amministrati raccogliendo i proventi delle loro risorse naturali ed investendole in ambito pubblico. Non avendo liberi mercati, erano luoghi dove il capitale incontrava barriere al suo ulteriore accumulo. Ora, alcune di tali barriere sono state tolte. Naomi Klein scrive dell’Iraq post-invasione come di un esempio di “capitalismo del disastro”, con le politiche economiche imposte dall’Autorità Provvisoria della Coalizione “che hanno reso tutta quanta l’area interessata una zona imprenditorale piatta – ossia esentasse”. L’amministrazione Bush ce l’aveva sì un piano, continua Klein: “spandere quanto miele possibile, poi aspettare le mosche senza far nulla”[ii].

Quando il gigante aziendale General Electric quest’anno ha raccolto un valore di 1.4 miliardi di dollari in miele sotto forma di un contratto di ricostruzione dell’’industria elettrica irakena, si trattava appunto di un piano giunto a fruizione. La GE, ‘appaltatore della difesa’ con oltre quattro miliardi di dollari annui in vendite d’armi, è anche un attivo contribuente – mediante donatori individuali e Comitati d’Azione Politica – verso partiti e candidati, e una pietra angolare del settore lobbyistico di Washington. Per il periodo riguardante l’invasione dell’Iraq, ha anche posseduto la rete televisiva NBC, in tal modo disponendo di un mezzo diretto d’influenza dell’opinione pubblica, allorchè gli studi erano gremiti all’inverosimile di generali in pensione. Come il defunto Danny Schechter, film-maker di NewYork, attivista mediatico e “autopsista delle notizie” di memorabile osservazione, Le redazioni dei notiziari TV confezionavano e promuovevano l’invasione dell’Iraq come un prodotto: più che “raccontare” “vendevano”.

Si sono osservate dinamiche che conducessero a una grandiosa cospirazione putativa, che coinvolgesse vari soggetti di vari settori – industria, militare, politica e media – attivi a tramare in segreto per sospingerci alla guerra, a prescindere dalle conseguenze, al fine di far soldi? Qui è dove attingiamo ai concetti forniti dalla sociologia per definire la portata dell’attività politica non nelle parole e negli atti di attori identificabili – l’aspetto ‘comportamentale’ – bensì in quanto forza generativa immagazzinata in e attivata da sistemi e strutture.

Un contributo d’impronta specifica qui è quello di Johan Galtung, cioè la “violenza strutturale” che mantiene a posto barriere invisibili, abrogando il potenziale umano. Poi, non c’è potere esercitato senza un insieme di fini ed obiettivi, ci dice Michel Foucault in Il potere della sessualità; ma questo non vuol dire che dobbiamo cercare “il quartier generale che presiede alla sua razionalità”. In inglese, più o meno in contemporanea, Stephen Lukes scriveva di una “terza dimensione” del potere, oltre quella comportamentale e anche delle agende nascoste, in cui “l’inclinazione del sistema può venire mobilitata, ricreata e rafforzata in modi né scelti consciamente né il risultato intenzionale di ‘scelte’ di soggetti particolari”. Successivamente, lo studioso di comunicazioni Manuel Castells aggiunse un elegante abbellimento, la “società reticolare”, in cui “flussi di potere” identificabili inducono minore “determinazione sociale” che il “potere dei flussi” attorno a reti influenti.

La ragione per cui continuiamo ad avere delle guerre, in breve, è che abbiamo costruito un sistema bellico. Presi insieme, ammonì il presidente Dwight D Eisenhower in discorso radiofonico d’addio al popolo americano lasciando l’Ufficio Ovale nel lontano 1961, la semplice forza gravitazionale di possenti forze armate e una vasta industria armiera eserciteranno “influenza ingiustificata … cercata o meno”; a meno che sia costretta da “una cittadinanza vigile e attiva”.

Le minacce attuali si annidano negli e colpiscono dagli spazi non regolamentati: il labirinto dell’elusione fiscale rivelato dai Paradise Papers [Panama e analoghi]; le notizie fasulle in proliferazione su Facebook. Le industrie delle armi sono un altro spazio del genere. L’indagine dell’Ufficio Britannico per le Frodi Gravi sulla corruzione nel notorio affare di armi Al Yamamah fra British Aerospace e il governo saudita è stata archiviata, non per carenza di prove verso i sospetti ma perché i sauditi hanno minacciato di interrompere la condivisione dei dati d’intelligence. Gli scudi anti-missile americani in corso di dispiegamento sia in Est-Asia sia in Est-Europa avevano tante eccedenze rispetto al preventivo che si è reso necessario escogitare un nuovo sistema “contabile a spirale” per giustificarne il costo. Armi di fornitura britannica e americana sono in uso per sbriciolare lo Yemen e la sua popolazione civile, con le preoccupazioni umanitarie sviate da frasi fatte progettate apposta solo per prolungare il varco temporale per il profitto.

Che fare? In Gran Bretagna, secondo trafficante d’armi al mondo dopo gli USA, almeno l’opposizione politica ufficiale è guidata da qualcuno che ‘ci capisce’: Jeremy Corbyn, presidente della Coalizione Stop the War durante gli attacchi all’Afghanistan e all’Iraq. Se e quando i laburisti torneranno in carica, l’elenco delle priorità sarà davvero lungo; ma dovrebbe comprendere la regolamentazione e la riduzione delle forniture di armi. Come ha esplicitamente riconosciuto Corbyn, la partecipazione alle guerre del 21° secolo da parte della GranBretagna ha posto la sua stessa gente a maggior rischio. Dopo che un terrorista della comunità libica di Manchester-sud ha ucciso 21 fruitori di un concerto nella città tempo fa quest’anno, Corbyn ha approfittato di un discorso per sottolineare “le connessioni fra le guerre che il nostro governo ha sostenuto o combattuto in altri paesi, come la Libia, e il terrorismo in patria”.

Anche un ravvivare l’approccio originale dei laburisti GB ai rapporti internazionali sarebbe benvenuto. Nel primo volantino pubblicato dal partito dopo aver adottato la propria cositituzione nel 1918, il pensatore fabiano Sidney Webb ripudiava “ogni forma d’Imperialismo”, riconoscendo che ciò comportava l’accettazione del “diritto di ciascun popolo a vivere la propria vita, e a dare il suo specifico contributo al mondo a modo suo”. Il progetto neoconservatore, che imperversa per il mondo in cerca di miscredenti da convertire alla causa delle libere elezioni e dei liberi mercati, ci ha sbattuto in una serie di guerre alimentate dal profitto, rendendo più pericoloso il nostro mondo. È ora che la GranBretagna abbandoni quelle reti nefaste e solleciti altri a fare altrettanto.

NOTE:

[i] https://www.globalresearch.ca/we-re-going-to-take-out-7-countries-in-5-years-iraq-syria-lebanon-libya-somalia-sudan-iran/5166

[ii] http://www.naomiklein.org/articles/2004/09/baghdad-year-zero-pillaging-iraq-pursuit-neo-con-utopiahttps://www.transcend.org/tms/2017/11/time-to-challenge-the-war-system/ – _ednref2

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Jake Lynch, ex-lettore di notiziari BBC, corrispondente politico per Sky News e corrispondente da Sydney per l’Independent, è Professore Associato di Giornalismo di Pace e Direttore del Centro Studi su pace e Conflitti all’Università di Sydney, Australia, evincitore del Premio per la Pace 2017 del Luxemburgo. È membro della Rete TRANSCEND per la Pace, lo Sviluppo e l’Ambiente, e consulente di TRANSCEND Media Service-TMS. Lynch è coautore, con Annabel McGoldrick, di Peace Journalism (Hawthorn Press, 2005), e del suo nuovo libro, Debates in Peace Journalism, Sydney University Press and TUP – TRANSCEND University Press. È inoltre stato coautore, con with Johan Galtung e Annabel McGoldrick, di ‘Reporting Conflict-An Introduction to Peace Journalism’, tradotto in portoghese dal caporedattore di TMS, Antonio C. S. Rosa.


#508 – Jake Lynch – TMS | EDITORIAL, 20 November 2017
Titolo originale: 
Time to Challenge the War System
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Il clima che verrà

pubblicato 23 nov 2017, 07:19 da Cultura della Pace

Conferenza sul clima: avanti ma lentamente

Anche questo anno un gruppo di giovani studenti trentini dell'Agenzia di Stampa Giovanile nell'ambito del progetto "Giochiamoci il Pianeta", accompagnato da alcuni ricercatori e insegnanti, ha partecipato e raccontato la Conferenza Internazionale dei giovani sul Clima (COY13) e la Conferenza ONU sul Clima (COP23) dal 2 al 17 novembre a Bonn in Germania. Dal loro lavoro di inviati è nato questo articolo.

Tratto dal sito www.unimondo.org


Si è conclusa a Bonn la conferenza sul clima Cop23 (fonte: UNCC) © Ansa

Cala il sipario sulla Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (nota anche come COP 23), tenutasi a Bonn dal 6 al 17 Novembre sotto la Presidenza delle isole Fiji. Da questo appuntamento non erano attesi risultati puntuali, ma un progresso sostanziale sulle linee guida che renderanno operativo l’Accordo di Parigi post 2020 e che dovranno essere approvate entro il 2018. Un compito non banale, visto che il cosiddetto “Rulebook” avrà il compito di definire come gli sforzi di ciascuno stato in termini di mitigazione, adattamento e supporto saranno riportati e riesaminati. 

In linea generale, questa COP “di transizione” non ha deluso le aspettative. Da più parti è stata espressa soddisfazione per il lavoro negoziale svolto, che ha permesso di portare le linee guida da un livello concettuale ad uno più tecnico. È stato inoltre approvato un approccio al “Dialogo Facilitativo" che si terrà l’anno prossimo per rivedere al rialzo l’ambizione dei piani di azione climatica presentati dagli Stati per raggiungere gli obiettivi di Parigi. L’approccio si rifà al concetto figiano di Talanoa, che richiama l'importanza del condividere delle storie, costruire empatia e prendere decisioni sagge per il bene comune con base in un dialogo partecipativo e inclusivo. La presidenza Fijiana ha proposto che il “Dialogo Talanoa” incorporasse anche considerazioni sull’ambizione delle azioni pre-2020, particolarmente importanti per i paesi più vulnerabili visto la mancata entrata in vigore del secondo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto. Uno dei maggiori punti di discussione si è incentrato su come bilanciare questa proposta con la necessità di non perdere il focus rispetto al periodo post-2020 in cui l’accordo di Parigi verrà implementato.

Il punto più controverso dei negoziati ha riguardato, prevedibilmente, le questioni finanziarie, ed in particolare l’articolo 9.5 dell’Accordo che prevede una comunicazione biennale da parte dei paesi industrializzati rispetto al supporto finanziario destinato ai paesi in via di sviluppo per azioni di mitigazione e adattamento. Le discussioni si sono concentrate soprattutto sulle modalità in cui gli impegni di finanza pubblica dei paesi industrializzati verranno determinate nel lungo periodo.

Al di là dei necessari passi perché divenga operativo l’Accordo di Parigi, la COP23 si è caratterizzata per una forte attenzione verso i paesi più vulnerabili e questo, considerando che Fiji è tra le aree del pianeta più esposte agli impatti dei cambiamenti climatici, non solo non sorprende ma appare doveroso. Iniziative lanciate alla COP come il Partenariato Globale “InsuResilence” mirano proprio a rafforzare la capacità dei più poveri di accedere a forme assicurative che permettano loro di far fronte agli impatti di eventi estremi come cicloni e alluvioni. L’obiettivo è quello di raggiungere 400 milioni di persone entro il 2020 attraverso una partnership tra i paesi del G20 e le 49 nazioni più vulnerabili. 

E la società civile? Quella di quest’anno è stata una COP diversa dalle altre. Per la prima volta nella storia e a causa di questioni logistiche, lo spazio dedicato alle organizzazioni non governative (i cosiddetti osservatori) è stato separato da quello negoziale. Questo ha reso difficile l’interazione tra i due mondi, ma in un certo senso è riuscito ad enfatizzare la vivacità e la voglia di fare che caratterizza gli attori non statali rispetto alla lentezza dei negoziati tra stati. Una determinazione che è stata espressa, in particolare, dalla società civile e dagli enti sub-nazionali statunitensi a dispetto della volontà del presidente Trump di uscire dall’Accordo di Parigi. L’esempio più emblematico è probabilmente la U.S. Climate Alliance, una coalizione bipartisan formatasi nel giugno del 2017 e composta da quindici governatori degli Stati Uniti che si sono impegnati a rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni cui gli Stati Uniti si sono impegnati a Parigi. 

Il cammino è tuttavia ancora lungo. E’ emersa chiara la consapevolezza che gli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra non sono affatto sufficienti a garantire di mantenere il riscaldamento globale entro i 2°C e il rischio di superare tale soglia mantiene preoccupato il mondo scientifico. Entro il 2020 tali impegni dovranno essere infatti rivisti per essere decisamente più ambiziosi. Il tempo a disposizione è davvero poco e se questa COP ha dato segnali incoraggianti occorre comunque agire in fretta e i prossimi anni saranno decisivi.

Elisa Calliari e Roberto Barbiero dell'Agenzia di Stampa Giovanile

Progetto di educazione alla cittadinanza globale "Giochiamoci il Pianeta" è promosso dall'Associazione Viração&Jangada con il finanziamento della Provincia Autonoma di Trento e la collaborazione di Fondazione Fontana e Unimondo.

Vaticano e disarmo

pubblicato 18 nov 2017, 10:06 da Cultura della Pace

Disarmo integrale. L’impegno per la pace deve diventare prassi pastorale

Domenica prossima, 19 novembre, è la prima Giornata mondiale dei poveri. Può essere l’occasione per ricordare che le enormi spese militari sottraggono risorse proprio ai più poveri. Oggi la ricchezza di otto persone (8 di numero!) è pari alla ricchezza del 50% della popolazione mondiale! E sicuramente le folli spese militari sono tra le cause della povertà. Per dirla con don Tonino Bello: dobbiamo “amarci” e non “armarci”.

Tratto dal sito www.paxchristi.it


Succede spesso. Lo dobbiamo ammettere. Spesso si fanno i convegni, si torna contenti e soddisfatti. E i documenti finiscono nel cassetto… Credo che non si possa dire così della conferenza a cui ho partecipato lo scorso 10-11 novembre “Prospettive per un mondo libero delle armi nucleari e per un disarmo integrale”, promossa dal Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale. Questo incontro che ha ribadito con fermezza un “no” alle armi nucleari ha avuto un grosso stimolo proprio da Papa Francesco che, ricevendo in udienza i circa 350 partecipanti, ha detto:

“Anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano”g

Il testo integrale del discorso del Papa è facilmente reperibile su Internet. Ora sta a tutti noi, non solo ai partecipanti al convegno, dare gambe e tradurre in scelte questa “condanna” di Francesco, che si inserisce in un cammino più grande del magistero della Chiesa, dalla Pacem in Terris, alla Gaudium et Spes.
Sappiamo bene come il tema della pace, declinato come “no” alla guerra, alla produzione e vendita armi (vedi messaggio alla Settimana sociale di Cagliari) siano un punto fisso del magistero di Francesco. E sappiamo che l’Italia non ha aderito al Trattato firmato lo scorso 7 luglio all’Onu. Dobbiamo chiedere con forza al governo italiano di aderire! E sappiamo anche che sul territorio italiano a Ghedi e ad Aviano sono presenti decine decine di testate nucleari ben più potenti di quelle di Hiroshima.

Il lavoro non manca e il convegno appena concluso è una tappa, fondamentale, di un cammino già iniziato sia dalla Santa Sede sia da tutte quelle persone, gruppi, movimenti e associazioni che da anni si impegnano per un disarmo nucleare e integrale, per un mondo libero dalle armi.
Non a caso erano presenti 11 premi Nobel, compresa la rappresentante di Ican, premio Nobel per la pace 2017. Una tappa. Ma non un traguardo raggiunto. Il cammino continua. Per questo il convegno non va archiviato. Ma deve diventare spunto per una ripresa del cammino anche nelle scelte pastorali. Spesso questi temi sono assenti dai dibattiti delle nostre parrocchie. Non sono temi affrontati nelle catechesi, negli incontri di riflessione e formazione. Spesso si rischia di dire che Papa Francesco dice delle belle cose… Ma poi lo si lascia solo. Ecco allora che ognuno deve proseguire questo percorso nella propria realtà e nel proprio territorio.
L’impegno per la pace – la denuncia delle armi nucleari – deve diventare prassi pastorale. Non può restare un impegno di nicchia solo per qualcuno. La pace deve diventare l’impegno di tutti i credenti… Ben sapendo che “Cristo è la nostra pace”.
“Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche – ha affermato papa Francesco -, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica di solidarietà”. Non dimentichiamo che pochi giorni fa il Papa parlava di armi e guerra come di “suicidio dell’umanità”.
Domenica prossima, 19 novembre, è la prima Giornata mondiale dei poveri. Può essere l’occasione per ricordare che le enormi spese militari sottraggono risorse proprio ai più poveri. Oggi la ricchezza di otto persone (8 di numero!) è pari alla ricchezza del 50% della popolazione mondiale! E sicuramente le folli spese militari sono tra le cause della povertà. Per dirla con don Tonino Bello: dobbiamo “amarci” e non “armarci”.
(*) coordinatore nazionale di Pax ChristiDisarmo integrale. L’impegno per la pace deve diventare prassi pastorale

Che ambiente...

pubblicato 18 nov 2017, 10:00 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 18 nov 2017, 10:17 ]

Alla COP 23 di Bonn, con Trump isolato, viene riaffermato il bando dei combustibili fossili

Alla COP 23 di Bonn, con Trump isolato, viene riaffermato il bando dei combustibili fossili(ma le misure concrete sono molto fumose e scarse!)
Sul sito www.peacelink.it un articolo di Giuseppe Farinella e Alfonso Navarra racconta la conferenza sul clima di Bonn

Questo 17 novembre, dopo due settimane di intensi negoziati, si è conclusa la COP 23 di Bonn ( 23ª Conferenza delle Nazioni Unite sul clima ). Stiamo parlando del cammino internazionale, di governi, ma anche di agenti sociali, cui nel nostro piccolo partecipiamo, che dovrebbe unire gli sforzi di tutti per curare il mondo dal “riscaldamento globale” dovuto all'effetto serra.

E' stato varato, nel sudore di trattative complesse e serrate, il documento finale con l'approvazione di 197 Paesi.

(Sotto riportiamo il comunicato stampa ufficiale del segretariato della conferenza).

Si fanno passi avanti, con il “draft zero”, verso il “regolamento” che deve attuare l'accordo di Parigi del 2015, “regolamento” che sarà completato alla COP 24 di Katowice in Polonia.   

Le Fiji, l'isola che presiede la Conferenza, dovrebbero, nei prossimi mesi, presentare un format per il cosiddetto "Dialogo Talanoa" (parlare con il cuore è una possibile traduzione), che potrebbe portare a un negoziato tra paesi nel 2018 nel tentativo di aumentare l'ambizione degli obiettivi nazionali, che ora come ora porterebbero ad un aumento della temperatura di minimo 3 gradi centigradi rispetto all'era pre-industriale (quindi oltre i 17° C di temperatura media annuale del Pianeta).

 

L'ISOLAMENTO FA L'AMERICA PIU' PICCOLA

L'Accordo di Parigi del 12 dicembre 2015, entrato in vigore il 4 novembre 2016, è stato la base degli incontri ed un risultato acquisito è che questa base ha, tutto sommato, retto lasciando del tutto isolati gli USA.

Il neo- presidente USA Donald Trump aveva deciso di sabotarla, questa base, annunciando il ritiro degli Stati Uniti dal patto globale (questo ritiro, salvo ripensamenti, potrà diventare effettivo solo nel 2020). Ma persino il Nicaragua, con la sua gravissima crisi interna  e anche la Siria, immersa in una guerra civile trascinata dal 2011, hanno annunciato che aderiranno all'Accordo della COP21: gli Stati Uniti, a questo punto, saranno l'unico paese a rifiutare il “compromesso storico” scaturito a Parigi! 

Già all'apertura della conferenza, i delegati di Washington avevano pubblicamente dichiarato che loro erano venuti a Bonn “solo per tutelare gli interessi dei cittadini americani” e nient’altro. Come se gli Stati Uniti stessero su un pianeta a parte e non sulla Terra allo stesso modo di tutti gli altri!

A colpi di Tweet Donald Trump ha abbondantemente chiarito che ritiene i cambiamenti climatici una bufala da complottisti e che non ha nessuna intenzione di mettere in discussione quello che ritiene “l’attuale stile di vita americano”, basato sull’economia fossile. I recenti cataclismi che hanno devastato anche il Sud degli States, Texas petrolifero in testa, le centrali nucleari della Florida a rischio Fukushima, non gli hanno fatto cambiare idea!

Sin dai primi giorni del suo mandato, Trump, con il tripudio delle multinazionali dei fossili, aveva cominciato a picconare anche quel poco che aveva fatto Obama in tema di ecologia; ora anche a Bonn abbiamo costatato che non scherzava affatto quando prometteva di svincolarsi dagli impegni di Parigi: la delegazione USA non ha fatto altro che complicare o addirittura respingere qualsiasi tentativo di lavorare per una soluzione comune. Ma questo spinge all'irritazione tutto il resto del mondo e dà occasione ad altre potenze, Cina in testa, di riempire il vuoto di leadership lasciato.

 

IL DIALOGO DI TALANOA

Durante i negoziati, le tensioni erano come sempre incentrate sulla divisione delle responsabilità tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Nel tentativo di persuadere tutte le parti a raggiungere obiettivi più ambiziosi, Fiji, delegata ad arbitrare, propone che il dialogo avvenga con empatia.

Il Dialogo di Talanoa è il metodo facilitativo per valutare le azioni intraprese per arrestare il cambiamento climatico ed eventualmente se prevedere un – necessario – innalzamento degli obblighi di riduzione delle emissioni di gas serra.

Talanoa è una parola tradizionale usata nelle Fiji e nel Pacifico per riflettere un processo di dialogo inclusivo, partecipativo e trasparente, con lo scopo di condividere storie, costruire empatia e prendere decisioni sagge, per il bene collettivo. Durante il processo, le Parti costruiscono la fiducia e avanzano la conoscenza attraverso l’empatia e la comprensione. Colpire gli altri e avanzare osservazioni critiche non sono coerenti con l’edificazione della fiducia e rispetto reciproci e quindi incoerenti con il concetto di Talanoa. Talanoa promuove la stabilità e l’inclusività in relazione al dialogo, creando uno spazio sicuro che abbraccia il rispetto reciproco di una piattaforma per il processo decisionale per un bene maggiore”. – dal sito UNFCCC. 

(Si vada su: http://unfccc.int/items/10265.php)

 

L'EUROPA LEADER DELL'AZIONE CLIMATICA?

La padrona di casa tedesca Angela Merkel ha colto l'opportunità per proporsi, in concorrenza con la Cina, come nuova leader dell'azione climatica globale, ma le sue ali sono state tarpate dalle trattative interne per formare il nuovo governo: i due alleati che dovrebbero comporre la coalizione “Giamaica” , i verdi e la FDP, tirano la coperta in direzioni opposte!

L'Europa però non ha ancora una data chiara per la chiusura del carbone e su questo punto l'Italia frena insieme ai Paesi ex socialismo reale. Il 18 dicembre si terrà a Bruxelles un Consiglio Europeo sull’energia, durante il quale gli Stati Membri esprimeranno le proprie posizioni sul pacchetto di misure denominato “Clean Energy for all Europeans”. 

 

SI COSTITUISCE L'ALLEANZA CONTRO IL CARBONE. 

 

Francia e Messico, hanno anche stretto un'alleanza per ridurre l'uso del carbone - combustibili fossili e altamente inquinanti. Germania, Cina e Russia hanno rifiutato di aderire all'alleanza.

 

MOBILITAZIONE DELLA SOCIETA' CIVILE

I negoziati hanno mostrato una vitalità della società civile che va ben al di là dell'espressione dei vari governi nazionali. Città, regioni, imprese, investitori e associazioni ecopacifiste  sono stati attivissimi alla COP23 di Bonn: le componenti stranieri sicuramente più coordinate e visibili dei “pezzetti” italiani sparsi qua e la per la Conferenza. 

I Disarmisti esigenti, in stretta collaborazione con la WILPF Italia, sono stati protagonisti in uno stand ottenuto da WILPF Germania, che ha ospitato i nostri side event sul nesso tra minaccia nucleare e minaccia climatica, nonché esposto la mostra: ESIGETE! Il disarmo nucleare totale.

La sensazione che abbiamo avuto in questo evento è stata che effettivamente la conversione ecologica è un movimento in corso e che ha molti protagonisti, dalle associazioni, alle città alle stesse aziende. Abbiamo visto molto meno merketing e molta più comunicazione effettiva tra i diversi attori, soprattutto addetti ai lavori; ma pensiamo che le prossime COP debbano adottare una formula più aperta: la zona della manifestazione non deve essere riservata ai soli accreditati ma vi deve potere accedere la gente comune. In fondo la salvezza del mondo dipende dall'uscita dallo stato di letargia in cui attualmente si trova l'opinione pubblica globale...

 

LE PROSSIME COP

Della COP 24 in Polonia si è già detto.

A causa di un sistema di rotazione delle Nazioni Unite, la COP25 è già prevista per un paese dell'America Latina o dei Caraibi.

Intervenuto giovedì 16 novembre in seduta plenaria, il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, ha annunciato che l'Italia sta lavorando a livello interministeriale con l'obiettivo di proporre la candidatura a ospitare nel 2020 la COP 26.

 

* missione Bonn dei Disarmisti esigenti (includente Accademia Kronos ed Energia Felice) 

 https://cop23.unfccc.int/news/concrete-climate-action-commitments-at-cop23

 

UN CLIMATE PRESS RELEASE / 17 NOV, 2017

Concrete Climate Action Commitments at COP23

 

UN Climate Change News, Bonn, Nov 17 – As the UN Climate Change Conference comes down to the last day and governments work to complete the final negotiation decisions, it’s good to be reminded of the new wave of climate action that has been announced during COP23 from countries, cities, states, regions, business and civil society.

The common message from all sides at this conference has been that action to get on track towards the objectives of the Paris Climate Change Agreement and to ultimately achieve the 2030 Agenda Sustainable Development Goals is urgent, time is really running out and everyone simply must do much better together to drive climate action further and faster ahead now.

Above all, this means rapidly raising the current global ambition to act on climate change that is captured in the full set of national climate action plans (NDCs) which sit at the heart of the Agreement.

The following list includes announcements made during Cop23 to drive us further, faster and together to this destination.

Financing Climate Action

Major announcements included funds to support the poorest and most vulnerable, whose plight has been brought into sharp perspective by this year’s extreme weather

InsuResilience Initiative additional USD 125 mln from Germany to support provision of insurance to 400 more million poor and vulnerable people by 2020. A G20 and V20 (vulnerable nations) partnership

Adaptation Fund exceeds 2017 Target – Germany’s contribution of 50 million euros and Italy’s contribution of 7 million euros means the Fund has now surpassed its 2017 target by over USD 13 million and stands at a total equivalent of USD 93.3 million dollars

Norway & Unilever USD 400 mln fund for public and private investment in more resilient socioeconomic development.  Investing in business models that combine investments in high productivity agriculture, smallholder inclusion and forest protection

Germany and Britain to provide combined USD 153 mln to expand programs to fight climate change and deforestation in Amazon rainforest

European Investment Bank will provide USD 75 million for a new USD 405 million investment programmeby the Water Authority of Fiji. The scheme will strengthen resilience of water distribution and wastewater treatment following Cyclone Winston, the world’s second strongest storm ever recorded, which hit Fiji in February 2016

Green Climate Fund and the European Bank for Reconstruction and Development signed up to free USD 37.6 million of GCF grant financing in the USD 243.1 million Saïss Water Conservation Project to make Moroccan agriculture more resilient

World Resources Institute announced a landmark USD2.1 billion of private investment earmarked to restore degraded lands in Latin America and the Caribbean through Initiative 20x20

UNDP, Germany, Spain and EU launch EUR 42 million programme NDC Support Programme at UN Climate Summit to help countries deliver on the Paris Agreement

NDC Partnership to establish a new regional hub to support implementation of Nationally Determined Contributions (NDCs) in the Pacific

13 countries and IEA - EUR 30 mln to “IEA Clean Energy Transitions Programme” to support clean energy transitions around the world

Ecuador to reduce 15 million tonnes of CO2 emissions in the forest sector

Gabon’s National Park Service to halt illegal logging to stop emission of 20 million tonnes of CO2

Investing in Climate Action

HSBC announces 100 billion for green investments just before COP23

R20 and Blue Orchard Finance’s African Sub-national Climate Fund to provide ready-to-invest projects and funds to implement at least 100 infrastructure projects by 2020

Coordinating Climate Action

With so many climate action pledges and initiatives from across government, business and civil society, there is a growing need to coordinate effort to ensure that every cent invested and every minute of work contributed results in a much greater impact than each acting separately.

SIDS Health Initiative by WHO, UN Climate Change secretariat and Fijian COP 23 Presidency to ensure small island developing states have health systems resilient to climate change by 2030

America’s Pledge brings together private and public sector leaders to ensure the US remains a global leader in reducing emissions and delivers the country’s climate goals under the Paris Agreement

Powering Past Coal Alliance brings together 25 countries, states and regions to accelerate the rapid phase-out of coal and support affected workers and communities to make the transition

C40 mayors of 25 pioneering cities, representing 150 million citizens, pledged to develop and begin implementing more ambitious climate action plans before the end of 2020 to deliver emissions neutral and climate resilient cities by 2050

Global Alliance for Buildings and Construction – signed agreement to dramatically speed up and scale upcollaborative action

below50 -World Business Council on Sustainable Development initiative to grow the global market for the most sustainable fuels.

EcoMobility Alliance - Ambitious cities committed to sustainable transport.

Transforming Urban Mobility Initiative - Accelerating implementation of sustainable urban transportdevelopment and mitigation of climate change.

The Ocean Pathway Partnership aims, by 2020, to strengthen action and funding that links climate change action; healthy oceans and livelihoods including through the UN Climate Change process and via national climate action plans

United Nations Development Programme launched the Global Platform for the New York Declaration on Forests to accelerate achievement of its goals of forest protection and restoration.

Corporate Emission Cuts

Mars Inc. to reduce carbon footprint 27% by 2025 and 67% by 2050

Microsoft to cut carbon emissions by 75 percent by 2030

EV100 – More big companies join transition to electro-mobility

Walmart commits to commodities that do not increase deforestation

Government Ratifications

Syria ratified the Paris Agreement – 170 have now ratified

Six countries have ratified the Doha Amendment (Belgium, Finland, Germany, Slovakia, Spain, and Sweden) – 90 countries in total have ratified

Eight countries have ratified the Kigali Amendment to the Montreal Protocol (Comoros, Finland, Germany, Lao People's Democratic Republic, Luxembourg, Maldives, Slovakia and the UK) – 19 countries in total have ratified

Padre Paolo Dall'Oglio è indimenticabile

pubblicato 27 lug 2017, 00:51 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 26 ott 2017, 08:35 ]

Non dimentichiamo Padre Paolo Dall’Oglio

Alla fine di questa settimana, tra venerdì 28 e sabato 29 luglio, ricorderemo padre Paolo Dall’Oglio, questo instancabile costruttore di ponti che ha indicato a tutti noi la strada più semplice, quella che armonizza anziché dividere, che riconosce l’indispensabilità dell’altro anziché l’indispensabilità dell’odio. Articolo di Riccardo Cristiano sul sito www.perlapace.it





Mancavano pochi giorni alla fine del 2007 quando padre Paolo Dall’Oglio scrisse nella rubrica “la sete di Ismaele” che firmava su “Popoli”,  il web magazine dei gesuiti: “Quest’anno l’Adha, la festa del sacrificio alla fine del pellegrinaggio abramitico, cade pochi giorni prima di Natale. Da secoli i vicini di casa cristiani e musulmani si rendono vicendevolmente visita per le feste cogliendo l’occasione per riconciliarsi quando necessario. Perché non farlo anche in Italia? Magari con una telefonata prima: “Pronto? Parlo con il signor Mohammad? Volevo augurarle buona festa. Ha parenti al pellegrinaggio? Dio glieli riporti tutti a casa in buona salute. Vorrei venirla a trovare con mia moglie per farle tanti auguri di persona.” E’ probabile che i vostri vicini vengano poi a trovarvi a Natale. Ci  vorrà pazienza e aiuto dello Spirito Santo per fondare amicizie durature, armonizzare le mentalità, abituarsi alle diverse sensibilità”.

Alla fine di questa settimana, tra venerdì 28 e sabato 29 luglio, ricorderemo padre Paolo Dall’Oglio, questo instancabile costruttore di ponti che ha indicato a tutti noi la strada più semplice, quella che parte da una semplice telefonata, per cambiare il corso della storia e contribuire all’edificazione di una società diversa, che armonizza anziché dividere, che riconosce l’indispensabilità dell’altro anziché l’indispensabilità dell’odio.

Non sappiamo chi abbia sequestrato Paolo quella notte tra il 28 e il 29 luglio di quattro anni, fa , 2013. Non hanno mai rivendicato il suo sequestro.  Per me hanno voluto metterlo a tacere perché  era tra le più autorevoli voci che negavano a chicchessia il diritto di fare dei siriani dei sudditi di un sedicente stato confessionale o familiare. Per questo era amato dai suoi concittadini siriani.

Durante  questi anni durissimi e dolorosissimi per la Siria cominciati nel 2011, nel testo scritto per “Popoli” prima del suo sequestro, padre Dall’Oglio tra le altre cose ha scritto: “faccio ormai parte di una specie di collettivo su internet con il quale compariamo informazioni, cerchiamo di chiarire eventi, di emanciparci da febbri ideologiche e maree emotive suscitate e cavalcate ad arte. Ma la lotta è impari. Occorre formulare un mantra da ripersi di continuo: “Le sfumature sono sempre più fragili della propaganda, se vi soddisfa l’indottrinamento non abbiamo più nulla da darci.”

Quella specie di collettivo, caro Paolo, c’è ancora. Senza di te fatichiamo a sentirci, a riconoscerci, a capire, ma il ponte che hai creato tra tanti rimane, e per tutti le sfumature sono rimaste fondamentali. L’indottrinamento abbiamo cercato di tenerlo lontano da noi, e quest’anno in tanti, sui giornali, alla radio, in televisione, cercheranno di ricordarti innanzitutto per chiedere la tua liberazione, come non abbiamo abbastanza fatto sin qui, quale nostro concittadino. Ma poi riprenderemo i tuoi scritti per cercare insieme a te le nuove sfumature da difendere, le nuove dottrine da evitare, i nuovi ponti da edificare; senza santini, semplicemente tentando di camminare insieme con te lungo le frontiere della convivialità mediterranea alla quale continui a dare il tuo contributo.

Paolo, dopo esserti espresso a favore del piano di pace dell’inviato dell’Onu Kofi Annan sei stato  espulso dalla Siria nel 2012, e il tuo account era “espulso arrabbiato”: tanto arrabbiato che sei voluto rientrare nella piena consapevolezza del rischio, due volte, restando  sacerdote, fratello nel battesimo,  fratello in umanità,  intellettuale,  giornalista,  appassionato amico della libertà di tutto il popolo siriano. E sei stato sequestrato; per noi seguitare a riflettere con te è la risposta migliore a chi si è illuso di sequestrare con te anche le tue idee.

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