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Vendita di morte

pubblicato 16 mag 2019, 10:03 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 16 mag 2019, 10:08 ]

Export armi: dimezzate autorizzazioni, costante vendita. Destinatari sempre più fuori NATO ed EU

Oltre il 70% delle licenze singole finisce a Stati non EU e non NATO: ai vertici della classifica dei Paesi destinatari troviamo Qatar, Pakistan, Turchia, Emirati Arabi Uniti.
Finalmente pubblica la Relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90: l’export militare italiano si attesta su 5,2 miliardi di € di autorizzazioni e 2,5 mld€ di trasferimenti definitivi nel corso dell’anno 2018.

Oltre il 70% delle licenze singole finisce a Stati non EU e non NATO: ai vertici della classifica dei Paesi destinatari troviamo Qatar, Pakistan, Turchia, Emirati Arabi Uniti.
Germania e Regno Unito ai vertici della classifica dei trasferimenti, ma anche Arabia Saudita, Qatar e Turchia ricevono più di 100 milioni di euro di armi italiane.

Sul sito www.disarmo.org un articolo della Rete Italiana per il disarmo sulla situazione della vendita di armi da parte dell'Italia

Risultati immagini per export armi 2018 da italia

Finalmente nota al Parlamento (con l’ormai usuale ritardo di oltre un mese rispetto a quanto prevede la norma) la Relazione governativa sull’export italiano di armamenti che riporta i dati di autorizzazione e vendita riferiti al 2018. Dopo due anni di autorizzazioni complessive per oltre 10 miliardi di euro, iltotale riferito allo scorso anno si attesta sui 5,2 miliardi di euro (comprendendo anche licenze globali ed intermediazioni). Il calo rispetto all’anno precedente è del 53% mentre la flessione rispetto al 2016 è del 66%, ma il livello di autorizzazioni rimane sensibilmente più alto del livello “storico” delle licenze, e si pone al di sopra dei totali che si registravano prima della “impennata” di autorizzazioni recente. L’assenza di “mega-commesse” come quelle recenti per gli aerei al Kuwait e le navi al Qatar ha sensibilmente ridotto le cifre complessive, ma che un totale così importante sia prodotto da un più ampio numero di licenze con importi minori è paradossalmente ancora più preoccupante. Complessivamente, per le sole licenze individuali, negli ultimi quattro anni (2015-2018) sono stati autorizzati trasferimenti di armi per 36,81 miliardi cioè oltre 2 volte e mezzo i 14,23 miliardi autorizzati nei quattro anni precedenti (2011-2014).

Anche nel 2018 sono stati oltre 80 i Paesi del mondo destinatari di licenze per armamenti italiani e si conferma quindi la tendenza ad un robusto allargamento del “parco clienti” registrata negli ultimi anni.

I dati sulle licenze concesse inquadrano però solamente gli affari futuri e potenziali dell’industria militare italiana, che anche nel 2018 ha effettivamente trasferito (e quindi fatturato) armi per circa 2,5 miliardi di , con una non importante flessione di circa il 12%. Per questo motivo il sensibile calo delle autorizzazioni non deve far pensare ad una crisi o rallentamento nella esportazione di armi italiane poiché le aziende stanno comunque incamerando contratti e possibili commesse per un valore doppio rispetto alla effettiva capacità esportativa (senza contare l’enorme ammontare di licenze già ricevuto negli anni scorsi). Nel 2018 hanno in particolare ricevuto effettivamente armi italiane non solo Germania (278 milioni), Regno Unito (221 milioni), Francia (152 milioni) e Stati Uniti d’America (133 milioni) cioè Paesi nostri alleati nell’UE o nella NATO. Ma anche Stati problematici o con situazioni di tensione come Pakistan (207 milioni), Turchia (162 milioni), Arabia Saudita (108 milioni), Emirati Arabi Uniti (80 milioni) ed India (54 milioni), Egitto (31 milioni).

Per quanto riguarda le licenze concesse ai vertici della classifica troviamo Qatar, Pakistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, seguiti da Germania, USA, Francia, Spagna e Regno Unito. Completa la “top 10” l’Egitto. Fondamentale (e preoccupante, come da sempre sottolineato dalla nostra Rete Disarmo) constatare che (considerando le licenze singole e non i programmi intergovernativi) addirittura il 72% di autorizzazioni è rivolto a Paesi non appartenenti alla UE o alla NATO (rimanendo a circa il 48% per i soli Paesi MENA, cioè del Medio Oriente e Nord Africa). Siamo di fronte ad un record storico per questo tipo di suddivisione con una tendenza che appare contraria a quanto i legislatori prevedevano nel 1990 approvando la legge 185. Ancora una volta il risultato è chiaro: gli affari “armati” dell’industria militare italiana si indirizzano ancor maggiormente in prospettiva fuori dalle alleanze internazionali dell’Italia e verso le zone più instabili del mondo.

Le aziende ai vertici della classifica per licenze ricevute sono Leonardo (con oltre 3,2 miliardi autorizzati), RWM Italia (quasi 300 milioni), MBDA Italia (234 milioni) e Iveco Defence (quasi 200 milioni) seguite poi da Rhenimetall Italia, Fabbrica d’armi Pietro Beretta e Piaggio Aero (tutte con oltre 50 milioni di licenze).
Nei trasferimenti effettivi (quindi con completamento della produzione e fatturazione) svetta ancora una volta Leonardo (1,1 miliardi complessivi) seguita da Iveco Defence (166 milioni), GE Avio (117 milioni), MBDA Italia (100 milioni) e RWM Italia (90 milioni).

I “casi” Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto.

Dalla Relazione non figurano provvedimenti relativi a sospensioni, revoche o dinieghi per esportazioni di armamenti verso l’Arabia Saudita posti in atto dal Governo Conte nel 2018. Sono invece riportate nell’allegato del MAECI 11

autorizzazioni per l’Arabia Saudita del valore totale di 13.350.266 euro e nell’allegato dell’Agenzia delle Dogane (MEF) 816 esportazioni effettuate nel 2018 per un valore di 108.700.337 euro.
Tra queste si evidenziano tre forniture del valore complessivo di 42.139.824 euro che sono attribuibili alle bombe aeree della classe MK80 prodotte dalla RWM Italia che risalgono ad una autorizzazione rilasciata nel 2016 dal governo Renzi per la fornitura all’Arabia Saudita di 19.675 bombe aeree del valore di oltre 411 milioni di euro. Si tratta delle micidiali bombe aeree della serie MK prodotte a Domusnovas in Sardegna dall’azienda tedesca RWM Italia, azienda che ha la sua sede legale a Ghedi (Brescia), che vengono impiegate dall’aeronautica militare saudita per bombardare indiscriminatamente lo Yemen. Un rapporto dell’Onu del gennaio del 2017 ha documentato l’utilizzo di queste bombe nei bombardamenti sulle zone abitate da civili in Yemen e un secondo rapporto redatto da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha dichiarato che questi bombardamenti possono costituire “crimini di guerra”. Ricordiamo inoltre che Rete Disarmo insieme a Mwatana ed ECCHR ha denunciato alla Magistratura l’illegalità di tali forniture in quanto bombe italiane sono sicuramente state utilizzate anche in operazioni di attacco a civili risultanti in morti di uomini, donne, bambini.

Nonostante diverse risoluzioni del Parlamento Europeo (si veda la Risoluzione del 13 settembre 2017 sull’esportazione di armi e la Risoluzione del 4 ottobre 2018 sulla situazione nello Yemen) abbiano chiesto agli Stati membri di porre un embargo sulle forniture militari all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti in considerazione delle gravi violazioni del diritto umanitario, a differenza di altri paesi europei, il governo italiano non ha posto in atto alcuna sospensione ed anzi ha continuato a fornire armamenti e munizionamento militare all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti a cui, nel 2018, sono state autorizzate esportazioni militari per oltre 220 milioni di euro. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella conferenza stampa del 28 dicembre 2018ha affermato che «Il governo italiano è contrario alla vendita di armi all’Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen. Adesso si tratta solamente di formalizzare questa posizione e di trarne delle conseguenze». Nella Relazione non risulta alcuna iniziativa intrapresa dal Governo italiano in questo senso. Al contrario, per promuovere nuovi ordinativi militari con i paesi del Golfo Persico, la Difesa italiana ha promosso la “campagna navale” della fregata FREMM Carlo Margottini: salpata lo scorso 17 gennaio dal porto della Spezia, la fregata Margottini ha partecipato al “Naval Defence Exhibition” (NAVDEX 2019) di Abu Dhabi per promuovere le attività dell’industria militare italiana e successivamente ha fatto scalo a Kuwait City (Kuwait), a Damman (Arabia Saudita) e a Muscat (Oman), ritornando a Gedda (Arabia Saudita) alla fine di aprile 2019.

Nel 2018 sono invece state autorizzate per l’Egitto esportazioni di sistemi militari del valore di 69.131.310 euro che fanno del Paese del generale Al-Sisi ilterzo acquirente di armamenti italiani tra gli Stati non appartenenti all’UE o alla Nato. Sono inoltre state svolte, anche sulla base di licenze rilasciate negli anni scorsi, 61 esportazioni di sistemi militari del valore complessivo di 31.400.207 euro. Dalla Relazione non è possibile conoscere gli specifici modelli degli armamenti esportati, ma è documentata l’autorizzazione per l’esportazione nel 2018 di “armi e armi automatiche di calibro uguale o inferiore a 12,7 mm.”, di “bombe, siluri, razzi, missili ed accessori”, di “apparecchiature per la direzione del tiro”, di “apparecchiature elettroniche” e di “software”.

In proposito va ricordato che il 21 agosto 2013, il Consiglio degli Affari esteri dell’UE ha annunciato che gli Stati membri avevano deciso di “sospendere le licenze di esportazione all’Egitto di ogni tipo di materiale che possa essere utilizzato per la repressione interna”, di rivalutare le licenze di esportazione per attrezzature militari e di rivedere la loro assistenza per la sicurezza in Egitto. Nonostante il Consiglio non abbia emesso un regolamento in grado di rendere la decisione giuridicamente vincolante, queste misure rappresentano un impegno politico che non è mai stato revocato da parte del Consiglio degli Affari esteri.

Operazioni bancarie di appoggio all’export di armamenti.

Dalla Relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) nel 2018 risultano transazioni bancarie attinenti ad operazioni di esportazione di armamenti per un valore complessivo di 4.091.275.677 euro di “importi segnalati” e di 3.319.184.236 per “importi accessori segnalati”. Nella Relazione non è spiegata la differenza concettuale e pratica tra questi due importi. La Relazione, inoltre, segnala in modo generico operazioni di “Intermediazioni per Aziende” per “vendita/incasso” per un valore complessivo di 973.091.454 euro di cui 968.266.061 euro da attribuirsi al gruppo Leonardo (ex Finmeccanica).

Le maggiori operazioni per esportazioni di sistemi militari sono state svolte da tre gruppi bancari: UniCredit che riporta “importi segnalati” per 1.345.377.931 euro a cui vanno aggiunti gli “importi segnalati” da UniCredit Factoring del valore di 568.327.577 euro; Deutsche Bank che riporta “importi segnalati” per 643.359.977 euro e Intesa Sanpaolo che riporta “importi segnalati” per 550.000.173 euro. Una nota della Relazione del MEF segnala che «l'importo complessivo attribuito ad Intesa Sanpaolo ed UniCredit ricomprende anche transazioni dove la stessa banca è intervenuta come banca agente con funzioni amministrative per conto di un pool di istituti bancari».

Va segnalato, infine, il permanere nell’elenco di Banca Valsabbina che riporta “importi segnalati” per 86.085.292 euro e “importi accessori segnalati” per 7.840.232 euro. Una rilevante operazione da 25.016.328 di “importi segnalati” è riconducibile alla fornitura di bombe 19.675 aeree della classe MK 80 da parte di RWM Italia all’Arabia Saudita. Banca Valsabbina risulta pertanto anche nel 2018 la banca d’appoggio per l’esportazione da parte di RWM Italia all’Arabia Saudita.

Necessità di conformare le decisioni su export militare ai principi delle norme nazionali ed internazionali e richiesta di un dibattito parlamentare.

La Rete Italiana per il Disarmo come già fatto negli anni passati rinnova anche al Governo Conte l’invito a migliorare gli standard di trasparenza sui dati relativi all’export militare poiché la modalità attuale di pubblicazione impedisce che Parlamento ed opinione pubblica possano esercitare un concreto controllo su un ambito così delicato. L’esportazione di materiali di armamento non ha solo aspetti economici o tecnologici, ma impatta direttamente sui conflitti e la sicurezza internazionale e la stessa legge (oltre che le norme internazionali cui l’Italia ha aderito) ne sottolinea la valenza fondamentale per politica estera e sopratutto per il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario.

Rete Italiana per il Disarmo rinnova dunque il proprio invito a conformare le decisioni sulle autorizzazioni all’export ai principi e alle prescrizioni delle norme italiane ed internazionali, e sollecita il Parlamento ad intraprendere un approfondito dibattito sulla questione e sugli ultimi dati trasmessi dal Governo.

La nonviolenza vince

pubblicato 9 mag 2019, 07:08 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 9 mag 2019, 12:35 ]

Nonviolenza o Nonesistenza

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Robert C. Koehler su come applicare le metodologie nonviolente


Il giorno prima di morire, Martin Luther King disse queste parole a una Chiesa gremita di Memphis:

“Gli uomini da anni parlano di guerra e pace. Ora non possono più solo parlarne. Non è più una scelta fra violenza e nonviolenza a questo mondo, è nonviolenza o non esistenza. Ecco dove siamo oggi”.

Ecco dove siamo oggi… mezzo secolo dopo!

Qui negli USA abbiamo un bilancio militare che macina un trilione di dollari all’anno, che è un investimento infernale nella nonesistenza. Ma abbiamo anche una crescente consapevolezza di pace che non può e non deve fermarsi prima di aver cambiato il mondo.

Uno di quelli che operano senza sosta perché ciò accada è Mel Duncan, co-fondatore di Nonviolent Peaceforce. Appena più di un mese fa, ha fatto del suo meglio per recare qualche consapevolezza a un sottocomitato della Casa dei Rappresentanti – il House Appropriations, nel tentativo di ottenere finanziamenti per un programma salvagente globale presente in alcune delle regioni più devastate da conflitti al mondo. Si chiama, piuttosto semplicemente, Unarmed Civilian Protection (Protezione Disarmata Civili), ma non c’è nulla di semplice in che cos’è e come opera.

Per esempio, nel SudSudan, secondo quanto dichiarato da Duncan al sottocomitato, “Nonviolent Peaceforce ha una squadra arrivata a ben 200 protettori da quando fummo invitati nel 2010. Dal riaccendersi della guerra nel dicembre 2013, migliaia di persone sono state uccise e milioni sfollati. Decine di migliaia sono fuggiti in complessi ONU dove sono stati istituiti campi improvvisati, noti come aree di Protezione Civili. Le donne che ci vivono devono andare nella boscaglia a raccogliere legna da ardere, talvolta per oltre 30 kilometri. Soldati di ambo i fronti sovente le stuprano, come arma di guerra”.

Per alcuni sopportare un tale inferno fa parte della vita. Duncan aggiunge però: “Istruttivo è che per un periodo di due anni di accompagnamento da parte di protettori civili di NP queste donne non siano mai state attaccate”.

Tale protezione, spiega, non funziona solo da guardia del corpo, emanando abbastanza minaccia di forza da intimidire i cattivi e imporre “pace” dall’esterno. Nonviolent Peaceforce “va in avanscoperta, facendo capire ai combattenti che di lì a poco passerà un gruppo di donne accompagnate da NP. Parte della nostra capacità di proteggere dipende dalla nostra capacità di comunicare con i combattenti. Se ne sorprendiamo qualcuno in campo, non abbiamo fatto il nostro lavoro”.

Duncan aggiunge che Unarmed Civilian Protection “è strutturata sui tre pilastri della non-violenza, non-partigianeria e del primato degli attori locali. Operando in modo nonviolento, i protettori civili non aggiungono altre armi ad ambienti già saturi di violenza. Mediante vari interventi nonviolenti interrompono dei cicli di rappresaglia. Modellare comportamenti non-violenti stimola un comportamento nonviolento in altri. E praticare una nonviolenza attiva rafforza la sostenibilità delle operazioni di pace e costruisce le fondamenta di una pace durevole”.

Ecco cosa ne dice Annie Hewitt a Truthout: “Un peacekeeping nonviolento permette di vedere ben manifesta l’umanità; i peacekeeper disarmati devono essere decenti e garbati, ascoltare attivamente e far sentire tutti i contendenti come se importassero. Così facendo, l’umanità si rivela non essere proprietà di un lato o di un altro, né qualcosa da importare da fuori”.

Questa è la sorta di consapevolezza che manca di trazione politica — di certo negli Stati Uniti — nonostante due realtà sorprendenti: funziona ed è relativamente poco dispendiosa in confronto all’emorragia di denaro della guerra e dei suoi preparativi. A Nonviolent Peaceforce è costato circa $50.000 all’anno tenere un peacekeeper in un dato paese, in confronto a ben un milione di dollari annui per ogni soldato appostato in una delle nostre zone di guerra.

E queste guerre non finiranno da sole — certamente non le guerre sviluppatesi nel 21° secolo. Sicché: “Ogni due secondi una persona è costretta a fuggire da casa. Ormai ci sono 68.5 milioni di persone sfollate forzatamente” ha detto Duncan ai subcommissari parlamentari citando l’Alta Commissione ONU per i Profughi. Questo è il numero più alto che mai, peggiore che nella 2^ guerra mondiale. E con il cambiamento climatico che crea caos ambientale, il crollo delle infrastrutture sociali a livello planetario s’intensificherà.

“La disgregazione climatica sta colpendo prevalentemente i più poveri al mondo — quelli che consumano il minimo” ha detto Duncan. “È piuttosto probabile che ci sarà sempre più conflittualità. Dobbiamo cercare modalità di gestione costruttiva e nonviolenta dei conflitti. Dobbiamo sostenere quegli approcci che siano efficacy e accessibili”.

Nonviolenza o nonesistenza.

Siamo a un punto nel grande esperimento umano in cui dobbiamo superare, con tutta la nostra scienza e tecnologia, il semplicistico pensare alla guerra.

Il  finanziamento parlamentare per un programma come Unarmed Civilian Protection — sul quale si prenderà una decisione probabilmente entro un mese — è un passo cruciale.

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Robert C. Koehler è un giornalista di pace e scrittore a diffusione nazionale residente a Chicago vincitore di premi. Il suo libro Courage Grows Strong at the Wound[Il coraggio s’intensifica alla ferita] (Xenos Press) è ancora disponibile. Contattarlo a koehlercw@gmail.com.

TMS PEACE JOURNALISM, 6 May 2019 | Robert C. Koehler | Common Wonders – TRANSCEND Media Service

Una Serena Pasqua 2019

pubblicato 18 apr 2019, 09:52 da Cultura della Pace

La Pasqua è nonviolenza
Ecco gli auguri di una Serena Pasqua 2019 come evento rivoluzionario e nonviolento di un uomo innocente condannato a morte che ha rifutato la violenza. Educare a questo è educare alla redimibilità

Vacanze di Pasqua 2019

„Pochi giorni fa, in una scuola elementare, 
domandai ai bambini quali erano i loro sogni per il futuro. 

Ha risposto subito Massimo: "diventare miliardario!". 
Sogno, condiviso dagli altri bambini, che ci fa riflettere. 

Oggi è difficile educare perché il nostro impegno di formare, 
a scuola, il cittadino che collabora, 
che antepone il bene comune a quello egoista, 
che rispetta e aiuta gli altri, 
è quotidianamente vanificato 
dai modelli proposti da chi possiede i mezzi 
per illudere che la felicità è nel denaro, 
nel potere, nell'emergere con tutti i mezzi, compresa la violenza. 

A questa forza perversa noi dobbiamo contrapporre 
l'educazione dei sentimenti: 
parlare di amore a chi crede nella violenza, 
parlare di pace preventiva a chi vuole la guerra. 
Dobbiamo imparare a fare le cose difficili, 
come disse Gianni Rodari in una delle sue ultime poesie: 
parlare al sordo, 
mostrare la rosa al cieco, 
liberare gli schiavi che si credono liberi.“ 

Mario Lodi


La guerra silenziosa

pubblicato 18 apr 2019, 09:28 da Cultura della Pace

Non sarà possibile indagare in Afghanistan sui crimini di guerra
Il veto americano.
Gli Stati Uniti infatti hanno negato i visti di ingresso agli investigatori della Corte penale internazionale.
Sul sito www.peacelink.it un articolo sui crimini di guerra che non sarà possibile ricercare

Attacchi di droni Usa in Pakistan, Amnesty International: “Crimini di guerra”
Il veto americano: non sarà possibile indagare in Afghanistan sui crimini di guerra. Gli Stati Uniti infatti hanno negato i visti di ingresso agli investigatori della Cpi (Corte penale internazionale), di cui non riconoscono l’autorità, e di conseguenza i magistrati che devono dare luce verde al procuratore non possono concedere che si proceda a indagare su un Paese agli archivi del quale non si può accedere.

Per saperne di più clicca sul sito di Atlanteguerre.

Note: Il corpo dei Marines americani ha ammesso il 9 febbraio 2012 che un suo plotone di stanza in Afghanistan ha usato una bandiera con il “logo” delle SS naziste nel 2010, come dimostrato dalla fotografia presente in questa pagina web, circolata in rete. La foto è stata scattata nella zona di Sangin, nella provincia di Helmand: i marines appartengono a un battaglione con sede in California. Un portavoce dei Marines ha dichiarato che le autorità militari sono venute a conoscenza della foto e ha diffuso una comunicazione che condanna l’uso dei simboli nazisti ma non ha riferito di provvedimenti presi.

Economia etica

pubblicato 18 apr 2019, 09:21 da Cultura della Pace

La (nuova) economia civile e la svolta del profitto 

condiviso

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Elisabetta Soglio tratto da Corriere.it riguardo una nuova idea di economia



Passare dal pil al «bil», il benessere interno lordo. Da profitto personale a profitto condiviso. Da utilità a senso etico. Da individualismo a «insieme». L’economia civile è questo ed azzarda parole come felicità, valore, comunità. Sperimenta azioni che generano occupazione, guadagni, sviluppo e che rimettono al centro l’uomo e l’ambiente. La tre giorni del Festival che si è conclusa domenica 31 marzo a Firenze, organizzata su un’idea di Federcasse da Next-Nuova economia per tutti e Sec-Scuola di economia civile, ha cercato di dimostrare che il cambio di paradigma è possibile, oltre che necessario. «Non stiamo predicando il pauperismo — ha chiarito in apertura il professor Stefano Zamagni, che Papa Francesco ha da pochi giorni nominato, primo italiano con questo incarico, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali — perché questo approccio garantisce crescita e sviluppo ma in una prospettiva inclusiva, per tutti». «Un’economia che usa il cervello ma non lascia a casa il cuore», gli ha fatto eco l’economista Leonardo Becchetti insistendo sull’importanza di dare un significato «al nostro lavoro e alle nostre relazioni cercando di metterci in sintonia con gli altri e con l’ambiente». 

Nella splendida cornice di Palazzo Vecchio, si sono susseguiti dibattiti e testimonianze. Con la premiazione di dieci realtà imprenditoriali, esperienze di autentica economia civile e circolare che sono ripartite dopo e malgrado qualche fallimento. Come Reware, una cooperativa che a Roma si è specializzata nella riparazione di computer e apparecchiature informatiche dismesse dalle aziende: ritirano il materiale, facendo risparmiare alle imprese i costi di smaltimento; lo rigenerano riducendo le quantità di rifiuti elettronici, tra i più dannosi per l’ambiente; lo mettono in vendita a prezzi accessibili dando lavoro ai soci che sono tutti lavoratori alla pari. Oppure Teanatura, una società benefit nata nel 2003 che ha inventato Ri-detersivo, ottenuto dal recupero degli oli di frittura in una perfetta applicazione di economia circolare. O ancora Lazzarelle, che produce caffè nella casa circondariale di Pozzuoli consentendo alle donne di imparare un mestiere: un’idea che negli anni è cresciuta abbracciando altri progetti (dal riutilizzo degli scarti di tessuto alla prevenzione delle violenze).

Se l’impresa si mette in gioco e se cambia il passo dell’economia, la finanza è in grado di ideare e proporre nuovi strumenti che promuovano e sostengano questa realtà. Il direttore generale di Federcasse, Sergio Gatti ha risposto al quesito illustrato i numeri «che dimostrano la coerenza di questi modo d far banca»: le banche di comunità, 10 anni dopo lo scandalo Lehman Brothers hanno aumentato i soci del 36,8 per cento facendo crescere il volume di mercato anche nelle piccole e medie imprese. Nel frattempo ci si sta già organizzando per la seconda edizione del Festival, il prossimo anno.


Opportunità di cittadinanza

pubblicato 12 apr 2019, 09:55 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 12 apr 2019, 09:56 ]

Pari Opportunità, il progetto “Per una comunità inclusiva” in trasferta ad Arezzo                                                                                                  Mercoledì 10 aprile incontro al Dipartimento di Scienze della Formazione, Scienze Umane e della Comunicazione Interculturale dell’Università di Siena.                                    Comunicato del Comune di Sansepolcro riguardo il progetto "Per una nuova comunità inclusiva

Parità di diritti e le stesse opportunità per tutti gli uomini le donne disabili la discriminazione solidarietà in bianco e nero di persone con disabilità o handicap fisico e mentale Archivio Fotografico - 16820591

Nella mattinata di ieri, mercoledì 10 aprile, la Commissione Pari Opportunità del Comune di Sansepolcro e l’Associazione Cultura della Pace hanno raggiunto la facoltà di Scienze della Formazione del polo aretino dell’Università di Siena per presentare il progetto “Per una nuova comunità inclusiva”.

Il protocollo d’intesa che lega queste realtà sancisce che “La comunità di Sansepolcro, in ognuna della sue componenti, ribadendo i principi generali espressi nello Statuto comunale, esprime il desiderio e la volontà di promuovere e incoraggiare il pieno e consapevole sviluppo della propria comunità, formata da tutti i cittadini che vi vivono, lavorano e si impegnano per la promozione del bene comune.”

Il progetto è stato presentato agli studenti del corso magistrale di Scienze della Formazione, Scienze Umane e della Comunicazione Interculturale durante l’orario di lezione. I ragazzi, molto partecipi ed interessati all’argomento, hanno avuto l’opportunità di conoscere nel dettaglio le varie azioni intraprese dalla Commissione biturgense nel campo educativo, sociale ed interculturale, ma anche la storia, i premi e le iniziative che da anni caratterizzano l’operato dell’Associazione Cultura della Pace.

Migrazioni climatiche

pubblicato 12 apr 2019, 09:47 da Cultura della Pace

C'è un clima che ci fa emigrare...

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Sara Bin sui cambiamenti climatici e le migrazioni conseguenti



Si parte per lavoro, per studio, per amore, per sfuggire ad una guerra o ad una persecuzione, ma partire per il clima non si è mai sentito, mai fino a quando non ci si è resi conto che gli effetti dei cambiamenti climatici hanno delle ripercussioni sulla vita delle persone. La causa ambientale è difficile da isolare nel quadro dei fattori che muovono il progetto migratorio, imbrigliata nelle maglie di causalità più evidenti. Ma noi siamo il pianeta che viviamo e i cambiamenti nell’una o nell’altra parte del sistema agiscono come delle sinapsi. 

Eventi improvvisi come terremoti, cicloni, tsunami, frane, alluvioni, eruzioni vulcaniche o eventi di lungo periodo come siccità e innalzamenti del livello del mare o eventi più prevedibili come diboscamento, salinizzazione di terre e di acque dolci producono degli effetti importanti sulle scelte dell’umanità la quale rinvia risposte all’ambiente stesso in termini di meccanismi di regolazione. 

Di tutti gli eventi sopra ricordati, buona parte delle cause che li hanno generati rientra nel contenitore dei cambiamenti climatici, definiti dagli studiosi “un moltiplicatore di minacce”. I dati che abbiamo a disposizione mostrano in modo evidente la rilevanza delle questioni: nel 2017, circa 19 milioni di persone hanno lasciato le proprie case a causa di disastri o rischi ambientali. Si tratta di “spostamenti emergenziali”, “spostamenti forzati” o “spostamenti motivati” che avvengono internamente ai Paesi o verso l’esterno, verso nazioni vicine o in alcuni casi anche molto lontane. A volte sono temporanei, a volte definitivi. Chi sono le persone che si spostano? Profughi ambientali, migranti climatici, eco-profughi, eco-migranti, sfollati ambientali, rifugiati ambientali, rifugiati climatici: la letteratura è ricca di appellativi, ma le risposte concrete tardano ad arrivare sia sul fronte della prevenzione e della gestione sostenibile dell’ambiente, sia sul fronte delle domande di asilo e di ospitalità. La questione è urgente e non solo perché le previsioni non sono rosee. 

Il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) prevede che il continente africano produca 50 milioni di “migranti climatici” entro il 2060 e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) presume che i profughi ambientali possano essere tra 200 e 250 milioni nel 2050. Potremmo pensarla come una previsione apocalittica o iscriverla nell’ambito della letteratura fantascientifica, ma la verosimiglianza di alcune preoccupazioni è facilmente verificabile. Il degrado ambientale e gli effetti del cambiamento climatico sono visibili: entrano nelle case e non solo attraverso la televisione. 

Tuttavia, la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati approvata nel 1951 non ne parla. È solo in tempi molto più recenti che si comincia a prendere in considerazione l’eventualità di concedere un visto a dei “migranti ambientali”: sono la Svezia e la Finlandia i primi Paesi ad aver incluso questa possibilità nelle loro politiche migratorie. Più lontane da qui, Australia e Nuova Zelanda ne stanno discutendo e ci sono i primi casi di concessione dei visti.  Tutti gli Stati dovrebbero sentirsi interpellati dalla questione perché nessuno è escluso dalla possibilità di doversi spostare a causa di un rischio o di un disagio ambientale. L’Italia, in modo particolare, essendo un paese ad alto rischio ambientale potrebbe essere generatore di importanti flussi migratori. Quali risposte siamo pronti a dare? In che modo vogliamo affrontare la questione del cambiamento climatico?

1+1=3

pubblicato 4 apr 2019, 10:37 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 9 apr 2019, 06:55 ]

Partecipato incontro con il Prof. Vittorio V. Alberti
Presentato il volume fotografico di Riccardo Lorenzi, 1+1=3, edito dall'Associazione Cultura della Pace e il libro di Vittorio Alberti, "Pane Sporco" presso l'Istituto d'Istruzione Superiore "Liceo Città di Piero" di Sansepolcro



Un'assemblea partecipata dagli studenti che hanno dato vita al progetto su Adriano Olivetti e Michelangelo Pistoletto e che hanno prestato la loro immagine per le foto che compongono il libro, ha fatto da contorno alla presentazione dei libri 1+1=3 di Riccardo Lorenzi e Pane Sporco di Vittorio Alberti. L'esperienza di Adriano Olivetti creando un'economia a misura d'Uomo, basata sulla relazione tra le comunità che creano ricchezza e sostegno all'azienda e le opere di Michelangelo Pistoletto, che con il concetto di Terzo Paradiso e della Mela reintegrata, raccontano l'esigenza di nuovo stare insieme armonico, tra natura e artificio, sono il contenuto dell'opera edita dall'Associazione Cultura della Pace.

Quasi per contrasto, l'economia corrotta e la corruzione fanno da sfondo nel libro di Vittorio Alberti. 
Il filosofo, componente della Commissione Giustizia e Pace del Vaticano, ha messo in atto una riflessione sul termine di corruzione, quale elemento di rottura di relazione. Se viene a cessare il ragionamento davanti a ciò che diamo per acquisito ecco che la corruzione dilaga. Solo il pensiero critico sa resistere al marketing delle idee e alle informazioni senza ragionamento. Oggi sono richieste la qualità e chiavi di lettura della realtà per contrastare la corruzione. Ecco che così viene ad emergere la persona, quale insieme di relazioni autentiche. Armati di giustizia saremo in grado di colpire il degrado. Olivetti e Pistoletto con ciò che hanno fatto, sono stati capaci di dare parola, immagine, cultura al disagio che ogni uomo sente. Hanno dato la possibilità di creare una comunità in relazione, hanno dato la capacità di informarsi, crearsi strutture di pensiero, di agire con gli ideali per cambiare ciò che c'è ed esige di essere cambiato. Insomma, è con la cultura, con il sapere, con il conoscere che si combattono la mafia e la corruzione. Lo stare insieme e porsi a confronto è il significato che ci fa comprendere che il risultato sarà maggiore dei singoli addendi. Ecco perché 1+1 è uguale a 3. Se comprendiamo questo saremo in grado di costruire un'economia che risolve i conflitti e di creare l'influenza spirituale della bellezza con la sua funzione educatrice che le è propria, così come è riuscita a fare la Olivetti, come sistema azienda a suo tempo e Michelangelo Pistoletto con le sue opere artistiche.

Il libro 1+1=3 è in distribuzione presso la Libreria del Frattempo, la Cartolibreria "Marisella Chieli" e la Cartolibreria "La Colonna" di Francesca Valentini.

Quale strada da percorrere?

pubblicato 4 apr 2019, 09:45 da Cultura della Pace

Proteste Torre Maura. Per i rom Roma s’incendia. Intervista a Dijana Pavlovic

Sul sito www.articolo21.org un articolo di Gian Mario Gillio sulla situazione di precarietà del quartiere romano

Dijana Pavlovic

Ar

«Il movimento Kethane (insieme), rom e sinti per l’Italia, chiede allo Stato italiano di proteggere i 33 bambini, le 22 donne, insomma le sessanta persone rifiutate ieri nel quartiere romano di Torre Maura e di impedire altri presidi razzisti. Di aprire immediatamente le dovute indagini nei confronti di chi ha commesso atti criminali davanti al Centro di accoglienza e di capire quale ruolo abbiano avuto le forze politiche di estrema destra che si sono unite all’atto discriminatorio. Chiediamo, infine, che quelle persone siano perseguite, come previsto dalla legge italiana», così ha dichiarato Dijana Pavlovic, attrice, attivista di origine romanì e portavoce del movimento KethaneRiforma.it.

Un commento a caldo, quello di Pavlovic, raccolto dopo i fatti avvenuti ieri nel quartiere di Torre Maura, periferia est di Roma, in occasione dei quali sono state messe in atto violenze e proteste – sostenute anche da alcune sigle appartenenti all’estrema destra come Casa Pound, Forza Nuova e Azione Frontale –  volte ad impedire l’arrivo di alcune famiglie romanì in una struttura di accoglienza: l’ex Centro Sprar, che precedentemente aveva ospitato rifugiati e richiedenti asilo.

La guerriglia urbana alla quale si riferisce Pavlovic è infatti sfociata nell’arco delle giornata in veri e propri atti vandalici: un’auto bruciata (quella degli operatori del Centro), il rogo a cassonetti della spazzatura per creare delle barriere per impedire l’arrivo delle famiglie, e infine, con l’atto denigratorio, ripreso dalle telecamere televisive, che ritrae i residenti del quartiere intenti a calpestare i panini preparati per rifocillare gli ospiti.

Nella notte, e dopo un incontro avvenuto tra una delegazione di residenti e di militanti con il capo di Gabinetto della sindaca Raggi, si è poi scelto di spostare le persone in altre «strutture per persone fragili» entro i prossimi sette giorni.

Forza Nuova ha tuttavia annunciato un presidio permanente dalle 19 di questa sera, «fino a quando l’ultimo rom non sarà andato via dal quartiere».

«Tra le cose che ritengo sconcertanti – prosegue Pavlovic – è la presenza attiva di Forza Nuova e di Casa Pound in questa terribile storia. Un fatto gravissimo. Mi chiedo come sia possibile in un paese come il nostro, dove la Costituzione vieta l’apologia del fascismo, che gruppi di estrema destra possano liberamente manifestare e minacciare donne e bambini. E che ad alcune persone sia stato permesso di bruciare cassonetti, automobili e distruggere generi alimentari, e tutto ciò davanti alle forze dell’ordine inerti».

Dunque per impedire l’arrivo di «ladri» (così sono stati definiti i rom dai manifestanti) sono stati permessi atti crminali?

«Dalle immagini trasmesse dai Tg e da quelle pubblicate in rete, direi di sì. Ammetto che siamo stanchi di essere diventati un “capro espiatorio”, di essere definiti come individui “fragili”. Siamo stufi di tutti quei “ma” e quei “però” e del solito preambolo “io non sono razzista… ma” spesso ostentato in trasmissioni televisive e in occasione di dibattiti politici. Siamo stanchi di sentir dire che si tratta di “guerre tra poveri”, tra “ultimi”, “penultimi”, e di affermazioni “buoniste” quando si tocca il tema delle periferie “abitate da persone esasperate”. Noi rom e sinti stiamo aspettando atti concreti e di poter dialogare a pieno titolo con le istituzioni per definire insieme alcune linee pratiche da mettere in campo».

Ad esempio? 

«Vorremmo essere coinvolti, informati sulle scelte prese dalle istituzioni quando si tratta di noi. Credo anche che nessuno dei residenti del quartiere fosse a conoscenza dell’arrivo delle persone nel Centro. Oggi è evidente il grave scollamento che esiste tra le istituzioni e la società civile».

Solo ieri un sedicente «fan di Salvini» a Verona, dopo un generico saluto fascista, ha mostrato il suo fondoschiena a una poliziotta in borghese ingiuriandola e minacciandola. Nessuno tra i presenti ha reagito e il fan del ministro se ne è andato tranquillamente. Così si può evincere guardando il video pubblicato da La Stampa. E se il medesimo atteggiamento l’avesse manifestato un rom o un africano? Me lo sono domandato guardando il video, le giro la riflessione.

«Questo e tanti altri fatti gravi avvenuti inquesti ultmi tempi dimostrano quanto sia stata sdoganata la legittimazione, anche istituzionale, di comportamenti illeciti, razzisti e intimidatori nel nostro paese. Molte persone si sentono legittimate ad essere violente, intolleranti, razziste e aggressive. Tuttavia, c’è ancora una gran parte della società civile che si oppone a tutto questo e dice “no” al razzismo e alla violenza».

Una signora ha dichiarato ieri che era meglio avere come vicini gli africani, perché i rom rubano.

«È evidente che c’è un problema legato alla micro-criminalità anche tra i membri delle popolazioni romanì. Così come esiste una micro e una macro-criminalità anche tra i “colletti bianchi”. Ma è sbagliato generalizzare. Rom e sinti sono innanzitutto persone. Certo è importante affrontare nella sua complessità il fenomeno, parlare di politiche sociali e d’inclusione, di campi rom. Triste invece, lo devo ammetere, è stato vedere l’amministrazione comunale piegarsi alle volontà e alle minacce del quartiere e dei gruppi di estrema destra. Ciò è inammissibile, tanto più in un paese che si definisce civile e democratico. Ricordo, poi, che le persone non sono dei pacchi da consegnare».

Di queste persone, dei rom, sembra che nessuno sappia cosa farsene?

«La strada proposta dalla sindaca Raggi è sensata: chiudere i campi rom senza usare “le ruspe di Salvini”. Tuttavia ieri è stato chiaro a tutti, e ancora una volta se era necessario, che questa via non può funzionare. Non può funzionare perché non basta chiudere i Campi rom. Sarebbe invece necessario mettere in campo soluzioni pragmatiche, vere, definitive. La mossa di ieri, spostare delle persone da una parte all’altra, è stata attuata in passato in tante altre città italiane e non ha mai funzionato, non ha mai risolto “il problema rom”, e tantomeno potrebbe risolverlo in una città come Roma. Sarebbe invece auspicabile un impegno più concreto da parte dell’amministrazione comunale, e che questa si dotasse di persone competenti in materia per aprire concreti canali di dialogo tra le parti, per affrontare le criticità nel modo più appropriato. Credo anche che molti cittadini italiani vorrebbero sapere quale ruolo hanno avuto le forze di estrema destra; credo sia doveroso fare una indagine. E nel caso si dovessero riscontrare dei reati, che queste persone possano essere punite come prevede la legge. La stessa legge che si deve applicare quando un rom commette un reato, quando un “fan di Salvini” ingiuria e minaccia un pubblico ufficiale, o quando si decide di bruciare un’auto e di calpestarte i diritti di altri esseri umani. L’istigazione all’odio razziale è un reato. Anche se qualcuno già condannato per questo reato sembra non essersene accorto e si è candidato alle prossime elezioni europee».

Subito una decisione

pubblicato 4 apr 2019, 09:39 da Cultura della Pace

Rinviata ancora discussione alla Camera risoluzioni sul conflitto in Yemen, inerzia inaccettabile.

La società civile: siamo increduli di fronte a tanta inerzia, non è più accettabile, occorre fermare subito le bombe e dare inizio a un ruolo positivo e pro-attivo da parte dell’Italia.
Sul sito www.disarmo.org l'appello di tante associazioni
Fonte: Amnesty International Italia - Fondazione Finanza Etica - Movimento dei Focolari Italia - Oxfam Italia - Rete della Pace - Rete Italiana per il Disarmo - Save the Children Italia 

yemen

La discussione di due risoluzioni sul conflitto in Yemen, ferme da ben cinque mesi in Commissione Esteri della Camera dei Deputati, calendarizzata per l’ennesima volta la settimana scorsa e poi spostata a ieri, è stata nuovamente rinviata.
La società civile: siamo increduli di fronte a tanta inerzia, non è più accettabile, occorre fermare subito le bombe e dare inizio a un ruolo positivo e pro-attivo da parte dell’Italia.

Ieri (3 Aprile) la Commissione Esteri della Camera avrebbe dovuto finalmente discutere, e auspicabilmente votare, due risoluzioni presentate già da diversi mesi, riguardanti la situazione del conflitto in Yemen. Pochi giorni fa, in occasione del quarto anniversario dall’inizio delle ostilità, molti parlamentari hanno speso parole accorate e preso solenni impegni per fermare quella che è stata definita la più grave crisi umanitaria in corso, quindi ci aspettavamo passi avanti significativi che, ancora una volta, non ci sono stati.

Il conflitto in questi anni ha avuto impatti devastanti sulla popolazione civile yemenita. Decine di migliaia di vittime, tra cui tantissimi bambini, continue violazioni di diritti umani, crimini di guerra accertati da esperti internazionali, bombardamenti di ospedali (di pochi giorni fa l’ultimo) e strutture sanitarie al collasso, difficoltà di accesso ad acqua potabile, e l’epidemia di colera come conseguenza di tutto ciò.

Sin dall’inizio del conflitto molte Organizzazioni della società civile italiana hanno sottolineato la propria preoccupazione non solo per la sua evoluzione e le drammatiche conseguenze sulla popolazione civile, ma anche sulla fornitura di armi di produzione italiana ad alcune delle parti coinvolte nei combattimenti.

Oggi, alla luce del continuo ingiustificato, e oramai ingiustificabile, rinvio del dibattito alla Camera dei Deputati, le nostre Organizzazioni chiedono ancora una volta, e con rinnovato vigore, che il Parlamento ed il Governo si impegnino affinché il nostro Paese assuma un ruolo attivo di facilitazione della fine del conflitto e non contribuisca invece alla sua continuazione con forniture militari. Mentre molti altri Paesi hanno deciso di sospendere l’invio di armamenti (Germania, Paesi Bassi, Belgio, Norvegia, Finlandia tra tutti) l’Italia non può limitarsi ad osservare passivamente l’impatto del conflitto su centinaia di migliaia di civili yemeniti, ma deve al contrario fare scelte forti e concrete.

Le nostre Organizzazioni fanno dunque nuovamente appello ai parlamentari affinché prendano rapidamente una posizione netta ed esplicita per impegnare il Governo italiano a:

attivare e promuovere iniziative concrete per la risoluzione diplomatica e multilaterale del conflitto in corso in Yemen, attraverso un nuovo ciclo di negoziati di pace sotto l'egida delle Nazioni Unite. 
aumentare il budget destinato a questa crisi rispetto agli anni scorsi e finanziare adeguatamente il Fondo di intervento per gli aiuti umanitari, in soccorso alla popolazione civile yemenita martoriata da una catastrofe umanitaria di vaste proporzioni;
imporre (in linea con le risoluzioni del Parlamento europeo del 4 ottobre e 25 ottobre 2018 e nel rispetto della normativa nazionale - legge 185/90 -, del Trattato internazionale sul commercio di armamenti e della Posizione Comune dell’Unione europea sull’export di armamenti) un embargo immediato sulle armi e la sospensione delle attuali licenze di esportazione di armi a tutte le parti nel conflitto dello Yemen, in quanto è presente un chiaro rischio di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario (come testimoniano numerosi episodi di questi ultimi mesi). L’embargo dovrebbe riguardare anche tutti i tipi di armamento presenti nell’elenco comune delle attrezzature militari e delle tecnologie di uso duale dell'Unione europea al fine di garantire che nessun arma, munizione, equipaggiamento militare o tecnologia, o supporto logistico e finanziario per tali trasferimenti sia oggetto di forniture dirette o indirette alle parti in conflitto nello Yemen né possa essere di sostegno alle loro operazioni militari nello Yemen;
attivare e finanziare il fondo per la riconversione dell’industria militare previsto nella stessa legge 185/90 anche sulla base di una discussione pubblica sull'impatto del complesso militare-industriale italiano sulla instabilità geopolitica (in particolare in Medio Oriente) e nella definizione della politica estera e di sicurezza dell'Italia;
intraprendere iniziative verso le parti in conflitto (in particolare chi utilizza maggiormente lo strumento dei bombardamenti aerei cioè la Coalizione guidata dall’Arabia Saudita e di cui fanno parte anche altri Paesi destinatari dei sistemi d’arma italiani, come gli Emirati Arabi Uniti) affinché siano rigorosamente rispettati i divieti di bombardamento di ospedali, scuole, strutture di cura ricordando che gli ospedali e il personale medico sono esplicitamente tutelati da trattati e convenzioni dal diritto umanitario internazionale, che un attacco deliberato contro i civili e le infrastrutture civili costituisce un crimine di guerra e che gli attacchi alle scuole sono condannati dalla Safe Schools Declaration, di cui l’Italia è tra i primi firmatari. Tutte le parti in conflitto dovrebbero inoltre evitare l’utilizzo di ordigni esplosivi in aree popolate al fine di proteggere i civili nella massima misura possibile.
condannare l’uso di munizioni a grappolo nel conflitto in Yemen e fare pressioni affinché anche l’Arabia Saudita ratifichi il Trattato internazionale sulle munizioni a grappolo e distrugga quelle che ancora possiede;
sollecitare l’istituzione di una indagine internazionale indipendente per esaminare le possibili violazioni del diritto umanitario internazionale da parte di tutte le parti in conflitto, al fine di assicurare la giustizia, le responsabilità e il risarcimento per le vittime. Negli oltre tre anni di conflitto armato numerose sono state le segnalazioni riguardanti violazioni di diritti umani e crimini di guerra, come confermato anche nel rapporto recentemente pubblicato dal Panel of Eminent Expert delle Nazioni Unite.

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