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Ecco il bando della Borsa di Studio "Angiolino e Giovanni Acquisti"

pubblicato 21 nov 2019, 08:26 da Cultura della Pace

Borsa di Studio "Angiolino e Giovanni Acquisti"
Ecco il bando della nuova edizione della borsa di studio, da quest'anno dedicata anche a Giovanni Acquisti, altro biturgense decisivo per la storia sociale della città di Sansepolcro. Comunicato stampa dell'Associazione Cultura della Pace e del Comune di Sansepolcro che entra a pieno regime nell'organizzazione 


L’Associazione Cultura della Pace e il Comune di Sansepolcro, Assessorato alla Cultura, comunicano con soddisfazione la pubblicazione del nuovo bando della Borsa di Studio dedicata alla nonviolenza, intitolata, da questa edizione, a Angiolino e Giovanni Acquisti.

La vita e l’impegno di Angiolino Acquisti saranno così riscoperte insieme alla vita e all’impegno di suo figlio, Giovanni che tanto ha dato al contesto sociale biturgense. In accordo con la famiglia Acquisti, si è deciso pertanto di dedicare a entrambi la borsa di studio con lo scopo di portare avanti l’esempio di due concittadini così decisivi per la vita sociale di Sansepolcro.

La Borsa di Studio “Angiolino e Giovanni Acquisti” prevede il concorso di tesi riguardanti la nonviolenza, ma che provengono da vari settori di studio accademico. Il premio sarà di € 1000 e tutte le tesi che giungeranno alla commissione esaminatrice, saranno stampate e conservate presso la Biblioteca di Sansepolcro, nella sezione “Cultura della Pace”.

La Commissione, presieduta dal Premio Nazionale “Cultura della Pace-Città di Sansepolcro, Prof. Tonino Drago, vede il nuovo componente, Prof. Peter Gonsalves, della Università Pontificia Salesiana di Roma e la vincitrice dell’ultima edizione della borsa di studio, Dott. ssa Nadia Cadrobbi.

Una commissione prestigiosa aiuterà l’Associazione Cultura della Pace, il Comune di Sansepolcro e la Famiglia Acquisti a scegliere il vincitore della borsa di studio e permetterà la raccolta di nuove tesi che saranno utili a rendere Sansepolcro, sempre più, una città dove si studia la nonviolenze e le sue tecniche. Le tesi dovranno pervenire entro il 10 Dicembre 2020, mentre la consegna della borsa di studio avverrà a Settembre 2021.

Ecco il bando e la commissione esaminatrice: Bando e Commissione

Povertà da guarire

pubblicato 21 nov 2019, 08:19 da Cultura della Pace

Flash Report 2019 su povertà ed esclusione sociale in Italia  

Sul sito www.caritas.it il report su povertà ed esclusione. Cosa da guarire per essere un Paese normale 


E' disponibile  online da sabato 16 novembre, alla vigilia della terza Giornata Mondiale dei Poveri del 17 novembre 2019 (XXXIII del Tempo Ordinario), il Flash Report sulla povertà ed esclusione sociale 2019 (.pdf) di Caritas Italiana.

In questa edizione, oltre a riportare i dati provenienti dagli oltre 3.300 Centri di Ascolto di tutta Italia, un focus curato insieme a Legambiente è dedicato alle strette connessioni tra ambiente, degrado, povertà e giustizia sociale. Qui disponibile anche un'infografica di sintesi (.pdf).

Il Report è stato presentato sabato 16 novembre all'interno della quarta edizione del Festival dell’economia civile di Campi Bisenzio (FI). All'incontro  “Povertà e crisi ecologica: cause, connessioni e risposte” hanno partecipato il direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, Renato Marinaro, responsabile Area Nazionale Promozione Caritas, Enrico Fontana, responsabile nazionale Ufficio Economia Civile Legambiente Nazionale, ed Emiliano Fossi, sindaco di Campi Bisenzio.

Sostegno alla lotta contro le armi nucleari

pubblicato 7 nov 2019, 10:33 da Cultura della Pace

ICAN incontra il Papa alla vigilia del viaggio in Giappone: “grazie per il fondamentale sostegno al Trattato anti-nucleare” 
Una delegazione della Campagna internazionale contro le armi nucleari ICAN (Nobel per la Pace 2017) ha chiesto oggi al Pontefice di continuare la sua opera di pressione sui leader mondiali per una ratifica del Trattato che mette al bando queste armi inumane e indiscriminate. Il prossimo viaggio ad Hiroshima e Nagasaki sarà l’occasione per rilanciare percorsi di disarmo nucleare a partire dall’esperienza dei sopravvissuti ai bombardamenti atomici. Insieme ai rappresentanti di Senzatomica e Rete Disarmo la direttrice di ICAN Beatrice Fihn ha inoltre incontrato il Segretario di Stato Card. Parolin e alcuni Deputati del Parlamento italiano. 
Sul sito www.beati.org il comunicato stampa di ICAN sull'incontro con il Pontefice

ican-logo

Questa mattina una delegazione della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN), guidata dalla direttrice esecutiva Beatrice Fihn, ha incontrato Papa Francesco per esprimere ancora una volta l’apprezzamento a riguardo della sua posizione sul disarmo nucleare. In particolare, in vista dell’imminente viaggio del Pontefice in Giappone, la campagna ha chiesto al Papa di rinnovare il suo invito a tutti gli Stati a firmare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), rilanciando la necessità di partire dall’esperienza degli hibakusha (i sopravvissuti ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki) per costruire un percorso realistico di disarmo. Al Papa è stato inoltre espresso l’apprezzamento per aver chiaramente indicato, già dal Simposio sul disarmo integrale del Novembre 2017, come non solo l’uso ma anche il mero possesso delle armi nucleari sia da considerarsi immorale. Prima dell’incontro con il Pontefice la delegazione (composta anche da Daniele Högsta coordinatore del network internazionale e da Daniele Santi e Sole Becagli di Senzatomica insieme a Francesco Vignarca di Rete Disarmo) ha incontrato il Segretario di Stato Vaticano Cardinale Pietro Parolin. Un lungo e cordiale incontro nel quale sono state ribadite le motivazioni alla base degli sforzi comuni verso l’entrata in vigore del Trattato, che il Vaticano è stato il primo a firmare, considerando che al momento servono ulteriori 17 ratifiche affinché divenga norma internazionale. “È molto importante collaborare con Istituzioni come la Santa Sede - ha affermato Beatrice Fihn, che nel 2017 ha pronunciato il discorso di accettazione del Nobel per la Pace a nome di ICAN - perché possono cambiare la percezione che l’opinione pubblica ha delle armi nucleari: non qualcosa di lontano e che non ci riguarda, ma una minaccia diretta all’esistenza di tutti noi. Abbiamo poi ribadito che una soluzione concreta è già sul tavolo: un testo di Trattato votato da 122 Paesi che dice chiaramente come le armi nucleari siano inaccettabili e disumane. Non si può fondare falsamente la propria sicurezza sulla minaccia di cancellazione di intere città e popolazioni”. La presenza a Roma di Beatrice Fihn e Daniele Högsta è stata inoltre occasione per ulteriori incontri con rappresentanti del Parlamento italiano, per ricordare la necessità e l’urgenza di un impegno del nostro paese a rafforzamento dei percorsi di disarmo nucleare e di sostegno possibile al Trattato TPNW. Concetti espressi sia nell’incontro con l’ex Presidente della Camera On. Laura Boldrini, sia in quello con il Presidente della Commissione difesa di Montecitorio On. Gianluca Rizzo. I rappresentanti internazionale di ICAN e gli esponenti delle organizzazioni italiane che ne fanno parte hanno ribadito, come già fatto in una recente lettera, la richiesta di sottoscrizione dell’appello dei Parlamentari a favore del Trattato promosso dalla Campagna internazionale, che nella scorsa legislatura era stato firmato da oltre 240 parlamentari tra i quali: Luigi Di Maio, Roberto Fico, Marina Sereni, Lia Quartapelle, Giuseppe Brescia, Manlio Di Stefano, Erasmo Palazzotto, Giuditta Pini, Riccardo Fraccaro, Federico D’Incà, Nicola Fratoianni, Stefano Fassina. Senzatomica e Rete Disarmo rinnovano il loro invito alle istituzioni italiane a promuovere ogni tipo di sforzo per un ruolo positivo dell’Italia in questo percorso, chiedendo che vengano analizzati tutte le possibilità di adesione al Trattato e dunque cambiando la posizione che finora ha visto l’Italia non partecipare a questa iniziativa. Nei prossimi giorni verrà rilanciata la mobilitazione “Italia ripensaci coinvolgendo anche città ed enti locali di tutta Italia, e ricordando che sette italiani su dieci sono favorevoli al Trattato TPWN e vorrebbero l’eliminazione delle testate nucleari attualmente presenti sul nostro Territorio.

In Omaggio

pubblicato 31 ott 2019, 09:57 da Cultura della Pace

Eugenio Melandri, una vita per la Pace e gli ultimi

Un ricordo a poche ore dalla scomparsa terrena.
Sul sito www.peacelink.it un articolo di Alessio Di Florio sulla scomparsa di Padre Eugenio Melandri

Ci ha lasciato stamattina Eugenio Melandri, una vita impegnato nel pacifismo, nella solidarietà internazionale, in una politica vera e autentica e nella Chiesa degli ultimi. Prima ancora che la notizia uscisse sui social già correva la commozione. Fondatore dell’Associazione Obiettori di Coscienza e di Senzaconfine, è stato tra i protagonisti di quella grande stagione pacifista delle Marce nei Balcani devastati dalla guerra che caratterizzarono i primi anni di PeaceLink. Prima dell’impegno diretto come europarlamentare (prima con Democrazia Proletaria, poi con Rifondazione) fu missionario saveriano e direttore di Missione Oggi. E quell’attenzione all’informazione alternativa, alla solidarietà con l’Africa e tutti i Sud del mondo non l’abbandonarono dopo la sospensione a divinis per la candidatura e l’elezione. Associazioni come “Chiama l’Africa”, impegnata nella solidarietà con il grande continente dal basso, senza grandi padrini e motore di importantissime campagne sociali, lo hanno visto in primissima fila. Instancabile e mai fermo, sempre col cuore in fiamme per la passione e l’impegno verso gli altri. Una caratteristica che lo accomuna, tra i tanti, ad un altro grande protagonista di quella straordinaria stagione di associazioni, movimenti, campagne pacifiste e di solidarietà di fine Anni Ottanta-Anni Novanta, Dino Frisullo. E proprio le parole che Eugenio scrisse dopo la morte di Dino oggi possono essere dedicate a lui. Ti vestivi come i gigli del campo e ti nutrivi come gli uccelli dell'aria. Per te non cercavi mai nulla. Hai donato tutto. Senza tenerti niente. Neanche un momento di riposo, neanche una pietra dove poggiare il capo: “Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli il loro nido, ma il Figlio dell'uomo non ha dove poggiare il capo”. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. “Beati i poveri. Di loro e' il Regno dei cieli”.
Dino, lo sai che, con tutta la mia povertà, io credo che ci sia l'altra vita. Sento la nostalgia di quel totalmente altro che ricondurrà tutto a giustizia, dove le vittime avranno finalmente ragione dei loro oppressori. E sono sicuro che, nel Regno che viene, tu avrai un posto grande, bello, pieno di luce. Allora ho meno paura. Con te il paradiso diventerà senz'altro più aperto. Romperà i confini per fare entrare tutti. Lo troverai sempre, infatti, il modo di far entrare anche quelli che - a rigor di legge - forse non dovrebbero. Ti metterai accanto a San Pietro e non lo mollerai fino a quando non darà il permesso di entrata e di soggiorno anche all'ultimo arrivato. Ti organizzerai con quelli che già sono arrivati, come don Luigi, e riuscirete davvero a fare entrare tutti nella grande casa che ci aspetta.

Eugenio Melandri e Dino Frisullo furono tra i fondatori di Senzaconfine, l’associazione antirazzista che non ha mai considerato i migranti oggetto di lucro e su cui calare il pietismo dei ricchi (o di chi si vuol arricchire) ma persone con cui costruire reti solidali, politica, conquistare diritti e costruire socialità, nella quale dopo la morte di Dino il testimone può straordinariamente raccolto da Alessia Montuori e oggi presieduta da Simonetta Crisci. Sono considerazioni oggi considerate banali e ovvie, forse persino superate visto l’atomizzarsi e la frantumazione di un tessuto di attivismo e impegno sociale e politico nei tempi dell’individualismo e dell’egoismo assurti a sistema, ma che precedettero i tempi.

Era stata cancellata solo da poche settimane la sospensione a divinis, la settimana scorsa commosso ed emozionato Eugenio era tornato a dire messa. E la vita la voluto strappare a questa terra nelle stesse ore della fine del Sinodo sull’Amazzonia. Un sinodo in cui è risuonata forte l’impegno per il creato, per l’Amazzonia simbolo di tutte le terre (dall’Ilva e le tante terre dei fuochi d’Italia ai Sud del mondo saccheggiati dalle multinazionali) devastate dal capitalismo e dal profitto ad ogni costo. L’ecologia, la Pace, la giustizia, il protagonismo degli emarginati e dei poveri oggi sono centrali per la stessa permanenza della vita, per salvare una società che ha già superato l’orlo del baratro. E sono stati più che centrali nella vita, nell’impegno quotidiano e totale di Eugenio Melandri. La Chiesa di base, schierata contro i potenti e gli oppressori, quella che dalla Teologia della Liberazione ai “preti operai” e di frontiera in Italia ha sempre cercato una strada diversa rispetto alle gerarchie e ai palazzi, ha nel cuore quelli che il Vangelo definisce gli anawin. Gli ultimi tra gli ultimi, i più poveri tra i poveri, i più sofferenti tra i più sofferenti, le vittime più vittime che ci sono dell’ingiustizia. Potremmo anche dire i più piccoli tra i piccoli. Mentre il mondo si precipita oltre il baratro o si hanno loro nel cuore o non si è. E’ necessario sempre più lottare per lasciare questo mondo migliore e meno ingiusto di come l'abbiamo trovato e lo vogliono ridurre oppressori e potenti, senza timore. Perché la vera crescita e la vera libertà stanno nel combattere tutto ciò che rende un uomo schiavo e oppresso: analfabetismo, ingiustizia, degrado ambientale, sfruttamento dei lavoratori e delle classi sociali più deboli. Difendere la vita vuol dire ribellarsi contro tutto ciò che calpesta la vita stessa e la dignità. E’ il racconto della vita di Eugenio Melandri e ora il testimone deve essere raccolto da chi siamo rimasti.

Amazzonia val bene una messa

pubblicato 31 ott 2019, 09:51 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 31 ott 2019, 09:52 ]

L'Amazzonia come "casa comune"

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Lia Curcio sul Sinodo della Chiesa Cattolica 

sull'Amazzonia

Il Sinodo per l'Amazzonia, le cose da sapere



Il Sinodo dei Vescovi che Papa Francesco ha voluto dedicare all’Amazzonia come “casa comune”, si è svolto a Roma dal 6 al 27 ottobre, ed è stata un’occasione unica per raccontare al mondo i drammi quotidiani che gli indigeni vivono nella loro foresta depredata, nei loro territori da cui vengono scacciati. È stata un‘occasione importante per chiedere l’aiuto della comunità internazionale, affinché i riflettori restino puntati su questa situazione.

L’Amazzonia ha un’estensione che supera i 7 milioni di kmq, più di 20 volte l’Italia. Da sola, la foresta amazzonica costituisce circa la metà di tutte le foreste pluviali ancora esistenti sulla Terra; ha un ecosistema estremamente diversificato, conta oltre 16mila specie di piante e oltre 390 miliardi di alberi. La sua preservazione non è solo essenziale per tutelare la vita delle migliaia di specie che la popolano, ma anche per contribuire a mantenere il giusto equilibrio di ossigeno nell’atmosfera. Include aree di Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana Francese e conta circa 33 milioni di abitanti, 3 milioni dei quali sono indigeni appartenenti a 390 popoli diversi. Il suo impatto sull’ecosistema planetario è insostituibile: il bacino del Rio delle Amazzoni e le foreste tropicali circostanti nutrono il suolo e regolano, attraverso il riciclo dell’umidità, i cicli dell’acqua, dell’energia e dell’anidride carbonica a livello mondiale. Eppure, a ridurne l’estensione a ritmi impressionanti sono non solo gli incendi ma anche la deforestazione causata dalle attività umane e le conseguenze del cambiamento climatico. L’entità di questi tre fenomeni ha fatto sì che alcuni scienziati, da anni, avvertano della possibilità che la Foresta Amazzonica stia per superare un punto di non ritorno.

Secondo alcuni studi scientifici, oggi le terre indigene costituiscono ‘la barriera più importante alla deforestazione dell’Amazzonia. Alcune delegazioni di attivisti indigeni dell’Amazzonia hanno partecipato al Sinodo e hanno denunciato l’omicidio di attivisti, la privatizzazione di beni naturali, inclusa l’acqua, la caccia e la pesca predatorie. Ma anche i megaprogetti infrastrutturali: idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento per produrre monocolture, strade e ferrovie, progetti minerari e petroliferi. Non ultimo, la violenza contro le donne, lo sfruttamento sessuale, il traffico di esseri umani e la condizione di povertà alla quale sono condannati i popoli dell’Amazzonia. 

Soprattutto, si è denunciato come si stia distruggendo l’Amazzonia e i popoli che la abitano. 

Un esempio concreto è stato raccontato delle comunità indigene dell’Amazzonia dell’Ecuador, vittime dei crimini ambientali commessi dalla multinazionale del petrolio Chevron Texaco: 68 miliardi di litri di scarti del petrolio hanno inquinato le acque e le fiamme dei “mecheros” (camini attraverso i quali si brucia il gas che esce quando si estrae petrolio) producono temperature fino a 100 gradi centigradi, distruggendo la vita tutto intorno. I popoli indigeni si stanno estinguendo perché si è interrotto il legame vitale con la natura. Nel 2001 una sentenza ecuadoriana ha condannato la compagnia petrolifera a risarcire le vittime con 9 miliardi e mezzo di dollari ma a distanza di 20 anni le organizzazioni indigene aspettano ancora giustizia. 

Ha denunciato la situazione degli indigeni del Brasile Sonia Guajajara, che nelle ultime elezioni presidenziali del 2018 ha sfidato Bolsonaro candidandosi come vicepresidente. Sonia vive in un territorio indigeno della foresta Amazzonica del Brasile e fa parte di una rete organizzata che rappresenta 350 popoli indigeni. Si è raccontata al programma Geo di Rai3: “C’è in me uno spirito di lotta fortissimo, un senso di giustizia. Mi ha spinto alla lotta, il desiderio di garantire i nostri territori per tutti i nostri popoli, perché questa garanzia oggi non c’è e noi perderemo la nostra identità e il nostro modo di vivere. In tutto il Brasile i territori indigeni sono minacciati dalla politica del governo. Il presidente Bolsonaro porta avanti delle campagne in cui dichiara che bisogna acquistare, “titolarizzare” le terre, autorizzando la deforestazione. È la legge che autorizza lo sfruttamento economico e minerario dell’Amazzonia. Bolsonaro nega il riscaldamento globale e autorizza la distruzione dell’Amazzonia. Sta istituzionalizzando il genocidio etnico del nostro popolo. Si stanno distruggendo le strutture della nostra società, dell’ambiente e dell’acqua. I nostri popoli non potranno sopravvivere senza queste risorse. Ma non solo. Nessuno potrà sopravvivere. La foresta garantisce l’acqua e l’aria. I territori indigeni del Brasile sono tra i più grandi della foresta Amazzonica. Noi facciamo una lotta per tutti, per noi ma anche per l’intero pianeta”.

Oggi il Brasile continua i suoi aggressivi piani di sviluppo e industrializzazione dell’Amazzonia. Diversi complessi di dighe idroelettriche sono in costruzione. Le dighe forniranno energia alle compagnie minerarie, che sono pronte a realizzare attività di estrazione su vasta scala se il Congresso approverà un progetto di legge fortemente sostenuto dalla lobby mineraria.

I popoli indigeni contano almeno 370 milioni di persone e abitano in più di 60 nazioni. L’associazione SURVIVAL INTERNATIONAL denuncia che “nel mondo tutti i popoli indigeni, non sono quelli dell’Amazzonia, sono sotto attacco. Si aprono i territori a dighe, sfruttamento petrolifero e minerario. E c’è anche una deprivazione culturale: oggi più di 2milioini di bambini sono inviati in scuole dove viene programmata la cancellazione dell’identità e cultura indigena”. Vi invitiamo ad ascoltare la campagna #Tribal Voice che fornisce ai popoli indigeni un palcoscenico da cui parlare di ciò che è più importante per loro. Il mondo ha bisogno dei popoli indigeni!

Carlotta Sami testimonial della Borsa di Studio "Angiolino Acquisti"

pubblicato 31 ott 2019, 09:46 da Cultura della Pace

Borsa di Studio alla Dott. ssa Nadia Cadrobbi

Consegnata alla presenza della Portavoce UNHCR per il Sud Europa, Carlotta Sami, la borsa di studio. Presentato il video su integrazione e nuova comunità a cura di Caterina Casini, in collaborazione con Associazione Cultura della Pace e Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Sansepolcro


Carlotta Sami UNHCR


L’Associazione Culturale “Angiolino Acquisti” e l’Associazione Cultura della Pace, in collaborazione con la Sezione ACLI “Adriano Olivetti” di Sansepolcro e con il Comune di Sansepolcro, Assessorato alla Cultura, nella Settimana Onu per il disarmo, hanno consegnato alla Dott. ssa Nadia Cadrobbi, la Borsa di Studio “Angiolino Acquisti” per la tesi dal titolo “Riconciliazione e perdono come principi della giustizia riparativa e della risoluzione dei conflitti. Le esperienze in Kossovo e Albania con Operazione Colomba” discussa presso l’Università  Ca’ Foscari – Venezia, Facoltà di Lavoro, Cittadinanza Sociale, interculturalità, con la seguente motivazione: “L’idea della giustizia riparativa da realizzarsi tramite la mediazione diventa esperienza di riparazione e riconciliazione che coinvolge, oltre il reo e la vittima, tutti gli attori della mediazione, compresi il mediatore e l’intera comunità. E’ così che la giustizia riparativa prevarica l’idea stessa del perdono perché ad esso dà una configurazione concreta proponendo percorsi assolutamente innovativi di umanità che tanto sarebbero piaciuti a Angiolino Acquisti.”

Alla presenza della testimonial Carlotta SamiPortavoce UNHCR per il Sud Europa e degli studenti dell’Istituto d’Istruzione Superiore “Liceo Città di Piero” di Sansepolcro, è stato affrontato il tema delle migrazioni, dei rifugiati e degli sfollati da guerre e carestie che tanto preoccupano il consesso mondiale. I rifugiati e sfollati hanno raggiunto il numero record di 71 milioni di persone, di queste, 27 milioni sono gli sfollati fuori dal proprio paese di origine, ma il mondo se ne fa carico soltanto per 55mila di loro. La soluzione, racconta la Sami, non può coinvolgere solo i governi, ma una serie di attori che vanno dal mondo dell’istruzione a quello imprenditoriale, economico e sociale. C’è quindi bisogno di integrazione e di corridoi umanitari, di maggior potere all’ONU, sapendo che cambiamenti climatici e guerre, rendono la fuga elemento strutturale e non più emergenziale per molte persone.

Nadia Cadrobbi ha raccontato la sua esperienza nonviolenta con Operazione Colomba, dell’Associazione Giovanni XXIII, in Albania, Kosovo e nel carcere di Trento, che prevede una riconciliazione tra parti offese attraverso la giustizia riparativa, e la scelta della strada del perdono per superare i traumi violenti che molti hanno vissuto.

Un filmato a cura di Caterina Casini con Laboratori Permanenti e in collaborazione con l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Sansepolcro, ha raccontato la bella esperienza di integrazione e di costruzione di identità nuova, tra studentesse di nazionalità serba, kosovara e cinese, presenti nel nostro territorio.

Gli studenti, partecipi e attivi hanno presenziato alla cerimonia testimoniando un desiderio di conoscenza encomiabile. Tutte le tesi che sono arrivate saranno stampate e messe a disposizione della Biblioteca Comunale di Sansepolcro.

Premio di speranza

pubblicato 28 ott 2019, 13:02 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 28 ott 2019, 13:03 ]

Il Nobel per la pace 2019 all'etiope Abiy Ahmed Alì: una speranza per l'Africa

Il Premio è stato assegnato l'11 ottobre alle 11 dal comitato norvegese. Contrariamente alle attese e alle aspettative, non è andato a Greta ma al Primo ministro etiope protagonista di un epocale processo di pace con l'Eritrea.

Sul sito www.vita.it un articolo sul Premio Nobel per la Pace 2019

 Abiy Ahmed Ali © AP 

Non a Greta, ma all'etiope Abiy Ahmed Alì. Il Premio Nobel per la Pace assegnato pochi minuti fa ad Oslo sorprende molti, ma non tutti. Nato il 15 agosto 1976 a Beshasha, Primo Ministro della Repubblica federale democratica d'Etiopia, Abiy Ahmed Alì. 

Questa la motivazione del premio: "per i suoi sforzi per la pace e la cooperazione internazionale, in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto frontaliero con la vicina Eritrea".

La pace non nasce dalle azioni di una sola parte. Quando il primo ministro Abiy ha teso la mano, il presidente Afwerki l'ha afferrata e ha contribuito a formalizzare il processo di pace tra i due paesi. Il comitato norvegese per il Nobel spera che l'accordo di pace contribuisca a realizzare un cambiamento positivo per l'intera popolazione dell'Etiopia e dell'Eritrea. In Etiopia, anche se molto lavoro resta ancora da fare, ma il comitato norvegese per il Nobel - si legge ancora nella motivazione - spera che il premio rafforzi il Primo Ministro Abiy nel suo importante lavoro per la pace e la riconciliazione». L'Etiopia è il secondo paese più popoloso dell'Africa e ha la più grande economia dell'Africa orientale. Un'Etiopia pacifica, stabile e di successo - conclude il Comitato - «avrà molti effetti collaterali positivi e contribuirà a rafforzare la fraternità tra le nazioni e i popoli della regione. Tenendo ben presenti le disposizioni della volontà di Alfred Nobel, il comitato norvegese per il Nobel considera Abiy Ahmed come la persona che nell'anno precedente ha fatto di più per meritare il Premio Nobel per la pace per il 2019».

Con i curdi cosa fare?

pubblicato 25 ott 2019, 09:55 da Cultura della Pace

Presupposti e azioni per il sostegno al popolo curdo 

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Angela Dogliotti sulla situazione in Kurdistan

Siria, l'esercito di Damasco verso Nord dopo un accordo con i curdi. Reporter stranieri colpiti da raid turchi

Lo Statuto delle Nazioni Unite, nate nel 1945 dopo le decine di milioni di morti delle due guerre mondiali, all’Art.1 così recita:

I fini delle Nazioni Unite sono:

1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, e a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, e in conformità ai princìpi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare a una violazione della pace […].

Purtroppo queste affermazioni suonano come lettera morta rispetto a quanto sta avvenendo con l’aggressione della Turchia alla Siria del Nord contro il popolo curdo e l’esperienza di amministrazione autonoma in atto nel Rojava.

Ma non possiamo rassegnarci a questa estrema debolezza, inettitudine e immobilismo di un organismo come l’ONU, che è comunque l’unico tentativo istituzionale di garantire il rispetto della pace nelle relazioni internazionali attraverso strumenti alternativi alla guerra.

Dobbiamo lavorare perché queste risoluzioni diventino effettive, perché ciò che non funziona sia cambiato, affinché, sotto la spinta della mobilitazione dal basso, situazioni come questa dell’aggressione turca ai Curdi non possano più essere tollerate e siano da tutti avvertite come uno scandalo politico ed etico. Non si può nemmeno accettare che, come sta avvenendo, la soluzione sia lasciata ai soli rapporti di forza tra le grandi potenze in gioco in quell’area e al riposizionamento delle alleanze e delle influenze geopolitiche, a scapito del popolo curdo.

È necessario, per questo, riprendere con forza, come scrive Riccardo Petrella, «la battaglia per il disarmo mondiale, militare e finanziario. Come si fa a lottare contro il cambiamento climatico se si lasciano le potenze militari mondiali spendere ogni anno più di mille e settecento miliardi di dollari per le armi? La guerra è diventata il terzo settore più redditizio al mondo dopo l’informatico/tele/robotico e l’industria farmaceutica, peraltro tra loro strettamente connesse…».

È ora di rimettersi in rete per creare piattaforme condivise di azione.

Rispetto alla questione della guerra contro i Curdi (nei soli primi 6 mesi del 2019, secondo i dati del Commercio Estero riportati dall’Istat, la sola Italia ha esportato 46 milioni di euro di armi e munizioni alla Turchia), il 18 ottobre scorso si sono riunite diverse associazioni tra cui il coordinamento italiano UIKI (Curdi), ARCI, CGIL, Legambiente, ANPI, Libera, UDI, Tavola della Pace, Un Ponte Per…, Coordinamento Chiese Evangeliche, Kurdistan Italia, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Lega Italiana dei Popoli, Rete della Pace, Rete Disarmo e hanno stilato una prima bozza di piattaforma che comprende i seguenti punti:

  • il ritiro immediato delle truppe turche, e di ogni altro esercito straniero, dal territorio della Siria;
  • l’immediata sospensione di vendita di armi ed assistenza militare alla Turchia, come pure agli altri stati implicati in guerre nel Medio Oriente, da parte degli stati membri dell’Unione Europea;
  • che sia garantita assistenza umanitaria e corridoi umanitari per la popolazione siriana vittima di questa nuova invasione, come pure il rispetto dei diritti umani per tutta la popolazione civile, senza discriminazione di etnia o religione;
  • il ritiro del contingente militare italiano dal confine tra Turchia e Siria;
  • una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite per istituire una missione di forze di interposizione con mandato ONU per la protezione della popolazione siriana e per ripristinare condizioni di ricostruzione democratica, di convivenza tra le diverse comunità;
  • la costituzione di una commissione internazionale sotto l’egida dell’ONU per verificare l’eventuale uso di armi chimiche contro la popolazione siriana della regione della Rojava, del Ghouta; operazioni e azioni militari che possano costituire crimini di guerra e/o azioni di vera e propria pulizia etnica;
  • la sospensione di accordi commerciali e di associazione tra l’Unione Europea e la Turchia;
  • il non rinnovo dell’accordo tra UE e Turchia per la gestione dei rifugiati provenienti dalla Siria e da altri paesi in guerra;
  • l’attuazione, da parte dell’UE e degli stati membri di una politica di accoglienza e di integrazione di ogni uomo o donna in fuga da situazioni di rischio e minaccia alla propria vita e dei propri cari, siano condizioni di povertà, di repressione, di persecuzione, di disastri ambientali, di guerre, accompagnando queste politiche con programmi di cooperazione, di investimenti, con accordi commerciali e di associazione coerenti e diretti ad eliminare le cause che obbligano le persone a fuggire in cerca di rifugio e di condizioni di vita dignitose;
  • togliere il PKK dalla lista delle organizzazioni terroriste;
  • riattivare il programma europeo per la riconversione industriale dell’apparato militare, a sistemi dual e civile; mantenendo l’apparato militare per scopi prevalentemente di difesa e non commerciali;
  • sostenere la società civile e democratica – quella siriana e delle altre popolazioni vittime di guerre e di regimi antidemocratici, quella turca che si oppone a Erdogan – con programmi di promozione dei diritti umani, in particolare per la libertà di espressione, di comunicazione, di associazione;
  • promuovere iniziative di dialogo tra le comunità e di costruzione della democrazia dal basso.

Si prevede poi un calendario di mobilitazioni. Le prime iniziative già definite sono:

  • sabato 26 ottobre, Milano: Manifestazione di solidarietà con il popolo curdo;
  • sabato 26 ottobre – dalle 18 alle 19 – in via Maestra; Manifestazione di solidarietà con le donne curde; a cura delle Donne in nero di Alba;
  • venerdì 1 Novembre, Giornata europea di solidarietà con il popolo Curdo e contro l’invasione turca, con manifestazioni in diverse città europee (in Italia manifestazione nazionale a Roma e presidi in altre città).

Come hanno chiesto le donne curde “a tutti i popoli che amano la libertà” è necessario che a livello dei singoli stati e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite si adottino tutti i provvedimenti previsti da tale organismo per porre fine all’invasione della Turchia nella Siria del Nord e “per una soluzione della crisi politica in Siria con la partecipazione e la rappresentanza di tutte le differenti comunità nazionali, culturali e religiose in Siria”.

Cambio di passo

pubblicato 25 ott 2019, 09:51 da Cultura della Pace

Fame e cambiamento climatico: due sfide interconnesse

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Lia Curcio racconta le connessioni tra 

cambiamenti climatici e la fame


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L’Ong CESVI ha presentato l’Indice Globale della Fame: a Milano, il 15 ottobre, non a caso il giorno precedente la Giornata Mondiale dell’Alimentazione che si celebra appunto il 16 ottobre. L’Indice Globale della Fame è un rapporto scientifico che misura la fame a livello globale, e che in questa quattordicesima edizione si è concentrato sul rapporto tra fame e cambiamento climatico: due sfide interconnesse che richiedono azioni immediate e soluzioni a lungo termine. 

L’Indice 2019 evidenzia come complessivamente la fame nel mondo stia passando da grave moderata. All’origine di questo risultato vi è il miglioramento di tutti e quattro gli indicatori considerati dal rapporto - denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita infantile e mortalità dei bambini sotto i cinque anni. Fame e malnutrizione non sonopertanto problemi immutabili. Tuttavia, la percentuale di popolazione che non ha regolare accesso a calorie sufficienti è immutata dal 2015, il numero di persone che soffrono la fame è salito a 822 milioni (erano 795 milioni nel 2015) e sono 149 milioni i bambini vittime di arresto della crescita a causa della malnutrizione. 

Nove dei Paesi sono fonte di notevole preoccupazione. 

Libia: nel dicembre 2018, 270mila libici erano sfollati interni, rifugiati e richiedenti asilo, tutti gruppi vulnerabili all’insicurezza alimentare, dovuta a problemi di accesso al cibo. 

Siria: a maggio 2019, 6,5 milioni di persone su una popolazione di 18 milioni erano considerate incapaci di soddisfare il proprio fabbisogno alimentare di base. 

Somalia: più di 2,6 milioni di persone sono sfollati interni a causa del conflitto, delle inondazioni, della siccità e dell’insicurezza alimentare e il tasso di mortalità infantile è pari al 12,7%, il più alto tra tutti i paesi inclusi in questo studio.

L’insicurezza alimentare affligge anche altri Paesi come il Burundi, le isole Comore, la Repubblica Democratica del Congo, l’Eritrea, la Papua Nuova Guinea e il Sud Sudan, “alimentata” da problemi come le crisi interne, le epidemie e il cambiamento climatico.

Le regioni del mondo più colpite dalla fame restano Asia meridionale e Africa a sud del Sahara. In cinque paesi la fame risulta allarmante - Repubblica Centrafricana - o estremamente allarmante - Ciad, Madagascar, Yemen e Zambia; in 43 dei 117 paesi per cui sono disponibili i dati, la fame è a un livello grave.

Gli operatori Cesvi, attivi con progetti di cooperazione per sostenere le popolazioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici, sottolineano come senza misure di adattamento entro il 2030 le rese mondiali dei raccolti agricoli diminuiranno in media del 2% per decennio, colpendo maggiormente le regioni più insicure dal punto di vista alimentare ed alimentando tensioni e disuguaglianze. 

Dal punto di vista economico i costi della denutrizione sono devastanti: costa più dell’11% del PIL in Africa e Asia, ogni anno. La Banca Mondiale ha indicato che è necessario un investimento addizionale di 70 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni per raggiungere i target definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla nutrizione, recepiti nell’Obiettivo Fame Zero dell’Agenda 2030.

L’Indice Globale della Fame segnala l’urgenza di favorire percorsi di sviluppo che rispettino gli impegni presi nell’Accordo di Parigi sul Clima e includano interventi di sviluppo sostenibile, anche con la trasformazione dei sistemi alimentari e azioni positive atte a mitigare il cambiamento climatico.  L’Indice Globale della Fame, di cui Cesvi cura l’edizione italiana dal 2008, è realizzato da Welthungerhilfe e Concern Worldwide, organizzazioni nel network europeo Alliance2015.

L'UNHCR si mobilita per la Siria

pubblicato 17 ott 2019, 10:21 da Cultura della Pace

L’UNHCR intensifica gli aiuti nella Siria nordorientale

Sul sito www.unhcr.it quanto sta facendo l'agenzia dell'ONU per la drammatica situazione siriana


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Il personale dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha garantito assistenza a circa 31.800 persone in seguito all’intensificarsi delle violenze nel nord-est della Siria la settimana scorsa.

Ad Al-Hassakeh e a Tal Tamer, l’UNHCR ha distribuito coperte e altri beni di prima necessità a circa 20.250 persone in tre campi che accolgono sfollati interni e ad altre 11.550 persone rifugiate in alloggi collettivi.

L’UNHCR ha inviato inoltre aiuti ulteriori a Qamishli, fra cui coperte per 52.000 persone, teloni impermeabili per 15.000 persone e lampade solari per 20.000 persone.

Mediante i partner responsabili per la protezione, l’UNHCR continua a effettuare valutazioni delle condizioni degli alloggi collettivi ad Al-Hassakeh, Tal Tamer e Ar-Raqqa. Si stanno valutando inoltre le esigenze di molte famiglie ritrovatesi sfollate e che avrebbero trovato accoglienza in seno alle comunità locali.

Fra le immediate esigenze di protezione individuate vi sono la necessità di risolvere la mancanza di documenti di stato civile, dal momento che le persone sono fuggite senza portare con sé documenti di identità e altri effetti personali. Nella fuga diverse famiglie si sono separate.

Alcuni necessitano di primo soccorso psicologico e supporto psicosociale. L’UNHCR ha mobilitato unità di esperti di protezione per individuare i bisogni di protezione critici dei più vulnerabili, fra i quali persone portatrici di esigenze particolari, anziani e persone con disabilità e patologie gravi.

Dopo che i responsabili e gli amministratori hanno abbandonato il campo di Ain Issa, situato circa 45 km a sud della città di frontiera Tell Abiad, l’UNHCR ha mobilitato unità di volontari sul campo e rappresentanti delle comunità per definire la restituzione dei documenti di identità alle persone che ne sono prive. Ad oggi, gli operatori umanitari non hanno la possibilità di accedere al campo in modo sicuro per garantire ai residenti assistenza fondamentale per la sopravvivenza: i servizi essenziali, compresi cibo e acqua potabile, al momento non sono forniti.

L’UNHCR quantifica i fondi iniziali supplementari necessari in Siria in 31,5 milioni di dollari USA nell’ambito dell’appello per il Piano di risposta umanitaria in Siria attualmente in vigore (Humanitarian Response Plan/HRP). Si tratta di cifre provvisorie, considerato il rapido evolversi degli eventi sul campo.

A causa degli scontri continui, circa 184 persone hanno varcato il confine nel nord-est della Siria entrando nel vicino Iraq lunedi, e altre 277 sono arrivate nella notte fra lunedi e martedi. Molti dei rifugiati erano fuggiti dalla zona di Kobane, alcuni camminando per tre o quattro giorni per mettersi in salvo.

L’UNHCR e i partner, insieme alle autorità locali, hanno trasportato il gruppo presso il centro di accoglienza Domiz, a Dohuk, dove sono assicurati pasti caldi, acqua, alloggio, coperte e altri beni di prima necessità, nonché cure mediche.

Attualmente le loro esigenze sono valutate dalle autorità locali e dall’UNHCR.

Un uomo incontrato dal personale dell’UNHCR, arrivato con la moglie e i sei figli, ha raccontato che il viaggio è stato molto difficile, ma che sono dovuti fuggire temendo di perdere la vita durante i bombardamenti nel loro quartiere. Ha affermato di avere visto persone fuggire in ogni direzione, anche verso il confine iracheno.

Si stima che altre 2.000 persone fuggite dagli scontri più recenti nel nord-est della Siria siano ormai nei pressi della frontiera tra Siria e Iraq.

Per maggiori informazioni:

 Per donarehttps://dona.unhcr.it/campagna/siria/

 

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