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Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro

pubblicato da Cultura della Pace

Sansepolcro: bandiera austriaca e italiana nell'anniversario della Grande Guerra

Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro

 

24 maggio 1915 – 24 maggio 2018. Nel giorno in cui ricorre l’anniversario dell’entrata in guerra da parte dell’Italia nel primo conflitto mondiale, il Comune di Sansepolcro, Città della Cultura della Pace, espone fuori dalla sede municipale la bandiera dell’Austria accanto a quella italiana.

Questo simbolico gesto, intrapreso e condiviso in collaborazione con l’Associazione Cultura della Pace, vuole far sì che Sansepolcro si attesti come comunità capace di riflettere su quanto accaduto proponendo nuove modalità di convivenza e di soluzione dei conflitti e testimoniando, ad un secolo esatto da quella strage che vide contrapporsi popoli e nazioni, un’idea di Identità Europea Unitaria, capace di accogliere quanti si trovino nel bisogno e di vedere, nel superamento di barriere e divisioni, la risposta ad egoismi e idee fuorvianti di Patria e di Nazione.

Nella mattinata odierna, la Segreteria dell’amministrazione biturgense ha provveduto a notificare tale iniziativa all’Ambasciata Austriaca a Roma guidata dall’Ambasciatore Christian Berlakovits. Il vessillo austriaco sarà nuovamente esposto accanto al tricolore italiano nell’altra fondamentale data del 4 novembre 2018, a cento anni dalla conclusione del tragico conflitto costato la vita a milioni di persone.

Poi non ci lamentiamo...

pubblicato 18 mag 2018, 10:48 da Cultura della Pace

Export armi 2017: oltre 10 miliardi di autorizzazioni in maggioranza verso le aree critiche del mondo

Resa pubblica la Relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90: 10,3 mld€ di autorizzazioni e 2,7 mld€ di trasferimenti definitivi nel corso del 2017 
Ai vertici della classifica dei Paesi destinatari di autorizzazioni il Qatar, seguito da Regno Unito, Germania, Spagna, USA e Turchia. 
Oltre il 57% delle vendite a Paesi non EU e non NATO.
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo 

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E’ stata resa nota al Parlamento nei giorni scorsi la Relazione governativa sull’export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, condati riferiti al 2017. Per il secondo anno consecutivo le autorizzazioni rilasciate superano, comprendendo anche le intermediazioni, i 10 miliardi di euro. Il calo è di circa il 35% rispetto al 2016 (record storico grazie alla mega-commessa di aerei per il Kuwait) ma la presenza dellacommessa navale per il Qatar garantisce comunque un +35% rispetto al 2015 e una quadruplicazione delle licenze rispetto al 2014.

I primi 12 Paesi destinatari sono Qatar, Regno Unito (entrambi con autorizzazioni maggiori di 1,5 miliardi di €) seguiti daGermania, Spagna, USA, Turchia, Francia (totale autorizzazioni tra 250 milioni e 1 miliardo di €) per poi trovareKenya, Polonia, Pakistan, Algeria e Canada (tra 150 e 250 milioni di €). L’Agenzia delle Dogane attesta sui 2,7 miliardi di euro le vendite ed esportazioni definitive, in linea con i 2,8 miliardi del 2016 e probabilmente quota standard consolidata di export annuale per la nostra industria (controvalore destinato probabilmente a crescere nei prossimi anni, viste le recenti consistenti commesse per sistemi d’arma complessi).

I Paesi non appartenenti alla UE o alla NATO sono destinatari del 57% del valore di autorizzazioni rilasciate nel corso del 2017 (circa 48% per i soli Paesi MENA, cioè del Medio Oriente e Nord Africa), continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota (storicamente attorno al 45% nel precedente decennio) già dal 2016. Percentuale che sale ulteriormente se si sottrae al totale la quota dei programmi intergovernativi, cioè quelli direttamente impostati dal Governo italiano e alleati e quindi naturalmente destinati a paesi UE/NATO. Il risultato è evidente: gli affari “armati” dell’industria a produzione militare italiana si indirizzano sempre di più al di fuori dei contesti di alleanze internazionali dell’Italia verso le aree più problematiche del mondo.

“Tra gli acquirenti delle armi prodotte in Italia compare il Qatar indicato da molti paesi arabi, Arabia Saudita in testa, come paese sostenitore del terrorismo internazionale e analogamente accusato anche dal governo statunitense di Trump. Ma noi riforniamo tranquillamente anche chi lo critica... Si notano inoltre esportazioni verso Paesi come la Turchia, dove preoccupa fortemente il potenziamento del regime autoritario di Erdogan e l'azione militare intrapresa in Siria contro i curdi. Proseguono poi le esportazioni di armamenti verso l'Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti: tutti paesi impegnati nella sanguinosa guerra in corso in Yemen” sottolinea Maurizio Simoncellivicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo.

A testimoniare il robusto processo di globalizzazione delle vendite di armi e munizioni italiane colpisce anche la crescita continua del numero dei Paesi destinatari, passati da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, poi ai 72 nel quinquennio 2011-2015, ed infine giunti al superamento recente del “muro” degli 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.

Una crescita nella platea di clienti “armati” delle aziende italiane che discende anche dall’attivismo governativo degli ultimi anni nel promuovere l’industria bellica (si pensi al Tour promozionale della Portaerei Cavour in Medio Oriente ed Africa di qualche anno fa) e che in diverse occasioni è stato anche sottolineato con soddisfazione da parte dell’Unità per le Autorizzazioni sui Materiali d’Armamento (UAMA) che è l’Autorità Nazionale in materia, incardinata presso il Ministero degli Esteri. Una presa di posizione inopportuna e problematica da parte di chi, secondo la legge, è investito del ruolo di controllore della liceità ed aderenza alle norme delle esportazioni.

Una vera e propria esplosione riguarda invece le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1300% e attestatesi sull’enorme valore di 531 milioni di euro. Non trattandosi di cifre che dovrebbero riguardare vendite di beni o servizi (ma riferite a “negoziazione od organizzazione di transazioni” per iltrasferimento di beni militari, anche tra Stati terzi) si tratta davvero di numeri rilevanti e che destano qualche preoccupata domanda, soprattutto considerando i Paesi destinatari collegati. Dalle Tabelle ufficiali Governative si può desumere come MBDA Italia abbia richiesto licenza di “intermediazione” per 178 milioni di euro relativamente ai missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l’intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri) e Leonardo per 171 milioni a riguardo dei caccia Eurofighter verso il Kuwait. Chiarire specificamente a cosa si riferiscano tali cifre è cruciale per ottenere la giusta trasparenza in un mercato, quello degli armamenti, ai vertici delle classifiche di corruzione internazionale secondo tutte le stime. Nella Relazione si sottolinea inoltre una crescita delle ispezioni condotte da UAMA nei confronti delle aziende, raddoppiate nel 2017 ma giunte solo all’esigua cifra di 12 (e per le quali peraltro non vengono riportate nemmeno in maniera aggregata le risultanze, con eventuali sanzioni o prescrizioni). Nulla viene detto a riguardo delle indagini e acquisizioni di informazioni condotte sulla stessa UAMA da parte della Magistratura a seguito degli Esposti promossi dalla nostra Rete nel 2016.

“Particolarmente grave e preoccupante – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche si sicurezza e difesa (OPAL) – è soprattutto il protrarsi delle forniture di munizionamento e di sistemi militari alla monarchia saudita. Nonostante tre risoluzioni del Parlamento europeo abbiano infatti ribadito la necessità di imporre un embargo sugli armamenti nei confronti dell’Arabia Saudita, in considerazione delle gravi violazioni del diritto umanitario nell’ambito del conflitto in corso in Yemen, sono state autorizzate nuove esportazioni per un valore di circa 52 milioni di euro. La diminuzione nelle licenze non deve trarre in inganno: va infatti sottolineato come sia intanto proseguita la fornitura ai sauditi di quasi 20mila bombe aree del tipo MK derivante da licenze del valore di 411 milioni di euro che RWM Italia aveva già acquisito. Si tratta di una commessa pluriennale che da sola è in grado di saturare la produzione annuale massima dell’azienda; proprio per cercare di far sospendere queste esportazioni e indagare l’impatto delle precedenti nelle scorse settimane Rete Disarmo, insieme a ECCHR e Mwatana, ha presentato uno specifico Esposto alla Procura di Roma per violazione delle normative nazionali e internazionali”. Rete Italiana per il Disarmo è inoltre attiva nelle iniziative internazionali di pressione verso Rheinmetall (che controlla al 100% RWM Italia) e domani sarà presente, a Berlino, all’Assemblea annuale degli azionisti della holding bellica tedesca per chiedere conto al management delle politiche di export della controllata.

Infine, per quanto riguarda le cosiddette “banche armate” (cioè gli istituti di credito che mettono a disposizione proprio conti e sportelli per l’incasso dei pagamenti legati all’export militare) va sottolineato come nel 2017 gli importi segnalati (dopo l’ultima riforma legislativa non c’è più obbligo autorizzativo) abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Oltre la metà è transitata per UniCredit (ben 2,8 miliardi) e altri importi consistenti sono quelli di Deutsche Bank (700 milioni), Bnp Paribas (252 milioni), Barclays Bank (210 milioni), Banca Popolare di Sondrio (174 milioni) e Intesa SanPaolo (137 milioni)

“In proposito – osserva ancora Giorgio Beretta di OPAL – va segnalato non solo il costante coinvolgimento di alcune banche estere che hanno le proprie filiali in Italia ma anche il riapparire, dopo anni di assenza, di diverse banche italianecon filiali ben diffuse sul territorio nazionale. Preoccupa poi perdurare delle operazioni da parte di Banca Valsabbina, la banca d’appoggio di RWM Italia per l’esportazione di bombe aeree all’Arabia Saudita. Tutto questo impone di riprendere con energia le iniziative promosse dalla Campagna di pressione alle ‘banche armate’ al fine di monitorare con attenzione la corrispondenza delle attività delle banche rispetto agli impegni che si sono assunte negli anni scorsi”.

La Rete Italiana per il Disarmo continuerà a chiedere al Governo di migliorare gli standard di trasparenza sui dati relativi all’export militare normato dalla legge 185/90, notevolmente deterioratosi negli ultimi anni e con un livello di dati che impedisce a Parlamento ed opinione pubblica di poter esercitare un corretto e dovuto controllo su una questione critica ed importante.L’esportazione di materiali di armamento non può essere considerata solo in termini meramente economici ed affaristici poiché impatta direttamente sui conflitti e la sicurezza internazionale. Rete Italiana per il Disarmo chiede con forza che le autorizzazioni all’export siano decise in piena consonanza con i principi e le prescrizioni delle norme italiane ed internazionali (il Trattato ATT e anche il Codice di Condotta Europeo che nel 2018 compie 10 anni e di cui è in corso un processo di revisione. Solleciteremo in tal senso il Parlamento una volta che si saranno insediate le commissioni competenti.

Cosa accade a Myanmar?

pubblicato 18 mag 2018, 10:43 da Cultura della Pace

Myanmar, non solo Rohingya: si riaccende il conflitto nel 

Kachin

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Francesco Maria Cricchio di Pressenza.com 

mette la lente di ingrandimento sul paese orientale


Thumbnail map of Myanmar

Nell’ultimo anno, l’attenzione mondiale è stata – comprensibilmente – rivolta alla questione della minoranza musulmana Rohingya, con poco meno di un milione di persone costrette ad emigrare in Bangladesh a causa della pulizia etnica operata dall’esercito nazionale. Allo stesso tempo però, un’altra minoranza etnico-religiosa sta facendo i conti con la violenza perpetrata dal cosiddetto “Tatmadaw”, l’esercito birmano. Si tratta dei Jingpo, una popolazione che conta circa duecentomila individui e che risiede nella regione del Kachin, nel Myanmar settentrionale. Questa minoranza, di religione cristiana, è da più di cinquant’anni in conflitto con lo stato birmano: le loro richieste di indipendenza hanno sempre ricevuto risposte negative da Rangoon prima e da Naypyidaw poi. Nelle ultime settimane, il conflitto che negli ultimi anni era rimasto latente, è ritornato ad esplodere nella regione, a seguito di scontri tra il KIA (Kachin Independence Army) e le forze dell’esercito; ciò ha provocato lo sfollamento di circa cinquemila persone, oltre che la morte di numerosi civili.

Sulla vicenda si è così espressa Yanghee Lee, esperta di Diritti Umani per il Myanmar: “Ciò a cui stiamo assistendo nello stato del Kachin nelle ultime settimane è completamente inaccettabile, e deve terminare immediatamente. Civili innocenti sono uccisi e feriti, mentre centinaia di famiglie stanno emigrando per salvare le proprie vite”. Come nel caso dei Rohingya, uno dei problemi maggiori è che il Myanmar sta vietando l’accesso ai gruppi di soccorso nella regione, rendendo di fatto impossibile medicare i tanti civili, tra cui anziani, donne e bambini coinvolti nei bombardamenti. 

Dal punto di vista legislativo, la minoranza avrebbe diritto all’indipendenza, in quanto dopo la nascita ufficiale del Myanmar, era stata data la possibilità ad alcuni gruppi etnici di scegliere se continuare ad appartenere allo stato o se staccarsi. Tuttavia, nel 1962, nel paese venne instaurata una pesante dittatura che rimase in vigore per circa cinquant’anni, e ogni accordo preso precedentemente saltò. Da quel momento, tra i Jingpo e il governo vige uno stato di apparente armistizio (ufficializzato nel 1994 e durato 17 anni), anche se organizzazioni umanitarie internazionali hanno più volte lamentato molteplici violazioni dei Diritti Umani ad opera dell’esercito.

Motivazioni geopolitiche ed economiche 

Questi ultimi avvenimenti confermano la forte intolleranza della nazione e della comunità buddista (che costituisce la maggioranza della popolazione) nei confronti delle minoranze religiose. E’ altamente probabile che questo odio, sulla carta prettamente culturale, abbia anche dei risvolti economici. E’ infatti curioso notare come, dopo l’espropriazione delle terre Rohingya, anch’esse piuttosto ricche di risorse, il Myanmar abbia aumentato del 600% l’esportazione di riso (l’Italia è uno dei maggiori acquirenti) all’estero.

Anche per quanto concerne il Kachin, è possibile leggere tra le righe e cercare di capire quali siano i piani del governo una volta acquisito il controllo del territorio. La longevità della minoranza Jingpo si deve anche al fatto che, data la ricchezza di risorse della regione, essa sia stata durante gli anni oggetto di interesse da parte della Cina, con la quale confina a nord. Questo ha sempre impedito all’esercito di attuare risoluzioni definitive nell’area. Tuttavia, sembra che negli ultimi anni gli interessi economici della superpotenza asiatica siano stati rivolti ad altre zone, come per esempio all’Oceania, al Sud America e naturalmente all’Europa.

E’ quindi ipotizzabile che il governo birmano abbia colto l’occasione per sferrare un attacco decisivo ai ribelli e sfruttare le risorse economiche dell’area a proprio vantaggio.

Gaza: situazione drammatica

pubblicato 3 mag 2018, 10:28 da Cultura della Pace


Dopo le uccisioni e i ferimenti illegali dei manifestanti

di Gaza, necessario embargo sulle armi a Israele




Sul sito www.aadp.it un articolo di Amnesty International sulla situazione a Gaza



Sulla base delle sue recenti ricerche, Amnesty International ha concluso che nel corso delle proteste della “Grande marcia del ritorno”, a Gaza l’esercito israeliano ha ucciso e ferito manifestanti palestinesi che non costituivano alcuna minaccia imminente.

Nel corso delle proteste dei venerdì, iniziate il 30 marzo, i soldati israeliani hanno ucciso 35 palestinesi e ne hanno feriti oltre 5500, in alcuni casi arrecando intenzionalmente danni potenzialmente letali.

Pertanto, Amnesty International ha rinnovato la sua richiesta ai governi affinché, dopo la sproporzionata risposta alle manifestazioni nei pressi della barriera che lo separa dalla Striscia di Gaza, sia imposto un embargo sulle armi dirette a Israele.

Da quattro settimane il mondo assiste con orrore agli attacchi dei cecchini e di altri soldati, perfettamente protetti, che da dietro la barriera colpiscono i manifestanti palestinesi con proiettili veri e gas lacrimogeni. Nonostante le ampie condanne internazionali, l’esercito israeliano non ha ritirato l’ordine illegale di sparare contro manifestanti disarmati”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Il tempo delle simboliche dichiarazioni di condanna è finito. La comunità internazionale deve agire concretamente e fermare l’afflusso di armi e di equipaggiamento militare a Israele. Non farlo significherà continuare ad alimentare gravi violazioni dei diritti umani contro uomini, donne e bambini che già vivono nella sofferenza a causa del crudele blocco imposto da Israele contro Gaza. Queste persone stanno semplicemente protestando contro la loro insopportabile condizione di vita e chiedono il diritto di tornare nelle loro case e nei loro villaggi in quello che oggi è Israele”, ha aggiunto Mughrabi.

Gli Usa sono il principale fornitore di materiale e tecnologia militare a Israele e hanno assunto l’impegno di fornire, nei prossimi 10 anni, aiuti militari per un valore di 38 miliardi di dollari. Ma anche altri paesi – tra cui Francia, Germania, Italia e Regno Unito – hanno autorizzato grandi quantità di forniture.

Manifestanti colpiti alle spalle

Nella maggior parte dei casi analizzati da Amnesty International, i manifestanti uccisi sono stati colpiti sulla parte superiore del corpo, come la testa e il petto, in alcuni casi mentre davano le spalle ai soldati israeliani. Testimonianze oculari, riprese video e immagini fotografiche lasciano intendere che molti di loro sono stati uccisi o feriti in modo intenzionale mentre non ponevano alcuna minaccia.

Mohammad Khalil Obeid, un calciatore di 23 anni, è stato colpito a entrambe le ginocchia il 30 maggio nei pressi del campo di al-Breij. In quel frangente, stava riprendendo sé stesso dando le spalle alla barriera. Il video, pubblicato sui social media, mostra che nel momento in cui è stato colpito si trovava in una zona isolata, lontano dalla barriera, e non sembrava rappresentare alcuna minaccia alla vita dei soldati israeliani.

Ferite mai viste dai tempi del conflitto del 2014

I medici dell’ospedale europeo e di quello di Shifa, nella città di Gaza, hanno dichiarato ad Amnesty International che molte delle gravi ferite che hanno curato erano agli arti inferiori, come le ginocchia, di un genere mai visto dal conflitto di Gaza del 2014.

Molti feriti hanno riportato gravi danni alle ossa e ai tessuti, così come ferite da fori di uscita tra i 10 e i 15 millimetri e rischiano di subire ulteriori complicazioni, infezioni, paralisi o amputazioni. Il gran numero di ferite alle ginocchia, che aumentano la probabilità di frammentazione del proiettile, sono particolarmente preoccupanti e lascerebbero intendere che l’esercito israeliano possa intenzionalmente infliggere ferite mortali.

Secondo esperti militari e medici legali che hanno esaminato le immagini delle ferite, molte sono compatibili con quelle causate dai fucili d’assalto Tavor, di fabbricazione israeliana, dotati di munizioni di 5,56 milllimetri. Altre chiamano in causa i fucili M24, prodotti dalla statunitense Remington, dotati di munizioni da caccia di 7,62 millimetri, che si ingrandiscono ed espandono all’interno del corpo.

Secondo Medici senza frontiere, la metà degli oltre 500 pazienti trattati nei suoi centri presentavano ferite “in cui il proiettile ha letteralmente distrutto i tessuti dopo aver polverizzato l’osso”.

La natura di queste ferite illustra come i soldati israeliani stiano usando armi militari ad alta velocità per causare il massimo danno a manifestanti palestinesi che non pongono un’imminente minaccia nei loro confronti. Questo apparentemente voluto tentativo di uccidere e ferire è profondamente preoccupante, oltre che del tutto illegale. In alcuni casi sembra essersi trattato di uccisioni deliberate, una grave violazione delle Convenzioni di Ginevra e un crimine di guerra”, ha commentato Mughrabi.

Se Israele non assicurerà indagini efficaci e indipendenti che diano luogo a processi nei confronti dei responsabili, il Tribunale penale internazionale dovrà aprire un’indagine su tali uccisioni e gravi ferimenti in quanto possibili crimini di guerra e garantire che i responsabili saranno portati di fronte alla giustizia”, ha sottolineato Mughrabi.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza, alla data del 26 aprile il totale dei feriti era stimato a 5511 (592 bambini, 192 donne e 4727 uomini), 1738 dei quali colpiti da proiettili veri. Circa la metà delle persone ricoverate presentava ferite alle gambe e alle ginocchia, 225 al collo e alla testa, 142 all’addome e al bacino, 115 al petto e alla schiena. Finora, sono state necessarie 18 amputazioni.

Tra le persone morte a seguito delle ferite vi sono quattro minorenni tra i 14 e i 17 anni e due giornalisti, che indossavano giubbotti protettivi che li identificavano con chiarezza come tali. Molti altri sono stati feriti.

Gli ospedali di Gaza stanno gestendo con difficoltà l’elevato numero di feriti a causa della scarsità di forniture mediche, energia elettrica e gasolio causata dal blocco israeliano e dalle divisioni politiche palestinesi. Nel frattempo, Israele ha ritardato o rifiutato il trasferimento di alcuni pazienti bisognosi di cure specialistiche d’urgenza disponibili in altre parti dei Territori, a causa della loro partecipazione alle proteste.

Yousef al-Kronz, un giornalista di 20 anni, ha subito l’amputazione della gamba sinistra dopo che le autorità israeliane gli avevano negato il permesso di ricevere cure mediche urgenti a Ramallah. A seguito di un’azione legale di gruppi per i diritti umani, ha potuto poi lasciare Gaza e operarsi per evitare l’amputazione dell’altra gamba.

Personale paramedico in servizio a Gaza ha riferito ad Amnesty International delle difficoltà di evacuare i manifestanti feriti a causa dei gas lacrimogeni esplosi contro di loro e nei pressi degli ospedali da campo.

Uccisioni e ferimenti potenzialmente letali illegali

Nonostante gli organizzatori della “Grande marcia del ritorno” avessero ripetutamente dichiarato che le proteste sarebbero state pacifiche si sarebbero svolte mediante sit-in, concerti, competizioni sportive, discorsi e altre attività pacifiche, l’esercito israeliano ha rafforzato il suo schieramento alla barriera collocandovi carri armati e altri veicoli militari, soldati e cecchini e ha dato ordine di sparare a chiunque si trovasse nel raggio di diverse centinaia di metri di distanza dalla barriera stessa.

Sebbene alcuni manifestanti abbiano cercato di avvicinarsi alla barriera, abbiano lanciato pietre in direzione dei soldati e dato fuoco a pneumatici, le informazioni raccolte da Amnesty International e dai gruppi per i diritti umani israeliani e palestinesi mostrano che i soldati israeliani hanno colpito manifestanti privi di armi, giornalisti, personale medico e altre persone che erano distanti dalla barriera da 150 a 400 metri e che non ponevano in essere alcuna minaccia.

In una richiesta alla Corte suprema di ordinare la fine dell’uso dei proiettili veri per disperdere le proteste, le associazioni per i diritti umani Adalah e Al Mezan hanno presentato 12 video pubblicati sui social media in cui persone prive di armi, tra cui donne e bambini – in alcuni casi, mentre sventolavano bandiere palestinesi o scappavano dalle vicinanze della barriera – sono stati colpiti dai soldati israeliani.

Armi attive

pubblicato 3 mag 2018, 10:17 da Cultura della Pace

Cresce la spesa militare mondiale: nel 2017 è di 1.739 miliardi di dollari

Pubblicati i dati SIPRI con stime che evidenziano una crescita dell’1,1% rispetto all’anno precedente.
Sul sito www.disarmo.org un articolo sul dossier Sipri
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo

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Le spese militari mondiali crescono dell’1,1% in termini reali, superando nel 2017 il muro dei 1.700 miliardi di dollari con una valutazione fissata a 1.739 mld US$ pari al 2,2% del PIL mondiale (230 dollari pro capite). Lo certificano le stime del Sipri, l’istituto svedese di ricerca sulla pace, diffuse oggi e relative alla spesa per eserciti ed armamenti di tutti gli Stati del mondo. La leggera crescita, che fa proseguire un trend in atto da alcuni anni, è il risultato dell’incremento ormai da tempo robusto nelle spese dell’area mediorientale - Arabia Saudita su tutti - e del continuo aumento dei fondi militari impiegati da Cina e India. Un aumento che avviene nonostante il drastico taglio delle spese militari della Russia (- 20%) e una stasi in quelle statunitensi che comunque superano, da sole, quelle dei successivi sette Paesi della lista e si prevedono in rialzo già sul 2018.

Il dato relativo al Medio Oriente risulta in crescita di oltre il 6% nonostante non siano valutabili (e quindi esclusi dal conteggio) i dati di paesi in guerra come Siria e Yemen oltre che di storici speditori militari come Qatar ed Emirati Arabi. In Europa si registra un incremento generalizzato, più pronunciato in quella centrale (+12%), e comunque presente in quella occidentale (+1,7%) sia per la percezione di pericolo russo sia per le richieste di aumento di spesa che la NATO sta reiterando. I principali Paesi per spesa militare in Europa sono Francia (-1,9%)m Gran Bretagna (+0,5%), Germania (+3,5%) e Italia (+2,1%). Dunque anche il nostro Paese viene stimato con una spesa militare in rialzo e superiore ai 26 miliardi di euro, circa 29 miliardi di dollari, con un controvalore pari all’1,5% del PIL. Sono numeri che confermano il trend in rialzo già evidenziato dalle analisi dall’Osservatorio Mil€x, più specifico nelle valutazioni sul bilancio dello Stato Italiano.

Di fronte a questo continuo scelta di investimento militare da parte di tutti Paesi del mondo la Campagna globale sulle spese militari (GCOMS), le cui “Giornate di azione” internazionali si concluderanno domani, ribadisce la richiesta di una riduzione della spesa militare con conseguente spostamento di fondi su altre più urgenti necessità. Che andrebbero a favore delle popolazioni di tutto il mondo.

“I fondi attualmente destinati ad usi militari devono essere urgentemente reindirizzati verso i veri bisogni umani! I fondi che oggi vengono spesi negli eserciti sono necessari invece e con urgenza per ridurre le disuguaglianze, per aumentare la cooperazione mondiale, per eliminare le ingiustizie energetiche, per sfidare le dinamiche che stanno spingendo la massiccia crisi di rifugiati e sfollati, per implementare regolamenti globali di mercato basati sulle persone e per costruire un mondo pacifico” si legge nella Dichiarazione internazionale diffusa oggi dalla GCOMS.

“Come primo passo, chiediamo pertanto una riduzione del 10% della spesa militare in tutti i Paesi e le Alleanze, compresa la NATO, al fine di uno spostamento di questi fondi verso i veri bisogni umani e obiettivi sostenibili” è la richiesta fondamentale della mobilitazione internazionale promossa dall’International Peace Bureau e sostenuta da centinaia di organizzazioni della società civile di cinque continenti.

L’obiettivo della Campagna è far pressione sui Governi affinché investano denaro in salute, istruzione, posti di lavoro e cambiamenti climatici, oltre che alla costruzione della Pace, piuttosto che nelle spese militari. La Rete Italiana per il Disarmo sostiene la GCOMS nella richiesta di una riduzione del 10% delle spese militari, a partire da quelli italiane che in particolare sono sbilanciate sulla spesa per il personale e prevedono quasi 6 miliardi di euro annui per l’acquisto di nuovi armamenti. La Rete Disarmo sottoscrive e rilancia del nostro Paese la dichiarazione conclusiva della Campagna internazionale che analizza la situazione derivante da scelte politiche globali influenzate dal complesso militare-industriale: “Gli affari di guerra si basano sul commercio di armi e sulla ricerca di strutture di potere, dominio e mascolinità che provocano morti civili, conflitti degradanti, sfruttamento predatorio del pianeta e contribuiscono attivamente al cambiamento climatico. Le azioni per promuovere la giustizia globale e ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici richiedono una riduzione delle spese militari e rinnovati sforzi per utilizzare i negoziati nel risolvere i conflitti. Produrre e vendere armi è un affare molto redditizio che uccide le persone, mentre l'acquisto di armi sottrae denaro da obiettivi positivi centrati sulle esigenze umane”.

Donne di pace

pubblicato 3 mag 2018, 10:11 da Cultura della Pace

Donne in difesa dell’ambiente, che non accettano di stare in silenzio 

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Jessica Olson sull'impegno delle donne per la pace

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Quando delle donne, in ogni parte del mondo, prendono la parola per difendere il pianeta e le sue comunità, spesso lo fanno mettendo a rischio la propria sicurezza personale,  e devono fare i conti con minacce e intimidazioni.  Il sessismo, spesso accompagnato dal razzismo, rende le donne dei facili bersagli. Per questo desidero dedicare un pensiero particolare a tre incredibili donne che hanno rifiutato di stare zitte.Ogni anno il Giorno della Terra offre l’opportunità di celebrare il nostro movimento e di confermare il nostro impegno nell’azione.  In un anno caratterizzato dal Movimento  #MeToo e dalle rinnovate rivendicazioni per i diritti delle donne, continua ad essere di ispirazione per me la solidarietà delle donne impegnate nei movimenti a difesa dell’ambiente. 

Berta Cáceres
Berta Cáceres era un’attivista indigena che in Honduras guidava il popolo  Lenca nell’opposizione alla Diga di  Agua Zarca.  Il progetto, se realizzato, avrebbe condannato un fiume sacro, il Gualcarque, e avrebbe privato la comunità Lenca di acqua, cibo e medicine.

Berta Cáceres fu co-fondatrice del Consiglio Nazionale delle Organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (National Council of Popular and Indigenous Organizations of Honduras – COPINH) e nel 2015 le fu assegnato il prestigioso Premio Goldman. Il suo assassinio nel 2016 suscitò dolore e sdegno a livello internazionale, ed evidenziò i rischi ai quali sono sottoposti gli attivisti ambientali in tutto il mondo.

E’ POSSIBILE AGIRE:  si possono sostenere azioni legali in Honduras per difendere gli attivisti minacciati di morte 

Siwatu-Salama Ra
Siwatu-Salama Ra è un’avvocatessa che si occupa di giustizia ambientale, co-direttrice del Consiglio di Azione Ambientale (East Michigan Environmental Action Council – EMEAC) con sede a Detroit.   Ha aiutato a dare potere alla comunità attraverso l’educazione alla giustizia ambientale, allo sviluppo dei giovani, alla costruzione di relazioni collaborative.

Donne come  Siwatu svolgono il loro lavoro impegnandosi contro il potere di un sistema legale che opprime la gente di colore.  A luglio del 2017 fu aggredita in auto mentre era con sua figlia e sua madre, e per spaventare l’aggressore gli  puntò contro una pistola scarica (che deteneva legalmente): la donna non sparò, e nessuno fu ferito.  Secondo la legge del Michigan Siwatu avrebbe dovuto ricevere protezione, invece fu arrestata, subì un processo e fu condannata; attualmente è incinta di sette mesi, con la prospettiva da partorire in carcere, dove sta scontando la condanna a due anni. 

E’ POSSIBILE AGIRE: occorre scrivere al governatore del Michigan Rick Snyder chiedendo che Siwatu-Salama Ra venga immediatamente graziata, e possa uscire subito dalla prigione   

Jenni Monet
Jenni Monet è una giornalista indipendente che spesso pubblica articoli che riguardano i diritti dei popoli indigeni.  A febbraio del 2017 si recò alla Riserva di  Standing Rock nel  Nord Dakota, per documentare le proteste dei gruppi indigeni locali conto la costruzione dell’oleodotto  (il Dakota Access Pipeline). Jenni Monet stava semplicemente svolgendo il suo lavoro, testimoniando l’allontanamento forzato  dei protettori dell’acqua, quando è stata arrestata in violazione dei suoi diritti di Primo Emendamento .  Per più di un giorno le fu impedito di prendere contatto con il suo avvocato,  e venne trattenuta per altre 30 ore prima di essere rilasciata.  Più di un anno dopo, ha ancora in sospeso l’accusa di  aver  partecipato ad azioni criminali. Jenni Monet  è una dei 10 giornalisti che furono arrestati a Standing Rock.

E’ POSSIBILE AGIRE: chiedere ai  funzionari responsabili del North Dakota di ritirare tutte le accuse contro Monet.

Il nostro movimento esprime un grande ringraziamento a queste tre  donne –  Berta, Siwatu, e Jenni – e a tutte le donne che hanno deciso di correre enormi rischi per parlare a difesa del nostro pianeta.

Chi è interessato/a a conoscere altre storie di donne che hanno preso posizione e si sono fatte sentire a difesa della giustizia ambientale e dei diritti umani, può consultare un sito curato da  Amnesty International  (Speak Out for Defenders website).

NOTA. Il sito indicato dall’autrice dell’articolo viene segnalato come inaffidabile. Ne segnalo un altro (tra i tanti) ai quali si può accedere a storie delle azioni di giovani donne  a difesa del diritti dell’ambiente e delle comunità: https://www.opendemocracy.net/5050/sara-vida-coumans/young-women-human-rights-defenders-speak-out 

(Human Rights , 27 Aprile 2018.
Titolo Originale: These Women Environmental Defenders Refused To Be Silent
L’autrice, Jessica Olson, è una rappresentante del Sierra Club per il Programma Gender Equity & Environment)

 (Traduzione di Elena Camino per il CSSR)

Finanziare la pace

pubblicato 26 apr 2018, 09:39 da Cultura della Pace

Global Campaign on Military Spending (GCOMS)

Ridurre del 10% la spesa militare può salvare il nostro Pianeta! Agisci!

Dichiarazione internazionale in occasione dei “Global Days of Action on Military Spending 2018” 
Sul sito www.disarmo.org la campagna per la diminuzione delle spese militari


Fonte: Global Campaign on Military Spending (GCOMS) - Rete Italiana per il Disarmo 

«Cari candidati, su armi e spese militari non vi nasconderete più…»

Il mondo è troppo armato e la pace è sottofinanziata. Questa affermazione è oggi purtroppo più vera che mai. Uno dei compiti più urgenti per tutte le Nazioni nei prossimi anni è lariduzione della spesa militare.

Il cambiamento climatico e il riscaldamento del pianeta causato dall’uomo sono problemi giganteschi che avranno effetti devastanti su gran parte della popolazione mondiale. Le strategie politiche che stanno distruggendo il nostro pianeta alla ricerca di benefici solo per pochi possono essere sostenute solo dalla violenza, e la violenza è solitamente condotta attraverso gli eserciti e rafforzata dal militarismo e dalle spese militari. Gli affari di guerra, alimentati dai molti complessi militari-industriali, si basano sul commercio di armi e sulle strutture di potere che portano a morti civili e conflitti devastanti, depredando il pianeta e contribuendo attivamente al cambiamento climatico. Le azioni per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici richiedono una massiccia riduzione delle spese militari e rinnovati sforzi per utilizzare per risolvere i conflitti attraverso negoziati.

Il mondo sta diventando pazzo. Le spese militari nel 2016 sono arrivate ad un totale di 1.680 miliardi di dollari. Molti Governi stanno pianificando aumenti nei bilanci militari in contemporanea a tagli per la sanità, l'istruzione e la cooperazione allo sviluppo. Le notizie sul potenziamento del budget militare proposto negli Stati Uniti sono allarmanti: il Congresso ha recentemente approvato un aumento di 165 miliardi di dollari nelle spese militari nei prossimi due anni. Nel frattempo molti altri stati come Australia, Nuova Zelanda, Francia, Regno Unito, Germania, Camerun, Kenya, Nigeria, Spagna, Italia e altri stanno seguendo le linee guida degli Stati Uniti senza alcuna discussione. Le guerre in Siria e nello Yemen sono alimentate dal commercio di armi mentre la Corea del Nord viene utilizzata per giustificare una nuova corsa agli armamenti. Il Primo Ministro giapponese Abe sta tentando di emendare l'articolo 9 Costituzione giapponese che rinuncia esplicitamente alla guerra. L'Unione Europea (per la prima volta nella sua storia) investirà a breve ingenti fondi per sviluppare nuovi sistemi d'arma. Ciò potrebbe anche innescare una corsa agli armamenti in regioni come l'Africa e il Medio Oriente, dove sono dirette importanti esportazioni europee. Stiamo assistendo a massicci aumenti delle spese militari (incluse le armi nucleari, nonostante il recente Trattato per la messa al bando votato all’ONU) da parte delle grandi potenze, aumentando il pericolo di guerre disastrose. Ciò avviene in un momento in cui il “Bullettin of Atomic Scientist” ha spostato le lancette del “Doomsday Clock” a 2 minuti a alla mezzanotte, il punto più vicino all'annientamento globale dal momento dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki.

La Global Campaign on Military Spending (GCOMS), Campagna globale sulla spesa militare, è una mobilitazione internazionale fondata nel dicembre 2014 e promossa dall'International Peace Bureau e da reti ed organizzazioni nazionali in tutto il mondo. Lo scopo della Campagna è quello di spingere i Governi a investire il proprio denaro negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG 2030) delle Nazioni Unite che si occupano di salute, istruzione, posti di lavoro e cambiamenti climatici, oltre che alla costruzione della Pace, piuttosto che nelle spese militari. La GCOMS incorpora anche le Giornate di azione globale sulla spesa militare (Global Days of Action on Military Spending - GDAMS), giunte all’ottava edizione. Le GDAMS 2018 raggrupperanno una vasta gamma di azioni in tutto il mondo tra il 14 aprile e il 3 maggio 2018 per sensibilizzare l'opinione pubblica sul fatto che le spese militari debbano essere reindirizzate verso bisogni umani.

L'idea della mascolinità è sempre stata alla base della violenza e della militarizzazione e le questioni di genere sono al centro della GCOMS. Perché il miglior indicatore della pace di uno Stato non è la ricchezza o la situazione di disuguaglianza o religione, ma la situazione femminile (secondo lo studio Valerie Hudson et al). Lo sviluppo sostenibile, il benessere del mondo e la causa della Pace richiedono la massima partecipazione delle donne e parità di condizioni con gli uomini in tutti i campi.

Il commercio di armi e armi alimenta molti conflitti in tutto il mondo e finisce per generare rifugiati che non sono poi accettati nei paesi ricchi. Invece di concentrarsi, ad esempio, sulla povertà, l'ingiustizia energetica e sui bisogni degli individui, i Paesi del nord del mondo insistono nell'investire in eserciti e spese militari, fermando rifugiati e combattendo il terrorismo solo con misure violente che peggiorano la situazione in molti Paesi dell'Africa e di altre regioni del globo. Vengono diffuse belle dichiarazioni sulla povertà e gli aiuti allo sviluppo, ma allo stesso tempo si firmano anche accordi per la vendita di armi e per la cooperazione militare. Inoltre, invece di affrontare le cause di fondo del terrorismo, i Governi lo utilizzano per giustificare gli aumenti delle spese militari. Dobbiamo opporci a tale ipocrisia.

Lo spostamento dei fondi pubblici dalla spesa militare e gli eserciti verso i veri bisogni umani avrà successo solo attraverso l'educazione e l'attivismo. E, come già sottolineato nel 1992 e nel 2017 da due autorevoli gruppi di scienziati, il successo nel nostro sforzo ambientale globale richiede una grande riduzione della violenza e della guerra. Le risorse ora dedicate alla preparazione e allo svolgimento delle guerre, oggi oltre 1.680 miliardi di dollari l'anno, dovrebbero essere spostate su altri ambiti per affrontare attuali sfide globali.

Come primo passo, chiediamo una riduzione del 10% delle spese militari in tutti i Paesi e in tutte e alleanze militari, compresa la NATO, e uno spostamento di questi fondi verso i bisogni umani e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

Dobbiamo coinvolgere sempre più cittadini e organizzazioni in un dibattito aperto e solido sui risultati controproducenti delle spese militari. Più che mai, invitiamo tutti a contattare nuovi partner per sostenere la Global Campaign on Military Spending e rendere i Global Days of Action on Military Spending un grande successo planetario.

Carcere civile

pubblicato 26 apr 2018, 09:34 da Cultura della Pace

Un anno in carcere. E' online il nostro nuovo rapporto

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Ieri abbiamo presentato "Un anno in carcere", il XIV rapporto di Antigone sullo stato delle carceri italiane. Sul sito www.antigone.it la situazione del carcere

Carcere Monza ennesimo suicidio, Fp Cgil: "Situazione insostenibile"

Al suo interno raccontiamo cosa abbiamo visto in un anno di visite del nostro Osservatorio negli istituti di pena. Abbiamo girato anche dei video, liberamente consultabili in una delle sezioni del rapporto. Oltre ai dati e alla loro analisi, abbiamo scelto di raccontare alcune storie legate agli eventi critici che avvengono in carcere.   

Anche quest'anno il rapporto è on-line e gratuito.

Buona lettura, dunque. E buona visione.   

Qui potete trovare la cartella stampa con tutti i dati del rapporto

Dove sono i pacifisti?

pubblicato 19 apr 2018, 09:27 da Cultura della Pace

Scoop: vi diciamo dove sono i pacifisti

Oggi il movimento pacifista e nonviolento è maturo e non si fa dettare l’agenda politica dai titoli di giornale, ma segue una propria strategia, conduce le proprie campagne, costruisce e allarga reti di relazioni, agisce dentro i conflitti reali, pur scontrandosi con l’indifferenza o l’ostilità della politica e la grande difficoltà a trovare interlocutori nelle istituzioni.

Sul sito www.azione nonviolenta.it la presa di posizione riguardo la guerra

Venerdì 13 aprile in Piazza Santi Apostoli a Roma abbiamo tenuto una conferenza stampa per presentare  l’appello “Cessate il fuoco!” che ha avuto l’adesione di oltre 100 organizzazioni, tra associazioni, sindacati, partiti, comitati, gruppi e singole persone, segno di grande unità e convergenza, che ha dato il via ad una mobilitazione pacifista su tutto il territorio nazionale, che è ancora in corso. 

A parte le solite lodevoli eccezioni, come Avvenire e alcune agenzie di stampa, i giornalisti dei grandi quotidiani come Corriere e Repubblica erano assenti, salvo poi, il giorno dopo i bombardamenti,  domandarsi “dove sono finiti i pacifisti?” e affidare i commenti a politici ed opinionisti esterni al movimento per la pace.

Certo, se non li si cerca là dove sono, i pacifisti è poi difficile trovarli. Oggi ad esempio siamo nuovamente a Roma per lanciare una forte azione giudiziaria contro le autorità italiane e alcune aziende per l’export di armi all’Arabia Saudita, assieme ad ONG yemenite che denunciano le responsabilità italiane negli attacchi aerei sauditi contro i civili. In Yemen la crisi umanitaria è ancor più grave di quella siriana.

Sarebbe utile potersi confrontare per far conoscere all’opinione pubblica le nostre proposte e le tante iniziative che, con non poca fatica ed in isolamento mediatico e “politico” stiamo realizzando in Italia e nei luoghi di guerre. Sarebbe questo un servizio informativo utile, necessario al paese.

I giornalisti da salotto, quelli che si divertono ad intervistarsi tra di loro e ad esternare opinioni sull’annosa questione “dove sono i pacifisti?”, dovrebbero cimentarsi con due tipologie della loro nobile professione, troppo spesso dimenticate: il giornalismo d’inchiesta e il giornalismo di guerra. Sarebbero obbligati ad abbandonare lo stereotipo su cui si sono adagiati da decenni, quello del pacifista che ad ogni rumor di guerra scende in piazza per agitare la bandiera arcobaleno, pronti ad accusarlo di volta in volta di inutilità, di antiamericanismo, di velleitarismo o di ingenuità; se invece non lo vedono, eccoli pronti a dire che il pacifismo è morto. La stessa attitudine affligge purtroppo tanti politici che rispolverano il tema della pace quando vogliono distrarre l’opinione pubblica da problemi interni ai loro partiti.

Se i direttori dei giornali, anziché limitarsi ad aprire le loro agende per intervistare i soliti esponenti, spesso autoproclamatisi rappresentanti del movimento, incaricassero qualche giornalista di fare lo sforzo di un’inchiesta, scoprirebbero cose molto interessanti.

Scoprirebbero che il pacifismo inane, da milleottocento, fu già superato storicamente ad inizio novecento proprio da Gandhi, che voltò pagina passando dal pacifismo imbelle alla nonviolenza attiva: “il pacifismo codardo è la malattia infantile della nonviolenza coraggiosa”. Sarà bene, quindi, che i critici del movimento pacifista odierno si aggiornino, poiché sono rimasti indietro di oltre un secolo.

Oggi il movimento pacifista e nonviolento è maturo e non si fa dettare l’agenda politica dai titoli di giornale, ma segue una propria strategia, conduce le proprie campagne, costruisce e allarga reti di relazioni, agisce dentro i conflitti reali, pur scontrandosi con l’indifferenza o l’ostilità della politica e la grande difficoltà a trovare interlocutori nelle istituzioni. Non lo si trova nelle piazza a fare marce autoreferenziali. Lo si trova a lavorare sul campo, dentro ai movimenti che vogliono cambiare la realtà in meglio.

Oggi i pacifisti possono mettere in atto capacità di studio, elaborazione ed analisi: dal controllo dell’export di armi alle denunce sulle falle del progetto F35, fino alla capacità di scoperchiare il caso della fornitura di armi italiane all’Arabia Saudita, coinvolta nel conflitto nello Yemen, che stanno provocando una vera e propria catastrofe umanitaria. Sulla Siria, sui venti di guerra nel Medio Oriente, nel Mediterraneo, sui disastri delle politiche belliche delle potenze militari, i pacifisti hanno analisi approfondite e proposte concrete per un cambio di rotta necessario. Sicuramente possono e vogliono fare di più per incoraggiare gli scambi tra la nostra società civile e gli attivisti per i diritti umani e la pace sull’altra sponda del Mediterraneo.

I pacifisti nonviolenti hanno lavorato decenni ed ora hanno formato e inviato all’estero oltre un centinaio giovani del servizio civile come Corpi Civili di Pace in aree di conflitto o a rischio, vere missioni di pace, non militari. Vi sono poi decine di migliaia di giovani che ogni anno svolgono il servizio civile nazionale, protagonisti nell’attuare il dovere costituzionale della difesa della Patria, che non è solo difesa militare.

Il pacifismo italiano attua anche una politica di relazioni e solidarietà internazionale. Volontari e cooperanti italiani partecipano a progetti di riconciliazione e gestione nonviolenta dei conflitti in luoghi difficili. E’ un modo per aiutare la nascita e lo sviluppo dei movimenti nonviolenti anche in contesti di guerra.

Si potrebbe poi fare un lungo elenco delle Campagne messe in atto e risultate vincenti, come quella contro le bombe a grappolo, contro le mine antiuomo, il trattato sul commercio delle armi, e da ultimo il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, per cui ICAN e le organizzazioni italiane partner hanno ottenuto il Nobel per la pace 2017.

Sono solo alcune piste di lavoro per chi avesse voglia di uscire dalla redazione e consumare un po’ di suole delle scarpe. Sono moltissime le sedi dei movimenti per la pace dove trovare materiali, archivi, indirizzi, persone che vale la pena intervistare. Per gli opinionisti più pigri possiamo suggerire di dare una letta, e qualche volta anche pubblicare, i tanti comunicati stampa che le reti della pace e del disarmo emettono frequentemente, come quello firmato da oltre 100 sigle associative e sindacali la scorsa settimana il giorno prima dei bombardamenti a guida statunitense sulla Siria, un segno di grande unità e convergenza.

E per quelli ancora più pigri, consigliamo la lettura dei siti delle associazioni pacifiste e di alcune riviste, come NigriziaMosaico di paceAzione nonviolenta, dove si può leggere un ottimo giornalismo di pace.

Ultimo suggerimento: oltre a chiedersi “dove sono i pacifisti”, ogni tanto ci si chieda anche dove sono le missioni militari: quante sono, cosa fanno, quanto costano, che risultati hanno ottenuto; sarà molto interessante comparare costi e benefici nel settore militare e costi e benefici nel settore della prevenzione nonviolenta dei conflitti.

“La nonviolenza è lo stile di una politica per la pace”, lo dice Papa Francesco; se ne potrebbero accorgere anche i direttori dei grandi giornali.

In fondo il giornalismo è la ricerca della verità, e la verità è sempre la prima vittima della guerra.

 

Rete italiana disarmo

Tavolo interventi civili di pace

 

Sottoscrivono, inoltre, le seguenti associazioni aderenti:

Mao Valpiana, Movimento Nonviolento

Martina Pignatti Morano, Un ponte per …

Don Albino Bizzotto, Beati i costruttori di pace

Don Renato Sacco, Pax Christi

Maurizio Simoncelli, Archivio Disarmo

Licio Palazzini, Arci Servizio Civile

Tonio dell’Olio, Pro Civitate Christiana

Angela Dogliotti Marasso, Centro Studi Sereno Regis

Luisa Morgantini, Assopace Palestina

Pierluigi Biatta, Opal

Francesco Ambrosi, Movimento Internazionale Riconciliazione

Vittorio Bellavite, Noi siamo chiesa

Tiziana Volta, Mondo senza guerra e senza violenza

Alessandro Capuzzo, Comitato pace e convivenza Danilo Dolci

Agonismo e violenza

pubblicato 16 apr 2018, 06:58 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 16 apr 2018, 06:59 ]

E non fare all'altro...

Una collaborazione con il Dott. Klaus von Lorenz ci porta a ospitare questa serie di articoli che vi proponiamo

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"Agnello che togli i peccati del mondo...!" Frase spesso utilizzata, sia per invocare che per augurare la pace, ma della quale ci è precluso il suo reale significato. Il contenuto descrive quell'azione che veniva eseguita, nei paesi dove nacque il monoteismo, quale forma esecutiva d'una confessione collettiva. Gli abitanti d'una comunità si radunavano, in occasione d'una certa festività, nel piazzale del paese e, ponendosi in cerchio, guardavano verso quell'ariete che veniva piazzato al centro dell'area. Ogni singola persona aveva l'obbligo di avvicinarsi, a turno, a detto animale dinanzi al quale, afferrandolo per le corna, si inginocchiava e, a voce alta, elencava tutti i peccati che egli riteneva d'aver commesso nell'anno passato. Misfatti che, in base alla forma di coscienza sviluppata in quella società, si presentavano contrari al fluido svolgimento collettivo del gruppo. Si supponeva che, parlando in faccia a detto ariete e senza venir ascoltati dai circostanti, detto animale sia capace di incamerare gli elencati resoconti. E così via, fino all'ultimo penitente.

Alla fine si portava l'ariete in una zona deserta e più lontano possibile dal paese onde impedirgli una qualsiasi possibilità di rientro e, in tal modo, farlo morire di fame. Decesso che coinvolgeva, in parallelo, anche l'annientamento dei peccati umani che il montone aveva precedentemente appropriato. Fenomeno che, con la macellazione kasher, non darebbe il risultato richiesto perché, stando al rigore della scienza dei quattro umori a suo tempo vigente, l'anima presente nel sangue, e fuoriuscente con il dissanguamento, si innalzerebbe al paradiso. Elemento, in tal caso, da evitare di modo che i peccati umani vengano estinti, unitamente all'animale e alla sua anima, rimanendo in tal modo nel profano ambiente terreno.

Solamente in tal modo diventa possibile comprendere l'analoga frase espressa da Cristo quando egli, accennando alla sua figura divina, si paragona a quell'ariete che, morendo sulla terra, accumula i peccati del mondo e, in tal modo, riesce a riscattare l'umanità.

Una forma di culto d'organizzazione sociale che, nella sua narrazione e col passare del tempo, venne sottoposta a cosmesi convertendo l'immagine del montone in un docile agnello e, in parallelo, portando all'oblio il vero significato ed il messaggio simbolico di tal configurazione. Metafora sempre unita al calice col simbolo del vino che, contenente lo spirito, simbolizza, secondo la sapienza dei quattro umori, l'anima presente nel sangue. Combinazioni di simboli che si ritrovano nei riti e nelle liturgie come la spiga, l'uva, le lettere alfa, omega e quant'altro.

Ora, avendo ristabilito il filo conduttore del reale significato della menzionata frase che, proprio nel periodo della ricorrenza pasquale viene sempre utilizzato quale messaggio di pace, possiamo comprendere il reale intento, sia di questa che di altre rappresentazioni religiose. Contenuti raramente spiegati al pubblico che, di conseguenza, conducono a riti e frasi assorbite a memoria e, senza alcun nesso, ripetute a vuoto.

Lo slegamento del filo conduttore d'una qualsiasi forma arcaica, sia simbolica che comportamentale, porta, da parte dell'osservatore, a molte distorsioni di valutazione riguardo gli atteggiamenti di diverse etnie, culture e religioni. Interruzione che, a causa dei continui mutamenti culturali ed il passare del tempo, sottrae un qualsiasi nesso logico anche alle stesse comunità che ne hanno dato le origini. In tal caso assistiamo, spesso e volentieri, ad una conversione di tali interpretazioni, sia in folklore che in paradossali simboli di identificazione etnica o religiosa. In aggiunta a questo fenomeno esiste però anche la programmata disinformazione da parte delle istituzioni competenti che, per diversi motivi, innanzitutto per il pilotaggio delle masse, si astiene a rivelare detti collegamenti.

Ora, tornando a quel simbolo di pace ariete - agnello notiamo come, tramite la disinformazione da parte del gruppo competente, si sia formata una totale distorsione della percezione di tal fenomeno. Da un concetto di gestione sociale, rappresentato dalla collettiva analisi di coscienza con l'ariete, veniamo incanalati verso la fallace convinzione che il simbolo di pace consista nel rito dell'ingerire carne d'agnello. Ciò, senza che alcun clero spieghi l'accennato percorso storico e fermi, con il reale nesso religioso, la non spirituale avidità pasquale.

Scambiare le definizioni, questo è la mossa strategica: il messaggio di pace tramutato in gastronomia !

Il percorso del citato fenomeno dell'agnello ci concede l'opportunità di osservare, in equivalenza, come in ulteriori settori tal sostituzione di concetti viene intenzionalmente programmata e, minuziosamente, divulgata. Il settore sul quale, da parte del gruppo dominante, viene focalizzata la maggior attenzione per questa manomissione è quello della psiche di massa connessa al convincimento bellicoso. A tal scopo risulta fondamentale il saper introdurre e stimolare nella popolazione il senso di appartenenza, di patria, di superiorità, di ansia, d'un inventato nemico e quant'altro. Pertanto, tutte quelle attività che, in tal senso, esercitano detti impulsi nelle persone, subiscono una cosmesi della denominazione onde velare il reale contenuto e, in tal modo, poter trasmettere un simulato senso di tranquillità alla coscienza dell'esecutore.

Ed è il settore dell'agonismo sportivo che, in tal senso, funge da perfetto lampante modello. Lo sport è quello svago che, unendo spirito e corpo, genera edificazione interiore. Accrescimento totalmente annientato se inserito in atti competitivi e, con doppiezza, denominato sport. Difatti, ogni atto riceve la sua definizione dalla mirata finalità e, nell'agonismo, lo sport rappresenta il mezzo per l'azione competitiva, ma non il fine. Pertanto, ogni azione competitiva attivata con lo sport, non può fregiarsi con questo titolo. Raggiro sempre eseguito, dai livelli governativi ai giornali in giù fino alle scuole, sia quelle dell'obbligo che di settore.

L'intenzionale produzione di sconfitti, denominata vittoria, viene giustificata, sia dalla mendace allusione ad una crescita di capacità che da una ben escogitata ambigua forma di cosiddetti valori dello sport. Ma non solo, la competizione, che rispecchia e insegna la guerra già ai pargoli, viene presentata come attività la quale "...ma si fa per gioco !" Crudele affermazione se sappiamo che è proprio il gioco quel miglior canale d'ogni inavvertito e subconscio apprendimento.

 

Osserviamo alcune incoerenze che svelano il vero intento dell'insegnamento all'esibizionismo agonistico:

Psicologia militare e psicologia dello sport: sono completamente uguali ma, mentre la prima è indirizzata  a consapevoli persone adulte, la seconda viene utilizzata verso fragili pargoli.

Invio al fronte: secondo le trattative politiche il militare professionista potrà del tutto evitare l'invio al fronte mentre il pargolo, ogni fine settimana, viene inviato all'atto bellicoso d'una competizione.

Appartenenza: un valore di base dello sport che, indirettamente, incita all'esclusione dell'altrui persona.

Imparare le regole: ricorda quella mai seguita regola di non usare gas letale nelle guerre. Se si viene incitati a vincere, si cercherà sempre di eludere le regole e, così, si educa il giovane al pensiero ambiguo.

Il cappellano olimpico: da tempo si discute sul controsenso del cappellano militare, figura incoerente all'etica religiosa e di pace ma, a stesso tempo viene investito il cappellano olimpico.

       Presenza con l'incarico di favorire gli atleti alla vittoria ovvero, alla produzione di sconfitti.

Linguaggio bellicoso:

• Milita nella squadra con capitano                       

• Piloti sul piede di guerra 

• Se non sei cattivo, non vinci

• Schumacher il cannibale                                                  

• Servirà l'istinto del killer   

• Siate killer per favore        

• Ha sconfitto i nemici                                                       

• Fa assalti                                                               

• Devasta i rivali  . . . e quant'altro.

Esibizione bellicosa:

            •          Partenza e assalto:     Puntare . . . . . Mirare . . . .    Fuoco !                       

→        Sui posti . . . . .            Pronti . . . .      Via !   

            •          La presenza dei politici alla partenza per le competizioni                        

•          L'uniforme che segna l'appartenenza                                            

•          La bandiera  esibita quale simbolo di appartenenza                                             

•          L'inno nazionale suonato alla cerimonia                           

•          La marcia d'ingresso allo stadio                                                                                                    

•          Le espressioni aggressive nella disputa                                  

•          L'esultanza con bandiera all'atto della vittoria                                                                

•          La premiazione da parte di politici                                                

•          Le medaglie                                                                                                                                     

•          La parata di rientro . . . e quant'altro

 

Univoca subliminale educazione alla bellicosità da porre in prima linea in una qualsiasi analisi sulla pace. Infatti, la produzione di armi e la guerra è solamente l'effetto dell'induzione all'avidità e all'esibizionismo identitario che, non per ultimo, tramite l'agonismo insegniamo direttamente ai futuri adulti.

Contestare gli uccelli rapaci ma, ancor prima, sostituirli crescendo ed educando colombe.

 

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