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Battaglia automatica

pubblicato 12 set 2019, 07:40 da Cultura della Pace

Russia e Stati Uniti tentano di legittimare le armi letali autonome (i "killer robots")

Sul sito www.disarmo.org la battaglia per avere armi letali robotizzate
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo - Campaign to Stop Killer Robots 

La Russia e gli Stati Uniti stanno continuando la loro battaglia persa contro l'ormai inevitabile Trattato internazionale riguardante le armi letali autonome (LAWS), i cosiddetti "killer robots".

La maggior parte degli Stati che partecipano ai colloqui diplomatici sui sistemi letali di armi autonome hanno infatti espresso il proprio forte desiderio di negoziare un nuovo Trattato per rispondere alle crescenti preoccupazioni su questa tipologia di armi. Alla riunione di Ginevra della Convenzione sulle armi convenzionali (CCW) di questa settimana la Giordania è entrata a far parte dell'elenco di 29 Stati che esortano a vietare i robot killer, al fine di mantenere il controllo umano sull'uso letale della forza. Gli Stati appartenenti alla CCW hanno discusso delle preoccupazioni sollevate dai "Killer Robots" già in otto incontri alle Nazioni Unite a Ginevra a partire dal 2014.

Alla riunione prevista per l'Agosto 2019 i diplomatici degli Stati hanno discusso fino alle ore notturne senza però riuscire a concordare un documento finale significativo, il che si traduce in semplici scambi di parole e nessuna azione normativa concreta. Nella sessione appena conclusa la CCW si è allontanata ancora di più da uno strumento giuridicamente vincolante o da qualsiasi risultato credibile per il priprio lavoro. Russia e Stati Uniti hanno ripetutamente respinto qualsiasi riferimento nel rapporto finale della riunione sulla necessità di un "controllo umano" sull'uso della forza. Entrambi i Paesi stanno investendo fondi significativi per sviluppare sistemi di armi con un controllo umano decrescente sulle funzioni critiche di selezione e coinvolgimento degli obiettivi. Cioè con un controllo umano decrescente sulle decisioni di vita o di morte.

Durante la negoziazione del rapporto finale la Russia ha affermato che è "prematuro" discutere i potenziali pericoli dei sistemi di armi autonome letali "fino a quando non vengano prodotti". Ha anche sostenuto che l'autonomia non è una caratteristica o un aspetto centrale delle LAWS.

Le molte preoccupazioni di natura morale, etica, legale, operativa, tecnica, di proliferazione, di stabilità internazionale  sollevate dai "Killer Robots" si stanno moltiplicando anziché diminuire e al di fuori delle stanze delle Nazioni Unite continua a crescere il sostegno ad un percorso che ha come obiettivo un Trattato di divieto. Il 9 luglio, l'assemblea parlamentare dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) ha adottato una dichiarazione che sollecita i 57 Stati membri dell'OSCE a "sostenere i negoziati internazionali per vietare armi autonome letali". Migliaia di scout hanno partecipato al 24° World Scout Jamboree in West Virginia il ​​mese scorso, visitando una mostra della Campagna Stop Killer Robots e ponendosi domande determinate da sincera preoccupazione.

Questa settimana l'ONG olandese PAX ha pubblicato un sondaggio su 50 aziende tecnologiche in 12 Paesi che analizza le attività e politiche attuali in relazione al potenziale sviluppo di sistemi di armi autonome letali. Il Rapporto rileva come Google sia all'avanguardia in questo senso poiché si è impegnata a non "progettare o distribuire" Intelligenza Artificiale utilizzabile per la realizzazione di armi e sta mettendo in atto adeguate garanzie. Un numero crescente di lavoratori impegnati in campi tecnologici si rifiuta di lavorare su progetti che potrebbero aprire la strada a una "guerra autonoma" e in tal senso si uniscono a oltre 4.500 esperti di intelligenza artificiale che hanno richiesto un nuovo Trattato per vietare letali sistemi di armi autonome in varie lettere aperte a partire dal 2015.

La Campagna internazionale "Stop Killer Robots" (di cui in Italia fanno parte Rete Italiana per il Disarmo e USPID) è quasi raddoppiata nell'ultimo anno, raggiungendo ad oggi un totale di 113 organizzazioni non governative in 57 diversi Paesi. Il prossimo 15 novembre 2019 la riunione annuale della CCW deciderà se accettare le raccomandazioni in vista del proseguimento del proprio lavoro su questo tema. Se la CCW non potrà o riuscirà a produrre un risultato credibile dovranno essere perseguiti percorsi alternativi per evitare concretamente un futuro di guerra e violenza decise e condotte da sistemi autonomi e non controllati dall'uomo.

Bambini e guerra

pubblicato 12 set 2019, 07:35 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 12 set 2019, 07:45 ]

Gli schiavi bambini del Congo
L’impegno a favore dell'infanzia vulnerabile.
Dalle miniere di coltan, oro, cobalto e diamanti alle strade di periferia delle grandi città, tra fame, miseria e sfruttamento.
Sul sito www.peacelink.it un articolo di Beatrice Ruscio sulla situazione congolese
Quarantamila bambini nelle miniere del Congo

- Lo scorso 3 settembre il Prof. Francesco Barone (Docente presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila) è tornato dalla sua 52esima missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. Una missione straordinaria, densa di belle emozioni, ricordi indelebili ma anche di grandi preoccupazioni.
Prof. Barone, lei conosce bene l’Africa e la dura realtà nella quale sono costretti a vivere migliaia di bambini. In tutti questi anni, partendo dalla sua prima missione, cosa è cambiato?
Purtroppo devo riconoscere che rispetto al passato è cambiato poco. La povertà esiste ed è una realtà drammatica. Esistono i nuovi schiavi, sono coloro che hanno fame, che non hanno accesso all’istruzione e non dispongono di cure mediche e medicine. Sono coloro che vengono sfruttati da potenze mondiali e da multinazionali per l’estrazione di coltan, oro, cobalto, diamanti e altre preziose risorse. E inoltre, bambine e bambine vittime di violenze, soprusi, traffico di organi e sfruttamento della prostituzione. Unitamente a Benvenue Kasole, a Bukavu ho incontrato Denis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018. Si è parlato di pace, diritti umani, no alla violenza sulle donne, al traffico degli esseri umani e allo sfruttamento delle bambine e dei bambini. Abbiamo ribadito il nostro impegno a difesa delle infanzie vulnerabili. Abbiamo fatto tutto il possibile per restituire speranze a chi vive in condizioni di vulnerabilità ed emarginazione economica e sociale. Abbiamo svolto attività di gioco e di divertimento per consentire loro momenti di felicità e di allegria.

- Qual è stata la paura più grande in tutti quei giorni passati a Goma?
L’ebola. Una parola che incute preoccupazione, che spinge a cambiare il modo di rapportarsi con gli altri. Il timore dell’ebola ci ha accompagnati per l’intero periodo di permanenza a Goma. Questa volta, ho letto la paura anche nei volti degli abitanti. Ho notato che erano cambiate certe abitudini, meno frequenti le strette di mano, meno propensi ad abbracciarsi. Siamo partiti consapevoli del rischio che correvamo, ma tale considerazione non è stata sufficiente a farci desistere. Migliaia di bambini erano in attesa dei nostri aiuti umanitari e non potevamo deluderli. Questo viaggio è partito da lontano, conseguente a decine di eventi di beneficenza per la raccolta fondi, incontri di sensibilizzazione nelle scuole, giornata della pace a Bussi sul Tirino il 21 luglio 2019. E inoltre, in giro per le città italiane a ritirare le medicine, i vestiti, le scarpe, il materiale didattico. Perché una missione umanitaria non inizia con un decollo e non termina con un atterraggio di rientro a casa. Chiunque ha sentito nel cuore il richiamo ed ha accettato di partire per una missione umanitaria ha sentito la propria vita cambiare in modo significativo.


- Quali sono stati i vostri interventi nel corso di questa missione?
La parola chiave per ogni missione è concretezza, ciò di cui le persone hanno bisogno. Abbiamo provveduto alla consegna di cibo, vestiti, scarpe, medicine e materiale didattico agli orfanotrofi Mama wa wote e Flamme d’amour. Abbiamo continuato con le attività di sostegno al Centro che ospita gli ex bambini soldato. In un quartiere periferico della città di Goma, abbiamo inaugurato il Centro “Kwetu-gli amici di Francesco” e immediatamente iniziato con la consegna di decine e decine di quintali di riso, fagioli, medicine, sapone e sale alle famiglie poverissime del posto. In un altro quartiere Karisimba, abbiamo incontrato numerosi bambini di strada e consegnato loro oltre 500 panini e altri viveri di prima necessità. Abbiamo visitato un ospedale, verificato le condizioni di salute delle persone ricoverate, provvedendo a pagare le spese sanitarie per consentire le dimissioni dei bambini ricoverati e guariti.

- In base alla sua esperienza sul campo, di cosa c’è realmente bisogno per provare a risolvere le problematiche dei paesi più poveri?
C’è bisogno di interventi immediati e incisivi. È necessaria l’assunzione di responsabilità da parte dei Paesi più ricchi del mondo, evitando annunci propagandistici. È necessario che i politici si rechino sul posto per verificare da vicino quale sia la reale condizione in cui vivono milioni di persone indifese e affamate. Solo toccando con mano la sofferenza, la disperazione, l’isolamento nel quale vivono tanti bambini, si può realmente comprendere la portata del problema.


- Dalle sue parole traspare una profonda amarezza, segno che la consapevolezza di cui parla è ancora lontana a venire. Pensa che le grandi potenze mondiali stiano ignorando il dramma dei paesi più poveri?
Come bene scrive Majid Rahnema, il povero universale “svolge il ruolo del personaggio negativo, un personaggio definito “per sottrazione”, ovvero per ciò che non ha, contrariamente al “ricco”, che invece viene ammantato di tutte le qualità positive”; pertanto, il povero diventa “un peso costante per una economia che peraltro rappresenta la sua unica possibilità di salvezza, ma nella quale non riesce ad integrarsi”. Assistere con indifferenza alla povertà e alle sofferenze delle persone è un crimine. Esperti dell’invisibile, con gli occhi a forma di potere, i potenti non vogliono guardare in faccia la realtà. Si può forse negare che a causa di “disumani appetiti” si stanno lasciando morire di fame milioni di persone? Si può forse negare che la maggior parte delle ricchezze è nelle mani di pochi, mentre altri milioni di persone muoiono di fame? Non ci sono i fondi per sfamare popolazioni ridotte allo stremo, invece, ci sono disponibilità economiche per costruire armi e aerei per bombardare. Chi ordina di costruirle, non è mai vittima delle stesse. Ritengo che non vi sia un’adeguata attenzione della politica nei confronti dell’Africa. Non è tollerabile restare indifferenti di fronte al dramma di milioni di persone costrette a fuggire dalle guerre e dalle violenze. Non servono gli spot, ma interventi necessari ed immediati. Inoltre, ritengo sia importante un piano di sensibilizzazione. Penso al ruolo della scuola per la formazione degli alunni sui temi della pace, dei diritti umani e del rispetto delle diversità. Non credo all’attuazione di interventi di tipo assistenzialistico. I progetti umanitari devono prevedere la compartecipazione delle popolazioni interessate, ma soprattutto, devono prevedere la concretezza degli interventi. Inoltre, è necessario che vi siano certezze in merito alla destinazione dei fondi. Esiste il rischio concreto che i soldi non arrivino alle persone bisognose.

Thomas Merton assassinato. Un martire della nonviolenza

pubblicato 14 ago 2019, 10:51 da Cultura della Pace

Il martirio di Thomas Merton

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Matthew Fox sulla fine misteriosa del grande monaco cattolico, Thomas Merton

Per anni ho parlato apertamente di quanto mi puzzasse il resoconto ufficiale della morte improvvisa di Thomas Merton. Nel corso degli anni, incontrai tre agenti della CIA, che a quel tempo si trovavano nel sud-est asiatico, e chiesi loro esplicitamente se avessero ucciso Thomas Merton. Uno disse: “Non lo affermerò né lo negherò”. Il secondo (che parlò con un mio amico, non con me) disse: “In quel momento, nuotavamo nel denaro senza risponderne assolutamente a nessuno. Se ci fosse stato un solo agente a considerare Merton una minaccia per il paese, avrebbe potuto farlo fuori, senza che nessuno facesse domande”. Il terzo, che incontrai un mese dopo il mio libro A Way to God: Thomas Merton’s Creation Spirituality Journey [2], uscì allo scoperto e rispose: “Sì. E ho passato gli ultimi 40 anni della mia vita a ripulire la mia anima da quello che ho fatto da giovane lavorando per la CIA nel sud-est asiatico negli anni ’60. “

Ora, Hugh Turley e David Martin ci offrono The Martyrdom of Thomas Merton: An Investigation – un’indagine ben fondata e molto convincente, che fornisce quella che sembra essere un’indagine approfondita su tutte le parti coinvolte, inclusi i quattro religiosi (tre uomini e una suora, che era anche medico, erroneamente chiamata “infermiera” nei documenti ufficiali) che per primi scoprirono il cadavere.

Il libro fornisce importanti particolari sul corpo e sulla stanza, rivelando, fra l’altro, che del sangue usciva dal collo di Merton e che sul cadavere fu organizzata una precisa messa in scena. Come potrebbe tutto ciò essere diverso da: 1) una ferita da arma da fuoco causata da una pistola col silenziatore? o 2) Una pugnalata con un coltello o qualcosa di simile? Il problema è, ovviamente, che non fu eseguita alcuna autopsia. Ora, chi prese quella decisione?

L’insabbiamento fu enorme e coinvolse: la polizia thailandese (all’epoca, molto in combutta con i militari americani); l’ambasciata americana; l’esercito americano; persino membri importanti del monastero Getsemani di Merton, compresi l’abate e il segretario di Merton, Frate Hart. Gli ultimi due meritano una certa indulgenza, poiché sicuramente il monastero fu minacciato e spinto a tacere sui fatti. Ma fare una storia di copertina – che Merton uscì bagnato fradicio dalla doccia, inserì nella presa di corrente la spina di un ventilatore e fu fulminato – è una bugia e una copertura della verità.

Turley e Martin forniscono dettagli su dettagli e confutano le informazioni false divulgate per cinquant’anni. C’è persino la figura di un Giuda: un monaco belga, la cui stanza nel centro per ritiri era sopra quella di Merton e che fu l’ultima persona vista parlare con Merton prima che entrasse nella sua cella fatale. Altri riferiscono che questo monaco agisse in modo insolito dopo l’omicidio. Strano a dirsi – o forse non così strano – sembra che egli sia completamente scomparso. Perfino il suo monastero afferma di non avere la minima idea su dove possa essere. Sembrerebbe che: 1) stia sorseggiando Mai-Tai su qualche isola da qualche parte, essendo stato pagato molto più di 30 denari o 2) stia riposando niente affatto in pace due metri sotto terra.

Così Thomas Merton, monaco cistercense e uno dei più grandi scrittori spirituali del XX secolo, morì martire. Un martire per la pace (perché era una voce forte contro la guerra del Vietnam e un mentore per i fratelli Berrigan e altri impegnati nella protesta nonviolenta). E morì per mano del governo americano nello stesso anno, il 1968, in cui anche Martin Luther King Jr e Robert Kennedy subirono un destino simile.

Papa Francesco, che ha elogiato il lavoro di Thomas Merton nel suo discorso al Congresso, potrebbe voler canonizzare insieme tre martiri americani e farlo rapidamente (poiché nella teologia cattolica un martire va direttamente in paradiso): il dottor Martin Luther King Jr, un profeta della giustizia sociale e razziale; Thomas Merton, un profeta della pace, dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso profondo; e suor Dorothy Stang, una profetessa della giustizia ecologica, uccisa in Amazzonia da criminali pagati dai grandi proprietari terrieri e dagli alti papaveri delle grandi aziende.

La storia si evolve ed è ironico che la CIA di oggi sia meno nemica del popolo rispetto a quella di ieri – anzi, in un certo modo funge da cuscinetto contro i nemici odierni della democrazia americana, sia che provengano dalla Russia sia da enti interni legati alla Russia. Ma le lezioni abbondano. La prima è che cosa è un martire: come diceva Gesù, “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.

Grazie Thomas Merton. Grazie Hugh Turley e David Martin per essere arrivati alla verità.


Titolo originale: A Review of “The Martyrdom of Thomas Merton: An Investigation”
Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis


[1] L’articolo è la recensione del libro “The Martyrdom of Thomas Merton: An Investigation” (Il martirio di Thomas Merton: un’indagine”) di Hugh Turley e David Martin. Autore dell’articolo è Matthew Fox, teologo e sacerdote della Chiesa Episcopale americana. (NdT)

[2] “Una via verso Dio: il viaggio di Thomas Merton verso la spiritualità del creato”

Clima cambiato

pubblicato 14 ago 2019, 10:41 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 14 ago 2019, 10:43 ]

Al fuoco, al fuoco! E nessuno accorre...

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Anna Molinari racconta il senso del 

cambiamento del clima


Incendi in Alaska da record


E’ un inferno. E’ un inferno stare bloccati nel traffico, è un inferno perdere le persone che si amano, è un inferno un compito pesante che ci viene affidato in ufficio, è un inferno una torrida giornata estiva. Quante volte lo diciamo? Quante volte, senza farci caso, ognuno di noi per le proprie ragioni, si sente prigioniero di un girone dantesco? Per abitudine, perché ormai è entrato nel linguaggio comune, perché ci piace esagerare, perché non ce la facciamo più. Lo diciamo spesso.

Poi però si vedono video e immagini come quelle degli incendi di questi giorni in Siberia e in Alaska. E la parola “inferno” ha un senso tutto diverso, tremendamente nuovo, orrendamente autentico. La sensasione è quella di un’impotenza disarmante, di una colpa che altri stanno espiando, di una catastrofe già successa, ma meglio non sapere quando. Perché se solo ce lo chiedessimo, la risposta sarebbe sconcertante: incendi come questi sono stati nelle ere geologiche precedenti presagio e preludio per le grandi estinzioni di massa.

In poche, smarrite parole, sta succedendo questo: nelle regioni artiche sono scoppiati degli incendi, per lo più innescati da fulmini e inizialmente lasciati divampare. Perché? Normativamente è previsto che su superfici boscose talmente estese e isolate, essendo considerato economicamente insostenibile spegnere qualsiasi principio d'incendio, sia invece preferibile attendere che si estinguano da soli, sempre che non superino determinate dimensioni (le cosiddette “aree di controllo” monitorate dai satelliti). Purtroppo però da soli non si sono estinti. E nonostante l’impegno di oltre 2000 persone tra professionisti (Vigili del Fuoco, esercito e forze dell’ordine) e volontari, in pochi giorni sono andati a fuoco 3,2 milioni di ettari di terreno (Vaia ne ha distrutti “appena” 41.000), rilasciando una quantità di CO2 pari a quella che rilascia il Belgio in un anno. Un’ecatombe di animali che si avvicinano sempre di più all’uomo per sfuggire le camere a gas dove sono imprigionati e chiedere cibo; la distruzione di un ecosistema intero e della sua biodiversità; l’irreparabile fine di fronte all’incapacità di spegnere le fiamme. Risalto dato alla notizia? Sempre troppo poco per le conseguenze inimmaginabili che porta con sé. Il fatto è che, tanto, non ce ne importa poi davvero: le regioni più colpite sono Krasnoyarsk e Irkutsk, la Siberia e la Yakuzia. Qualcuno di noi sa dove siano? Ci è mai andato, conosce qualcuno lì? E quindi? E’ abbastanza lontano per poter rimuovere la notizia dalle nostre priorità.

Sulla questione ambientale abbassiamo la guardia volentieri e troppo in fretta, travolti da scaramucce locali, manipolazioni populiste, accadimenti anche gravi ma circoscritti a piccole storie locali. Che in effetti sono più comode per schierarsi, più facili da comprendere. Eppure anche quelle sono tragicamente dipendenti da eventi come questo. Il fuoco in Siberia brucia flora e fauna, inquina il cielo e sovverte l’ordine naturale delle cose, e noi ce ne freghiamo. Ma è una catastrofe di un’intensità ambientale e psicologica spaventosa, perché è un evento che racchiude le cause e al contempo le conseguenze del surriscaldamento globale in atto, riunendo in un unico avvenimento le peggiori proiezioni che si possano fare. Non solo vengono immesse in atmosfera tonnellate di biossido di carbonio, ma bruciano anche i terreni di torba, che di carbonio sono deposito. Le fiamme quindi potrebbero durare mesi, amplificando la portata di una tragedia ecologica le cui ricadute sono tutte quelle anomalie che, con incomprensibile e vergognosa leggerezza, il più delle volte commentiamo con un “ehi, questo tempo fa proprio il pazzo”.

Solo che i pazzi siamo noi. Noi, che nella migliore delle ipotesi facciamo solo manifestazioni e proclami per accendere consapevolezze e responsabilità. Mentre c’è il rischio che l’immenso bacino di neve compresso in Groenlandia si sciolga e vada a modificare per sempre con la sua acqua dolce gli oceani e le correnti che, tra le altre cose, mantengono in equilibrio anche il nostro clima temperato. A seguito degli incendi, una tra le conseguenze inevitabili sarà che le particelle portate dal vento raggiungeranno l’Artico e andranno a tingere di nero (black carbon) i ghiacchi, catalizzando la luce e velocizzandone lo scioglimento. Per non parlare del ritorno in vita e in circolo di virus e batteri intrappolati e dormienti da millenni.

Ma in fondo dai, sono solo dettagli, no? Noi restiamo qui, a tamponare ferite sentendoci eroi, giustificando senza rivoluzioni le indecisioni politiche che ci stanno avviando al suicidio, intrappolati nel terrore di qualche migrante climatico e ignari del fatto che i prossimi saremo noi.

Colpa atomica

pubblicato 9 ago 2019, 09:33 da Cultura della Pace

Nucleare: un tema spaventosamente attuale

L’anniversario della prima bomba atomica sganciata su una città – Hiroshima, 6 agosto 1945 – coincide quest’anno con l’annuncio di Trump di stracciare il Trattato antinucleare INF, con le nuove tensioni con l’Iran, con l’acuirsi della crisi tra due potenze nucleari come India e Pakistan. Coincidenze che sembrano convergere verso un riarmo complessivo. Il Festival dei Diritti Umani ha chiesto a Lisa Clark, portavoce delle Rete Disarmo italiana, di spiegare cosa sta accadendo. Il suo – lo leggerete – è un invito anche alla mobilitazione contro il nucleare. 

Sul sito www.beati.org un articolo di Lisa Clark sul pericolo atomico

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Hiroshima, 6 agosto. Sono passati 74 anni e anche in questo 2019 ricorderemo alle 8.15, con 43 rintocchi di campana, i 43 secondi tra il momento dello sgancio della bomba e il momento dell’esplosione 580 metri sopra la città.

Facciamo memoria, anche grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, gli Hibakusha. Perché siamo convinti che il racconto della tragedia risvegli in chiunque l’ascolti l’impegno a fare il possibile affinché un atto di tale disumanità non abbia mai a ripetersi.  Da quel 6 agosto 1945 abbiamo avuto la prova che l’uomo aveva inventato lo strumento che poteva portare alla distruzione di tutta l’umanità. E da allora, prima pochi poi tanti si sono attivati per far sì che l’uso di quelle armi diventasse un tabù per la coscienza umana. Per usare le parole di Einstein e di Russell, rivolti ai capi di governo, “Ricordatevi della vostra umanità e dimenticate tutto il resto.” Dove “tutto il resto” significava la politica di potenza, le sfere di influenza, le alleanze militari.

Sono decenni che ogni 6 agosto (e anche il 9, anniversario di Nagasaki) rinnovo il mio impegno per il disarmo nucleare. E così mi ritrovo a fare un bilancio. Per lunghi anni, pur tra alti e bassi, abbiamo registrato un progresso tutto sommato positivo nell’impegno per il disarmo.

Già negli anni 50, all’ONU si iniziano i negoziati per impedire la proliferazione nucleare. Nel 1968 si adotta all’ONU il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) ma già prima alcune regioni del mondo iniziano a costituirsi in Zone Libere da Armi Nucleari (NWFZ). A oggi oltre la metà del pianeta è NWFZ.  Vengono messe al bando le altre armi di distruzione di massa. Gli oceani, lo spazio, i poli nord e sud: ovunque, nei luoghi che ricadono sotto la responsabilità collettiva della Comunità internazionale, si proibisce l’utilizzo di armi nucleari. Passa insomma un’idea di illegittimità dell’uso e della minaccia dell’uso delle atomiche che permea il diritto internazionale, quello umanitario e dei diritti umani. Piano piano diventa coscienza condivisa, tanto che anche gli Stati che continuano a detenere armi nucleari nei loro arsenali, si sentono costretti ad affermare che il loro obiettivo è non usarle mai.

Affermazione ipocrita, poiché anche la deterrenza deve fondarsi sull’ipotesi concreta dell’uso della bomba, altrimenti che deterrenza è?

Dopo una trentina d’anni, vedendo che l’accordo sul disarmo totale delle potenze nucleari previsto dal TNP rimaneva lettera morta, le organizzazioni non governative iniziarono a elaborare un trattato che le proibisse tutte. E questa è la nostra storia più recente. A partire dal 2007, in soli 10 anni, si va dalle prime risoluzioni sulle “catastrofiche conseguenze” dell’uso delle armi nucleari, all’idea del disarmo umanitario (per il bene dell’umanità tutta), all’approvazione in Assemblea Generale dell’ONU da parte di 122 Stati del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW). E al Premio Nobel per la Pace nel dicembre 2017 per la coalizione ICAN di oltre 500 organizzazioni di società civile dei cinque continenti.

Serve ancora moltissimo impegno da parte nostra e degli Stati che man mano stanno ratificando il TPNW per realizzarne il pieno potenziale. Ma, come scrivevo sopra, tra alti e bassi, si procedeva nella direzione giusta.

Ma oggi (scrivo il 2 agosto) invece decade il Trattato INF, che proibiva a Stati Uniti e URSS, poi Russia, il possesso e lo schieramento dei missili nucleari a gittata intermedia – da 500 a 5500 km – negoziato tra Reagan e Gorbaciov nel 1987, che più di ogni altro accordo aveva segnato la fine della Guerra fredda. E’ il trattato che ha portato allo smantellamento, con procedura di verifica internazionale, degli euromissili: oltre 2600 missili sono stati rimossi e poi distrutti entro il 1991. E da lì i negoziati sono proseguiti con grandissime riduzioni anche dei missili intercontinentali: dagli arsenali della Guerra fredda (circa 70.000) si è scesi alle cifre di oggi, meno di 14.000 armi nucleari.

Sebbene io non creda che la morte dell’INF porti automaticamente al ritorno delle armi nucleari statunitensi schierate in Europa, puntate contro la Russia (infatti gli Stati europei hanno un’autonomia politica oggi assai diversa rispetto agli anni 50-60), sono lo stesso angosciata. L’abrogazione dell’INF rischia di sancire la fine – o l’irrilevanza – del sistema dei negoziati multilaterali, del ruolo delle organizzazioni internazionali. E quindi della struttura internazionale nata sulle ceneri della seconda guerra mondiale, quando la determinazione di chi voleva “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” permise di creare un ordine mondiale fondato sul negoziato, sull’accettazione di regole comuni tese al mantenimento della pace per tutti. Non sempre queste regole sono state rispettate, ma come con la messa al bando delle mine o delle armi nucleari, il primo passo cruciale è far sì che quelle regole siano inscritte nella coscienza comune dell’umanità.

Adesso a noi, società e istituzioni civili europee, il compito di impedire che prevalga l’abbandono dell’ordine mondiale umanocentrico, perché nel 2021 dovrà essere rinnovato l’accordo Start sui missili intercontinentali: se venisse lasciato decadere anche quello, il mondo rimarrebbe del tutto privo di regole che limitano il possesso di armi nucleari e la proliferazione potrebbe esplodere. Tocca a noi impegnarci, incoraggiando le nostre istituzioni a promuovere azioni collettive di distensione, riprendendo i concetti di sicurezza umana comune, sconfiggendo i nazionalismi e i sovranismi. Einstein e Russell ce l’avevano spiegato nel 1955: in un mondo in cui esistono le armi nucleari capaci di annientare la civiltà umana, o se ne esce tutti insieme, o non ne esce nessuno. Il TPNW nasce proprio da questa convinzione: è uno degli strumenti a nostra disposizione per invertire il percorso intrapreso oggi da Trump e Putin.

Allarme oggi

pubblicato 9 ago 2019, 09:12 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 9 ago 2019, 09:13 ]

L’UNHCR esprime preoccupazione in merito alle nuove norme sulle operazioni di soccorso nel Mediterraneo Centrale

Sul sito www.unhcr.it il comunicato stampa relativo alla legge sulla sicurezza varata in Italia dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati

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L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime preoccupazione a seguito dell’approvazione avvenuta ieri da parte del Parlamento italiano della legge di conversione del decreto sicurezza bis che impone sanzioni ancore più severe alle imbarcazioni e alle persone che conducono operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.Secondo gli emendamenti approvati dal Parlamento, le multe per le navi private che soccorrono le persone e non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali sono aumentate fino a un massimo di 1 milione di euro; inoltre, per tali navi è prevista l’immediata confisca.L’UNHCR ribadisce la propria preoccupazione in merito al fatto che l’imposizione di sanzioni pecuniarie e di altro tipo ai comandanti delle navi potrebbe ostacolare o impedire le attività di soccorso in mare da parte delle navi private in un momento in cui gli Stati europei hanno significativamente ritirato il proprio sostegno alle operazioni di soccorso nel Mediterraneo Centrale. Le ONG svolgono un ruolo cruciale nel salvare le vite dei rifugiati e migranti che intraprendono la peric olosa traversata per arrivare in Europa. Il loro impegno e l’umanità che guida le loro azioni non dovrebbero essere criminalizzati o stigmatizzati. Allo stesso modo, alle imbarcazioni commerciali e a quelle delle ONG non deve essere chiesto né di trasbordare sulle navi della Guardia Costiera libica le persone soccorse, né di farle sbarcare in Libia. Alla luce della situazione di sicurezza estremamente volatile, dei conflitti in corso, delle segnalazioni molto diffuse di violazioni di diritti umani e dell’uso generalizzato della detenzione arbitraria per le persone soccorse o intercettate in mare, la Libia non costituisce un porto sicuro ai fini dello sbarco. L’UNHCR chiede inoltre agli Stati di proseguire le discussioni intraprese recentemente a Parigi sulla creazione di un meccanismo di sbarco temporaneo e prevedibile per le persone soccorse in mare, caratterizzato dalla responsabilità condivisa tra gli Stati per l’accoglienza e per la risposta ai bisogni specifici di queste persone. Queste discussioni sono state incoraggianti, e devono continuare nell’interesse di tutti.

 

 

Decisione fondamentale

pubblicato 12 lug 2019, 09:13 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 14 lug 2019, 08:35 ]

Stop F-35! Ultima possibilità

Da anni buttiamo miliardi di euro per i cacciabombardieri F35, invece di pensare al lavoro, all’ambiente, alla salute, all’istruzione. Aiutaci a fermare questo folle spreco di soldi (pubblici). Sul sito www.serenoregis.org l'appello per una decisione fondamentale per il futuro economico dell'Italia: acquistare o no aerei costosi e poco utili alla nostra difesa

Fonte: Rete Italiana per il Disarmo – Sbilanciamoci! – Rete della Pace

Entro il 2020 l’Italia dovrà decidere in via definitiva (aderendo o meno ai contratti “multi-year”) se acquistare tutti i 90 cacciabombardieri F-35 previsti dal piano di acquisizione. Al momento attuale il Governo ha confermato che verranno sicuramente confermati i primi 28 velivoli previsti (alcuni dei quali ancora in produzione e contratti annuali sottoscritti solo per le fasi iniziali).

Se si continuerà su questa rotta il costo, di solo acquisto, per lo Stato sarà di (almeno) ulteriori 10 miliardi di euro.

Negli anni recenti (ed anche grazie alle nostre mobilitazioni) in molti hanno chiesto di mettere fine all’avventura dei cacciabombardieri F-35: associazioni e movimenti, esponenti del mondo della Chiesa e della politica, della cultura e dell’arte, del mondo del lavoro.

A chi sta al Governo e in Parlamento diciamo: quei soldi spendeteli per la pace, per i diritti, per il lavoro. Spendeteli per il futuro di questo Paese: per l’istruzione, la sanità, l’occupazione. Gli F-35 non creano un lavoro davvero dignitoso e certamente non nella misura ottenibile investendo tutti questi miliardi in altri settori.

Chiediamo al Parlamento e al Governo di mettere la parola “fine” a questa sciagurata avventura. Che si può ancora fermare: dipende anche da tutti noi.

In gioco fin da subito 3,7 miliardi che potrebbero arrivare a 10 (per solo acquisto). Se non si cambierà rotta. Le alternative possibili: welfare, lavoro, istruzione, diritti, ambiente.

A dieci anni di distanza dal voto in Parlamento (dell’aprile 2009) che aveva sancito la partecipazione italiana al progetto JSF (Joint Strike Fighter) viene rilanciata la campagna della società civile italiana contro l’acquisto dei cacciabombardieri F-35.

Ripresa congiuntamente da Rete italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Rete della Pace la nuova fase di mobilitazione ha come obiettivo la richiesta a Governo e Parlamento di uno stop definitivo della partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter. Un impegno che, dopo i primi 4 miliardi già spesi e almeno 28 velivoli già acquisiti o in produzione, costerà – se confermato – almeno altri 10 miliardi di euro, destinati ad aerei d’attacco e con capacità nucleare costellati da problemi e ritardi.

I soldi che si dovrebbero ancora spendere per gli F-35 nei prossimi 10 anni si potrebbero investire in maniera alternativa, con scelte che andrebbero davvero a vantaggio degli italiani. Alcuni esempi di tali alternative sono: 100 elicotteri per l’elisoccorso in dotazione ai principali ospedali, 30 canadair per spegnere gli incendi durante l’estate, 5.000 scuole messe in sicurezza a partire da quelle delle zone sismiche e a rischio idrogeologico, 1.000 asili nido pubblici a favore di 30.000 bambini oltre a 10.000 posti di lavoro per assistenti familiari nel settore della non autosufficienza…

Tra il 2019 e il 2020 anche il nostro Paese come tutti i partner del programma JSF dovrà decidere se sottoscrivere un contratto di acquisto pluriennale, diverso dagli acquisti annuali flessibili che sono stati condotti finora, per cui ci troviamo di fronte allo snodo fondamentale: dopo tale passaggio non sarà più possibile tornare indietro e risparmiare alcun euro, anzi il continuo lievitare dei costi ci costringerà ad aumentare anche i fondi attualmente stanziati. Facciamo dunque appello a chi ha sempre dichiarato la propria contrarietà agli F-35: abbiate coraggio di una decisione che porterà benefici veri al Paese.

Associazione Cultura della Pace e Scuola Media di Rassina: un progetto per immagini

pubblicato 28 giu 2019, 03:20 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 28 giu 2019, 03:54 ]

Dai discorsi della storia a una mappa per il futuro: il bel lavoro degli studenti di Castel Focognano

Un libro progettato e scritto dai ragazzi della scuola secondaria di I grado "Guido Monaco", sulla base delle parole più celebri dei Grandi del passato. Sul sito www.arezzonotizie.it un articolo di Rossana Farini sul progetto realizzato con la scuola di Rassina (Ar)


"Il cambiamento è qui, che vi piaccia o no, sta cominciando”. Una frase che evoca immagini di grandi manifestazioni studentesche, di cartelli e di slogan gridati con i megafoni, di giovani in movimento, di nuovi modi e di nuovi mondi. Non è proprio così, ma il profumo che ci lascia addosso è quello. In realtà questa frase apre il lavoro realizzato dalle ragazze e dai ragazzi delle terze della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo “Guido Monaco” di Castel Focognano che hanno fatto molto di più che una manifestazione: hanno trasformato la loro scuola in una mappa per il futuro.

Grazie ad un finanziamento del Fondo Strutturale Europeo, all’impegno di alcuni insegnanti (Leonardo Magnani, Maria Teresa Pierallini, Ilaria Cenni), della dirigente Cristina Giuntini, alla Regione Toscana, all’Associazione “Cultura della Pace” di Sansepolcro, questi studenti hanno lavorato tutto l’anno sui discorsi più celebri della storia, hanno approfondito i termini e dato un senso alle parole, hanno conosciuto i Grandi del passato e hanno rielaborato un loro pensiero per il futuro.

Tutto questo è diventato un libro che ha raccolto pezzi di discorsi celebri selezionati dai ragazzi, i quali hanno scelto anche le immagini donate alla scuola da Riccardo Lorenzi, avvocato e fotografo per passione e vocazione che ama riportare sui volti le condizioni di popoli e nazioni. Il libro si apre con un collage dei discorsi “celebri” che ogni ragazzo ha preparato per il proprio mondo.

Ciò che ci lasciano questi giovani è un viaggio mozzafiato tra i solchi lasciati dai grandi della Storia - da Pericle, Socrate, Platone, Aristotele passando per Martin Luther King, Gandhi fino alla piccola Greta Tumberg e al suo “non si è mai troppo piccoli per fare la differenza” - e le loro idee su un futuro che noi adulti abbiamo fatto diventare un non-luogo privo di luce. Eppure una luce loro l’hanno trovata, o meglio l’hanno creata: è quella del “cambiamento”, una parola ricorrente nei loro discorsi. Cambiare significa muoversi, significa cambiare posizione, significa andare verso l’altro. Una nuova etica… del cambiamento!

Dal libro alla scuola il passo è stato breve eppure immenso nella profondità: ogni aula è stata arricchita da un cartellone che riporta le foto con le frasi dei discorsi. La scuola si è trasformata in una mappa, in un luogo di riflessione quotidiana, le stanze sono macchine del tempo e insieme fucine di idee nuove. Ogni anno i grandi accompagneranno i novizi alla scoperta di queste frasi, di queste parole “nuove”, perché rese diverse dagli sguardi dei giovani. Hanno proprio ragione loro: “che ci piaccia o no”, il cambiamento sono loro ed è già qui.



Soluzione

pubblicato 27 giu 2019, 06:34 da Cultura della Pace

Cinque punti sull'immigrazione: così si potrebbe cambiare rotta

Riforma del regolamento di Dublino, Ius culturae per la cittadinanza, permessi di ricerca di lavoro, «regolarizzazione» e una svolta normativa sull'asilo. 

Su Avvenire un articolo di Corrado Giustiniani riflette su quali soluzioni adottare per governare il fenomeno migratorio


Migranti, una soluzione per chi dubita del lavoro delle ong

1. Rilanciare la riforma del Regolamento di Dublino, già approvata dal Parlamento europeo, il 16 novembre del 2017, con una maggioranza schiacciante: 390 sì, 175 no e 44 astenuti. Questa prevede che le domande non vengano più esaminate nel primo Paese d’ingresso: i richiedenti asilo andrebbero distribuiti obbligatoriamente in tutti i Paesi dell’Unione, in proporzione a popolazione, Pil, grado di sviluppo economico, legami familiari dei richiedenti asilo con uno specifico Paese. Esattamente quello che Lega e 5stelle si sono posti come obiettivo nel loro 'contratto di governo'. È inspiegabile che la Lega si sia invece alleata con i governi dell’asse 'sovranista', che al contrario non vogliono nei loro confini nemmeno un profugo e un migrante. Il nuovo Regolamento di Dublino, per diventare operativo, ha però bisogno del 'sì' del Consiglio europeo, dove siedono i capi di Stato e di Governo dell’Unione. Bisogna aprire fitte trattative con i partner perché questo avvenga, sperando che non sia troppo tardi.

2 . Riprendere in mano la riforma della legge sulla cittadinanza per i bambini e i minori. Chiamarla ius soli – come su queste pagine è stato spiegato e rispiegato – ha aiutato l’insorgere dell’equivoco, cavalcato da partiti di destra, dai social e anche da diversi organi d’informazione, che bastasse esser nati in Italia, magari il giorno dopo uno sbarco, per essere nostri concittadini. Matteo Salvini, senza che nessuno lo contestasse, è arrivato a dire in tv che con quella legge si voleva dare la cittadinanza «al primo che passa». Al contrario, la riforma già approvata dalla Camera nell’ottobre 2015, e poi lasciata due anni in naftalina, prevedeva che il bimbo dovesse nascere da una famiglia già integrata, in quanto con almeno un genitore provvisto di permesso di lungo soggiorno. È esattamente lo stesso principio che vale in Germania e nel Regno Unito. Ma forse nessuno lo sapeva. C’era poi un secondo e decisivo aspetto della riforma, il cosiddetto ius culturae legato alla formazione dei nuovi piccoli cittadini nelle scuole italiane e in altre agenzie educative (dunque, basato su una grande fiducia nella capacità attrattiva e formativa della nostra cultura nazionale) e, però, tenuto incredibilmente ai margini del dibattito pubblico sulla questione. Bisognerà aprire trattative ed essere pronti ad accettare modifiche. I 5Stelle non possono certo dimenticare di aver depositato nel giugno del 2013 a Montecitorio una proposta di legge ancora più radicale di quella abortita al Senato nel 2017, sostenuta da ben 95 deputati, tra i quali Di Maio, Fico, Toninelli, Bonafede.

3 . Vanno proposti e sperimentati, in numero contingentato, permessi di ricerca lavoro della durata di un anno che diano allo straniero che entra nel nostro Paese la possibilità di trovare un’occupazione nei molti settori, a cominciare dall’assistenza familiare, nei quali abbiamo documentato bisogno di questo contributo. È inconcepibile urlare ai 'clandestini' senza concedere la possibilità di un ingresso regolare. È dal 2014 che i vari 'decreti flussi' non sono aperti al lavoro subordinato non stagionale. Anche quello del 2019, che concede appena 30.850 ingressi, si rivolge in prevalenza al lavoro stagionale, con l’aggiunta di permessi di studio e poco altro.

4 . Non può più tardare una regolarizzazione, che in buona parte coinvolgerebbe i cosiddetti 'overstayers', persone che sono entrate nel nostro Paese con un permesso turistico e poi hanno trovato un lavoro.Tante badanti, ad esempio ucraine o moldave o sudamericane, sono in queste condizioni. I nostri astrusi sistemi di ingresso comportano che ogni tot anni venga svuotato il bacino di irregolari, e l’ottava e ultima sanatoria venne approvata dal governo Monti nell’ormai lontano 2012. Quanti siano gli irregolari è difficile stimarlo: alcuni istituti si rifiutano di farlo, per l’Ismu erano poco più di 500mila nel 2017, per il presidente del-l’Istat Gian Carlo Blangiardo sarebbero 600mila oggi, mentre Salvini è passato in pochi mesi da una stima di 500600mila «clandestini» a una di 90mila, alla vigilia delle Europee. Quello che è certo è che il provvedimento di emersione avrebbe un effetto positivo sulla percezione di sicurezza, andrebbe incontro alle difficoltà contrattuali di molte piccole imprese e sarebbe un vantaggio per le casse dell’Inps.

5 . In chiusura, quello che forse avrebbe dovuto essere il primo punto: una svolta normativa in tema di governo dell’immigrazione e nella gestione delle persone richiedenti di asilo. Bisogna uscire dalla retorica e valutare gli effetti concreti dei due Decreti Sicurezza varati dal governo su impulso del ministro Salvini. Persino sorvolando sulle norme introdotte con il provvedimento-bis, che fissano pesanti multe (sino a 50mila euro) per le navi che salvano naufraghi e non accettano di riportarli nel «porto sicuro» che la Libia non è, bisogna prendere atto che il primo testo – smantellando protezione umanitaria e percorsi di inclusione – sta provocando, secondo una stima dell’Istituto Ispi, 137 mila nuovi irregolari in due anni. 'Avvenire' ha definito queste norme «la legge della strada», perché è sulla strada che decine di migliaia di persone vengono così letteralmente gettate. Realtà associative solidali stanno cercando di limitare i danni e l’insicurezza per richiedenti asilo e cittadini che questo provoca, ma va ripristinata una copertura economica minima efficace (ora abbattuta da 35 fino a 20 euro) per poter garantire – come fanno gli altri Paesi d’immigrazione – una seria accoglienza ai richiedenti asilo, con insegnamento dell’italiano, attività di formazione e orientamento professionale oltre che di 'restituzione' alle comunità cittadine in cui i centri sono collocati.

Queste prime azioni dovrebbero essere guidate da una convinzione granitica. Così come altre, più specifiche, a partire da un nuovo, grande impulso ai 'corridoi umanitari' – avviati più di tre anni fa per un’iniziativa ecumenica 'dal basso' di Comunità di Sant’Egidio, Evangelici e Valdesi e Confererenza episcopale italiana in accordo i ministeri degli Esteri e dell’Interno – e che lo stesso premier Giuseppe Conte ha richiamato e lodato nei giorni scorsi. Occorre, con pazienza e ostinazione, cercare consensi, in tutti i partiti e in Europa. È una prova per le forze di opposizione e per settori responsabili delle formazioni oggi al governo. Costruire ponti e strade di convivenza è l’unica scelta. Da soli si lanciano soltanto vuoti proclami.

Festa per la fine di Ramadan a Sansepolcro

pubblicato 7 giu 2019, 10:49 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 7 giu 2019, 13:13 ]

Pari Opportunità, incontro con la comunità musulmana "Per una comunità inclusiva"                                                                                      Nuova iniziativa di Commissione Pari Opportunità e Associazione Cultura della Pace in occasione della festa di fine Ramadan, Rottura del Digiuno. Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro

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Proseguono le iniziative della Commissione Pari Opportunità del Comune di Sansepolcro in collaborazione con l’Associazione Cultura della Pace nell’ambito del progetto “Per una comunità inclusiva”. Si tratta di un protocollo d’intesa sottoscritto nel gennaio 2018 dalle diverse realtà spirituali ed etniche del territorio. Il documento sancisce che “La comunità di Sansepolcro, in ognuna della sue componenti, ribadendo i principi generali espressi nello Statuto comunale, esprime il desiderio e la volontà di promuovere e incoraggiare il pieno e consapevole sviluppo della propria comunità, formata da tutti i cittadini che vi vivono, lavorano e si impegnano per la promozione del bene comune.” 

Questa settimana le comunità islamiche di tutto il mondo hanno celebrato la Festa della Rottura del Digiuno o Eid Al Fitr, seconda festività religiosa più importante per i musulmani, che segna la fine del Ramadan e l’inizio del nuovo mese lunare. In sintonia con il recente messaggio di solidarietà della comunità  islamica italiana, che per la prima volta ha scelto di dedicare questa importante ricorrenza alla figura di Papa Francesco, i rappresentanti della Commissione e dell'Associazione lunedì 10 Giugno si incontreranno con i responsabili della locale comunità musulmana e con il parroco della Cattedrale, Mons. Giancarlo Rapaccini, per rinnovare la reciproca stima e vicinanza attraverso un incontro che vedrà la presenza degli studenti dell'Istituto d'Istruzione Superiore "Liceo Città di Piero" per un momento conviviale e di conoscenza. 

Durante l'incontro sarà consegnato ai rappresentanti della comunità islamica, il messaggio di auguri redatto dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso che, tramite Mons. Miguel Guixot, il Papa ha voluto recapitare a tutti i musulmani.

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