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Un clima diverso

pubblicato da Cultura della Pace

Più che Hulot ci vorrebbe Langer

Sul sito www.azionenonviolenta.it un articolo di Lorenzo Guadagnucci sui cambiamenti climatici e le politiche e il pensiero di Langer

Alex Langer

Le dimissioni da ministro di Nicolas Hulot hanno fatto rumore soprattutto in Francia, ma la vicenda del ministro per l’Ambiente d’Oltralpe ha un interesse più generale, se vogliamo mettere a fuoco il rilievo della questione ambientale, ma potremmo dire dell’emergenza climatica che sta stravolgendo (e probabilmente travolgendo) il pianeta. Sul numero corrente di Internazionale è stato tradotto e pubblicato un articolo dell’Economist dal titolo “L’estate in cui il clima cambiò”, riferito alla lunga serie di recenti fatti di cronaca dei disastri: incendi, siccità e nubifragi hanno investito varie regioni del pianeta, dalla Scandinavia al Giappone al Sud Europa, seminando morte e smarrimento.

Hulot, nel suo piccolo, era il fiore all’occhiello dell’ambizioso governo Macron, assurto all’Eliseo sparigliando le carte della politica tradizionale. Giornalista televisivo famosissimo, una carriera costruita sulla cultura ambientalista, Hulot era il testimonial di un possibile nuovo corso della politica, teoricamente incarnato da Macron, ennesimo campione del superamento di destra e sinistra.

E’ finita male, malissimo. Non solo non si è vista in Francia alcuna traccia di un ripensamentodelle politiche economiche alla luce dell’emergenza climatica, ma Hulot ha smascherato, al momento di sbattere la porta, il lato meno nobile della politica contemporanea, ossia la trattativa continua, diretta e pressoché segreta con le organizzatissime lobby degli affari (il casus belli, per Hulot, è stata la presenza di lobbisti fin dentro le riunioni governative dedicate alla nuova legge sulla caccia).

La morale è che la motivazione addotta a suo tempo dal presidente francese per chiamare nell’esecutivo un outsider quale Hulot – la necessità di porre la questione climatica al centro dell’azione politica – era e resta la questione del nostro tempo, ma tale proposito, per divenire realtà, ha bisogno d’essere il perno di un ribaltamento del pensiero politico e delle prassi correnti.
Affrontare davvero l’emergenza politica, in altre parole, implica l’abbandono della tradizionale idea di sviluppo, nonché del modo consueto di concepire il potere. I Macron, ma anche le Merkel, i Conte, i Sanchez e via elencando non sembrano all’altezza di un compito del genere: Hulot lo ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio.

“Senza un netto cambiamento di rotta”, sostiene l’Economist nell’articolo citato, “l’umanità rischia di perdere la lotta contro il riscaldamento globale“. In realtà la sta già perdendo. E dire che sono passati oltre vent’anni da quando un politico capace di guardare al futuro, Alexander Langer, indicava la strada della “conversione ecologica”, intendendo con ciò non solo una trasformazione radicale dell’economia ma anche un nuovo indirizzo per il pensiero di tutti e di ciascuno.

La strada giusta resta quella, ma al dubbio se siamo ancora in tempo per vincere la lotta contro i cambiamenti climatici, se ne ne aggiunge un altro: abbiamo davvero, nelle nostre società stremate  e consunte dal troppo consumo, le risorse morali e culturali  per  cambiare rotta? O servirà una spinta – chissà quale, chissà come – dall’esterno?

Ma dove vanno gli immigrati?

pubblicato da Cultura della Pace

Gli immigrati in Italia sono troppi?

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Rocco Artifoni dona alcuni dati su cui riflettere per creare una politica migratoria seria

dove vanno gli immigrati

“Io non sono razzista, ma in Italia ci sono troppi immigrati”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? E poi c’è un’altra frase che ricorre sempre più spesso: “l’Europa ci ha lasciati soli” a gestire gli immigrati che chiedono la protezione internazionale. A questo punto – di conseguenza – si pongono alcune domande. Quand’è che possiamo considerare “troppi” gli immigrati? Quante sono effettivamente le richieste di asilo presentate in Italia? E quanti sono i rifugiati riconosciuti dal nostro Paese?

Per cercare di fornire risposte documentate si possono prendere in considerazione alcuni dati – riferiti al 2017 – forniti da Eurostat e da UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Anzitutto, quanti sono gli immigrati nati in Paesi extra Unione Europea (UE) che risiedono nei 28 Paesi dell’Unione? Secondo i dati Eurostat nel 2017 gli abitanti dell’Europa erano oltre 511 milioni, di cui 37 milioni nati in Paesi extracomunitari. In percentuale gli immigrati extra UE erano il 7,21% della popolazione europea.

La nazione con la percentuale più elevata di immigrati extracomunitari era l’Estonia, con il 13,10%. A seguire la Svezia (12,43%), la Lettonia (11,48%), la Croazia (11,34%), il Lussemburgo (10,96%) e l’Austria (10,37%).
Tra i Paesi europei più popolosi troviamo all’ottavo posto la Francia (8,86%), al decimo la Germania (8,79%), all’undicesimo la Spagna (8,77%), al tredicesimo la Gran Bretagna (8,63%) e soltanto al diciottesimo posto l’Italia (6,96%), al di sotto della media europea (7,21%).

Tenendo conto di questi numeri è alquanto difficile sostenere che gli immigrati in Italia siano “troppi”, quanto meno in relazione agli altri Paesi europei. In realtà i dati mostrano che tra gli Stati più popolosi dell’Unione Europea l’Italia è il Paese con meno immigrati in percentuale.

Semmai sono da considerarsi anomale le scarse percentuali di presenza di immigrati extracomunitari in alcuni Paesi europei: Slovacchia (0,60%), Polonia (1,13%), Romania (1,23%), Bulgaria (1,31%) e Ungheria (1,96%). Se l’Unione Europea ha un senso, per il principio di corresponsabilità sono questi i Paesi che – prima degli altri – dovrebbero fornire aiuto agli altri Stati per gestire i flussi migratori.

C’è un altro dato interessante fornito da Eurostat: le domande di asilo presentate dagli immigrati extracomunitari che chiedono la protezione umanitaria. In valore assoluto l’Italia nel 2017 era al secondo posto con 126.550 richieste, mentre al primo c’era la Germania con 198.255.

Ma se – anche in questo caso – consideriamo il numero di richieste rispetto agli abitanti del Paese, la classifica cambia in modo significativo. Al primo posto si trova la Grecia con 57.020 domande che corrispondono a 5,30 richieste ogni 1.000 abitanti, seguita da Cipro con 5,24 domande. Malta è al quarto posto con 3,50 richieste, mentre la Germania è sesta con 2,40. L’Italia si colloca all’ottavo posto con 2,09 domande ogni 1.000 abitanti.

Non solo: i dati parziali del 2018 mostrano un netto calo di arrivi di immigrati e di richieste di asilo presentate in Italia. Pertanto, anche in relazione alle domande di protezione internazionale l’Italia non può essere considerata un’eccezione rispetto agli altri Paesi della UE.

Molti pensano che il problema dei rifugiati sia prevalentemente europeo, come se da tutto il mondo i profughi cercassero di entrare in Europa. Ma i dati recentemente forniti dall’UNCHR, l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, mostrano una realtà molto diversa.

Nel rapporto Global Trends l’UNHCR riporta che a fine 2017 nel mondo le persone costrette alla fuga erano 68,5 milioni, tra le quali c’erano 25,4 milioni di rifugiati, che hanno lasciato il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni. I dati mostrano che l’85% dei rifugiati risiede nei Paesi in via di sviluppo, molti dei quali versano in condizioni di estrema povertà e non ricevono un sostegno adeguato.

Il Paese che ospita il maggior numero di rifugiati è la Turchia (3,5 milioni). Seguono il Pakistan, l’Uganda, il Libano e l’Iran con 1 milione di rifugiati in ciascuno Stato. La prima nazione europea è la Germania con 970 mila persone per le quali è stato riconosciuta la protezione umanitaria. In Italia i rifugiati sono 167 mila.

Considerati i numeri effettivi degli immigrati, dei richiedenti asilo e dei rifugiati presenti sul territorio nazionale, viene da pensare che tutto sommato l’Italia potrebbe offrire più solidarietà, accoglienza e protezione. Invece, chi oggi paventa il pericolo di un’invasione di stranieri, evidentemente ha deciso di ignorare i dati reali.

Erasmo da Rotterdam per una cultura di pace

pubblicato 13 set 2018, 07:09 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 13 set 2018, 07:20 ]

Ripartiamo da Erasmo

Nel sito www.serenoregis.org un articolo di Enrico Peyretti sull'attualità del grande pensatore Erasmo da Rotterdam, utile per la costruzione di una cultura di pace

 

Perché ritrovare Erasmo, come propone Tempi di Fraternità? Per ritrovare l’umanesimo.

Ci accorgiamo, se ascoltiamo le voci delle coscienze più attente, che il problema del momento politico, civile, sociale, è un problema di umanità. «Restiamo umani», ci ripetono le testimonianze più vive. Ritorniamo umani, ci diciamo davanti a certi fenomeni glaciali e frane spirituali in corso.

Nella nostra comune umanità c’è miseria e grandezza. Sentiamo umiltà, pentimento e bisogno di cambiamento per la miseria comune. Viviamo  anelito, desiderio, ricerca, per la grandezza umana, che compare nei maestri illuminati, e resta anelito nascosto nei giusti sconosciuti, su cui poggia il mondo.

La “cultura animi”, la coltivazione dell’umano in noi, l’umanesimo, composto di varie luci, oggi è minacciato dalla riduzione dell’uomo a funzione, a semplice supporto della tecnologia auto-noma (fino ai robot-killer, che decidono da soli e potranno minacciarci). L’uomo rischia di essere governato dalla tecno-crazia. Sentiamo confusamente che qualcosa ci confonde e ci fa paura. Anche in altri momenti l’umanità si è degradata, ma a noi tocca vivere questa contingenza.

         1 – L’altra modernità

Erasmo è un mite alfiere dell’appello alla nostra umanità, differente e irriducibile alle cose. Non facciamo di Erasmo il maestro unico, ma ci interessa molto, tra le voci creative della civiltà moderna, oggi in crisi (o in evoluzione?), perché egli ha parlato e dato segnali sul bivio storico dal quale nacque il cammino sia della modernità umanistica (dei diritti umani, della coscienza planetaria), sia della modernità caratterizzata dal potere distruttivo, tanto dell’ambiente vitale, quanto della stessa esistenza umana.

Erasmo è l’altra modernità interrotta , non è riconosciuto dalla modernità che è prevalsa.

Erasmo è conosciuto soprattutto per l’ Elogio della follia: fine ironia amara e sorridente sulla miseria umana. È meno conosciuto per la sua opera di pace, che è ammirazione e speranza-stimolo per il compimento della grandezza umana. Vigilante severo contro ogni fanatismo, ci preserva dal rendere violenta la passione del vero e del giusto.

Scrive Eugenio Garin: Erasmo è “ossessionato” per la pace, cioè per l’umanità che ha cura dell’umanità. Oggi è dunque da riaccendere l’attenzione e l’interesse per Erasmo come un padre della migliore modernità. «In Erasmo la lotta per la pace, il bene della pace, è davvero il pensiero dominante, il punto di raccordo e la radice di tutto il suo umanesimo cristiano, del suo cristianesimo evangelico»(Eugenio Garin, Erasmo, Edizioni Cultura della Pace 1988, p. 7)

Erasmo costruisce una cultura di pace, in senso ampio, per almeno tre ragioni: respira l’umanesimo pre-cristiano classico; riporta il cristianesimo alle fonti genuine (traduce e restituisce il Nuovo Testamento alla sua forma autentica); è vero che non riforma le istituzioni (critica di Stefan Zweig), ma riforma l’anima che queste hanno bisogno di respirare.

         2 – L’opera di pace

Considero, per quel che ho potuto capire, il Dulce bellum inexpertis più importante e diretto della Querela pacis, il Lamento della pace.

Ci vedo un anticipo della cultura moderna della pace politica, che è assenza e liberazione dalla violenza sia fisica, sia strutturale, sia culturale. La pace politica è frutto e compimento delle pace personale condivisa. Il terribile Novecento è anche il secolo della evoluzione del concetto di pace, da virtù personale, mitezza, in-nocuità, alla virtù politica, qualità e obiettivo della politica umana: la pace non si raggiunge solo come frutto della giustizia (Isaia 32,17), ma anche la giustizia va ottenuta con mezzi pacifici.

Chi non desidera la tranquillità della pace? Pero, non basta il pacifismo – che è paura di morire (e può essere astensione, tradimento) – ma occorre la nonviolenza attiva, che è paura, ripugnanza ad uccidere (Simone Weil, La prima radice). Si arriva alla pace nonviolenta col sentire che uccidere è uccidersi. Non basta il principe buono (Enchiridion, di Erasmo), occorre la cultura popolare pacifica, una civiltà della pace. La pace può essere violenta, come la “pax romana”, quando è “pace d’imperio”, la peggiore specie di pace, nella classificazione di Norberto Bobbio e di Raymond Aron.  Certo, è sempre meglio della guerra – Erasmo ripete: «Meglio una pace ingiusta di una guerra giusta» – ma non è l’obiettivo di qualità umana.

Non basta la democrazia, se è consenso popolare ad una politica contro altri popoli umani. Il “demos” (popolo), libero e titolare di diritti, è ormai il demos planetario: la democrazia è cosmopolitismo, o non è. Chi non vede questo, è chiuso nella sua piccola tribù regionale, dialettale, ignorante e impaurita: il sovranismo nazionale è ormai una contrazione spastica dell’umanità.

La modernità di Erasmo su pace-guerra, si può riassumere in alcuni punti:

  • Il Dulce Bellum inexpertis vuol dire non solo che la guerra piace a chi non la conosce, ma che piace a chi la fa fare agli altri. I veri “esperti” della guerra sono le sue vittime, e i suoi esecutori-vittime. Erasmo denuncia l’ignoranza della realtà umana da parte di chi promuove le guerre.
  • Questo libretto contiene un’analisi dell’antropologia e della politica di guerra.
  • Porta argomenti non solo morali, ma anche di convenienza contro le guerre, con molto realismo.
  • Afferma la piena incompatibilità della guerra col Vangelo. Questa chiarezza arriverà soltanto con la Pacem in terris di Giovanni XXIII e coi giorni nostri.
  • Il Dulce bellum cerca e propone un superamento non solo morale, ma anche nel sistema politico internazionale, della pratica della guerra legata ai poteri politici e alle culture.
  • Vede chiaro che le leggi dello stato sono soggette al diritto dell’umanità.
  • Porta, contro la guerra, criteri cristiani-laici, umanistici, evangelici, liberanti, non autoritari.
  • Ha rispetto (realistico) dei Turchi, che rappresentavano il nemico esterno, l’altra religione (ma possono essere «più cristiani di noi», dice Erasmo): ammette la difesa dall’aggressione, ma non la guerra teologica.

La sostanza del Dulce Bellum  – “non conoscete la guerra, altrimenti non vi piacerebbe, non la giustifichereste” – è  demolizione dell’idolo statale, di un potere che si autorizza il sacrificio umano, l’omicidio politico. Ed è il continuo ritrovamento dell’uomo nell’uomo, dell’umano oltre lo smarrimento dell’umano. Il nostro art. 11 della Costituzione, col verbo “ripudia” rompe il matrimonio, dato dall’origine per indissolubile, tra stato e guerra, nati insieme. Lo stato (antico e moderno) vale come necessaria regola di convivenza, ma è nefasto come rottura dell’umanità tra l’interno e l’esterno, tra noi e loro.

In sostanza, il pensiero di Erasmo mette in discussione lo Stato omicida, il diritto di uccidere. Come farà Tolstoj, come fanno i profeti che precorrono la matura nonviolenza politica gandhiana.

Alcuni, anche Hans Küng, hanno accusato Erasmo di «troppo poco coraggio paolino», e di «fuga» (in Teologia in cammino, Mondadori 1987, pp. 21-55, spec. 48), di fronte a Lutero e alla sua Riforma. Ernesto Balducci, in una lettera del 21 gennaio 1989, mi scriveva: « Sono convinto, diversamente da Küng, che Erasmo, tra Roma e Lutero, aveva visto giusto: la questione dirimente, che avrebbe portato con sé anche la riforma della chiesa, era quella della pace. Non è forse oggi la vera questione ecumenica?». Cioè, la pace è il vero ecumenismo non solo cristiano, ma interculturale: pace e pluralismo, perché l’umanità è una e plurale, è irriducibile sia al monismo (impero), sia alle sovranità assolute belligene. Ormai è chiaro a noi che sarà o “convivialità delle differenze”, o distruzione totale.

3 – Dal monologo al dialogo cosmopolitico

L’Europa moderna si è costruita come “monologo”, discorso unico sull’uomo, credendo di sapere e dire tutto sull’uomo, e di essere tutto l’uomo. Ma il momento attuale pone la comparsa e il problema dell’ “Altro” (Ernesto Balducci, L’Altro. Un orizzonte profetico, 2ediz., Giunti 2004), degli altri popoli e culture che vengono a noi. Questo problema è verifica della nostra umanità, pretesa universale. Si tratta di superare il monologo, entrare nel dialogo cosmopolitico, nel pluralismo culturale, nella “pluralità delle vie” verso il vero, il giusto, il buono, il bello.

In questo cammino abbiamo dei maestri: lo stesso Balducci, Raimon Panikkar, Pier Cesare Bori, le chiese in quanto salpano via dal continente europeo, le religioni non cristiane in quanto non sono più soltanto “espressioni geografiche”, ma forme possibili dello spirito umano cercatore sui confini. Radici di questa intelligenza ampia ne troviamo in Erasmo, in generale nell’umanesimo (Pico della Mirandola, Nicola Cusano) aperto alle varie forme dell’unica umanità.

4 – Erasmo è cristiano: allora, la pace vale solo in nome di Dio?

Ci chiediamo se la questione della pace è anche la questione di un assoluto. È una questione teologica? Perché io non posso ucciderti? Solo perché c’è un divieto e un castigo? Chi difende Abele da Caino? Soltanto la forza propria di Abele, se si arma? Oppure lo difende un dio, che ascolta il grido del suo sangue? E se non abbiamo alcun dio?

Una domanda: chi si interroga e si dispone in ascolto di un Vivente Altro, di una Vita-che-dà-vita e ci fa vivi (la parola comune “dio” non ci basta più, troppo equivoca e generica), di una Realtà che  sollecita e chiama e interpella dalla “sponda altra” questa nostra umanità,  quando e come intravede questo Altro?

Una risposta: Questo Altro non ci appare se non nell’Altro umano: il prossimo, l’ospite, il pellegrino, il profugo, il migrante,  la vittima, il bisognoso, il differente, lo straniero. Se io non sono in pace, se noi non siamo, nelle strutture comuni di civiltà, in pace e giustizia con l’altro umano che ho di fronte, non ha senso – se non di tradimento – che pensi ad un Altro trascendente, più vivo di noi.

Prima di ogni superiore verità, c’è da trovare la verità della vita. L’uomo è uomo, è la verità di se stesso, soltanto nel riconoscere l’altro uomo.

C’è uno specifico del cristianesimo, tra i cammini spirituali dell’umanità: «Dio nessuno l’ha mai visto» (vangelo secondo Giovanni 1,18) : ce lo ha spiegato il «Figlio dell’uomo», che vive nella vita del Padre. Gesù di Nazaret, per chi ha creduto a lui, è l’uomo in cui vive, in carne umana, il Dio invisibile. E ancora (1 lettera di Giovanni 4,12): «Dio nessuno l’ha mai visto: se ci amiamo tra noi egli è qui, in noi».

Luigi Pintor (in I luoghi del delitto, Bollati Boringhieri, 2003, p. 15, e poi 77-78), fa l’anagramma delle parole di Pilato a Gesù (in latino): «Quid est veritas?». E viene fuori: «Est vir qui adest». Che cosa è la verità? É l’uomo che ti sta davanti, il tuo prossimo.

Se la domanda e la ricerca sul mistero di colui-che-chiamiamo-Dio ha un senso, ci rimanda all’umano. E l’umanesimo non è altro che una forma di civiltà centrata sul mistero intangibile inviolabile dell’uomo. Il mistero che nell’uomo supera l’uomo. In Erasmo troviamo un maestro che ci riconduce all’inizio, o alla ripresa, di una civiltà umanistica, oggi a rischio grave di smarrimento; un umanesimo ispirato al vangelo, ma non integralista: perciò Erasmo evita di schierarsi nella lotta di potere tra Roma e Lutero: non è il potere che porta la pace. Erasmo suggerisce linee avanzate, anche oggi.


Nota dell'Associazione Cultura della Pace

pubblicato 6 set 2018, 08:01 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 6 set 2018, 08:03 ]

Nuova scadenza per il bando della Borsa di Studio "Angiolino Acquisti"
L'Associazione Cultura della Pace e l'Associazione Culturale "Angiolino Acquisti": più tempo per presentare le tesi


L'Associazione Cultura della Pace e l'Associazione Culturale "Angiolino Acquisti" annunciano che per motivi organizzativi, si è ritenuto indispensabile il rinvio della scadenza del bando della Borsa di Studio "Angiolino Acquisti" al 31 Dicembre 2018 anziché al 30 Settembre 2018 come previsto.

Tutte le altre scadenze inserite nel bando, rimangono invariate. E' possibile uno slittamento a Gennaio 2019 dell'annuncio del vincitore della Borsa di Studio "Angiolino Acquisti".

Aiuto obbligato

pubblicato 29 ago 2018, 07:07 da Cultura della Pace

Migranti nave "Diciotti": l'accoglienza della Chiesa italiana
Sul sito www.caritasitaliana.it il comunicato sull'accoglienza dei profughi eritrei 
 Sudan, 200 profughi eritrei rischiano il rimpatrio e la vita 
Dopo giorni di trattative, appelli (vedi quello del Tavolo Asilo) e dichiarazioni (vedi le parole del card. Montenegro), sono arrivati nella serata del 28 agosto a Rocca di Papa (Roma), nel Centro Accoglienza Straordinaria (CAS) presso la struttura "Mondo Migliore" gestita dall'Associazione Auxilium, 100 migranti partiti dall'hotspot di Messina e sbarcati nel porto di Catania dalla nave della Marina Militare "U. Diciotti".

Si tratta in particolare di 92 uomini e 8 donne, tra cui 4 coppie, tutti eritrei, che con due pullman sono arrivati dopo un viaggio di svariate ore, accolti dall’applauso degli operatori e degli altri ospiti, circa 350, della struttura di Rocca di Papa.
Subito dopo il saluto del Direttore dell’associazione Auxilium, Angelo Chiorazzo, di padre Aldo Buonaiuto dell’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”, e del Direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, i 100 migranti hanno potuto rifocillarsi, sottoporsi ad una prima visita medica e ricevere una borsa con un kit di prodotti igienici e vestiario per le esigenze dei primi giorni.
Caritas Italiana, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana, ha coordinato sul posto questa fase e ha già registrato la disponibilità di varie Diocesi, oltre una ventina in tutta Italia da Nord a Sud, sia piccole che medie e grandi città, che accoglieranno nei prossimi giorni ciascuna un piccolo numero di migranti.
 
"Stiamo ricevendo ancora oggi richieste di accoglienza da parte di nuove Diocesi che si rendono disponibili ad ospitare per il tempo che sarà necessario i migranti della nave 'Diciotti'" - afferma don Francesco Soddu - È un segno molto bello e concreto di comunione da parte delle comunità cristiane e di risposta all'appello di Papa Francesco, che più volte in passato ha chiesto di 'aprire le porte ai nostri fratelli immigrati'".
L'intera operazione sarà coperta integralmente dai fondi 8xmille messi a disposizione dalla Conferenza Episcopale Italiana, e si pone in continuità con un programma consolidato di accoglienza diffusa (vedi le varie iniziative avviate) con cui la Chiesa Italiana ha fatto suo l'appello del Papa, accogliendo negli ultimi tre anni oltre 26mila migranti, spesso in famiglie e parrocchie, come dimostra anche l'esperienza del progetto "Protetto. Rifugiato a casa mia" e dei corridoi umanitari.
"Insieme alla gratitudine per la copertura giornalistica finora assicurata, si chiede agli operatori dell’informazione di comprendere la scelta di non far accedere alla struttura Mondo Migliore... perché questi migranti hanno bisogno di essere aiutati a ritrovare serenità e un clima di normalità".Così si legge in una nota della Conferenza Episcopale Italiana (vedi nota Cei) in cui si sottolinea anche che entro pochi giorni i migranti saranno collocati nelle Diocesi italiane che, spontaneamente, hanno promesso loro accoglienza, con attenzione alla storia personale di ognuno di loro.

Senza coscienza

pubblicato 29 ago 2018, 07:03 da Cultura della Pace

Negoziare un Trattato di messa al bando dei “Killer Robots” per mantenere un controllo umano sull’uso della forza

Iniziata ieri una settimana di dibattito presso la CCW alle Nazioni Unite di Ginevra mentre si moltiplicano gli appelli per una norma internazionale che vieti lo sviluppo e l’uso di armi completamente autonome
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo - Campaign to Stop Killer Robots
Tratto dal sito www.disarmo.org 

Guerre e missioni di pace in un clic  Racconto dei fotografi che rischiano la vita

Si moltiplicano le voci della società civile e del mondo della ricerca affinché gli Stati membri delle Nazioni Unite decidano l’inizio di negoziati verso un Trattato che proibisca sistemi d’armi che, una volta attivati, avrebbero la capacità di selezionare e attaccare obiettivi senza intervento umano. La Campagna internazionale “Stop Killer Robots” - di cui Rete Disarmo è parte - sollecita gli Stati partecipanti al Sesto incontro internazionale sui sistemi letali di armi autonome (LAWS) iniziato ieri presso l’ONU di Ginevra a votare entro le fine della settimana un esplicito mandato negoziale verso una tale norma internazionale di divieto.

"È sempre più evidente che l’opinione pubblica si oppone fortemente all’idea che sia permesso a delle macchine di selezionare bersagli e utilizzare forza letale senza alcun controllo umano significativo. Permettere una tale evoluzione sarebbe aberrante, immorale, e un affronto al concetto di dignità umana e ai principi di umanità", ha dichiarato Jody Williams, premio Nobel per la pace nel 1997 e presidente della Nobel Women's Initiative. “È arrivato il tempo per i Governi di ascoltare le crescenti richieste per una nuova norma internazionale che proibisca i cosiddetti Killer Robots”.

Si prevede che oltre 70 paesi parteciperanno alla sesta riunione della Convenzione ONU sulle armi convenzionali (CCW) convocata per discutere di sistemi di armi autonome letali dal 27 al 31 agosto 2018. Il dibattito dovrebbe fornire una serie di raccomandazioni per i futuri lavori su questo argomento. La CCW opera con norme procedurali di consenso, così ogni singolo Stato può opporsi e potenzialmente bloccare una proposta per avviare negoziati. Le gravi sfide legali, operative, morali, tecniche e di proliferazione sollevate dalle armi letali completamente autonome hanno acquisito ampia attenzione sin dal primo incontro del CCW sul tema nel maggio 2014. Tuttavia dopo tutto questo tempo gli Stati non hanno ancora concordato la risposta normativa necessaria per affrontare il problema umanitario e le sfide di sicurezza internazionale sollevate dai Killer Robots. Recentemente l’Austria e altri Stati hanno proposto di avviare negoziati nel 2019 su un nuovo trattato di divieto, per mantenere un controllo umano significativo sui sistemi di armamento.

La Campagna internazionale “Stop Killer Robots” sollecita gli Stati a sostenere le proposte per un nuovo mandato da affidare alla riunione annuale CCW del prossimo novembre al fine di negoziare un nuovo Protocollo entro la fine del 2019. Durante l'ultima riunione di aprile l'elenco dei Paesi che hanno esplicitamente chiesto una norma di divieto sulle armi completamente autonome è salito a 26, con l'aggiunta di Austria, Cina, Colombia e Gibuti. Praticamente tutti gli Stati che hanno preso la parola nei dibattiti avuti finora,compresa l’Italia con una chiara posizione in tal senso, hanno sottolineato la necessità di mantenere il controllo umano sui sistemi d'arma e l'uso della forza. La Francia e la Germania hanno rifiutato di aderire alla richiesta di un divieto normativo proponendo invece una dichiarazione politica formulata troppo debolmente sul concetto di controllo umano, che la Campagna “Stop Killer Robots” ha respinto come non appropriata e non ambiziosa. Anche l’Italia finora ritiene che la strada da seguire sia quella di dichiarazioni politiche non di norme vincolanti.

Durante l'ultimo incontro Francia, Israele, Russia, Regno Unito e Stati Uniti hanno esplicitamente rifiutato di iniziare negoziati verso una nuova legge internazionale sulle armi completamente autonome. Queste e altre potenze militari stanno investendo ingenti fondi in droni armati e altri sistemi d'armamento con livelli decrescenti di controllo umano: la preoccupazione della società civile internazionale è che progressi tecnologici e nell'intelligenza artificiale rendano sempre più pratico progettare sistemi di armi capaci di operare senza alcun controllo umano significativo. Se la tendenza verso l'autonomia continuerà con il ritmo attuale a breve l’intervento umano inizierà a svanire dal ciclo decisionale per alcune azioni militari, forse mantenendo solo un ruolo di supervisione limitato o semplicemente impostando parametri ampi per ciascuna missione. Somme di denaro disposizione dello sviluppo di armi completamente autonome saranno inseriti nel Fondo Europeo di Difesa in corso di negoziazione nonostante il Parlamento Europeo abbia recentemente votato una Risoluzione che richiede la messa al bando dei Killer Robots. Una simile mozione è stata approvata dal Parlamento del Belgio: “L’intenzione della Rete Italiana per il Disarmo è quella di chiedere anche al Parlamento italiano di discutere il tema e promuovere una leadership dell’Italia sulla messa al bando delle armi completamente autonome - sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo - Lo scorso anno si è avuto un primo dibattito con risultati deboli e non soddisfacenti. Speriamo che il nuovo Parlamento affronti la questione sotto una prospettiva diversa, ascoltando anche le preoccupazioni tecniche e militari della comunità scientifica internazionale e quelle di natura etica espresse a più riprese anche dalla Santa Sede”.

"Le promesse di maggiore trasparenza e le dichiarazioni politiche deboli sono insufficienti per affrontare le conseguenze di vasta portata che si avrebbero con la creazione di armi completamente autonome” - ha affermato Mary Wareham di Human Rights Watch, coordinatrice della Campagna internazionale - "nulla di meno che un Trattato di divieto sarà necessario per limitare efficacemente lo sviluppo dell'autonomia nelle funzioni critiche dei sistemi d'arma ed evitare di disumanizzare l'uso della forza".

Note:

La Campaign to Stop Killer Robots (di cui Rete Italiana per il Disarmo è membro italiano) è una coalizione globale di organizzazioni non governative lanciata nell'aprile 2013 che sta lavorando per vietare preventivamente la produzione e l’utilizzo delle armi completamente autonome “FAWS” (note anche come sistemi d’arma autonomi letali “LAWS”). La campagna fondamentalmente si oppone al fatto che sia permesso a delle macchine di disporre della vita umana sul campo di battaglia o negli intervento di polizia, nel controllo delle frontiere e in altre circostanze similari. 
Dallo scorso aprile in poi (data della più recente riunione CCW sulle armi autonome) le richieste di intervento sui Killer Robots si sono moltiplicate: 
• Nella sua "Agenda per il disarmo” pubblicata a Maggio il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres si è offerto di aiutare gli Stati a elaborare nuove misure che includano "disposizioni legalmente vincolanti" per garantire che "gli umani rimangano sempre in pieno controllo dell'uso della forza”. 
• Il 4 luglio, il Parlamento nazionale Belga ha approvato una risoluzione che sancisce il divieto di utilizzare armi completamente autonome, secondo cui l'esercito belga non potrà mai utilizzare tali armi nelle operazioni militari. 
• Il 7 giugno Google ha diffuso una serie di principi etici che impegnano la società a non progettare o sviluppare intelligenza artificiale da utilizzare nelle armi. La decisione è arrivata dopo che Google ha accettato di terminare la sua partecipazione a un programma del Pentagono chiamato Progetto Maven che mirava a identificare gli oggetti contenuti nelle riprese video raccolte dai droni militari.

Marcia della Pace

pubblicato 8 ago 2018, 04:19 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 8 ago 2018, 04:20 ]

Costruiamo un argine alla violenza!

Dobbiamo reagire! Non possiamo essere complici! Domenica 7 ottobre, partecipa alla Marcia dei diritti umani, della pace e della fraternità.
Sul sito www.perlapace.it appello alla partecipazione della Marcia della Pace Perugia-Assisi alla quale l'Associazione Cultura della Pace ha aderito

C’è troppa violenza in giro! Contro gli stranieri, i migranti,… ma non solo. La violenza è dappertutto. Per le strade, nei rapporti tra le persone, nel modo in cui trattiamo la natura, nelle nostre parole, nel web, nelle periferie, nei luoghi di lavoro, nel modo in cui viviamo, in tante parti del mondo…

La violenza è fisica o mentale, illegale o legale, inflitta per avere o per togliere, personale o collettiva, organizzata o occasionale, sessuale o psicologica, economica o sociale.

Violenza è ogni levare il braccio contro l’altro, ogni parola o gesto scagliato contro l’altro. E contro la natura. Violenza è privazione di libertà e diritti.

La violenza è insopportabile!

Dobbiamo reagire! Non possiamo essere complici!

Domenica 7 ottobre, partecipa alla Marcia dei diritti umani, della pace e della fraternità.

Vieni anche tu alla PerugiAssisi. Coinvolgi i tuoi amici. Dobbiamo essere in tanti!

Invia subito la tua adesione al Comitato promotore Marcia PerugiAssisi, via della viola 1 (06122) Perugia – Tel. 075/5736890 – cell. 335.6590356 – fax 075/5739337 – email segreteria@perlapace.it – www.perlapace.it

Ricercare la pace

pubblicato 2 ago 2018, 09:07 da Cultura della Pace

Oltre 700 ricercatori e studiosi si oppongono al programma di ricerca militare della UE

Gli accademici hanno aderito alla petizione “Researchers for peace” chiedendo ai propri colleghi di unirsi all’iniziativa
Fonte: Rete Italiana per il disarmo - ENAAT - 
Niente soldi UE per industria armi

Viene lanciata oggi da una coalizione di organizzazioni del mondo scientifico e della pace l'iniziativa di respiro europeo “Researchers for Peace”. Oltre 700 scienziati e accademici, la maggior parte provenienti da 19 dei 28 Paesi Membri dell'UE, hanno firmato una petizione online con un testo che invita l’Unione Europea a interrompere il finanziamento della ricerca militare. Chiedendo anche ai propri colleghi nella comunità scientifica e di ricerca di unirsi all’iniziativa esprimendo il proprio supporto e prendendo una posizione chiara sulla questione.

L'UE sta definendo il prossimo ciclo di budget ordinario mettendo in previsione diversi miliardi di euro a favore della ricerca militare e lo sviluppo di armamenti. Giovedì 28 i rappresentanti degli Stati Membri dell'UE si incontreranno a Bruxelles per discutere di difesa e migrazioni: il Fondo europeo di Difesa, che si prevede riverserà oltre 13 miliardi di euro in ricerca e sviluppo militari, è in cima all’agenda della riunione.

I 700 ricercatori mettono in guardia rispetto alle conseguenze di un programma di ricerca e sviluppo per la tecnologia di nuovi armamenti. "L'istituzione di un programma di ricerca militare all’interno dell’Unione Europea porterà ad un'accelerazione senza precedenti nella militarizzazione dell'UE", afferma il dottor Stuart Parkinson, direttore esecutivo di Scientists for Global Responsibility. "Investire fondi Europei nella ricerca militare non solo sposterà enormi risorse da aree di spesa direttamente dedicate alla pace, ma probabilmente alimenterà una nuova corsa agli armamenti minando la sicurezza sia in Europa che altrove".

Fare scelte

I ricercatori che sostengono “Researchers for Peace” temono inoltre che il programma di ricerca e sviluppo militare possa andare a sottrarre finanziamenti attualmente destinati ad altre aree di ricerca. "L'Europa ha una lunga tradizione di innovazione scientifica e i programmi di ricerca dell'UE hanno dimostrato di essere un potente strumento politico, ma l'Europa deve fare delle scelte su quale sia la tipologia di ricerca che intende finanziare: ogni euro può essere speso una sola volta", sottolinear Jordi Calvo Rufanges dal Centre Delas di ricerca sulla Pace di Barcellona. "L'UE dovrebbe continuare a concentrarsi sugli investimenti nelle aree di ricerca civili che migliorano la qualità della vita, contribuendo a risolvere problemi sanitari e ambientali e migliorando stabilità e uguaglianza nella società”, conclude Calvo.

"Invece di fornire finanziamenti per nuove tecnologie militari,l’Unione Europea dovrebbe sostenere in maniera forte e coraggiosa ricerche innovative che possano aiutare ad affrontare le cause profonde dei conflitti contribuendo nel contempo alla risoluzione pacifica dei conflitti", aggiunge Francesco Vignarca Coordinatore della Rete Italiana per il disarmo, partner della mobilitazione “Researchers for Peace”.

Le armi completamente autonome: i killer robots

Le tecnologie militari che vengono sviluppate oggi sono quelle che daranno la forma alle guerre del futuro. L'Unione Europea ha già iniziato a sviluppare sistemi di armi letali autonome nell'ambito dell’Azione preparatoria sulla ricerca in materia di difesa definita nel 2017. Nonostante gli avvertimenti sia della comunità scientifica che dello stesso Parlamento Europeo, le decisioni relative allo sviluppo di sistemi militari autonomi sono state prese senza alcun dibattito pubblico. L'Unione Europea rischia così anche in questo caso di esacerbare a livello mondiale una corsa agli armamenti autonomi, robotici e senza pilotaggio (i cosiddetti droni). Inoltre, c'è il rischio che ciò possa portare a un aumento delle esportazioni di armi verso regimi repressivi e alimentare i conflitti. Già oggi le armi prodotte all’interno dell'UE stanno facilitando le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani in diverse zone di conflitto.

Conclude il dott. Stuart Parkinson: "Questi investimenti nella ricerca e sviluppo militare non aumenteranno la pace e la sicurezza: al contrario, peggioreranno solo le tensioni globali. Nel frattempo, la ricerca scientifica che potrebbe effettivamente contribuire a prevenire conflitti violenti verrà trascurata e sottofinanziata”.

E' Nato in crisi: la soluzione

pubblicato 2 ago 2018, 08:59 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 2 ago 2018, 09:00 ]

Si renda la NATO civile e civilizzata (Part 2) 

Sul sito www.serenoregis.org la prosecuzione del ragionamento di Jan Oberg

Jan Oberg & TFF

La banalità del militarismo

Nel campo della scienza, degli affari e della cultura, nuove idee, metodi innovativi, fare cose nuove e fare cose vecchie in modi nuovi sono attività di solito gratificate e ammirate. Il che mantiene questi campi vibranti, vivaci e interessanti anche per altri.

Però nel campo del paradigma omni-pervasivo e omnipresente della basilare difesa militare e della dottrina e politica securitarie (ometto la pace perché nessuno ha una politica per la pace) non esistono dinamiche del genere.

Risuona alla nausea il solito ritornello – per rendere paurosi e paganti:

“C’è un nemico – qua o là, oggi o incombente – contro il quale noi (come tuo governo) dobbiamo proteggere il nostro paese e te, nostro cittadino. A tal fine, ci servono più armi (truppe, schieramenti, basi…) scopo delle quali è creare ‘stabilità, sicurezza e pace’. Noi siamo i buoni avendo fatto nulla di male, ma non possiamo fidarci di loro: guarda che hanno fatto o i piani perversi che sappiamo loro hanno ma dei quali non possiamo riferirti.

Noi abbiamo buone intenzioni ma potenziale troppo scarso, loro hanno cattive intenzioni e potenziale eccessivo. Noi cerchiamo un equilibrio, loro cercano la superiorità. Pur essendo le nostre armi efficaci a lunga gittata, noi abbiamo solo dottrine defensive e non siamo quindi una minaccia per loro; combatteremo solo se attaccati. Ma le loro armi a lunga gittata sono una minaccia per noi. Perciò abbiamo bisogno di aumentare il nostro bilancio militare. Per il tuo bene, caccia fuori altri soldi per le nuove armi.”

Si chiama la corsa agli armamenti e assume varie forme. E’ come due o più scorpioni in una bottiglia, pagata dai contribuenti con nulla di vero valore – la pace, per esempio – resogli.

Trilioni di dollari si spendono per questa spazzatura intellettualegeneralizzata, ripetitiva, che non fa mai cilecca. Promette – falsamente – ai cittadini che otterranno protezione, sicurezza e pace. Beh, è come pisciarsi addosso: perché pochi anni dopo appaiono nuove minacce – inventate– e stabilità, sicurezza e pace sono minacciate e così c’è bisogno d’altro ancora – per esempio il 2% del PIL: una stupida discussione perché tale misura è correlata alle dimensioni dell’economia e non ad alcuna valutazione di minacce.

Questi sono, grosso modo, i meccanismi. La NATO e I suoi capi dicono lo stesso, anno dopo anno. Chiediamoci allora:

Che cos’è successo alla pace che i nostri governi han promesso che sarebbe seguita [alle spese di] qualche anno fa? Che cos’è successo all’obiettivo dello Statuto ONU di dover risolvere I conflitti a fare pace, prima di tutto, con mezzi pacifici? Che cos’è successo alla cooperazione, alla costruzione di fiducia e al mondo migliore in ogni rispetto che ci era stato promesso, decennio dopo decennio dal 1945? Perché siamo in una nuova Guerra Fredda in Europa – perché tute quelle guerre calde, combattute, nel Medio Oriente e altrove? Quei trilioni erano proprio il prezzo per una vera pace?

Immaginiamo che cosa succederebbe se separassimo i giganteschi costi militari – circa 1.700 miliardi di dollari [annui] a livello mondiale – dalla dichiarazione fiscale costringendo invece I capi politici, i militari e le megaziende d’amamenti a elemosinare il tozzo di pane porta a porta per la guerra – come devono fare le organizzazioni umanitarie per contribuire a riparare i danni causati da queste politiche militariste (i cittadini pagano due volte, prima per la distruzione e poi per la ricostruzione)? Gran parte di questo cancro d’impedimento alla pacesparirebbe.

Hannah Arendt ci ha detto della Banalità del Male. Oggi c’è un ben peggiore e anonimo MIMAC – Complesso Militar-Industrial-Mediatico-Accademico – a praticare questa Banalità del Militarismo– di cui voi e io non siamo altro che vittime paganti.

Come mai tanti credono in questa banalità? Perché gli si applica la paurologia: facendogli credere di essere costantemente ed esistenzialmente minacciati e che altri e migliori armamenti sono la soluzione. Perfino quando, come dopo la fine della Guerra Fredda, il MIMAC inventò nuovi nemici – uno dopo l’altro – per mantenere se stesso (e la NATO) in alta e profittevole considerazione.

L’Imperatore militarista è piuttosto nudo – ma un grande agile perpetuo. Fino a quando i cittadini e abbastanza gente in quel sistema cominceranno a pensare e preaticare il coraggio morale e la disobbedienza civile, continuerà giù per la china (e col salasso), a un certo punto oconducendo alla distruzione mondiale o, semplicemente implodendo e rendendo l’Occidente una triste periferia del Resto del mondo.

“Una nazione che continua anno dopo anno a spendere di più nella difesa militare che in programmi di promozione sociale è prossimo alla morte spirituale” –  M.L.King Jr

Sarà un gran giorno quando le nostre scuole avranno tutti i soldi che gli servono e l’aviazione militare dovrà vendere torte sui banchetti per comprarsi un bombardiere

(Women’s International League for Peace and Freedom, St.Paul, Minnesota-USA)

NATO – Obsolescenza del Trattato NordAtlantico – in un nuovo registro

Allora, tentiamo invece almeno un pizzico di nuova riflessione. A scopo euristico, supponiamo che ci siano tre scenari per la NATO entro I prossimi 5-10 anni:

1) La strada della crisi e dissoluzione

Continua con l’attuale percorso di crisi delineato nel primo articolo, arrivando alla sua dissoluzione come per il Patto di Varsavia. Oltre le 9 ragioni addotte nel primo articolo, eccone una decima in una macro-prospettiva:

  1. Cambiamento o caduta:la NATO è condannata a cambiare o cadere perché il resto del(l’ordine del) mondo sta cambiando. Ciò che di solito si chiama Occidente – da non confondersi con la “comunità internazionale” – sta perdendo potere verso il Resto del mondo, Cina e altra Asia in particolare, ad ogni scala applicabile.

Sarà pertanto molto meglio se la NATO verificherà I segni premonitori sulla propria esistenza e si preparerà a un cambiamento fondamentale e a un nuovo ruolo in quell’ordine mondiale in rapida emersione, che si può prevedere con certezza che nonsarà dominato dall’Impero USA né dai membri NATO né dalla UE come tale. Sarà un ordine mondiale multi-polare e cooperativo.

L’Europa – compresa quella associate alla NATO – è per proprio conto di fronte a una moltitudine di crisi – economica, direttiva, di visione, di gestione dei profughi, di populismo, razzismo e altro ancora. E’ inoltre di fronte a un sonoro segnale di sveglia: la fine della fiducia transatlantica e la Brexit, cioè la probabile futura dipartita (più o meno) della GranBretagna e degli USA.

Contrariamente alla comprensione commune della situazione dell’Europa/UE, la si dovrebbe considerare come un’opportunità d’oroperl’Europa – la UE e l’altra Europa, inclusa la Russia.

Ma ciò comporterà un nuovo pensiero creative, indipendente dal paradigma imposto fin dal 1945 dagli USA agli alleati ed amici europei. L’Europa dovrà pensare per conto proprio e rendersi autonoma trovando il proprio ruolo – ancora una volta conanziché controla Russia – nel nuovo ordine mondiale futuro, multipolare e a guida Orientale.

Di fatto, gli Imperi affondano sì, e con il relativo indebolimento dell’Occidente, non resta che il suo adattamento – non la resistenza e non la dominazione a pieno spettro sul Resto.

Gli USA stanno combattendo ogni genere di guerra invincibile. Gli europei, compresi i membri NATO, possono essere più furbi.

Se non arriva presto un tale cambiamento, vuol dire Crisi e Dissoluzione. Ma restiamo speranzosi.

Sig. Stoltenberg, tocca a lei adesso fare la storia. Dato che s’intende che la NATO difenda la democrazia e la libertà, ha la libertà di dire qualcosa di libero e creativo alla sua prossima conferenza stampa, togliendosi l’uniforme mentale e diventando una figura guida nella storia della pace. Oppure si dimetta con onore.

Dunque che ne sarà del futuro NATO? Potrebbe essere uno di questi due se si evita la Crisi-Dissoluzione:

2) NATO umanitaria:

Privare la NATO delle sue politiche e arsenali d’armi e trasformarla nel maggior ente di trasporto e comunicazioni umanitarie dell’umanità direttamente in ambito ONU. Essendo un gran numero di crisi già presenti e inclini a peggiorare per inerzia o insufficiente azione politica, cui si sommeranno nuove crisi e guerre, ci sarà una sempre maggior necessità di un ente benigno e ben finanzato, benefico laddove si diventi vittime di disastri naturali o artificiali.

3) Nuova NATO di pace e sicurezza:

Cambiarne la filosofia tornando alle clausole originarie del Trattato (v. qui sotto) e assumendola come base per costruire un nuovo sistema dle tutto nuovo di pace e sicurezza (nell’ordine), che sarebbe benefico sia per Europa/Russia/Medio Oriente sia per il Resto del mondo – piaccia omeno agli USA.

Ovviamente ce ne possono essere altri, compresa qualche forma combinatoria fra questi due.

Ma qualunque scenario basato in primo luogo sulla sicurezza militare, il confronto con la Russia, l’intervenzionismo, il ricorso alla guerra senza previa gestione del conflitto con “mezzi civili”, armi nucleari e costanti beghe per l’aumento dei bilanci militari significa rovina per la NATO.

Tali scenari creano altro conflitto, odio più profondo e terrorismo contro l’Occidente grazie alle guerre fallite, che causano altri profughi e consume di fondi che in tempi di crisi economica come stiamo subendo, devono e possono essere spesi meglio per scopi civili.

“Quasi tutte le guerre e le violenze spariranno il giorno che si cominci a pensare ed educarsi a utilizzare tutti gli altri strumenti” – Jan Oberg

  • Nuova NATO umanitaria

Con il deperimento letale dell’ONU e il sistematico indebolimento della sua autorità con una sostitutiva NATO per i suoi membri dai tempi della Jugoslavia, se non prima, dovrebbe essere ovvio a chiunque si guardi attorno che l’ONU non è in grado di riparare il mondo dopo le guerre o risolvere tutti i problemi socio-economici causati dal sistema capitalista globale. Particolarmente non quando il sistema bellico ottiene circa 1.700 [milioni>>] miliardi di dollari USA [annui!] a livello mondiale rispetto ai 50 miliardi scarsi del bilancio ONU.

Si tolgano dunque tutte le armi alla NATO, la obsoleta, e se ne usi l’organizzazione, i dirigenti, il potenziale di comunicazione e trasporto nonché le ampie competenze professionali, per qualcosa di costruttivo.  E la si integri nell’ONU, meglio ancora se un’ONU rapidamente riformata.

Il mondo avrebbe allora un’agenzia globale che potrebbe intervenire in situazioni di crisi umanitaria salvando gente, rendendo rapidamente disponibili tende e materiale di soccorso, costruire campi profughi o altre zone sicure equipaggiandole di tutto il necessario per il tempo che ci vuole  – tutto ovviamente in cooperazione con organizzazioni umanitarie globali della società civile.

E’ fattibile se ci sono la visione, la cooperazione e la volontà politica.

E che ci sarebbe di più bello per la NATO che diventare l’ente guida ONU per il soccorso umanitario, per far del bene? Credo che si chiedesse ai dipendenti NATO: Vorresti passare la tua vita qui a preparare combattimenti e uccisioni o piuttosto lavorando ogni giorno a salvare vite per il mondo? – si debba supporre che la gran maggioranza sceglierebbe la seconda opzione.

Meglio impariamo a gestire i conflitti, meno violenza ci serve. Solo gli ignari delle dinamiche conflittuali usano la violenza all’inizio.

– Nuova Euro-NATO regionale per la pace e la sicurezza

Il che sorprendentemente significa diventare quel che s’intendeva all’origine ed è scolpito nel suo Trattato Nord-Atlantico costitutivo dell’aprile 1949, di cui cito volentieri ampi estratti (corsivo mio):

Il Preambolo:

“Le parti contraenti questo Trattato riaffermano la loro fede negli scopi e principi dello Statuto delle Nazioni Unitee il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e tutti i governi.

Esse sono determinate a salvaguardare la libertà, il patrimonio commune e la civiltà dei loro popoli, fondati sui principi della democrazia, della libertàindividuale e della signoria della legge.”

Articolo 1:

“Le Parti s’impegnano, come disposto nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre qualunque disputa internazionale in cui possano essere coinvolti con mezzi pacificiin maniera tale che la pacee la sicurezzae la giustiziainternazionali non ne siano compromesse, e altresì a trattenersi nei propri rapporti internazionali dalla minaccia o dall’uso della forzain qualunque maniera incongrua con gli scopi delle Nazioni Unite.”

Articolo 5:

“Le Parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o NordAmericasarà considerate un attacco contro tutte loro e conseguentemente concordano che, qualora avvenga un tale attacco, ciascuna di esse, esercitando il diritto di autodifesaindividuale o collettiva riconosciuto dall’Articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite…”

Lo Statuto dell’ONU riguarda la nonviolenza e l’abolizione della guerra. Riguarda l’uso di mezzi pacifici per conseguire la pace, e l’unico uso – organizzato dall’ONU – di mezzi militari, dettagliato nel Capitolo 7 – se e quando siano stati esperiti e trovati vani tutti i mezzi civili.

“Abbiamo incontrato il NEMICO e siamo NOI”

(il famoso poster di Walt Kelly per la prima Giornata della Terra, 22 aprile 1970)

Vale magnificamente per il militarism, che non può mai produrre pace

Solo autodifesa, armi e posture difensive

Si pensi se la NATO aderisse a tali principi nelle proprie politiche quotidiane. Oggi fa l’esatto contrario, confezionandolo in una retorica stucchevolmente prevedibile e con I tre mantra per spiegare e legittimare qualunque cosa faccia: sicurezza, stabilità e pace – nessuna delle quali è mai emersa fin dalla fine della Prima Guerra Fredda.

Una nuova NATO che risalirebbe alle stipulazioni originarie del proprio Trattato e modulasse su di esse le proprie politiche, sarebbe molto accettabile al mondo, non considerata come minaccia a chicchessia. Sarebbe interamente difensiva e intrprenderebbe un’azione solo se uno dei suoi membri fosse prima attaccato. Quella è una postura essenzialmente difensivae in piena armonia con i principi morali e il diritto internazionale. E con un pensiero kantiano sulla pace mondiale: Fa’ solo ciò che può essere elevato a principio generale condiviso da tutti gli altri appartenenti al sistema. Le posture difensive – l’autodifesa – possono essere assunte da ognuno senza sconvolgere il sistema. La “difesa” offensiva è un assurdo ed è semplicemente impossibile, conducendo sempre agli eterni armamento e militarismo. Ecco perché l’Articolo 51 dello Statuto ONU tratta di autodifesa.

Che cos’è difensivo? Armi con potenza di fuoco e gittata limitate. Offensivo, al contrario, implica lunga gittata e grande o illimitata Potenza di fuoco, o potenziali distruttivi. E quando  ci si può sentire sicuri? Quando la propria capacità di difesa è abbastanza forte da contenere la capacità offensiva dell’avversario.

La dottrina dell’odierno Militarismo Banale è che la “nostra” difesa comincia lontano  – gli USA si considerano minacciati e con necessità difensive ovunque al mondo – il che può solo essere percepito come minaccioso per chiunque non sia uno stretto alleato: filosofia che significa guerra senza fine…

Questo è quanto per la dimensione militare – e finché I cittadini credono all’utilità delle armi, la democrazia ci costringe ad accettarlo. Ma comunque non qualunque postura militare, bensì solo difensiva. Quindi quel che c’è da fare è: disarmo di tutte le armi offensive, comprese ovviamente le nucleari, e un ri-otrans-armoverso un nuovo pensiero, armi, dottrine e politiche esclusivamente difensive.

Le gare per gli armamenti allora si fermerebbero, e con esse il militarismo, le minacce a chiunque altro di distruzione sul suo territorio. La paura diminuirebbe. E ovviamente l’imperialismo, l’interventismo e il guerreggiare su territorio altrui sarebbero cose del passato.

Che è un piccolo prezzo da pagarsi da pochi per arrivare a quel mondo tanto più civilizzato!

Il far violenza verrà presto considerate inaccettabile alla civiltà – tanto quanto oggi ci poniamo verso il cannibalismo, la monarchia assoluta, la schiavitù, il lavoro infantile, la  pedofilia, lo stupro e #MeToo.

Difesa multi-dimensionale – difesa civile e nonviolenza

Ovviamente I mezzi militari non sarebbero bastanti in questo nuovo sistema europeo. Ci vorrebbe anche una protezione civile, poter fidarsi di sé stessi in una crisi e rafforzare, in tempo di pace la propria capacità di sopravvivenza con autonomia merceologica. Ciò si potrebbe chiamare difesacivile, dispiegata in varie dimensioni. Cui aggiungere una resistenzanon-violenta,che dev’essere separata dal dispositivo difensivo militare nel tempo e nello spazio – per esempio, essere ben preparati per l’eventualità che il proprio pese sia occupato nonostante la propria robusta difesa. Si pensi a roba come la disobbedienza civile, la ridicolizzazione dell’occupante, il negargli legittimità, manifestazioni, petizioni, sabotaggio pacifico di cose – ma naturalmente senza uccisioni. Se ne può dire molto di più, ma per questo scopo basta.

Usare armi/violenza per trattare i conflitti è non-intelligente, controproducente.

Gestione intelligente dei conflitti

Quand’è stata l’ultima volta che hai risolto un conflitto nella tua vita e ti sei fatto amici schiaffeggiandoli/e o umiliandoli/e? Beh, quella sorta di comportamento nel mondo d’oggi si chiama “abilità politica”.

Una cosa è avere un conflitto – cosa comune – che comunque può essere cosa buona. Ma dal momento in cui si usi violenza, gli si aggiunge una dimensione – umiliante, desiderio di vendetta, odio, atteggiamento di mai più fiducia – e queste cose rendono invariabilmente molto più difficile risolvere il conflitto originario.

Quindi governi e nazioni avvertiti riguardo ai conflitti usano dapprima la non-violenza – “Rendiamo di nuovo grande la nonviolenza!” – e la violenza solo come assolutamente ultimo ricorso e solo con un mandato dell’ONU o altre strutture internazionali-regionali che emergano nel mondo futuro.

Sette pericoli alla virtù umana:             M.K.Gandhi

1. Ricchezza senza lavoro 2. Picaere senza coscienza 3. Conoscenza senza carattere   4. Affari senza etica  5. Scienza senza umanità   6. Religione senza sacrificio   7. Politica senza princìpi

E perché no?   Pensiamo a due strade percorribili: La via violentaè con gente che cammina e passa in auto indossando armi da fuoco e con postazioni di mitragliatrice sui tetti. Per la via pacifica cammina gente disarmata, ma addestrata in ju-jitsu. Non ci sono armi , minacce, paure, e se c’è una lite, c’è comunque un servizio di guardia del quartiere e mediatori di pronto intervento lì vicino.   Quale sarebbe più gradevole e sicura per voi? E perché mai continuiamo allora a costruire dapertutto vie violente?

Dunque, ciò di cui parliamo qui è un nuovo sistema europeo reso sicuro in molti modi densi e stratificati, ivi compreso l’uso dei lati buoni di una nuova NATO, in grado di coltivare un’altra difesa – costruita su elementi come l’avvertimentoprecoce di conflitto, lagestione intelligente del conflitto, lintervento nonviolento precoce nella crisi,la mediazione, le consultazioni, le clausole dibuoni uffici, i peacekeeping, -making- e -buildingnello spirito dello Statuto dell’ONU e dello stesso Trattato della NATO. E quant’altro sia necessario per conseguire soluzioni negoziate ai conflitti e ad altri problemi.

Una tale nuova Euro-NATO – qualcosa di simile alla Casa Europeadi Gorbachev che si coordini / integri anche con l’OSCE e l’UE sarebbe un partnerattraente per il mondo, il MedioOriente in particolare. Infine, dopo più di 100 anni di interventi ‘moderni’ per la ‘missione civilizzatrice’, la stessa Europa/NATO si sarebbe civilizzata.

Invece d’una conclusione

Perché i conducenti di auto devono avere una patente di guida e conoscere le regole del traffico? Per spostarsi da A a B nel modo più sicuro per sé, ridurre la violenza sulla gente e le cose [attorno] e perché è una soluzione win-win, in cui tutti vincono/beneficiano. Sarebbe bene se chi gestisce la violenza ne mondo d’oggi dovesse avere una sorta di patente e sapere qualcosa [di specifico] prima di  premere il grilletto su altri paesi e la loro gente.

La pace si può imparare! Se si vuole.

Meglio impariamo a gestire I conflitti, meno violenza ci servirà. Solo gli analfabeti di conflittualitàusano subito la violenza – non per carente o perversa intelligenzat (salvo certi casi…) ma perché I mezzi civili e intelligenti non fan parte del discorso e non hanno budget. Gli armamenti hanno bilanci enormi e sono pronti all’uso. Il MIMAC cerca di mantenere questa situazione, essendo la violenza il proprio sostanziale interesse.

Dobbiamo pensare in modo differente per sopravvivere. La gran parte delle guerre e altra violenza sparirebbero il giorno in cui si cominciasse ad educarsi all’uso di tutti gli altri strumenti [di definizione delle contese].  Come fare difesa, sicurezza e pace molto meglio che finora dovrebbe essere il punto focale al 70ennio della NATO il prossimo anno. Già solo tornando alle parole e allo spirito del proprio Trattato istitutivo, rottamando ciò che si è e si fa oggigiorno, e osando pensare che mondo meraviglioso sarebbe quando si passi a Via della Pace da Via della Violenza..

Sig. Stoltenberg, tocca a lei adesso fare la storia. Dato che s’intende che la NATO difenda la democrazia e la libertà, ha la libertà di dire qualcosa di libero e creativo alla sua prossima conferenza stampa, togliendosi l’uniforme mentale e diventando una figura guida nella storia della pace. Oppure si dimetta con onore.

Il resto [dei coinvolti?] discuterà e userà tutti i mezzi nonviolenti a disposizione per liberare il mondo dal militarismo e[perseguire] le attuali alternative– argomento questo tuttora debole per gli attivisti della pace, cui non possono bastare i “No a…”, gli “Abbasso …” e le caricature rabbiose. L’unico armamento di cui il mondo ha bisogno èintellettuale ed etico.

Ricordiamoci il sorriso allusive di Gandhi quando diceva che la civiltà occidentale sarebbe una buona idea …

E' Nato in crisi

pubblicato 2 ago 2018, 08:55 da Cultura della Pace

La crisi NATO e il conflitto transatlantico (Part 1)

Sul sito www.serenoregis.org un'analisi della situazione della Nato di Jan Oberg, ricercatore di mezzi di pace

Jan Oberg & TFF

Quando crollò il muro di Berlino e l’Unione Sovietica si dissolse e il Patto di Varsavia sparì, alcuni di noi sostennero che la risposta appropriata sarebbe stata chiudere la NATO e sviluppare un sistema di pace e una politica di gestione dei conflitti pan-europei per sostituire la dottrina di sicurezza a predominanza militare che aveva dominato durante la prima Guerra Fredda.
Io avevo una ragione particolare per sostenerlo a quel tempo. Quale parte della ricerca fatta per la mia laurea (1981) sulla difesa e la politica di sicurezza della Danimarca in una prospettiva globale, avevo intervistato un piccolo numero di appartenenti al personale civile e militare di medio livello al quartier generale NATO a Bruxelles. Mi avevano sostanzialmente detto tutti le stesse tre cose – ricordiamoci che si era verso la fine degli anni 1970, ossia circa 10 anni prima che la guerra fredda finisse:

 • I miei genitori appartengono a una generazione che sa che cos’è la Guerra, noi siamo qui alla NATO per impedirne la ripetizione (obiettivo di prevenzione bellica – che non è lo stesso che la pace, ma lasciamo andare).
 • La NATO è per il mantenimento della pace, non per la guerra, e la cosa più importante è l’articolo 5 del nostro Trattato: se un membro viene attaccato, interverranno tutti in suo soccorso – “tutti per uno e uno per tutti” (il principio difensivo, il giuramento dei moschettieri).
 • La sola – unica – ragione per l’esistenza della NATO oggi è la presenza e la natura dell’’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia (ragion d’essere, argomento esistenziale – un po’ strano tuttavia, dato che il Patto di Varsavia fu istituito nel 1955, la NATO nel 1949 – ma che definiva il mondo in termini tali che la mia professione sembra estremamente importante benché nulla di nuovo per esseri umani).
I capi dell’Occidente – cioè almeno finché nel 1994 non assunse il potere uno dei peggiori, Bill Clinton – mostrarono capacità governativa e dissero a Gorbachev che non avrebbero espanso la NATO di un centimetro e che la Germania divisa sarebbe stata neutrale se unificata. Tuttavia in questi circoli non si parlò di chiudere la NATO – nessuno che abbia preso Gorbachev per intellettualmente sano e sul serio la sua idea visionaria di una nuova Casa Europea. No, avevano pur vinto la guerra fredda; l’URSS aveva perso e divenne militarmente un nano rispetto a quel che era stata. Che peraltro non era poi così forte: le spese militari del Patto di Varsavia variavano fra 60 e 80% di quelle NATO e il Patto era decisamente inferiore in termini di qualità tecnologica, capacità innovativa e disciplina – ma più forte per quantità, ad esempio in numero di carrarmati.
La 2^ Guerra Fredda
Noi siamo nella 2^ Guerra fredda, ovviamente non una replica causa tutte le differenze fra il mondo d’allora e l’odierno. Dieci paesi ex-membri del Patto di Varsavia sono ora membri a pieno titolo della NATO, stai allora neutrali come la Svezia e l’Austria hanno abolito quella – saggia – polictica. E, si badi, le spese military della Russia – un paese di fronte ai 29 della NATO – solo l’8% di quelle NATO – sì, avete inteso bene: l’8% rispetto alla NATO, alla faccia di tutta la propaganda su quanto la Russia e Putin rappresentino una minaccia esistenziale per l’Europa e gli USA, se non il mondo intero. Chi ha detto che la disinformazione era usata solo dalla Russia?  L’amministrazione Clinton decise di non curarsi minimamente delle promesse fatte e iniziò l’espansione della NATO nel 1994, con il nuovo intervenzionismo (umanitario!!) in Jugoslavia – priva di nozioni sulle sue comlessità, di buon senso e senza un mandato del Consiglio di Sicurezza ONU, e con una violazione dopo l’altra al diritto internazionale, fra cui il bombardamento della Serbia, per cavarne uno stato fallito-per-sempre, lo stato del Kossovo – secondo stato albanese d’Europa. Oh Crimea, che crimine in confronto!
E poi s’aggiunsero uno dopo l’altro i nuovi membri NATO, giusto sotto le gonne della Russia, in totale spregio della sua psicologia storica e delle sue legittime percezioni di sicurezza dell’ambiente estero immediato.
La saggezza di confini più tenui, di neutralità, di dialogo e accrescimento di fiducia – come la Finlandia che diede inizio all’OSCE, come la Svezia con Palme che diede inizio alla sicurezza comune, e la Germania con Brandt che diede inizio al rapproachment e alla Ostpolitik, etc – tutta sparita oggi. S’immagini un’alleanza a guida russa con 12 volte più presenza militare che gli USA e che renda nuovi membri Messico e Canada. Certo a Washington piacerebbe molto.
Fatti, analisi, comprensione intellettiva sono finite da tempo fuori dalla finestra nei media mainstream e nella politica occidentali, da destra a sinistra – quest’ultima credendo nell’intervento umanitario e che i diritti umani comportino l’utilizzo degli F-16.
Viviamo in tempi pericolosi perché I fatti, la conoscenza, la scienza e il buon senso non abbiano virtualmente più alcun ruolo. E perché il discorso sulla pace è sparito da decenni.
Oggi i gestori della politica securitaria occidentale sono anti-intellettuali, apparentemente ignari delle proprie responsabilità morali e soggetti a molto meno controllo che quando Dwight D. Eisenhower ammonì nel suo discorso di commiato del 1961 il mondo e gli stessi USA a proposito del Complesso Militar-Industriale [CMI]. (Sia benedetto lui per averlo fatto e maledetti quelli che non hanno mai ascoltato rendendolo un cancro della civiltà occidentale). Il 99% di questi dirigenti della sicurezza non sarebbero in grado di offrire una definizione intellettualmente decente di concetti come deterrenza, difensiva/offensiva, risoluzione dei conflitti, o pace. Non scrivono libri, ma almeno qualcuno di essi ha vicino un pulsante con cui può uccidere milioni di persone. Oggi siamo di fronte a un cancro militarista occidentale in cui le politiche sono gestite non dal CMI bensì dal Complesso Militar-Industriale-Mediatico-Accademico (MIMAC), che è di fatto sottratto a qualunque controllo democratico.
Si inventano e commercializzano nemici uno dopo l’altro, e le nuove Armi di Distruzione di Massa [ADM] consistono nel marketing di aziende, accademie militari, militari in istituti civili, mega-aziende militari che influenzano/dirigono narrazioni mediatiche, la censura sociale mediatica (Facebook e Google), etc. (Syria since 2011).
Che è grosso modo ciò che spiega tutte le guerre, nel Medio Oriente in particolare, tutti I millioni di morti e feriti, tutto l’odio, il terrorismo (che grazie alla imbecille Guerra Globale al Terrorismo USA dal 11 settembre 2001 ha moltiplicato il numero di morti e feriti in atti di terrorismo politico da circa 1.100 a 32.000).
La proporzionalità inversa fra capacità intellettuale e militare è per sé stessa la massima minaccia alla sopravvivenza dell’umanità. E così l’assenza – o il deprecabilmente inadeguato potere – di un vibrante dialogo pubblico su la pace, le azioni di pace sociale e le politiche di pace. Nessun governo ha consiglieri di pace, nessun governo manco pensa di equiparare l’investimento in ricerca militare con la ricerca per la pace e nessun governo ha una politica o un ministro per la pace. E neppure sanno che cose del genere potrebbero essere una buona idea.
Il discorso, come ho detto, è inesistente. Il militarismo – il Juggernaut [carro da guerra hindu ciecamente e inarrestabilmente devastante, ndt] – non ha freni. E così ci troviamo nella Seconda Guerra Fredda, che gente più perspicace e responsabile avrebbe evitato.
You can read about it all in details in these ten articles from TFF in 2016.
Indicatori della crisi NATO
Si parla proprio troppo di Trump, la person(alit)à. E proprio troppo poco del Sistema che lo ha portato in scena e lo gestisce in larga misura – quanta è possibile a chiunque nel gestire Trump. Si ricordi, Kennedy fu ucciso qualche tempo dopo un discorso rivoluzionario a proposito di nuovo ordine pacifico mondiale.
Quando si arrivi a parlare di MIMAC come si parla di Trump e della sua vita sessuale o dei suoi tweet, potrebbe esserci qualche speranza – ma non ce lo si aspetti nei media e in una cultuea occidentale cristiana osessionata dagli individui e dalla moralità individuale che sa a malapena sillabare la parola struttura. MIMAC è una struttura e non esattamente benigna – ma se n’è mai sentito parlare nella stampa mainstream?
 1 Dal 1989 l’Occidente – non la Russia – ha distrutto l’importanza del diritto internazionale; iniziò in Jugoslavia – probabimente l’avvenimento più ricco di conseguenze per quel paese, per la regione, l’Europa e il mondo.
 2 Abbiamo un Medio Oriente distrutto in modo irreparabile – fisicamente, economicamente (per es., le sanzioni), culturalmente e per fomentare il terrorismo.
 3 Abbiamo un unilateralismo USA, US First, politica confusionaria che considera, coerentemente, il mondo lì fuori come nemico, in un modo o nell’altro – alleati NATO, Russia, Cina, dirigenti mediorientali, Nord-Corea – e il cui principale contributo al resto del mondo è: minacce, guerre commerciali, sanzioni, parolacce, commercio d’armi ad alleati autoritari come l’Arabia Saudita – non proprio una democrazia ma ora al terzo posto per spesa militare, maggiore della Russia.
 4 Abbiamo una Turchia, seconda potenza NATO, sostanzialmente secessionista, che ha contribuito pesantemente alla distruzione della Siria, che alberga bombe nucleari USA sul suo territorio, che sta diventando sempre più autoritaria (a fatica compatibile con la difesa NATO della democrazia) e fa accordi su accordi con l’arcinemica Russia. In alter parole, un problema molto serio per la NATO.
 5 Abbiamo una NATO che ha fatto nulla con il suo apparentemente condizionato segretario generale Stoltenberg – un tempo un rispettatissimo parlamentare norvegese d’ambiente famigliare umanista – che parla come un pupazzo ventriloquo USA di come tutte le iniziative espansive, di confronto provocatorio vadano bene – tutte legittimate con gli stessi tre mantra: Sicurezza, Stabilità e Pace – nessuno dei quali si materializzerà mai con appunto quel genere di iniziative.
 6 Abbiamo adesso un’amministrazione Trump che cerca – da Dio sa quanto tempo negli ultimi 40-50 anni – di far passare l’argomento che “gli europei dovrebbero pagare di più”! La formula magica è “2% del PIL” – senza la minima analisi delle minacce o delle opportunità! Se un paese va bene in generale, l’alleanza avrà più potenziale militare? E vice-versa? Intellettualmente è assurdo, né più né meno. Non ha nulla a che fare con la sicurezza e la pace.
Inoltre, chiunque ne sappia un po’ di queste faccende è del tutto conscio che gli USA stazionano in Europa per il proprio tornaconto, non per i begli occhi azzurri degli europei. L’Europa è sempre stata e resta la zona di difesa avanzata del territorio americano ed è in Europa che si combatterà la Guerra, non su territorio USA; perciò anche la Ballistic Missile Defence in Europa – cioè l’abbattimento di qualunque missile di rappresaglia la Russia dovesse lanciare in risposta a un attacco USA a sé – e abbatterlo sopra l’Europa.
Ogni schieramento avanzato, ogni nuovo membro NATO è oggi molto meno sicuro di prima. Perché? Perché quando si entra in un’alleanza indurendo i confini non c’è modo d’evitare che I preparative difensivi russi per l’eventualità di un attacco a sé miri a ciascuno di tali paesi: semplice logica militare – che qualunque generale NATO adotterebbe se fosse nella programmazione militare eussa.
7 Abbiamo una NATO che – venendo privata della ragion d’essere con la fine della prima Guerra Fredda – tenta di reinventarsi. Si legga qui il suo Trattato che afferma di aderire alla Carta ONU e risolvere un conflitto con mezzi pacifici, sostenere la democrazia e la libertà e [l’ordine] internazionale… La NATO è oggi un’organizzazione criminale nel senso che vìola coerentemente qualunque cosa essa sia stata fondata per promuovere, compresi I propri bei principi!
 8 Dagli anni 1990 gli stati membri NATO hanno violato il diritto internazionale e il proprio Statuto che ne asserisce la pertinenza all’Europa e al Nord-America. Allora che ci fa la NATO con un ufficio in Kuwait, con impegni ben fuori dei propri territory associate, con una cooperazione formalizzata con gli stati del Golfo e un ambasciatore danese lì come intermediario?
 9 Infine, e come cosa principale, i membri NATO hanno investito trilioni di dollari nell’aumentare la propria sicurezza. Come mai adesso siamo in una nuova guerra freddar? Come mai tutti parlano della necessità di invetimenti ancora maggiori in questo tipo di sicurezza, quella militare? Come mai un’alleanza così ben dotata può sentirsi minacciata – e mancare di una autentica politica di costruzione di fiducia e cooperativa con il suo vecchio nemico, la Russia? Come mai la Guerra al Terrorismo dei membri NATO ha solo prodotto molto altro terror(ismo)? Come mai la democrazia e la libertà che la NATO deve proteggere sembrano essere in crisi anch’esse? Perché tutte queste guerre, questi paesi distrutti, questo problema dei profughi, invece di pace con mezzi pacifici e un mondo ben più pacifico?
C’è qualcosa di sbagliato. Molto molto sbagliato. Nella NATO.
La NATO è quella che i suoi membri rendono: La si cambi o la si dissolva
Adesso potreste pensare che confonda la “NATO, l’alleanza” con i “membri NATO” di cui sopra. Vero! Arriva un momento in cui un Club che una volta aveva nobili propositi si sfaldi a causa del comportamento senza scrupoli, immorale e in violazione della costituzione dei suoi membri. Il centro semplicemente non tiene. Arriva un tempo in cui non si può più sanamente sostenere una distinzione foglia di fico fra l’organizzazione e i suoi membri. Che si tratti di un ente compromesso, di corruzione, di smoralizzazione o decadenza; si pensi per analogia all’Accedemia svedese.
La NATO diventerà 70enne l’anno prossimo. L’età non è in sé un argomento pro o contro qualcosa. L’ONU è ancor più vechia e il suo Statuto è tuttora la cosa più importante che abbiano firmato I governi.   Ma i membri NATO, guidati dagli USA, hanno minato l’organizzazione e tutti i nobili principi che propugnava un tempo. (Anche coll’avere arminucleari, non citate nel Trttato ma contrarie a ogni concetto di pace con mezzi pacifici). In particolare, dalla fine della Prima Gurra Fredda, il proprio contributo netto al mondo è diventato negativo, distruttivo. La NATO oggi sta per North Atlantic Treaty Obsolescence.
In conclusione, crepi la NATO come la conosciamo! Usiamo l’anniversario per discutere come possa sopravvivere in  forma completamente nuova evitando il fato del suo amato nemico, il Patto di varsavia – senza il quale avrebbe dovuto essere radicalmente riformata o chiusa cica 30 anni fa.
Jan Oberg | The Transnational – TRANSCEND Media Service
Titolo originale: NATO’s Crisis and the Transatlantic Conflict (Part 1)
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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