New


Un lavoro nonviolento

pubblicato 24 giu 2017, 01:07 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 24 giu 2017, 01:12 ]

Partecipazione e riflessione per la consegna della Borsa di Studio "Angiolino Acquisti"
Una grande giornata per Sansepolcro: aperta la sede ACLI intitolata ad Adriano Olivetti e consegnata la borsa di studio alla Dott. ssa Roberta Covelli, alla presenza della Vicepresidente della Fondazione Adriano Olivetti, Desire Olivetti

Roberta Covelli
foto ROBERTA COVELLI

E' stata una giornata che ha arricchito Sansepolcro quella del 23 Giugno 2017: alle 19 è stata inaugurato il nuovo circolo ACLI di Sansepolcro, intitolato al grande industriale Adriano Olivetti. Alla presenza dei vertici delle ACLI provinciali di Arezzo, Stefano Mannelli e Mauro Giovacchini e anche del predecessore Enrico Fiori è stata inaugurata la sede ACLI che sarà presenza culturale per Sansepolcro, dove il confronto e lo studio del mondo del lavoro e non solo, apporterà sicuramente nuova linfa alla città biturgense. Ad inaugurarla Desire Olivetti, Vicepresidente della Fondazione Adriano Olivetti che ha onorato la cerimonia portando il saluto della fondazione e la testimonianza di quanto realizzato da Adriano Olivetti.

Alle 21 poi c'è stata la consegna della Borsa di Studio "Angiolino Acquisti" alla Dott. ssa Roberta Covelli, laureatasi all'Università di Milano, facoltà di Giurisprudenza con la tesi dal titolo "Il Diritto al Lavoro: l'attualità di pensiero e azione di Danilo Dolci". Covelli ha vinto con la seguente motivazione: "per aver saputo esaminare e dimostrare l'attualità della pratica e del pensiero di Danilo Dolci riguardo la questione del lavoro e delle sue implicazioni nella società, sottolineando il diritto al lavoro di ogni cittadino. La nonviolenza appare strumento utile e imprescindibile nell'affermazione di tale diritto e nell'inclusione all'interno del processo democratico della persona umana che si trova ad essere fautrice del lavoro e della sua dignità. L'attualizzazione della lotta nonviolenta di Danilo Dolci offre lo spunto per una riaffermazione della capacità di ogni uomo di essere protagonista del processo lavorativo all'interno dell'azienda e della società, operando, così facendo, una realizzazione umana e sociale con riverberi nell'intero tessuto sociale dove opera l'azienda.” 
A nome dell'Associazione Culturale "Angiolino Acquisti" la Prof. ssa Francesca Giovagnoli ha consegnato la borsa di studio di € 1000 alla neo dottoressa, ricordando come il nonno Angiolino la invitasse a rendersi partecipe della propria comunità entrando in relazione con gli altri abbandonando ogni velleità di competizione inutile o dannosa. Un invito che è valido ancora oggi per ogni nostra attività. Ha aperto la cerimonia l'Assessore alla Cultura, Prof. Gabriele Marconcini che ha portato il saluto dell'amministrazione comunale che insieme alla'Associazione "Angiolino Acquisti" consegna la borsa di studio. Tutte le tesi pervenute per la borsa di studio, verranno stampate e arricchiranno la sezione "Cultura della Pace" della Biblioteca Comunale, creando così un luogo di studio e approfondimento riguardo la nonviolenza.

La Dott. ssa Covelli ha riassunto in modo magistrale il proprio lavoro di tesi, ricordando come lo sciopero alla rovescia di Danilo Dolci, che realizzò una strada a Partinico con braccianti e disoccupati il 2 febbraio 1956, lo portò a processo per occupazione di suolo pubblico, difeso poi, dal padre costituente Piero Calamandrei. Di fatto in quel processo era sotto attacco l'art. 4 della Costituzione italiana (il diritto al lavoro), ma anche la dignità di ogni persona e di ogni lavoratore. L'Assemblea Costituente ha ricordato Covelli, è stata la parte nonviolenta più significativa della nostra storia recente, un'assemblea che ha cercato nel compromesso e non nella compromissione la sintesi che facesse emergere ogni sensibilità. La Costituzione Italiana ci ricorda infatti nei propri articoli "il diritto di avere diritti e il diritto di avere doveri" utili alla realizzazione e alla formazione della comunità nella quale siamo inseriti. Utilizzare la nonviolenza per ottenere diritti sociali e non solo diritti di libertà è stata la grande originalità di Danilo Dolci.

Desire Olivetti, testimonial della borsa di studio di quest'anno ha ricordato i punti salienti dell'impegno di Adriano Olivetti: la centralità dell'uomo, il consegnare al lavoratore l'impegno e il diritto di portare idee per l'azienda nella quale opera, un fare insieme le cose per stare bene. Una semplicità spiazzante che rendeva orgogliosi di far parte di una comunità, al di là della pur grandi scoperte tecnologiche che il gruppo Olivetti realizzò in quegli anni. L'obiettivo era infatti quello di allargare le "mappe concettuali" di chi lavorava, in qualunque mansione fosse impegnato. Adriano Olivetti cercò di fatto di condividere ciò che aveva avuto, perché diceva, chi lavora è il medesimo figlio della medesima comunità nella quale tutti viviamo. Allora la comunità e la bellezza che ne deriva, da qui la ricerca nella costruzione di fabbriche e aziende che nulla privassero del bello esistente, va oggi cercata e nuovamente realizzata, se vogliamo attualizzare il pensiero di Adriano Olivetti. Olivetti ha creato un modello di riferimento, modello che si faceva carico delle persone, dei lavoratori che sentivano e avevano la responsabilità di impresa. E' questo che differenzia un imprenditore da uno speculatore, come ha ricordato a Genova, Papa Francesco, la capacità di avere a cuore le sorti di chi lavora. Quando Camillo Olivetti lasciò la fabbrica ad Adriano gli disse: "Fanne quel che vuoi, ma non licenziare mai nessuno..." 
Cosa posso fare io per la mia comunità è la lezione che Olivetti ci ha lasciato e che noi dobbiamo portare avanti. Ce la possiamo fare.


Guerra a chi?

pubblicato 08 giu 2017, 10:47 da Cultura della Pace

Terrore a Teheran. Perché l’Iran è sotto attacco

Terrore a Teheran, attacco al Parlamento e al mausoleo Khomeini: almeno 12 morti. Isis rivendica.

Nel sito www.perlapace.it un articolo di Alberto Negri sulla situazione in Iran


mappa


La rivendicazione dell’Isis degli attentati a Teheran è quasi un marchio di fabbrica, una sorta di sanguinoso sigillo a decenni di politica estera dell’Iran e di contrapposizione tra la repubblica islamica e un universo sunnita che ha sempre mal sopportato l’esistenza di una “Mezzaluna sciita”.

L’Iran viene colpito perché è lo stato del Medio Oriente che da più tempo e con maggiore efficacia combatte contro il jihadismo sunnita: lo fa in Iraq con i Pasdaran del generale Soleimani, a fianco del governo maggioranza sciita di Bagdad, lo fa in Siria sostenendo il regime alauita di Bashar Assad e appoggiando in Libano gli Hezbollah, da sempre in lotta con i gruppi radicali sunniti.
L’Iran è anche un Paese dai confini porosi e vulnerabili: a Est fronteggia l’Afghanistan, dove i Talebani sono sempre stati nemici della repubblica islamica e in Balucistan, dove è attivo il gruppo terrorista sunnita dei Jandullah, i “soldati di Dio”, che negli ultimi anni ha portato numerosi attacchi terroristici nella regione.
Inoltre le cellule dell’Isis potrebbero contare su una consistente minoranza araba nel Golfo.
A Occidente ci sono le frontiere con la Turchia, il Kurdistan e l’Iraq, dove Teheran combatte contro i movimenti radicali sunniti dal Califfato e i gruppi affiliati ad Al Qaida.
Ma l’Iran è anche il Paese da sempre nel mirino degli Stati del Golfo e dell’Arabia Saudita che non hanno esitato prima a finanziare la guerra di Saddam Hussein negli anni Ottanta contro la repubblica islamica e poi i gruppi jihadisti per abbattere con una guerra per procura il regime di Assad in Siria.

L’Iran in questa regione ha spesso sfruttato gli errori di calcolo degli altri giocatori, in particolare degli Stati Uniti: sono stati gli americani a far fuori i talebani a Kabul nel 2001 e poi Saddam nel 2003.

C’è ovviamente da chiedersi come mai l’Occidente si sia sempre schierato contro Teheran e mai contro le monarchie del Golfo, alleati spesso ambigui e inaffidabili.
La colpa maggiore dell’Iran è quella di costituire con l’appoggio a Hezbollah in Libano una minaccia diretta alla supremazia di Israele, storico alleato di Washington, che non è riuscito a venire a capo della loro resistenza sciita neppure con la guerra del 2006. Le monarchie del Golfo poi vengono preferite a Teheran perché gli Stati Uniti sono legati a Riad da un patto di ferro: inoltre le petro-monarchie sono clienti e investitori di primo piano negli Usa e nei principali Paesi europei, dalla Gran Bretagna alla Francia.

Tutte le maggiori basi americane in Medio Oriente sono sul Golfo, dal Bahrein, dove è di stanza la quinta flotta, al Qatar, al Kuwait.
In poche parole l’Occidente ha fatto una scelta in base ai suoi interessi economici e finanziari: stare dalla parte degli arabi e dei sunniti a scapito dei persiani iraniani e degli arabi sciiti, che sono un minoranza del 15% nel mondo musulmano.
Una contrapposizione evidenziata da un’accesa competizione tra l’ideologia religiosa wahabita dei Saud, una monarchia assoluta e retrograda, e lo sciismo iraniano che con la repubblica islamica, uscita dalla rivoluzione di Khomeini del 1979, ha comunque consolidato un sistema elettorale di cui l’ultimo esempio sono state le elezioni presidenziali del 19 maggio dove ha prevalso per un secondo mandato Hassan Rohani.
Questo sbilanciamento a favore del mondo sunnita, che si trascina enormi contraddizioni, è stato in parte contemperato dalla politica di “doppio contenimento” attuata dagli Stati Uniti per riequilibrare i rapporti di forza e che si è concretizzata nel 2015 nell’accordo sul nucleare.
Ma le sanzioni all’Iran sono state tolte soltanto in parte: permangono quelle creditizie e finanziarie americane che di fatto impediscono anche agli altri Paesi occidentali come l’Italia la firma di grandi contratti con l’Iran.
Ma c’è anche dell’altro. La guerra in Siria non si risolverà facilmente: l’Iran con l’intervento della Russia è riuscita a mantenere Assad in sella ma gli Usa, la Gran Bretagna e la Giordania stanno tentando di tagliare il corridoio iraniano di rifornimento a Damasco e agli Hezbollah, questo è l’altro vero conflitto in corso oltre a quello contro l’Isis a Raqqa e Mosul.
Cambieranno le cose? Trump ha abbracciato la visione saudita, appoggiata da Israele, di equiparare la lotta al Califfato a quella contro l’influenza iraniana nella regione. Vedremo adesso, dopo gli attentati di Teheran, le reazioni occidentali: ma è assai difficile uscire da contraddizioni che durano da decenni.

Fonte: www.ilsole24ore.it

Il settimanale del Prof. Johan Galtung

pubblicato 08 giu 2017, 10:37 da Cultura della Pace

Intanto, in giro per il mondo 

Nel suo settimanale il Prof. Galtung analizza la situazione mondiale

Stanno accadendo un bel po’ di cose. Come in Trump’s First Hundred Days of War Crimes” (I primi cento giorni dei crimini di guerra di TrumpCounterPunch 19 Maggio 2017), dove si racconta di Trump che viola le norme internazionali come se non esistessero, che uccide in Yemen-Pakistan-Somalia con droni-bombardamenti-assalti, nonostante non fosse coinvolto in un conflitto armato né attaccato da nessuno di quei paesi. Quindi, nessun diritto di auto-difesa. Pura aggressione.

Oppure Trump’s speech to Muslim leaders in Riyadh (Il discorso di Trump ai capi musulmani aRiyadh, Robert Fisk, The Independent 21 Maggio 2017), Sunnismo (il bene)– Sciismo (il male), dove addossa all’Iran la colpa del terrorismo, ignaro di come lo Stato Islamico sia soprattutto Sunnita e l’Iraq, presumibilmente protetto dagli USA, soprattutto Sciita. Ciance dalla bolla di Trump.

I Sauditi gongolano. Due stati odiosi fanno affari – uno che ammazza la propria gente, uno che ammazza ovunque; uno ricco, uno povero –. Quello ricco ha comprato ciò che quello povero possiede in eccesso, “stupende” (Trump) armi, e ha investito nelle infrastrutture del povero; essendo il povero in vendita.

Filosofia occidentale. Hobbes (Leviathan 1651) era favorevole a “unire la moltitudine sotto una sola persona”, il Re sovrano. “Hitler fulfilled Hobbes’ ideal” (Hitler ha attuato il modello di Hobbes, Library of Social Science, 1 Maggio 2017): “Voi siete carne della mia carne, sangue del mio sangue. Voi tutti siete uno e appartenete a me”. Estremo, certo, ma tanto occidentale quanto la violenza.

Guerra = genocidio. Like sheep to slaughter” (Simili a pecore da macellare, fonte di cui sopra, 25 Aprile 2017) paragona i soldati tedeschi nella prima guerra mondiale “che vanno al fronte occidentale” agli Ebrei nella seconda guerra mondiale “che vanno ai campi di sterminio”. I soldati tedeschi chiamati alle armi hanno subito il 65% di caduti, quelli russi il 76, i francesi 73, gli austriaci 90. Perché? Per amore di qualcosa che è al di sopra della vita umana: rinunciare alla propria vita per la nazione, lo stato. Patologico. Stupido.

Civiltà occidentale. “Cortez in Messico” (Spaniapostem) usava i nemici degli Aztechi per combattere un impero e imporre il loro. Vicino al palazzo di Cortez a Cuernavaca esisteva “la prima chiesa in America, a fianco di un bordello dove le donne locali erano tenute quali schiave sessuali così che i soldati potessero ottenere il perdono sibito dopo le loro visite”. Pratico.

Manchester. 22 massacrati, terrorismo; innocenti, giovani. Terribile. Negli ultimi tre decenni gli USA-UK possono avere ucciso un milione di persone in Iraq, tra cui bambini del tutto innocenti. Il Regno Unito ritiene che questo possa accadere senza alcuna violenza in cambio? Naturalmente non sono così stupidi e usano giochi di parole, come se la violenza fosse iniziata a Manchester. Trump ha chiamato i terroristi “perdenti malvagi”. Malvagi, sì, come gli USA-UK. Perdenti? Stiamo a vedere.

Norvegia. Il più grave evento terroristico senza confronti accadde in Norvegia, 77 assassinati in un giorno da Breivik – ispirato dalle bombe a Oklahoma e UNA Bomber – molti dei quali non avevano più di 14 anni. La Norvegia si è molto impegnata per dare informazioni in forma ufficiosa. Breivik pensa di essere un crociato cristiano. Si fa riferimento a lui non come terrorista estremista religioso ma come caso psichiatrico. Come “lupo solitario”, nonostante sia stato in contatto telematico con gente del suo pari di ogni luogo (Spaniaposten 14 Aprile 2017).

Tokyo. Il primo ministro Abe prepara il testo preliminare di un nuovo Articolo 9 – a norma del quale la guerra e gli armamenti sono vietati al Giappone; non pacifista, ma punitivo per il Giappone – che non presenti contraddizioni con l’alleanza con gli USA: con una Forza per la Difesa Nazionale “in collaborazione con la comunità internazionale allo scopo di preservare la pace e la sicurezza”.

Comunità internazionale”, un nuovo nome per USA?

Corea del Nord. Bruce Cummings (The Nation 10 Apr 2017) sulla Corea del Nord: “15.000 centri segreti destinati alla sicurezza nazionale, il quarto più grande esercito al mondo, 10.000 pezzi di artiglieria a nord di Seul, unità mobili di missili che sono in grado di colpire tutte le basi militari statunitensi nella regione (ce ne sono centinaia), e armi nucleari”. Inoltre, non la Corea del Nord bensì l’amministrazione Bush ruppe il piano di accordi del 1994-2000 che Clinton aveva elaborato per bloccare la produzione di plutonio nordcoreano, acquistare tutti i suoi missili a medio e lungo raggio, e con il Gen. Jo Myong-Rok – più importante di Kim son e nipote – non assumere un “atteggiamento ostile”.

Si potrebbero facilmente soddisfare le richieste basilari di Pyongyang: un trattato di pace, la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Seul e gli USA, una penisola coreana nuclear-free sotto il controllo delle Nazioni Unite. Un pomeriggio di lavoro dedicato alla pace, USA?

Deir Yassin. Il 9 Aprile ricorre un evento traumatizzante per la Norvegia, l’invasione del 1940 da parte dei Tedeschi nazisti. E per la Palestina il profetico, emblematico massacro terrorista di Deir Yassin da parte degli Ebrei, uno degli “oltre 500 villaggi e cittadine che furono spopolate per trasformare una Palestina multi-culturale e multi-religiosa nello ‘stato ebraico di Israele’”. (Mazin Qumsieyh, Deir Yassin to Egypt10 Aprile 2017). Mai dimenticare.

UE. Vignetta di Napoli “Sembra che l’Europa lascerà la Gran Bretagna”. Proprio così! Un tempo Franco-Tedesca, la UE è diventata sempre più Anglo-Americana, e ora nuovamente Franco-Tedesca. Europa Continentale, con UK in Anglo-America. Questo potrebbe liberare la UE dalla paranoia anti-Russia e dalla NATO, ed estendere l’Europa da Brest a Brest, e oltre, a Vladivostok. Storico.

Tra l’altro, l’idea Anglo e Anglo-Americana di definire nemica la principale potenza “sul continente” si addice anche alla Cina – ma lì c’è da fare soldi. Si addice alla UE, quindi o la si controllia o si cerca di distruggerla. Si addice alla Russia, quindi si controlla e si sfrutta, il periodo di Yeltsin, oppure si isola, si provoca una divisione interna, si minaccia. Magari si attacca.

Cina. OBOR, One Belt One Road, la Nuova Via della Seta. La Cina, con la Russia, rimedia alla lacuna nei trasporti-comunicazioni-collaborazioni tra Est e Ovest dovuta all’ossessione occidentale di un asse Nord-Sud – fino ad ora con almeno cinque connessioni ferroviarie/stradali. Accordi cinesi bilaterali con tutti gli altri a vantaggio reciproco? Devono insistere sul multilateralismo, né Cinese, né Occidentale; qualcosa di nuovo.

Africa. D+C Development and Cooperation (Sviluppo e Cooperazione) 3 Apr 2017 contiene due articoli:Sliding towards genocide”, Scivolando verso il genocidio, sulla mediazione di pace del Reverendo Peter Tibi in Sud Sudan – che possa riuscire!; e “Uganda had benefitted from peace journalism“,L’Uganda ha tratto beneficio dal giornalismo di pace, “più che riportare semplicemente degli avvenimenti, inserendoli nel contesto con il coinvolgimento delle comunità”. Buona fortuna!

USA. How to Revive the Peace Movement” (Come far rivivere il movimento per la paceThe Nation16 Mar 2017). No, non solo come movimento contro la guerra, ma movimento per una pace negativa con la risoluzione dei conflitti e la riconciliazione dei traumi, e per una pace positiva tramite equità ed empatia. Valorizzando i presupposti essenziali: i Bisogni dell’Umanità. E i Bisogni della Natura.

#483 | Johan Galtung – 29 Maggio 2017
Titolo originale: Meanwhile Around the World

Traduzione di Franco Lovisolo per il Centro Studi Sereno Regis

Violenza inutile

pubblicato 31 mag 2017, 10:31 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 31 mag 2017, 10:33 ]

Sulle logiche di guerra nel conflitto sociale

Sul sito www.azionenonviolenta.it un articolo di Carlo Bellisai sulla violenza sociale

Il libro dell’incontro

Insegnamenti dalla lettura del “libro dell’incontro – vittime e responsabili della lotta armata a confronto. (Il Saggiatore)

Premetto che il libro è stato presentato alla Comunità La Collina di Serdiana questo 27 maggio, con la partecipazione di Agnese Moro, diMaria Grazia Sgrena e dell’ex magistrato Gherardo Colombo. Che il significato complessivo del lavoro è quello di mostrare come ci possa essere un piccolo processo di giustizia riparativa anche in Italia fra i familiari delle vittime della lotta armata degli anni Settanta in Italia e i responsabili di quelle morti. Il mio scritto prende spunto da alcune parti del libro, per mostrarne, a mio avviso, una componente pedagogicamente importante.

Per capire meglio come i conflitti sociali corrano costantemente il rischio, nella storia umana, di sfuggire di mano ai loro stessi attori, per incanalarsi in uno scontro violento e cieco che perde di vista i punti di partenza e gli obiettivi stessi per cui erano nati, possono esserci utili alcune testimonianze di chi, in un passato non troppo lontano, si è lasciato trascinare in questa trappola.  I così detti “anni di piombo” hanno portato da un lato ad una guerra sempre più ristretta e personale fra i gruppi che avevano scelto la lotta armata e gli apparati di sicurezza dello Stato, mentre dall’altro sancivano la fine di un movimento ben più ampio e variegato e di una stagione culturale per molti versi innovativa e rivoluzionaria. Quel movimento e quella stagione si sono esauriti ed inariditi anche a causa dell’estremizzazione e separazione posta in atto dai gruppi armati. Il fenomeno che ne seguì ha lasciato dietro di sé solo sangue, lutti, incarcerazioni, oltre ad una progressiva perdita della conquiste sociali fin lì raggiunte.

“Noi pensavamo che la violenza dello Stato e la violenza della rivoluzione fossero distinte. In realtà, se scegli il terreno della violenza, diventi simmetrico a chi ha il monopolio della violenza, nel caso specifico lo Stato. Non fai altro che riprodurre ciò che tu vorresti combattere. E’ un discorso di simmetria: pensi di essere il nemico di quell’altro, in realtà ne stai diventando il figlio”.

(Anonimo, ex della lotta armata)

“Pensare di incarnare quello che è più giusto, quello che è più valido dal punto di vista umano, è una contraddizione terribile. Perché non si può pensare di voler costruire un mondo in cui la vita abbia un valore diverso, in cui ci sia il rispetto, ci sia l’armonia, e usare come strumento per arrivare a quel mondo, a quella vita, la negazione della vita.”

(Anonimo, ex)

“ In questi ultimi anni, il risorgere, favorito anche dalla lacerante crisi economica, di forme di antagonismo distruttivo conferma la definizione di quegli anni  come un embolo non riassorbito della storia nazionale che ha finito per strozzare un’evoluzione in senso creativo e nonviolento dei conflitti sociali e della narrazione democratica nazionale. La scelta delle armi e della violenza negli anni Settanta è stata una delle forme più atroci di irrazionalismo politico che ha caratterizzato quell’epoca, ma non la sola.  (…) Abbiamo visto che qualsiasi conflitto civile che scappa di mano agli attori e alle controparti tende a seguire gli stessi avvitamenti funesti.”

(Anonimo, ex brigatista)

“Nessuno di noi agisce senza motivo, e anche io ne avevo. Ma il problema non sono le proprie ragioni, quanto piuttosto il modo in cui si affermano: Io, insieme a molti altri, le avevo portate avanti scegliendo la via più breve e sbagliata, quella dello scontro frontale, della nemicità assoluta e della guerra. E per fare questo avevo dovuto rimuovere e mutilare parte di me stessa, quella che di me era la migliore. Come era stato possibile? Come era potuto accadere? “(Adriana Faranda) [1]

Chi quegli anni ha vissuto ricorderà che solo una parte del movimento era allora incline alle contestazioni violente, mentre altre componenti preferivano dare spazio alla creatività e all’inventiva (ricordate gli indiani metropolitani?).  Ma pian piano si facevano strada certe idee: “alzare il livello dello scontro”, si diceva, “colpire il potere”. Si iniziò con le pietre e con i bastoni, per passare alle molotov ed arrivare infine alle P38. Durante i cortei, sempre più militarizzati dai così detti autonomi, si inneggiava alla lotta armata e, accanto al pugno chiuso, si alzavano simbolicamente le dita nel segno della pistola. Ma soprattutto il nemico ( lo Stato con i suoi simboli, dal giornalista asservito al poliziotto, dal politico al magistrato) diventavano sempre più un ostacolo da eliminare fisicamente, con ogni mezzo. Io stesso, pur non essendo d’accordo con la scelta separante della clandestinità, condividevo con molti l’idea che si fosse vicini ad una svolta insurrezionale e che quindi lo scontro duro, anche violento, con i servitori dello Stato fosse necessario.

A distanza di tanti anni c’è chi da quella pagina ormai storica ha tratto importanti lezioni per il futuro e chi forse non ha elaborato i tragici avvenimenti che ne accompagnarono la fine. Di sicuro la società italiana nel suo insieme e le istituzioni in particolare non hanno fatto tutti i passi necessari affinché quel periodo  di feroce scontro sociale venisse “superato” e rielaborato.

Così oggi ci ritroviamo di fronte a delle nuove generazioni, che non hanno vissuto quegli anni e alle quali non sono stati tramandati significati condivisi né apprendimenti etici su quegli avvenimenti. Per cui esse stesse possono essere esposte ai rischi ed alle contraddizioni derivanti da contrapposizioni rigide, dalla ancora imperante “cultura” del nemico e dalla tentazione di prendere scorciatoie strategiche che diano loro l’illusione di vedere subito i risultati del loro impegno.

E’ triste ma, ancora una volta, non possiamo che constatare che l’uomo non impara dalla Storia.

 


Carcere che pena...

pubblicato 26 mag 2017, 10:22 da Cultura della Pace

Diminuiscono i reati crescono i detenuti.

Presentato oggi a Roma Torna il Carcere

Sul sito www.associazioneantigone.it il rapporto sulla situazione carceraria in Italia

Antigone-R13 banner-quadrato

Diminuiscono sensibilmente i reati, tornano a crescere invece i detenuti.  
È questa la fotografia che emerge da “Torna il carcere”, tredicesimo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia.

Il Rapporto - presentato questa mattina a Roma durante una conferenza stampa a cui hanno partecipato anche il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo e il Garante Nazionale delle persone private della libertà personale Mauro Palma - risulta completamente rinnovato nella veste grafica e nelle modalità di fruizione rispetto agli anni precedenti.  

Torna il carcere è infatti un rapporto esclusivamente on-line diviso in quattro grandi aree: le politiche e i numeri; tutti ne parlano. Le emergenze; chi vive dentro; chi lavora dentro. Ogni area ha al suo interno approfondimenti sulla situazione delle carceri italiane che vertono su questioni quali: i numeri, i costi, il personale, i suicidi, la libertà religiosa e la radicalizzazione, le donne, gli stranieri ecc.  

Gli approfondimenti sono tutti accompagnati da grafici e infografiche che sintetizzano i dati più importanti, anche in comparazione alle condizioni di detenzione degli anni precedenti.  

Il Rapporto, reso possibile dal lavoro di monitoraggio dell’Osservatorio di Antigone che dal 1998 è autorizzato ad entrare in tutti gli istituti italiani, è furibile al seguente link: 

http://www.associazioneantigone.it/tredicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione.

Il settimanale del Prof. Johan Galtung

pubblicato 26 mag 2017, 10:11 da Cultura della Pace

I Baschi in Spagna: pace positiva?

Nel suo settimanale il Prof. Galtung analizza la situazione dei paesi baschi



La Spagna è in una transizione che richiederà un po’ di tempo: dalla “España: Una, Grande, Libre” alla “España: Una Comunidad de naciones“. Che potrebbe pure essere grande e libera ma non una; non Castigliana, ma anche Catalana, Basca, Galiziana, Andalusa, e le isole, Baleari, Canarie.

L’ETA (Euskadi Ta Askatasuna) – famosa nel mondo per l’uccisione del successore di Franco, Carrero Blanco, nel 1971, forse così abbreviando la dittatura d’una generazione – ha ricusato le armi, consegnando i suoi strumenti di violenza, l’8 aprile 2017. L’ETA s’è dissolta. Pace negativa, con l’eliminazione di un contendente violento. C’è stata molta violenza, molte malefatte reciproche. Non più. E poi che cosa? Forse un reciproco farsi del bene? È questo che riguarda una pace positiva.

Eliminato il potere militare, ci resta quello economico, politico e culturale. Pace positiva vuol dire equità: cooperazione economica, politica e culturale a beneficio mutuo ed uguale.

Economicamente, in concreto ciò vuol dire più imprese, società, aziende con baschi che cooperano con castigliani, e altri. Facile da capire e praticare; è un modo di coesione della Spagna. Ma cooperazione politica? Culturale?

Gli attori politici sono i comuni baschi, le province basche e la nazione basca. Comuni e province possono usare gemellaggi, anche a tre, con comuni e province castigliani e altri. “Come risolvete i problemi di maggiore disoccupazione e delinquenza, dato che la crisi elimina molti posti di lavoro in tali campi?” Solo nessun bisogno di passare per lo stato, il centro, Madrid, per ottenere risposte ufficiali dall’alto. Cooperazione politica orizzontale, a due livelli ovvi, non dall’alto al basso.

Culturalmente i baschi non sono stati bravi a comunicare la cultura basca. In Spagna in generale, basco = terrorista. Servire delizioso cibo basco va bene, ma non basta. Bisogna raccontare la ricca storia, le origini, dove? Simile a che? Altamira. Loyola. Iruña, Donostia, Gasteis.

La lingua. C’è una gran differenza fra conoscere nulla e conoscere qualche parola, come buondì, arrivederci. I baschi dovrebbero condividere espressioni così e altre col resto di noi per relazioni più umane. Ciò rompe un bel po’ di ghiaccio coi russi, per esempio, una minoranza in Europa.

Tutto quanto detto finora è facile a farsi ma più ancora a disfarsi – e tuttavia indispensabile come infrastruttura per una pace positiva fra la nazione basca e il resto della Spagna. Perché non cominciare con la lingua, e dritti al vertice: nel governo, e nel parlamento?

Il paese multinazionale con un chiaro modello è la Svizzera. Le 4 nazioni sono divise fra i 7 membri del governo 3-2-1-1; 3 germanofoni, 2 francofoni, 1 italofono e 1 retoromanofono. La formula non è proporzionale, dando ai germanofoni solo il 43%, non il 71% che hanno, per impedire a una nazione di dominare le altre.

Per la Spagna ciò comporterebbe una formula di divisione del governo di, poniamo, 25 membri in 6 [quote], magari con 12 castigliani? Ci provi il lettore: con sei numeri fra 1 e 12 che assommino a 25.

Ma c’è dell’altro. Nel parlamento svizzero, per principio, tutti parlano la propria delle quattro lingue, e tutti capiscono le altre tre e rispondono nella propria. In Spagna la cosa potrebbe funzionare per gli altri, ma non per i baschi, per cui sarebbero necessari interpreti. Ma il diritto di parlare basco non è negoziabile. Perciò dapprima si imparerebbe a capire e leggere, in modalità passiva; quella attiva del parlare e scrivere può susseguire.

Questa sarebbe la Spagna del futuro, una comunità di nazioni secondo la lingua, la storia, la geografia, ma non la religione, sostanzialmente di tutti cattolici; e i baschi forse ancor di più. Affrontiamola: qualcosa del genere è non solo scritto nelle carte, è destinato a sopraggiungere, per la Spagna come per altri paesi (perfino la Francia!). Ci sarà resistenza da parte della nazione solita a gestire da sola il paese; come pure finirà per cedere. Per il bene dell’intero paese, di tutti gli abitanti, tenendo a mente che la Svizzera è sopravvissuta 7 secoli, principalmente su tale base.

La Spagna oggi è divisa pure in 17 “autonomías“, un terzo delle 50 province; meno sono, più facile per il centro dominare. Ma, che cosa significa autonomia? Disciplinarsi/mantenere l’ordine per proprio conto, non con la Guardia Civil reclutata in province non basche. Non solo insegnare il basco, ma anche, in generale, per chi lo voglia, in basco.

Ma c’è ancora dell’altro. Oggi nessun paese è chiuso agli altri ma intrattiene più o meno rapporti con altri paesi. L’autonomia dovrebbe comprendere le relazioni estere. Le ambasciate sono di pertinenza statale, ma nel personale delle ambasciate spagnole – e nel ministero degli esteri come negli altri ministeri – sarebbero rappresentate tutte le nazioni. I consolati potrebbero invece anche essere di pertinenza delle nazioni, se lo volessero, per rappresentare i propri interessi di nazione e individuali. Così, se un basco muore all’estero, la famiglia può volere che tutta la faccenda sia gestita da baschi, in basco.

E la nazione basca, facilmente riconosciuta dalla sigla RR. La doppia R ha lasciato tracce in molti luoghi, ovviamente in Francia, e in Cile e altri paesi latino-americani per amministratori dell’impero spagnolo, in Vaticano in quanto gesuiti. Consolati baschi sono richiesti ovunque.

[In] UE? Non come stato membro, non essendolo, ma come un’importante nazione membro dell’organo UE per le nazioni, come i catalani che coprono due stati.

Questo non frammenterà la Spagna? Niente affatto, peraltro ci sono varie Spagne. Si rammenti il vecchio proverbio cinese: nella forza (rigidità) c’è debolezza, nella debolezza (flessibilità) c’è forza.

Questo è quanto per visioni future. C’è poi anche un passato recente da affrontare, con famigliari di vittime dell’ETA traumatizzati. Ma così pure dei GAL (Grupos Antiterroristas de Liberación), che uccidevano segretamente militanti ETA durante la democrazia di Gonzalez, anziché apertamente come sotto la dittatura di Franco. È più facile la riconciliazione con ambedue nel torto anziché con un solo malfattore.

La pace positiva si struttura sulla pace negativa, costruendo sulla riconciliazione dei traumi e la risoluzione dei conflitti. C’è da fare molto lavoro. Ma la Spagna, da vera comunità di nazioni, sarà di ispirazione per tutto il mondo.


#482 – Johan Galtung
Titolo originale: The Basques in Spain: Positive Peace?
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Chiusura

pubblicato 26 mag 2017, 10:08 da Cultura della Pace

Daadab (Kenya): chiudere o aprire?

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Sara Bin sul grande campo profughi di Daadab

dadaab

In Kenya, le elezioni presidenziali sono previste per l’8 agosto. Esattamente tra tre mesi. La campagna elettorale non è ancora entrata nella sua fase ufficiale, ma le tensioni, gli scontri e il clima anche di paura regna già da molti mesi. Di proteste se ne continuano a vedere, l’ultima e sicuramente più mediaticamente nota è quella dei medici durata ben cento giorni.

Poi c’è un’altra questione, che è stata apparentemente risolta con una sentenza dell’Alta corte del Kenya, ma che resta più aperta che mai: Daadab. Nel linguaggio internazionale Daadab è un campo profughi gestito dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), istituito nel 1991 per rispondere alla crisi generata dal conflitto somalo e dalla caduta di Siad Barre. Il Kenya ha rappresentato nei primi anni Novanta, e continua anche oggi a rappresentare la meta più vicina per le persone di origine somala in fuga dalla crisi politica, economica e sociale.

I primi ad arrivare si sono stabiliti nelle aree di Dagahaley, Hagadera and Ifo; nel 2011 il campo necessitava di un ulteriore allargamento per l’arrivo di oltre cento mila somali cacciati dalla siccità e sono state realizzate altre due aree attrezzate, Ifo II e Kambioos. Daadab si configura oggi come una vera e propria città per numero di abitanti, circa 250 mila e per la presenza, seppure precaria, di servizi sanitari e scolastici nonché strutture ed attività commerciali. Le opportunità sono scarse, ma c’è chi, tra la generazione dei venti-trentenni non ha conosciuto altro luogo di vita. C’è chi è nato a Daadab e mai vorrebbe tornare in Somalia; Daadab rappresenta la sua casa. Per molti giovani è così oggi e lo sarà per quelli di domani: secondo stime delle Nazioni Unite, nel campo nascono circa mille bambini al mese. La popolazione giovane è numerosa e desiderosa di futuro. Questi sono nati in Kenya, dove sono cresciuti, hanno studiato e sentono di poter essere delle risorse per il paese: sono somali, ma anche kenyani. Una seconda e già oramai una terza generazione vivono questa duplice appartenenza non del tutto o per niente riconosciuta e legittimata. Il caso non ci è sconosciuto: la questione è posta anche in Italia con i figli degli immigrati nati in Italia o arrivati quando piccolissimi, residenti in Italia, iscritti alle scuole italiane di ogni ordine e grado (nel 2016 in tutto gli studenti con cittadinanza non italiana erano quasi 815.000), immersi nella cultura italiana eppure non o non ancora cittadini italiani. Una questione pesante, in discussione, ma non ancora risolta.

È tale anche in Kenya, un paese che con i suoi quasi cinquanta milioni di abitanti vantava, nel 2015, una presenza straniera stabile di oltre un milione di persone, secondo le stime dell’organizzazione mondiale per le migrazioni, e un numero di richiedenti asilo e rifugiati che nello stesso anno era di ben oltre mezzo milione di persone in gran parte provenienti da Somalia e Sud Sudan. Nello stesso anno, in Italia, su una popolazione totale di quasi 61 milioni di abitanti, poco più di cinque milioni sono gli stranieri regolarmente residenti, poco più di 71 mila i richiedenti protezione internazionale e 10 mila le persone a cui è stata concessa qualche forma di protezione (asilo politico, sussidiaria, umanitaria).

Tornando in Kenya, metà di quel mezzo milione è concentrata nell’area di Daadab, nella contea di Garissa nella North Eastern Province. Una provincia che ha un significato profondo nella storia del Kenya e delle sue relazioni con la Somalia, in particolare perché è terra somala inglobata nel territorio keniano al momento dell’indipendenza dalla corona britannica. A rivendicare l’area sono gli Al-Shaabab, “i giovani”, un gruppo affiliato ad Al-Qaeda, “nemico” numero uno del governo keniano segnato da due attentati importanti rivendicati dal gruppo stesso, quello del 21 settembre 2013 al centro commerciale Westgate di Nairobi e quello all’università di Garissa il 2 aprile 2015.

Le connessioni con Daadab sono molteplici. La principale è legata alle paure del governo che vede il campo profughi come un bacino favorevole al reclutamento di persone da arruolare nei gruppi terroristici attraverso organizzazioni internazionali. È questa la principale ragione che ha spinto l’esecutivo ad avviare una procedura di chiusura del campo fin dal 2013 grazie ad un accordo tripartito con il governo somalo e l’UNHCR per il rimpatrio “volontario ed assistito” dei somali ospitati nel campo. Era esattamente un anno fa, nel maggio 2016, quando il governo sembrava voler procedere quanto prima con la chiusura poi più volte rinviata anche grazie alle pressioni locali ed internazionali. Nel febbraio 2017 è anche giunta la decisione dell’Alta Corte del Kenya che ha definito l’operazione una persecuzione di gruppo, una discriminazione illegale ed incostituzionale. La politica dei rimpatri volontari è però continuata. Nessun rimpatrio è “volontario”, nessuno vuole tornare laddove è scappato. Secondo un rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF), Dadaab to Somalia: Pushed Back Into Peril del 2016, otto somali su dieci non vogliono lasciare il campo per il timore di essere reclutati forzatamente da gruppi armati, essere abusati sessualmente e per la totale mancanza di cure sanitarie nel paese somalo.

“È chiaro che un campo profughi non è il modo migliore per gestire una crisi che si protrae da venticinque anni; rinchiudere prima queste persone senza offrire soluzioni sostenibili, e spingerle nuovamente verso una zona di conflitto è estremamente folle. Questa decisione è l’ennesima rovina nel campo della protezione internazionale, dove vediamo ancora il totale fallimento nel provvedere luoghi sicuri per le persone in pericolo. Anche le Nazioni Unite hanno recentemente dichiarato che cinque milioni di persone sono a rischio carestia in Somalia. Rispedire le persone nella sofferenza è inumano ed irresponsabile” sostiene il direttore generale di MSF, Bruno Jochum.

Le soluzioni da proporre sono senza dubbio altre e da prendere in considerazione urgentemente come l’apertura di strutture di accoglienza più piccole, l’aumento delle ricollocazioni in paesi terzi o una maggiore integrazione dei rifugiati e richiedenti asilo all’interno delle comunità keniane.

In Italia la si chiama accoglienza diffusa: è un modo per fare dell’accoglienza la cifra della civiltà di un paese, dare a tutti e tutte la possibilità di accogliere e di essere accolti nella dignità degli spazi e delle relazioni, distribuire e condividere le responsabilità perché accogliere non è buonismo ma un dovere internazionale assunto dall’Italia, ma anche dal Kenya, attraverso la sottoscrizione della Convenzione di Ginevra del 1951.

L’atteggiamento di chiusura nazionalistica, la protezione dei propri connazionali, la difesa del territorio, la retorica identitaria utilizzata anche da Uhuru Kenyatta vorrebbe passare attraverso muri – quello con la Somalia di 682 chilometri è avanzato di soli 4 chilometri – espulsioni, rimpatri. Insomma, è la politica della chiusura in nome della sicurezza. Un déjà-vu che di aperture e possibilità di cambiamento ne lascia intravedere davvero poche.

Di tutto ciò è stato discusso con una settantina di ragazzi e ragazze di tre licei di Padova nel marzo 2017, appena resa noto il provvedimento dell’Alta Corte del Kenya di bloccare la decisione del governo di chiudere il più grande campo di rifugiati e richiedenti asilo al mondo. Lo hanno fatto nell’ambito del programma di cooperazione Partecipazione e territori, guidati da formatori keniani (del Saint Martin CSA) e italiani (di Fondazione Fontana onlus) con lo scopo di interrogarsi sulla globalità del fenomeno migratorio, sulle tendenze delle politiche nazionali ed internazionali, sui punti di forza e di debolezza dei sistemi di accoglienza di due paesi profondamente diversi ma accomunati da problematiche migratorie simili. È stato un modo per pensare che la sfida migratoria non interroga solo l’Italia, che stabilire politiche del rifiuto o politiche di accoglienza produce esiti differenti, che forse varrebbe la pena di provare ad andare controcorrente producendo spazi di inclusione e non di esclusione. 

Volontariato obbligatorio

pubblicato 19 mag 2017, 09:13 da Cultura della Pace

Nota del Movimento Nonviolento sul “servizio civile obbligatorio”

Nel suo sito il Movimento Nonviolento risponde alla proposta del Ministro Pinotti riguardante il ripristino del servizio militare obbligatorio

L’idea di Roberta Pinotti (a destra) è partita da un proposta lanciata dagli alpini al raduno di Treviso. Al centro della foto il capo di stato maggiore della difesa, generale Claudio Graziano

E’ evidente a tutti che oggi non esistono le condizioni, né sociali, né politiche, né i fondi, né le strutture per ripristinare in Italia la leva obbligatoria, militare e civile.

Dunque, che senso hanno avuto le improvvide e criptiche dichiarazioni della ministra Pinotti fatte a margine dell’adunata trevigiana degli Alpini (che hanno provocato l’orticaria anche ai colleghi di governo della ministra con l’elmetto)?

Il governo non riesce nemmeno a garantire i fondi per sostenere il Servizio Civile Universale tanto voluto e sbandierato. Nel 2013 sono stati avviati 15.000 giovani a fronte di 90.000 domande; nel 2015 abbiamo avuto solo 35.000 giovani in servizio con 150.000 domande di potenziali volontari e nel 2016 un calo con 33.000 serviziocivilisti effettivi e 100.000 domande, più di due terzi delle quali rimaste inevase. Davanti a questi numeri, e questi fatti, sentir parlare di “obbligatorietà” per circa 500.000 giovani all’anno è imbarazzante …

La ministra Roberta Pinotti sa benissimo che riproporre la naja per tutti (e tutte) è irrealistico, ma probabilmente ha indicato la luna perchè si guardasse al suo dito, ed è lei stessa a chiarirlo con il classico tweet di rettifica tanto caro ai politici odierni: “Non ho parlato di leva obbligatoria, ma di unprogetto degli alpini per coinvolgere i giovani al servizio civile universale”.

Ecco ciò che veramente le interessa: mettere in pista, su suggerimento dei vertici dello Stato Maggiore, un bando speciale, come avvenuto per il terremoto o per i grandi invalidi e ciechi civili, per progetti di servizio civile dell’Associazione Nazionale Alpini, con quote riservate e garantite, in modo da supplire alla continua e progressiva contrazione di  nuove leve di giovani nella storica associazione d’arma.  Niente di male, ma basta dirlo chiaramente, e se ne può discutere. L’Ana, infatti, è una delle strutture portanti della nostra protezione civile, e il ruolo sinergico tra servizio civile e protezione civile è uno degli obiettivi che da decenni anche noi perseguiamo.

Il servizio civile è già finalizzato, ai sensi degli articoli 52 e 11 della Costituzione, alla difesa della Patria – dice Pasquale Pugliese, segretario del Movimento Nonviolento – quel che manca è la pari dignità tra la difesa militare e la difesa civile, perché la prima sottrae alla seconda enormi risorse che brucia in armamenti per la preparazione delle guerre”.

Il punto decisivo in questo dibattito, è proprio questo: quanto si spende per la difesa armata (troppo) e quanto si investe nella difesa civile (niente).  Infatti tutte le spese per l’organizzazione del servizio civile, la formazione dei giovani, il monitoraggio, ecc, sono a carico esclusivo degli enti di volontariato che presentano i progetti ed ospitano i giovani per un anno di servizio. La ricaduta positiva del servizio va, giustamente, a vantaggio di tutta la società, ma l’onere finanziario va, iniquamente, a carico solo degli Enti di servizio civile. Lo Stato si limita a riconoscere ai giovani l’assegno di 430 euro mensili, tutto il resto lo paga il terzo settore.

La nostra Campagna “Un’altra difesa è possibile” è una proposta concreta, culturale, politica, finanziaria, legislativa per l’istituzione del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta. La Legge è già all’attenzione della Commissione Difesa della Camera  – conclude Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento – e va proprio in questa direzione: integrare tutte le forme di difesa nonviolenta, a partire dal sevizio civile”.

Se la ministra Pinotti volesse discuterne seriamente, siamo a disposizione. Dopo tanti anni che lo chiediamo, questa può essere l’occasione per incontrarci.

 

Tra due ali un corridoio

pubblicato 19 mag 2017, 09:00 da Cultura della Pace

La via legale e dignitosa dei corridoi umanitari

Sul sito www.unimondo.org Anna Toro analizza le modalità di accoglienza di profughi attraverso l'attuazione di corridoi umanitari

Sorrisi al posto dei visi stremati e sconvolti, lacrime di gioia invece che di dolore e di paura, sensazione di sollievo, speranza di poter ricominciare da capo, applausi e abbracci che nessuna polemica potrà mai scalfire. E’ così che l’atterraggio dei profughi siriani all’aeroporto di Fiumicino, arrivati in piena sicurezza e legalità grazie ai corridoi umanitari, si trasforma sempre in una festa, che fa bene a chi è accolto e a chi accoglie. Un’iniziativa di successo, lanciata a febbraio 2016 dalla Comunità di Sant'Egidio, dalla Tavola valdese e dalla Federazione delle comunità evangeliche d'Italia, e che ad oggi ha già portato in Italia sane e salve quasi 800 persone. Si tratta perlopiù di famiglie (tantissimi i bambini e i minori), i casi più fragili individuati nei campi profughi libanesi, a cui vengono risparmiati così i viaggi della disperazione lungo la rotta balcanica, o le violenze in Libia, affidati a trafficanti senza scrupoli, e il rischio – purtroppo molto concreto – di finire annegati in fondo al Mediterraneo: è di soli pochi giorni fa, ad esempio, la notizia di due naufragi al largo delle coste libiche in cui si teme un bilancio di 200 morti. L’ultimo episodio di una lunga scia di morte, che vede già oltre mille vittime del mare solo dall’inizio di quest’anno.

L’idea dei corridoi umanitari – e di una loro attuazione concreta – ha iniziato a prendere corpo proprio da uno di questi episodi, esattamente da quel 3 ottobre del 2013 in cui 368 persone persero la vita in un terribile naufragio a poche miglia dal porto di Lampedusa. Ad oggi, nonostante i numeri ancora esigui, si sono rivelati una soluzione più efficace di qualsiasi muro e “pacchetto sicurezza”: legale in primis, dato che il protocollo è stato sottoscritto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dal Ministero dell’Interno. Ma anche sicura: vi sono diverse verifiche svolte nelle nazioni di origine per far sì che giungano in Italia persone con tutti i requisiti della protezione umanitaria; una volta arrivate, poi, queste persone vengono identificate dalla Polizia di Frontiera, e soprattutto non vengono abbandonate a loro stesse o ad un centro sovraffollato in attesa degli adempimenti burocratici: è già predisposto per loro un percorso di inserimento, con una famiglia, una parrocchia o un'associazione pronte ad accoglierli e sostenerli, in un progetto che ad oggi ha già coinvolto 70 città di 20 regioni. Il tutto, a costo zero per lo Stato: vitto, alloggio, assistenza legale, cure, corsi di italiano, inserimento scolastico e professionale sono infatti finanziati grazie ai fondi raccolti da Sant'Egidio e dall'8 per mille della chiesa valdese.

Mille i profughi dal Libano (per lo più siriani fuggiti dalla guerra) che il progetto italiano ha previsto di far arrivare in due anni. “Il primo gruppo ad utilizzare i corridoi umanitari, dopo l’arrivo all’inizio di febbraio di una sola famiglia per motivi di salute, era rappresentato da 93 profughi, tra cui 41 minori – spiegano i promotori – Originari di diverse città siriane tra cui Homs, Aleppo, Hama, Damasco e Tartous, musulmani in gran parte, e cristiani, hanno vissuto in media per tre anni in Libano, in piccoli campi spontanei come quello di Tel Abbas, nel Nord del Paese, a pochi chilometri dalla Siria, o in altri alloggi di fortuna”. Tante le storie, da quella di Falak, bimba siriana ammalata di tumore all’occhio – che finalmente potrà ricevere le giuste cure –, alla famiglia di Jamal Maccawi, fuggita in Libano dalla Siria (Jamal è stato incarcerato e torturato e dal regime di Assad), il cui viaggio verso Roma e infine Torino è stato oggetto di un bel documentario dal titolo “Portami via”. L’ultimo gruppo è arrivato a fine aprile: 125 persone tra cui 48 minori (il più piccolo, Hikmat, ha solo tre mesi).

La Siria, però, non è l’unico paese contemplato dal progetto: è previsto infatti l’arrivo di profughi dal Marocco, “dove approda gran parte di chi proviene dai Paesi subsahariani interessati da guerre civili e violenza diffusa”, e dall’Etiopia, dove a fine aprile Caritas Italiana e Comunità di Sant’Egidio sono andati in missione operativa congiunta proprio per aprire il primo corridoio umanitario dall’Africa: porterà in Italia – in modo legale, sicuro e dignitoso – 500 profughi eritrei, somali e sud sudanesi. Il protocollo di intesa con lo Stato italiano era stato siglato a Roma il 12 gennaio 2017, promosso dalla Cei, che agisce attraverso Caritas italiana e Fondazione Migrantes, e dalla Comunità di Sant’Egidio, ed è finanziato con fondi Cei 8 per mille. Fondamentale sarà il ruolo dell’ambasciata italiana, così come delle agenzie dell'Onu impegnate nella gestione dei profughi: secondo l’Unhcr, l’Etiopia è infatti oggi il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, piú di 670.000 persone, afflusso determinato da una pluralità di motivi tra cui la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre 2013.

“In un momento che vede in Europa, anche per motivi elettorali, una strumentalizzazione a fini politici del fenomeno dell’immigrazione, l’impegno crescente della società civile dimostra che è possibile un modello alternativo per accogliere e integrare uomini e donne, altrimenti vittime dei trafficanti di esseri umani: famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, persone con disabilità – spiega Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio – Tutto ciò grazie anche alla generosità di tanti italiani, con un progetto totalmente autofinanziato”. Un modello replicabile, che si sta facendo largo in Europa: il 14 marzo è stato firmato in Francia un accordo che adotta i corridoi umanitari – con procedure simili a quelle in vigore per l’Italia – per l’arrivo di 500 profughi siriani, e anche Spagna, Germania e Polonia starebbero valutando di attivarli.  

Giornata equa

pubblicato 11 mag 2017, 08:58 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 11 mag 2017, 09:03 ]

Giornata mondiale del commercio equo e solidale 2017

La colazione equosolidale più grande d'Italia

Tanti gli eventi a tema in collaborazione con la rete 

delle Botteghe Altromercato su tutto il territorio nazionale. Un 

invito al consumo responsabile per raggiungere gli Obiettivi per 

lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU e creare insieme #unaltrovivere.

tratto da www.altromercato.it


colazioni_social

Sabato 13 maggio, in occasione della Giornata Mondiale del Fair Trade, Altromercato (www.altromercato.it) organizza la colazione equosolidale più grande d’Italia, grazie alla rete delle Botteghe Altromercato su tutto il territorio nazionale.

Altromercato ha scelto infatti il momento simbolico della colazione, primo pasto della giornata, come primo passo per costruire un futuro più sostenibile per il Pianeta. Perché è attraverso gesti semplici come le proprie decisioni d’acquisto e le proprie abitudini quotidiane che si manifesta il potere di cambiamento che tutti i consumatori hanno nelle proprie mani.

Solo con scelte consapevoli, solo interrogandosi sulla provenienza dei prodotti per avere la certezza del rispetto dei diritti delle persone e dell’ambiente, si può infatti contribuire concretamente ad un mondo più equo e giusto. È infatti questo l’obiettivo per cui 60 anni fa è nato il Commercio Equo e Solidale e per cui Altromercato lavora da circa 30 anni anche in Italia.

Chiari e precisi sono i modi in cui il Commercio Equo e Solidale e Altromercato operano da sempre, contribuendo a raggiungere alcuni degli importanti Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile che l’ONU ha fissato per il 2030.

Riconoscere ai produttori prezzi equi e condizioni economiche adeguate, assicurare alle donne parità di retribuzione e possibilità di emancipazione, garantire contratti di lavoro condivisi e condizioni di lavoro dignitose, promuovere modelli di produzione sostenibile e di consumo responsabile, incentivare pratiche agricole e produzioni sostenibili, promuovere società pacifiche e inclusive, coinvolgere cittadini, produttori e imprese per rendere il commercio uno strumento per lo sviluppo sostenibile e la riduzione di sfruttamento, disuguaglianze e impatto ambientale.

Con le iniziative legate alla Giornata Mondiale del Fair Trade, Altromercato prosegue l’impegno nella campagna sociale “Insieme creiamo #unaltrovivere”.

1-10 of 12