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Giorno di festa

pubblicato 21 gen 2021, 09:17 da Cultura della Pace

22 gennaio: entra in vigore il Trattato di proibizione delle armi nucleari


Giornata di Festa per l’entrata in vigore del Trattato di proibizione delle armi nucleari TPNW: le iniziative di “Italia, ripensaci” per venerdì 22 gennaio 2021. Sul sito www.serenoregis.org la battaglia (vinta) delle organizzazioni nonviolente tra le quali, Rete Italiana Pace e Disarmo, Premio Nazionale Nonviolenza nel 2020


File:Trattato per la proibizione delle armi nucleari, voto e posizioni.png

Venerdì 22 gennaio 2021 sarà un giorno di festa per le campagne internazionali impegnate per il disarmo nucleare e dunque anche per Senzatomica e Rete Italiana Pace e Disarmo, promotrici nel nostro Paese della mobilitazione “Italia, ripensaci”. Venerdì 22 infatti, a 90 giorni dalla 50ª ratifica sottoscritta dall’Honduras, entrerà in vigore il Trattato Internazionale per la Proibizione delle Armi Nucleari TPNW discusso e votato all’ONU nel luglio del 2017. Una norma internazionale che diventerà cogente per i 51 Paesi che attualmente l’hanno sottoscritta e che è stata fortemente voluta dalla società civile internazionale riunita nella International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (insignita per questi sforzi del Premio Nobel per la pace 2017).

Così come i partner internazionali, anche le nostre organizzazioni promotrici di  “Italia,  ripensaci” (insieme a tutte le loro associazioni territoriali) hanno deciso di organizzare alcuni appuntamenti per celebrare questo momento storico e rinnovare i contenuti delle iniziative in corso per il disarmo nucleare, con la richiesta che anche l’Italia si allinei a questo percorso internazionale di messa al bando delle armi più inumane della storia.

La festa inizierà a partire dalle 11:30 con un collegamento in diretta con i territori in cui sono presenti testate nucleari statunitensi, nelle basi di Aviano e Ghedi. Verrà inoltre dato spazio anche a testimonianze provenienti dalla zona di produzione dei cacciabombardieri F-35, previsti con “capacità nucleare” anche per i alcuni velivoli che saranno in dotazione all’Aeronautica militare Italiana. Passeremo poi ad alcune delle simboliche iniziative di festa ed accoglienza per il Trattato che venerdì saranno realizzate in molte città, in particolare con manifesti u?ciali delle Amministrazioni Locali e con il suono delle campane di torri civiche e chiese a mezzogiorno.

Alle 17:30 una successiva diretta web raccoglierà le considerazioni, le testimonianze, i racconti di esponenti della società civile e degli Enti Locali italiani che in questi anni hanno lavorato quotidianamente per sostenere ICAN e “Italia, ripensaci”. Verranno ripercorsi anche i momenti salienti e le tappe che ci hanno portato al Trattato TPNW e che saranno la base su cui costruire i prossimi passi del disarmo nucleare globale. Sarà una grande occasione di fare festa insieme a tutti “gli amici e le amiche del Trattato TPNW”, esprimendo l’enorme soddisfazione per questo storico risultato raggiunto dalla società civile di tutto il mondo. Verranno inoltre di?usi i risultati di un sondaggio internazionale, relativo anche all’Italia, sul sostegno delle opinioni pubbliche di vari Paesi a favore del TPNW.

Nella stessa giornata di venerdì 22 gennaio la mobilitazione “Italia, ripensaci” rilancerà anche due appuntamenti internazionali di celebrazione per il Trattato TPNW organizzati in particolare dall’International Peace Bureau, con un “party virtuale” che avrà inizio alle ore 13:00, e dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons che raccoglierà esponenti ed esperti di tutto il mondo nello “Studio 21.22” in programma a partire dalle 21 della sera.

Per seguire la diretta dell’incontro “Le campane accolgono il TPNW: collegamenti dai territori e dalle basi “nucleari” in Italia” delle 11:30

https://www.facebook.com/RetePaceDisarmo/videos/408854087063406

Per seguire la diretta dell’incontro “In festa per il Trattato: collegamenti da tutta Italia con gli amici del Trattato TPNW” delle 17:30

https://www.facebook.com/RetePaceDisarmo/videos/676566743021964

Alcune note e informazioni sul Trattato TPNW e sulla sua entrata in vigore

Punti chiave di questo risultato storico

  • Anche gli Stati che si sono rifiutati di aderire al TPNW saranno coinvolti dalla sua entrata in vigore.
  • I precedenti trattati di disarmo hanno portato a un cambiamento di comportamento anche nei Paesi che si sono rifiutati di aderire.
  • C’è una nuova realtà nel disarmo internazionale, ed è un mondo dove le armi nucleari sono vietate.
  • Decenni di attivismo hanno raggiunto quello che molti dicevano fosse impossibile: le armi nucleari sono vietate. La democrazia ha trionfato, la stragrande maggioranza delle persone nel mondo sostiene il TPNW.
  • Ora aderiranno altri Stati, come è successo con l’entrata in vigore di ogni altro Trattato di questo tipo

Cosa cambierà

Ci sono diversi modi in cui tutti gli Stati saranno interessati nei mesi ed eventualmente negli anni successivi all’entrata in vigore, non solo quelli che hanno ratificato il Trattato. L’attivismo è la chiave per far progredire questi impatti.

Cosa diventa illegale esattamente?

Il Trattato TPNW proibisce specificamente l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari. Il Trattato rende illegale per i paesi che lo firmano permettere qualsiasi violazione nella loro giurisdizione o assistere, incoraggiare o indurre qualcuno ad impegnarsi in una di queste attività. Il Trattato ra?orza la norma contro le armi nucleari come primo strumento legale per vietarle.

Per ulteriori informazioni sulle implicazioni legali, leggere il documento informativo di ICAN.

Impatto sulle alleanze militari

Gli Stati che non sono parte di alleanze militari con gli Stati firmatari possono essere interessati dall’entrata in vigore del TPNW se gli Stati firmatari sono tenuti a modificare la loro cooperazione con gli Stati dotati di armi nucleari e con quelli alleati a causa dei loro obblighi derivanti dal trattato. Ad esempio, mentre i membri della NATO possono aderire senza problemi al TPNW per essere in regola una volta entrato in vigore questi Stati dovranno rinunciare all’uso di armi nucleari per loro conto.

Impatto sulla produzione e sull’uso

Gli ultimi decenni insegnano che con l’entrata in vigore di altri Trattati di proibizione di armamenti la produzione di armi vietate tra gli Stati che ne fanno parte e gli Stati che non ne fanno parte è praticamente cessata. Ad esempio aziende statunitensi che producono munizioni a grappolo negli Stati Uniti hanno cessato la produzione da quando è entrato in vigore, nonostante gli Stati Uniti non ne siano parte.

Lo stesso avviene per quanto riguarda uso e trasferimento: dopo l’entrata in vigore del Trattato sulle mine anti-persona i circa 34 Stati che hanno esportato mine terrestri hanno cessato tutti i trasferimenti (nonostante non abbiano aderito al Trattato). Gli Stati Uniti hanno modificato la loro posizione sulle mine terrestri e sulle munizioni a grappolo dopo l’entrata in vigore di questi trattati.

L’entrata in vigore di precedenti divieti su specifiche armi (ad esempio per quanto riguarda le mine anti- persona o le munizioni a grappolo) ha portato a cambiamenti concreti ed evidente anche nella produzione, nelle politiche di utilizzo e nel trasferimento di queste armi anche nell’ambito di Stati non partecipanti a tali norme internazionali. Ciò avverrà anche per il TPNW inquinato alcune aziende hanno già iniziato ad adeguarsi a questo nuovo panorama giuridico.

Cosa significa questo per gli istituti finanziari?

Poiché l’assistenza è proibita dal Trattato, per molti Stati ciò significherà come in altri casi che il finanziamento o l’investimento nella produzione di armi nucleari venga considerato una violazione. Gli istituti finanziari spesso scelgono di non investire in “attività su armi controverse”, che sono tipicamente armi proibite dal diritto internazionale. L’entrata in vigore del TPNW colloca chiaramente le armi nucleari in questa categoria e probabilmente innescherà ulteriori disinvestimenti. Inoltre, gli Stati parte possono impartire direttive alle istituzioni finanziarie sotto la loro giurisdizione per la cessione da parte di società che producono l’arma proibita in Stati non parte. In previsione dell’entrata in vigore del TPNW, alcune istituzioni finanziarie, tra cui ABP, uno dei cinque maggiori fondi pensione del mondo, hanno già deciso di non investire più in produttori di armi nucleari.

Pressione internazionale

Gli Stati parte di questo Trattato TPNW avranno ora l’obbligo di sollecitare altri Stati ad aderire e dovranno lavorare per l’universalizzazione del Trattato. Ciò significa che non solo i cittadini, ma anche la pressione dei pari da parte di altri Governi aumenterà nel tempo, durante le visite di Stato, nelle discussioni bilaterali e multilaterali, in una vasta gamma di diversi organi delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali, in altri organi e incontri di Trattati, ecc.

Anche a causa di questa crescente pressione politica e normativa, i Paesi che si oppongono a un Trattato al momento della sua adozione hanno aderito a norme internazionali dopo la loro entrata in vigore. Dato il grande sostegno pubblico al TPNW in molti paesi che non vi hanno ancora aderito (79% degli australiani, 79% degli svedesi, 78% dei norvegesi, 75% dei giapponesi, 84% dei finlandesi, 70% degli italiani, 68% dei tedeschi, 67% dei francesi, 64% dei belgi e 64,7% degli americani) anche questi Paesi potrebbero seguirne l’esempio.

Senzatomica

u?ciostampa@senzatomica.it

+39 338 6167247

Rete Italiana Pace e Disarmo

Segreteria Nazionale c/o Casa per la Nonviolenza, via Spagna 8 – Verona

per contatti mail: media@retepacedisarmo.org segreteria@retepacedisarmo.org – campagne@retepacedisarmo.org

per contatti telefonici:

045/8009803 (Segreteria)

Lotta e diritti

pubblicato 15 gen 2021, 09:46 da Cultura della Pace

Arrestato Sami, giovane leader della resistenza nonviolenta del popolo palestinese

Sul sito www.paxchristi.it comunicato stampa di Pax Christi Italia

Sami Hureini, il giorno prima dell'arresto

Comunicato stampa di Pax Christi Italia

Sami Huraini, 23 anni di At Tuwani, piccolo villaggio nelle colline a sud di Hebron, è stato arrestato nella notte fra l’8 ed il 9 gennaio dall’esercito israeliano, che occupa quei territori da 53 anni e li mantiene da allora sotto regime militare.

Pax Christi conosce Sami e lo fa conoscere a quanti viaggiano come ‘pellegrini di giustizia’ in Palestina per iniziativa della nostra “Campagna Ponti e non Muri”.

Sami fa il pastore, è studente di diritto internazionale ed è tra i fondatori del gruppo Youth of Sumud (giovani della resilienza).

Sami e’ figlio di Hafez , storico leader della resistenza attiva nonviolenta, frutto del paziente coinvolgimento e convincimento delle famiglie del villaggio. Una scelta coraggiosa, tenacemente mantenuta e trasmessa a suo figlio Sami.

Scelta non semplice in un villaggio ed in altri circostanti dove i palestinesi vengono attaccati dai soldati che requisiscono, distruggono, arrestano, mentre giovani nazionalisti fanatici che si sono stabiliti sulla collina nella colonia di Havat Ma’on , fanno  incursioni mascherati, armati di bastoni e cani aggressivi. Nell’estate 2018 hanno investito Sami, procurandogli diverse fratture alla gamba destra.

Venerdì scorso Sami aveva organizzato una manifestazione di protesta per il ferimento di Harun del villaggio di Arekeez, colpito da una soldatessa israeliana mentre cercava di difendere il suo generatore elettrico dalla confisca ed ora in ospedale, in pericolo di vita. Se vive resterà paralizzato.

Un soldato durante la protesta aveva avvertito Sami: «Stanotte verremo a prenderti». Sei jeep piene di militari hanno circondato le case in piena notte, lo hanno ammanettato e portato via.  

Fra le azioni di resistenza attiva nonviolenta all’espropriazione della propria terra ricordiamo che Sami, con i suoi compagni di Youth of Sumud, giovani ragazzi e ragazze di At Tuwani e dei villaggi vicini, si sono riappropriati di quello che fu il villaggio di Sarura: da qui nel 1999 l’esercito, per rendere l’area a uso di addestramento militare, aveva fatto evacuare i pastori.

A Sarura non potendo costruire case né piantare tende perché Israele glielo vieta, hanno scavato nella roccia e ampliato le caverne dove si sono stabiliti per impedire che i coloni prendessero possesso di quella terra.

Pax Christi condivide il giudizio espresso da Luisa Morgantini, storica attivista per i diritti del popolo palestinese

“L’arresto di Sami fa parte della campagna di repressione delle forze di resistenza nonviolenta palestinese, che fa paura a Israele perché espone l’illegalità dell’occupazione militare e infrange la propaganda israeliana.

Lo hanno fatto a Nabi Saleh con l’arresto e la condanna non solo di Ahed Tamimi ma di tutti i giovani del villaggio, a Hebron con Issa Amro, difensore dei diritti umani. Basterebbe leggere i comunicati dell’Ocha (Nazioni unite) per vedere come si è intensificata la repressione, la violazione dei diritti umani e la continua pulizia etnica della popolazione palestinese.

Israele lo fa da più di 70 anni grazie all’impunità e complicità di cui gode da parte di tutta la comunità internazionale. Fino a quando?”

Questa domanda e’ anche la nostra. Non esiste alcuna giustificazione per le quotidiane violazioni dei diritti umani, né alcun alibi perché noi sopportiamo tutto questo in silenzio.

Nelle condizioni di Sami ci sono centinaia di altri giovani nelle carceri israeliane.

Chiedere la sua liberazione in nome del Diritto è un pressante dovere per chi ha a cuore la Giustizia e la Pace.

Pax Christi è tra questi e sappiamo di non essere soli.

Cambiare il mondo

pubblicato 15 gen 2021, 09:41 da Cultura della Pace

Sierra Leone: la donna che trasformerà Freetown

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Lia Curcio su Yvonne Aki-Sawyerr, sindaca di Freetown

Il suo motto è “to turn dissatisfaction into action”, ovvero trasformare l’insoddisfazione in azione. È Yvonne Aki-Sawyerr, sindaca della città capitale della Sierra Leone, Freetown, che la BBC ha inserito nella lista delle 100 donne più influenti nel 2020 con la motivazione che è riuscita ad ispirare i cittadini a aderire alla sua campagna #FreetownTheTreeTown, con l’obiettivo di piantare un milione di alberi in due anni. La campagna è stata lanciata a gennaio 2020 senza risorse ma già ad ottobre più di 450.000 semi erano già stanti piantati. Gli alberi sono un elemento importantissimo per affrontare le sfide delle inondazioni, dell’erosione del suolo e della scarsità idrica”.

La sindaca, eletta nel 2018, racconta di come il suo impegno sia stato stimolato dal senso di frustrazione nel vedere in tv – lei all’epoca lavorava a Londra – le immagini della guerra in Sierra Leone. (Il discorso è disponibile nella Ted-Conference qui). Erano gli anni Novanta e il conflitto, terminato nel 2002, durò undici anni: una guerra civile scatenata per il controllo delle ricche miniere di diamanti del paese, che vide contrapposti i ribelli del RUF (Fronte Rivoluzionario Unito)sostenuti dalle forze liberiane, e le forze governative. La guerra civile della Sierra Leone è ricordata per i “Blood diamonds”, i “diamanti insanguinati” che, estratti in zona di guerra da minatori schiavi e bambini, erano venduti clandestinamente per acquistare armi e finanziare l’insurrezione. Una questione purtroppo ancora di attualità in molti paesi.  Il conflitto è ricordato anche per le atrocità e le torture commesse contro la popolazione civile, tanto che l’ONU decise di istituire un Tribunale speciale per la Sierra Leone, un ente di giustizia penale internazionale per giudicare i colpevoli di crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante il conflitto. Le udienze hanno dimostrato come “Nel tentativo di occupare la capitale Freetown, il RUF ha inferto infinite atrocità alla popolazione civile, commettendo violenze sessuali di massa, sequestri di donnearruolamento di bambini nei gruppi combattenti, sommarie esecuzioni di innocenti, mutilazioni di persone inermi – accompagnate dalla macabra formula “manica lunga”“manica corta”, utilizzata dai guerriglieri per scegliere a che altezza amputare le braccia delle persone catturate. Tra i condannati anche Charles Taylor, l’allora presidente della Liberia, responsabile di aver supportato il RUF per l’occupazione di Freetown fornendo armi in cambio di diamanti, pur essendo consapevole delle atrocità commesse.

A fronte di tutto questo, Yvonne decide di fare qualcosa per il suo paese, per la sua città. Fondò l’organizzazione Sierra Leone World Trust, impegnata nel sostegno ai bambini sfollati dal conflitto, nell’istruzione, nell’assistenza alle madri, nel microcredito, nella formazione professionale. Nel 2004 fondò un centro di formazione in agricoltura per ex bambini-soldato. Durante l’epidemia di ebola, dal 2014 al 2016, Yvonne Aki-Sawyerr da esperta contabile e di finanza lasciò in Inghilterra il marito e i due figli, salì a bordo di un aereo quasi vuoto – i collegamenti aerei con la Sierra Leone erano stati interrotti a causa di ebola – e raggiunse Freetown. Forte dell’esperienza nella gestione di crisi e nella pianificazione, elaborò il Western area surge plan (consultabile sul sito dell’OMS) che ebbe come elemento centrale la sensibilizzazione delle comunità attraverso il contatto diretto per gestire l’emergenza e fermare la diffusione della malattia letale. «Dovevamo parlare con le persone, non alle persone. Dovevamo lavorare con i leader della comunità per essere credibili, dovevamo parlare sotto un albero di mango, in riunione, non attraverso degli altoparlanti». Spiega Aki-Sawyerr. Poche settimane dopo, il National ebola response center la nominò direttrice della pianificazione, mandandola in missione in tutto il paese. «È stata l’esperienza più dura di tutta la mia vita, ma anche la più gratificante», racconta. Oltre alla medaglia d’oro conferita dalla Presidenza per il suo impegno nel combattere ebola, nel gennaio 2016 Aki-Sawyerr è stata nominata Ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico dalla Regina Elisabetta II. 

Yvonne Aki-Sawyerr arriva in una città martoriata, con una popolazione raddoppiata in soli vent’anni, che conta oggi 1,2 milioni di abitanti. La rapida urbanizzazione è avvenuta senza una pianificazione delle infrastrutture, delle case, dei servizi di base come istruzione sanità e igiene. 

La città è sporca e la popolazione è colpita da tifo, dissenteria, malaria. Nel 2017, come ricorda la sindaca, solo il 6 per cento dei rifiuti liquidi e il 21 per cento dei rifiuti solidi era raccolto, il resto stava lì nei campi vicino alle case, nei fiumi, nel mare.

Yvonne Aki-Sawyerr è stata eletta alle elezioni municipali di marzo 2018. Pochi mesi dopo è partito il piano triennale Transform Freetown, che si fissa 19 obiettivi concreti in 11 aree, con particolare enfasi alla lotta al degrado ambientale, all’inclusione degli emarginati e allo sviluppo di un’economia sostenibile. Nei giorni scorsi è ad esempio stata avviata la Blue Peace Initiative, focalizzata sull’accesso all’acqua, l’igiene e i servizi idrici della capitale, con la collaborazione dell’ONU e della Cooperazione svizzera. Ma sulla strada della trasformazione è sorto un nuovo ostacolo: la pandemia di covid-19, con le sue pesanti ripercussioni economiche. Come riporta la rivista Africa l’inflazione è aumentata, così come la disoccupazione che era già molto alta prima della pandemia. A Freetown l’impatto sull’economia è stato terribile perché la nazione è dipendente dalle importazioni. Ancora una volta, Yvonne Aki-Sawyerr deve rimboccarsi le maniche per trasformare la crisi in opportunità.  

Borsa di studio "Angiolino e Giovanni Acquisti": tesi concorrenti

pubblicato 13 gen 2021, 06:05 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 13 gen 2021, 07:00 ]

Comunicato Stampa dell'Associazione Cultura della Pace e del Comune di Sansepolcro
Comunicate le tesi ammesse a concorrere alla Borsa di Studio "Angiolino e Giovanni Acquisti". Ancora un grande successo di partecipazione

Borsa di Studio "Angiolino e Giovanni Acquisti" - Associazione Cultura  della Pace

Sansepolcro, 13 Gennaio 2021

Anniversario della nascita di Don Primo Mazzolari  

 

L’Associazione Cultura della Pace e il Comune di Sansepolcro, Assessorato alla Cultura, comunicano con soddisfazione che, per concorrere alla Borsa di Studio dedicata alla nonviolenza, intitolata a Angiolino e Giovanni Acquisti, sono arrivate ben 15 tesi. Dalle Università di Bergamo, di Milano, passando da Pavia, Bologna, Siena, fino ad arrivare a Roma, Napoli e Bari sono pervenuti elaborati di particolare qualità che hanno trattato argomenti diversi. Dalla musica, ai diritti umani, dal concetto di umanità e comunità, di religione e politica, resilienza e recupero sociale, fino al ruolo dell’arte circense e del teatro, le tesi hanno dimostrato quanto la ricerca sulla nonviolenza apra sguardi nuovi e prospettive ampie verso un mondo che necessita approcci innovativi e risposte divergenti.

 

La commissione della Borsa di Studio, presieduta dal Prof. Tonino Drago, già Responsabile del Progetto di difesa popolare nonviolenta e Premio Nazionale “Cultura della Pace-Città di Sansepolcro” nel 2000, comunicherà a breve la tesi vincitrice.

Il premio sarà di € 1000 e tutte le tesi saranno stampate e conservate presso la Biblioteca di Sansepolcro, nella sezione “Cultura della Pace”. A oggi la Biblioteca Comunale di Sansepolcro vanta già 47 tesi specialistiche, alle quali andranno aggiunte le 15 di questa edizione, riuscendo a presentare un tesoro di conoscenza, a disposizione di cittadini e ricercatori.

 

La cerimonia di consegna della borsa di studio è prevista per l’autunno del 2021.

 

Ecco le tesi ammesse (in ordine alfabetico):

 

Università Cattolica del Sacro Cuore Milano

Facoltà di Scienze Politiche

1.   Ubuntu: la via sudafricana alla riconciliazione

Dott. ssa Sara Cetti

Relatore: Chiar.ma Prof. Claudia Mazzucato

 

Università degli Studi di Bergamo

Dipartimento di Giurisprudenza

Scienze per la cooperazione allo sviluppo

2.   La Siria degli Asad: la prima fase del conflitto civile e la proposta di pace dei profughi  siriani

Dott. ssa Sara Chiocca

Relatore: Prof. Michele Brunelli

 

Università di Bologna – Alma Mater Studiorum

DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELL’EDUCAZIONE  “Giovanni Maria Bertin”

Corso di laurea in Progettazione e gestione dell’intervento educativo nel disagio sociale

3.    Pratiche di educazione alla pace e alla nonviolenza. Esperienze con giovani israeliani, palestinesi e italiani

Dott. ssa Chiara Colpani

Relatore: Prof. ssa Beatrice Borghi

 

Università di Napoli Federico II

DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE

4.    L'islamofobia e l'intercultura oltre il velo

Dott. ssa Jessica Dati

Relatore: Ch.mo Prof. Stefano Oliverio

 

Università di Siena

Dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive

5.    “Palestinian Circus School”: Etnografia della pratica circense come espressione politica nella Palestina contemporanea

Dott. ssa Viola Lucrezia Giuliani

Relatore: Chiar.mo Prof. Fabio Mugnaini

 

Università di Pavia

Laurea Magistrale in Musicologia

6.    Musica come strumento di mediazione socio-culturale. Dinamiche psicosociali e sociologiche nella pratica musicale collettiva

Dott. Daniela Gozzi

Relatore: Chiar.ma Prof.ssa Michela Garda

 

Università Cattolica del Sacro Cuore Milano

Facoltà di Scienze Politiche e Sociali

7.    Papa Giovanni Paolo II e la Perestrojka: dalla nomina di Gorbaciov a segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica alla sua visita a Roma nel dicembre 1989

Dott. Vittorio La Manna

Relatore: Ch.mo Prof. Pietro Luca Azzaro

 

Università di Bologna – Alma Mater Studiorum

Scuola di Scienze Politiche

8.    L’Altro fascista. Deumanizzazione e violenza nelle rappresentazioni iconografiche (anti)fasciste di Prenzy

Dott. Enrico Papa

Relatore: Prof.ssa Paola Parmiggiani

 

Università La Sapienza Roma

Facoltà di Lettere e Filosofia

9.    Il Movimento degli Insoumis. Dalla Francia all’Europa (1972-1979)

Dott. ssa Ludovica Passeri

Relatore: Prof.ssa ELENA PAPADIA

 

Università di Bologna – Alma Mater Studiorum

Scuola di Lettere e Beni culturali

10.  Le voci della resilienza. Il ruolo delle donne all’interno del gruppo guerrigliero delle FARC-EP (Colombia)

Dott. Gregorio Polenzani

Relatore: Prof.ssa Cristiana Natali

 

Università di Bari Aldo Moro

Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia, Comunicazione

11.  Dal reato alla riparazione, il potenziale trasformativo del conflitto. La mediazione penale come strumento di comunicazione nonviolenta

Dott. ssa Maria Lucia Rubini

Relatore:  Prof.ssa Gabriella FALCICCHIO

 

 Università di Bologna - Alma Mater Studiorum 

12.  Dagli algoritmi alle assemblee. Tecnologia e politica nelle reti e nei movimenti globali

Dott. ssa Sara Concetta Santoriello

Relatore: Ch. Mo Prof. Augusto Valeriani

 

Università di Bologna – Alma Mater Studiorum

SCUOLA DI SCIENZE POLITICHE DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE E SOCIALI

13.  Il Conflitto arabo-israeliano e il caso dei minori palestinesi all’interno del sistema di detenzione militare israeliano

Dott. ssa Chelidonia Sbaraglia

Relatore: Prof. Gustavo Gozzi

 

Università di Bari Aldo Moro

Dipartimento di Scienze dello Spettacolo

14.  Otello nel laboratorio di Stanislaskij

Dott. Francesco Sinigaglia

Relatore: Prof.  ssa Maria Grazia Porcelli

 

Università di Bari Aldo Moro

Dipartimento di Scienze Politiche

15.  Bullismo e Cyberbullismo nelle disabilità. Prospettive di intervento socioeducativo

Dott. ssa Mariagrazia Spadaro

Relatore: Chiar. ma Prof.ssa Angela Muschitello 

Desaparecidos

pubblicato 5 gen 2021, 06:53 da Cultura della Pace

Sparizioni forzate in Paraguay
Dal 30 novembre non si hanno più notizie di Carmen Elizabeth Oviedo Villalba.
La ragazza, figlia di prigionieri politici della guerriglia, sarebbe stata rapita dai militari agli ordini del presidente Mario Abdo Benítez.
Sul sito www.peacelink.it un articolo di David Lifodi sulla situazione degli oppositori politici in Paraguay


Dal 30 novembre scorso non si hanno più notizie di Carmen Elizabeth Oviedo Villalba, figlia di Alcides Oviedo e Carmen Villalba, prigionieri politici dell’Ejército del Pueblo Paraguayo (EPP).

Da mesi il governo di Mario Abdo Benítez ha lanciato una vasta offensiva contro la guerriglia già culminata, il 2 settembre 2020, con l’omicidio, da parte della Fuerza de Tarea Conjunta, di Lilian e María Carmen Villalba, due ragazzine di 11 anni, di origine argentina, in visita ai loro genitori, militanti storici dell’Epp.

Successivamente, il presidente paraguayano aveva tentato di spacciare le due minorenni come esponenti dell’ Ejército del Pueblo Paraguayo, attribuendo ad entrambe la maggiore età prima che il caso dei falsos positivos fosse svelato.

I familiari di Carmen Elizabeth Oviedo Villalba, di 14 anni, temono che sia stata rapita dall’esercito paraguayano, ma soprattutto che vada incontro al destino di Lilian e María Carmen, torturate brutalmente prima di essere uccise.

C’è da chiedersi cosa spinga lo Stato paraguayano a prendersela con delle minorenni per debellare la guerriglia trasformandole in obiettivi militari.

Lo scorso 26 dicembre, esponenti della campagna #EranNiñas, hanno convocato una conferenza stampa a cui sono intervenuti, tra gli altri, Nora Cortiñas (Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora), Analía Rivadera (Pañuelos en Rebeldía), rappresentati del Tribunal Ético Popular Feminista e dell’Asociación de Ex Detenidos Desaparecidos de Argentina, per sollecitare il presidente argentino Alberto Fernández, che ha in programma un viaggio di affari in Paraguay, a fare pressione su Benítez affinché faccia luce sia sul caso delle due bambine uccise a settembre sia sulla sparizione di Carmen Elizabeth Oviedo Villalba.

La versione del presidente Mario Abdo Benítez sull’omicidio delle due bambine era stata contraddittoria fin dall’inizio ed aveva scatenato una crisi diplomatica tra Paraguay e Argentina.

Di certo le parole del presidente paraguayano, convinto che il suo paese rispetti diritti umani, in particolare quelli di bambini e adolescenti, suonano come una presa in giro soprattutto perché il suo atteggiamento ricalca l’odioso sistema dei falsos positivos utilizzato dal governo colombiano. Inoltre, è stato lo stesso vicepresidente di Benítez a pronunciare la frase hay que liquidarles a todos, riferendosi alla guerriglia. Questa dichiarazione fa capire che lo Stato non farà alcuna differenza tra bambini e guerriglieri, i quali peraltro si battono da sempre contro l’oligarchia che governa il paese come se fosse la sua proprietà privata.

La persecuzione contro i prigionieri politici attualmente in carcere ricorda molto da vicino quella messa in pratica dallo Stato peruviano contro i movimenti guerriglieri.

Dal 23 dicembre è stata arrestata inoltre dalla Fuerza de Tarea Conjunta Laura Villalba, la zia di Carmen Elizabeth Oviedo Villalba, adesso in carcere in isolamento, a seguito di quella ogni giorno di più si configura come una vera e propria persecuzione contro le famiglie Oviedo-Villalba, definita dagli avvocati argentini come terrorismo di stato all’insegna della strategia del golpeando donde duele, cioé rapire e uccidere i figli dei guerriglieri per colpire l’Epp.

La Plataforma Social Memoria y Democracia (Paraguay) e la Liga Argentina por los derechos humanos hanno invitato Abdo Benítez ad attivarsi per la liberazione di Carmen Elizabeth, animate dalla convinzione che il presidente sappia dove si trova la bambina, mentre il Partido Comunista Paraguayo ha sottolineato come la storia della Fuerza de Tarea Conjunta sia caratterizzata da numerosi episodi di questo tipo.

Ieri, 2 gennaio, come già avvenuto ogni secondo giorno del mese a partire dal 2 settembre, le organizzazioni per i diritti umani hanno manifestato di fronte all’ambasciata paraguayana di Buenos Aires per chiedere l’aparición con vida per Carmen Elizabeth oltre che verità e giustizia per Lilian e María Carmen Villalba.

C’è grande preoccupazione anche per Laura Villalba, a seguito del suo arresto. La zia di Carmen Elizabeth e sorella minore di Carmen Villalba, storica prigioniera politica dell’Epp, potrebbe infatti essere sottoposta a torture da parte dei militari paraguayani, le cui pratiche, oggi, non sono molto diverse da quelle risalenti all’epoca della dittatura stronista, ma finora i colorados hanno insistito nel coprire le responsabilità della Fuerza de Tarea Conjunta.

Bosnia, migranti e Europa

pubblicato 5 gen 2021, 06:42 da Cultura della Pace

Bosnia: fermare la disumanità verso i migranti

“RiVolti ai Balcani” chiede l’immediato e urgente intervento di istituzioni europee, internazionali e locali nell’area di Biha?, per fermare la disumanità e una soluzione di sistema a lungo termine che assicuri a migranti, richiedenti asilo e rifugiati il rispetto dei diritti umani fondamentali. Sul sito www.serenoregis.org l'appello per la situazione dei migranti

Fonte: pagina Facebook di Rivolti ai Balcani

“Come cittadina della Bosnia Erzegovina sento il diritto di insistere e ottenere da tutte le rappresentanze politiche a tutti i livelli che assicurino immediatamente un’assistenza e un alloggio dignitosi a tutte le persone in movimento. E chiedo altrettanto alla comunità internazionale che ha ancora un protettorato in Bosnia Erzegovina che si assuma la responsabilità di questa situazione. Questo crimine contro l’umanità che si sta attuando deve finire subito. Le persone continuano a congelare per le strade e sulle montagne e la domanda è quando cominceranno a morire. Tanti cittadini aiutano singolarmente come possono, ma per fermare questa catastrofe è necessaria una soluzione di sistema che rispetti la dignità e i diritti umani di queste persone. Coloro che operano in istituzioni pubbliche locali e internazionali sono responsabili di questa catastrofe. Non voglio e non accetto che la Bosnia Erzegovina diventi di nuovo una valle di fosse comuni, sinonimo di crimini, morte e ingiustizia”.

“RiVolti ai Balcani” raccoglie e condivide l’appello che arriva da singoli cittadini e cittadine, attivisti e volontari bosniaci oltre che dalla rete regionale Transbalkanska Solidarnost, affinché si fermi la catastrofe umanitaria che si sta consumando specialmente nel Cantone di Una Sana dove 3000 mila migranti, richiedenti asilo e rifugiati, vivono all’addiaccio. Di questi 1500 nel campo temporaneo di Lipa, a 30 km da Biha?, per i quali non vi è stata la volontà né dalle autorità locali né da quelle internazionali di trovare una soluzione.

Sono mesi che diverse organizzazioni internazionali, associazioni e volontari denunciano le condizioni insostenibili in cui vivono queste persone arrivate attraverso la rotta balcanica della migrazione. In primis nella tendopoli di Lipa, non predisposto per i mesi invernali, dove l’acqua veniva portata da una cisterna e la poca elettricità era prodotta da generatori. Come altri campi di transito in Bosnia, gestito dall’ Organization for Migration (IOM) BiH, ma la cui costruzione o adattamento è in capo alle autorità del paese.

Nonostante l’appello della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dell’Unhcr, e del successivo – vano – tentativo del Consiglio dei ministri bosniaco a spingere le autorità cantonali a prevedere un’accoglienza in strutture adatte, IOM ne ha deciso la chiusura e il 23 dicembre – giorno previsto per lo sgombero da parte di IOM – il campo è andato quasi completamente distrutto in un incendio.

Sta nevicando e la temperatura è scesa sotto lo zero. Centinaia di persone si trovano qui bloccate, con un solo pasto al giorno distribuito dalla Croce Rossa locale, altre centinaia si trovano sparse nei boschi senza assistenza.

“RiVolti ai Balcani” si aggiunge ad altri appelli resi pubblici negli ultimi giorni. Quello del 26 dicembre, firmato da Unhcr e IOM assieme a DRC – Danish Refugee e Save the Children che operano nel paese, in cui si chiede alle autorità locali di fornire l’immediata soluzione alternativa di alloggio e viene ribadita la disponibilità delle quattro organizzazioni a sostenere gli sforzi delle autorità locali e organizzare l’assistenza necessaria. Ma anche l’appello dei volontari e attivisti di No Name Kitchen, SOS Balkanroute, Medical Volunteers International e Blindspots rivolto all’Ue e ai suoi Stati membri.

La rete “RiVolti ai Balcani” – composta da oltre 36 realtà e singoli impegnati a difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione italiana e le norme europee e internazionali – chiede all’Unione europea, all’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, alla delegazione dell’Ue all’Alto rappresentante in Bosnia Erzegovina, all’International Organization for Migration, al Consiglio dei Ministri della Bosnia erzegovina, alle autorità del Cantone Una Sana e del Comune di Biha?, alle autorità delle due entità del paese – la Federazione e la Republika Srpska affinché:

  • sia trovata una soluzione immediata all’attuale emergenza umanitaria nell’area di Biha? e in Bosnia Erzegovina in generale;
  • siano individuate soluzioni di sistema a lungo termine che dotino la Bosnia Erzegovina di un effettivo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati;
  • sia attivato un programma di evacuazione umanitaria e di ricollocamento dei migranti in tutti i paesi dell’Unione Europea. 

Firma l’appello “Bosnia: si fermi lo scacchiere della disumanità” su Change

Un Sereno Anno Nuovo

pubblicato 28 dic 2020, 08:57 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 28 dic 2020, 08:59 ]

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AUGURI PER UN

SERENO ANNO NUOVO

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Gli auguri dell’Associazione Cultura della Pace

per un 2021 Sereno,

con più nonviolenza, solidarietà e pace

Fuochi d'artificio capodanno 2021 Vettore gratuito

La nonviolenza conduce all’etica più alta, che è l’obiettivo di tutta l’evoluzione.

Fino a che non smetteremo di fare del male agli altri esseri viventi,

saremo sempre dei selvaggi.

Thomas A. Edison

Giornata Mondiale per la Pace

pubblicato 17 dic 2020, 08:51 da Cultura della Pace

La Cultura della Cura come percorso di Pace

Ecco il messaggio per la LVI Giornata Mondiale della Pace di Papa Francesco

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1° GENNAIO 2021

 LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

 1. Alle soglie del nuovo anno, desidero porgere i miei più rispettosi saluti ai Capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà. A tutti rivolgo i miei migliori auguri, affinché quest’anno possa far progredire l’umanità sulla via della fraternità, della giustizia e della pace fra le persone, le comunità, i popoli e gli Stati.

Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita. Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili.[1]

Duole constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione.

Questi e altri eventi, che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente.

2. Dio Creatore, origine della vocazione umana alla cura

In molte tradizioni religiose, vi sono narrazioni che si riferiscono all’origine dell’uomo, al suo rapporto con il Creatore, con la natura e con i suoi simili. Nella Bibbia, il Libro della Genesi rivela, fin dal principio, l’importanza della cura o del custodire nel progetto di Dio per l’umanità, mettendo in luce il rapporto tra l’uomo (’adam) e la terra (’adamah) e tra i fratelli. Nel racconto biblico della creazione, Dio affida il giardino “piantato nell’Eden” (cfr Gen 2,8) alle mani di Adamo con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo” (cfr Gen 2,15). Ciò significa, da una parte, rendere la terra produttiva e, dall’altra, proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita.[2] I verbi “coltivare” e “custodire” descrivono il rapporto di Adamo con la sua casa-giardino e indicano pure la fiducia che Dio ripone in lui facendolo signore e custode dell’intera creazione.

La nascita di Caino e Abele genera una storia di fratelli, il rapporto tra i quali sarà interpretato – negativamente – da Caino in termini di tutela custodia. Dopo aver ucciso suo fratello Abele, Caino risponde così alla domanda di Dio:«Sono forse io il custode di mio fratello?»(Gen 4,9).[3] Sì, certamente! Caino è il “custode” di suo fratello. «In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri».[4]

3. Dio Creatore, modello della cura

La Sacra Scrittura presenta Dio, oltre che come Creatore, come Colui che si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli. Lo stesso Caino, benché su di lui ricada la maledizione a motivo del crimine che ha compiuto, riceve in dono dal Creatore un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata (cfr Gen 4,15). Questo fatto, mentre conferma la dignità inviolabile della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, manifesta anche il piano divino per preservare l’armonia della creazione, perché «la pace e la violenza non possono abitare nella stessa dimora».[5]

Proprio la cura del creato è alla base dell’istituzione dello Shabbat che, oltre a regolare il culto divino, mirava a ristabilire l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri (Gen 1,1-3; Lv 25,4). La celebrazione del Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati. In questo anno di grazia, ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita, così che non vi fosse alcun bisognoso nel popolo (cfr Dt 15,4).

Degna di nota è anche la tradizione profetica, dove il vertice della comprensione biblica della giustizia si manifesta nel modo in cui una comunità tratta i più deboli al proprio interno. È per questo che Amos (2,6-8; 8) e Isaia (58), in particolare, alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità e mancanza di potere, sono ascoltati solo da Dio, che si prende cura di loro (cfr Sal 34,7; 113,7-8).

4. La cura nel ministero di Gesù

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità (Gv 3,16). Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Queste azioni messianiche, tipiche dei giubilei, costituiscono la testimonianza più eloquente della missione affidatagli dal Padre. Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37).

5. La cultura della cura nella vita dei seguaci di Gesù  

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi. E quando, in periodi successivi, la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune. Ambrogio sosteneva che «la natura ha riversato tutte le cose per gli uomini per uso comune. […] Pertanto, la natura ha prodotto un diritto comune per tutti, ma l’avidità lo ha reso un diritto per pochi».[6] Superate le persecuzioni dei primi secoli, la Chiesa ha approfittato della libertà per ispirare la società e la sua cultura. «La miseria dei tempi suscitò nuove forze al servizio della charitas christiana. La storia ricorda numerose opere di beneficenza. […] Furono eretti numerosi istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi, ecc.».[7]

6. I principi della dottrina sociale della Chiesa come base della cultura della cura

La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.

* La cura come promozione della dignità e dei diritti della persona.

«Il concetto di persona, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento».[8] Ogni persona umana è un fine in sé stessa, mai semplicemente uno strumento da apprezzare solo per la sua utilità, ed è creata per vivere insieme nella famiglia, nella comunità, nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità. È da tale dignità che derivano i diritti umani, come pure i doveri, che richiamano ad esempio la responsabilità di accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro «prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio».[9]

* La cura del bene comune.

Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».[10] Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme»[11], perché «nessuno si salva da solo»[12] e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione.[13]

* La cura mediante la solidarietà.

La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come«determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti».[14] La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.

* La cura e la salvaguardia del creato.

L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani».[15] «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo».[16]

7. La bussola per una rotta comune

In un tempo dominato dalla cultura dello scarto, di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse,[17] vorrei dunque invitare i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative a prendere in mano questa “bussola” dei principi sopra ricordati, per imprimere una rotta comune al processo di globalizzazione, «una rotta veramente umana».[18] Questa, infatti, consentirebbe di apprezzare il valore e la dignità di ogni persona, di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale.

La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa anche per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili.[19]

Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione. Purtroppo molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali.

Le cause di conflitto sono tante, ma il risultato è sempre lo stesso: distruzione e crisi umanitaria. Dobbiamo fermarci e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore e cambiare la nostra mentalità per cercare veramente la pace nella solidarietà e nella fraternità?

Quanta dispersione di risorse vi è per le armi, in particolare per quelle nucleari,[20] risorse che potrebbero essere utilizzate per priorità più significative per garantire la sicurezza delle persone, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari. Anche questo, d’altronde, è messo in luce da problemi globali come l’attuale pandemia da Covid-19 e dai cambiamenti climatici. Che decisione coraggiosa sarebbe quella di «costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un “Fondo mondiale” per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri»![21]

8. Per educare alla cultura della cura

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi.

– L’educazione alla curanasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale  della società,dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco.Tuttavia, la famiglia ha bisogno di essere posta nelle condizioni per poter adempiere questo compito vitale e indispensabile.

– Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale.[22] Essi sono chiamati a veicolare un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano. L’educazione costituisce uno dei pilastri di società più giuste e solidali.

– Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili. Ricordo, a tale proposito, le parole del Papa Paolo VI rivolte al Parlamento ugandese nel 1969: «Non temete la Chiesa; essa vi onora, vi educa cittadini onesti e leali, non fomenta rivalità e divisioni, cerca di promuovere la sana libertà, la giustizia sociale, la pace; se essa ha qualche preferenza, questa è per i poveri, per l’educazione dei piccoli e del popolo, per la cura dei sofferenti e dei derelitti».[23]

– A quanti sono impegnati al servizio delle popolazioni, nelle organizzazioni internazionali, governative e non governative, aventi una missione educativa, e a tutti coloro che, a vario titolo, operano nel campo dell’educazione e della ricerca, rinnovo il mio incoraggiamento, affinché si possa giungere al traguardo di un’educazione «più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione».[24] Mi auguro che questo invito, rivolto nell’ambito del Patto educativo globale, possa trovare ampia e variegata adesione.

9. Non c’è pace senza la cultura della cura

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia».[25]

In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo,[26] ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri».[27]

Dal Vaticano, 8 dicembre 2020


Francesco


[1] Cfr Videomessaggio in occasione della 75ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2020.

[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 67.  [3] Cfr Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8 dicembre 2013), 2.  [4] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 70. [5] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesan. 488.  [6] De officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67.  [7] K. BIHLMEYER – H. TÜCHLE, Storia della Chiesa, vol. I L’antichità cristiana, Morcelliana, Brescia 1994, 447.448.  [8] Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale nel 50° anniversario della “Populorum progressio (4 aprile 2017).  [9] Messaggio alla 22ª sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione-Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP22), 10 novembre 2016. Cfr Tavolo interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale, In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla Laudato si’, LEV, 31 maggio 2020.  [10] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 26. [11] Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020.[12]Ibid.  [13] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 8153.  14] S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 38. [15] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 91.6] Conferenza dell’Episcopato Dominicano, Lett. past. Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 gennaio 1987); cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 92. [17] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 125.  [18]Ibid., 29.  [19] Cfr Messaggio ai partecipanti alla Conferenza internazionale “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni”, Roma, 10-11 dicembre 2018. [20] Cfr Messaggio alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione , 23 marzo 2017. [21]Videomessaggio in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020, 16 ottobre 2020.  [22] Cfr Benedetto XVI, “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”, Messaggio per la 45ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2012 (8 dicembre 2011), 2; “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”, Messaggio per la 49ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2016 (8 dicembre 2015), 6.[23]Discorso ai Deputati e ai Senatori dell’UgandaKampala, 1° agosto 1969. [24]Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019: L’Osservatore Romano, 13 settembre 2019, p. 8.  [25] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 225.[26] Cfr ibid., 64.  [27]Ibid., 96; cfr Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014   (8 dicembre 2013), 1. 

Una battaglia d'insieme

pubblicato 17 dic 2020, 08:45 da Cultura della Pace

«Siamo disarmati, noi siamo qui per proteggere la popolazione civile e non ce ne andremo» – Conversazione con Mel Duncan di Nonviolent Peaceforce

Sul sito www.serenoregis.org la conversazione con Mel Duncan, esperto di difesa nonviolenta


In questo episodio di Nonviolence Radio, Michael Nagler intervista Mel Duncan, il cofondatore e Direttore di Adovocacy and Outreach for Nonviolent Peaceforce, un leader mondiale per la protezione civile disarmata.

Mel rappresenta Nonviolent Peaceforce alle Nazioni Unite, dove al gruppo è stato concesso uno status consultativo. Nonviolent Peaceforce fornisce protezione a quei civili coinvolti in conflitti violenti, e lavora con i gruppi locali per la deterrenza della violenza in diverse aree di conflitto in giro per il mondo.

Mel parla del potente lavoro che Nonviolent Peaceforce ha compiuto nelle aree di conflitto in tutto il mondo identificando 77 tra le migliori pratiche per prevenire la violenza, proteggere i civili, salvare vite, e promuovere la pace attraverso lo strumento unico della Protezione Civile Disarmata.

Michael: Saluti a tutti e benvenuti ad un altro episodio di Nonviolence Radio. Io sono Michael Negler. Siamo lieti e orgogliosi di condividere con voi un’intervista che ho condotto recentemente con un mio caro e vecchio amico, e un importantissimo attore mondiale per la nonviolenza. Lui è Mel Duncan, il cofondatore di Nonviolent Peaceforce.

Mel ha lavorato instancabilmente per qualcosa come 15 anni per l’avvio di Nonviolent Peaceforce e per vederla stabilmente all’interno delle Nazioni Unite e persino tra gli stanziamenti degli Stati Uniti. Mel è arrivato a questo lavoro avendo già un background nell’organizzazione della comunità, ma alla Conferenza per la Pace all’Aia che lui ci descriverà, ha incontrato David Hartsough e questa cosa, a cui noi di Metta teniamo tanto, è stata lanciata. Ora passiamo alla nostra intervista.

Quindi, Mel, se potessi ripetere quello che ti ho sentito chiedere, stai lavorando per trasferire completamente il nostro concetto di sicurezza, da uno basato sulla forza a un concetto basato sulla fiducia e sulla comunità, il che è assolutamente lodevole ed è ciò che dobbiamo fare. E poi la seconda domanda è: questa è una forma di programma costruttivo? Stavo dicendo: “Assolutamente, lo è”. E questo diventerà chiaro quando effettivamente costruiremo le istituzioni alternative. Come la giustizia riparatrice invece del gasdotto della prigione.

E quando forniamo servizi psicologici con i quali le forze di polizia possono operare in tandem, tutto ciò farà in modo che sia ovvio che si tratta di un programma costruttivo. Ma la cosa principale che un programma costruttivo ci permetterà di fare, e penso che ciò sia enorme, è uscire dal gioco delle colpe. E non incolpare la polizia semplicemente per gli omicidi. Ovviamente loro non dovrebbero commetterli, ma dobbiamo renderci conto che li abbiamo messi in una situazione impossibile.

Mi viene sempre in mente una cosa che diceva Norman Cousins, il quale scoprì che la Marina militare aveva inviato una nave intorno alla baia di San Francisco spruzzando un agente batterico nella nebbia per vedere se avrebbe funzionato come arma biologica. E lo ha fatto. Più tardi, grazie al Freedom of Information Act, si scoprì che un signore anziano aveva contratto la malattia ed era morto. I suoi nipoti fecero causa alla Marina.

Così ha detto Cousins, “Questo è stato assolutamente riprovevole da parte della Marina. Tuttavia, devi renderti conto che quando hai reso qualcun altro responsabile della tua sicurezza, ne hai ceduto un po’”- non lo so, qualche prerogativa etica o qualcosa del genere. Non è giusto quindi rivolgersi a quella persona e dire: “Non mi piace il modo in cui l’hai fatto. Non avresti dovuto farlo in questo modo.”

Perciò, che ci siano eccessi che portano alla brutalità della polizia non ci sono dubbi. E devono essere fermati. Ma dobbiamo, soprattutto, evitare una postura psicologica che punta il dito contro di loro, e dire: “Siamo irreprensibili e voi avete fatto tutto questo e noi vi puniremo”. Questo non ci porterebbe da nessuna parte.

Mel: Capisco cosa stai dicendo. Allo stesso tempo, c’è un limite che penso tu abbia superato, in termini di persone bisogna essere responsabili delle proprie azioni. E dobbiamo ritenere le persone responsabili. La vigilanza è una professione in cui le mele marce non dovrebbero essere consentite.

Michael: Questo è vero.

Mel: Proprio come sai, Delta Airlines non va a dire: “Beh, sapete, abbiamo piloti davvero bravi, tranne un paio di mele marce. E a loro piace schiantarsi sulle montagne. “Questa è una professione in cui non sono ammesse mele marce. E la polizia dovrebbe essere la stessa cosa. Non ci sono scuse per una mela marcia. Non ci sono scuse per le federazioni di polizia che proteggeranno quelle mele marce a tutti i costi. Quindi, penso che ci sia spazio per la colpa che fino ad ora non abbiamo fatto in modo che questo ci sia.

Michael: Non sono in disaccordo con questo, Mel. E non sto dicendo che non ci sia un comportamento a cui si deve porre una fine, ma sto solo dicendo che possiamo affrontarlo in modo un po’ più compassionevole se guardiamo interamente al contesto. E dopotutto, l’obiettivo finale della nonviolenza, sebbene sia difficile da raggiungere, ed è qui che dobbiamo fare un compromesso con il mondo reale, ma l’obiettivo finale che dobbiamo raggiungere non è tanto la responsabilità ma più che altro che le persone si assumano la responsabilità.

Mel:Si. Sono d’accordo. Lasciatemi spiegare quello che hai appena detto sull’obiettivo assoluto della nonviolenza che non è la responsabilità, ma che le persone si assumano la responsabilità. Quello che penso e che sento è che la responsabilità viene solo dopo che il fatto sia già accaduto. Questa è una responsabilità proattiva.

Michael: Sì, è vero. Non ci avevo pensato. Ma c’è un altro elemento in tutto questo, in quanto nella responsabilità, non stiamo dando loro solo l’opportunità di farsi avanti, ma di riconoscere quello che hanno fatto e correggersi da soli, che è l’obiettivo finale.

Ma è sempre positivo avere un obiettivo luminoso lontano, anche se non sei in grado di rispettarlo nel presente, nella tua vita.

Mel: Sì. Izzy Stone ha detto: “Se ti aspetti di trovare le risposte alle tue domande nel corso della tua vita, non stai facendo domande abbastanza grandi”.

Michael: Esatto. Si. Oh, è stato fantastico. Quindi, Mel, questo in realtà ci porta direttamente alla questione del mantenimento della pace civile disarmata, perché non mi sorprende il modo in cui la tua splendida organizzazione, Nonviolent Peaceforce, si è adattata agli interventi domestici. Avendo iniziato con il modello tradizionale, “Across Border”, che in realtà non era ciò che Gandhi aveva in mente. Era tutto basato sulla comunità.

Mel: Usiamo il termine “Shanti Sena” liberamente.

Michael: Sì. Giusto. Perché, sai, in India, Sena non significava necessariamente una forza di occupazione straniera. Invece, ciò sta succedendo proprio ora è Shiv Sena. Quindi, permettetemi di farti queste due domande. Come è nata la passione per la pace e come è finita per concentrarti su questo aspetto che ora chiamiamo “Mantenimento della pace civile disarmata?”

Mel: Ho avuto questa passione per tutto il tempo che ricordo e ho agito su questa passione già alle scuole medie. E dal liceo, ci si organizzava attivamente intorno ai diritti civili e contro la guerra. Ero l’unico ragazzo bianco del mio liceo e me ne andai il giorno dopo l’assassinio di Martin Luther King insieme agli studenti neri. Questa passione è sempre stata parte di me. Anam Cara è uno dei miei più cari amici e lo è ancora. Lo sai cosa intendo?  Il libro della saggezza celtica di John O’Donohue.

È stato con me da quando ero nella culla. Alla stessa scuola materna. E mi ha detto molte volte: “Sei nato con filtri diversi e non puoi filtrare il dolore come fa la maggior parte delle persone”.

Michael: Grazie a Dio per questo.

Mel: Bene, è stato anche straziante. Voglio dire, lo capisco. Lo accetto. Non sono sicuro se lo augurerei a qualcuno. Ma penso che quella fosse una motivazione, non più di questo- voglio dire, forse questo è troppo rivelatore, ma sono cresciuto con una madre che mi ha insegnato ad avere responsabilità su tutto. E inoltre, mi ha incoraggiato dicendomi che potevo fare qualsiasi cosa mi mettessi in mente.

Quindi, sai, eccomi qui a lavorare con forza a Nonviolent Peaceforce a 70 anni.

Michael: Che grande mamma. Wow.

Mel:Si. Nel bene e nel male. Sai, non andava tutto bene. E così, avevo lavorato tutta la mia vita principalmente su questioni relative ai diritti umani a livello nazionale, sui diritti dei disabili, sui diritti dei gay, sulla giustizia economica, sull’organizzazione – aiutando a organizzare la campagna per il senato del mio caro amico Paul Wellstone, morto 18 anni fa.

Michael: Wow.

Mel: 18 anni fa.

Michael: Ricordo con tanto affetto.

Mel: Sì. E così, mi hai sentito dire questo prima. Ma io, in quel momento, mi stavo organizzando per essere un classico organizzatore di comunità, noi contro loro, giusto contro sbagliato, buono contro cattivo. Il 50 percento più uno significa che li prendiamo a calci in culo. Ora, sono stato un po’ più civile a riguardo. Ma non molto. E così, nel 1997, sono arrivato alla University of Creation Spirituality.

Durante una lezione sui mistici, era appena iniziata una sezione su Rumi che veniva insegnata da una Sufi. E ha iniziato la lezione parlando della differenza tra il dibattito in stile occidentale e quello di stile orientale. Dove in Occidente cerchi di dominare l’altra persona e in Oriente – e queste sono generalizzazioni eccessive – cerchi di illuminare ciò che sta dicendo l’altra persona. Ora io e te ne sappiamo di più. Ma per scopi generali.

Con questo, ho iniziato a sognare ad occhi aperti a quando mi trovavo i venerdì notte negli show televisivi qui in Minnesota, e facevo parte di una giuria, avevamo 8-10 minuti alla fine della trasmissione per discutere sugli eventi della settimana. Ci incoraggiavano a fare confusione, ad essere controversi. Intendo che eravamo niente. Parlo di 20 anni fa. Eravamo niente in confronto a cosa siamo oggi. Ma eravamo precursori.

Georgia mi ha affrontato una notte. Aveva visto lo spettacolo e mi stava aspettando sulla porta quando sono tornato a casa. Era una cosa che mi aspettavo che tutta la mia famiglia facesse diligentemente ogni venerdì in cui partecipavo a quella trasmissione. Ma non era mai successo prima. Mi ha detto: “Non c’era niente di buono in te stasera tranne la tua maglietta”. Era la maglietta che aveva comprato per me.

Michael: Certamente.

Mel: Ha detto: “In che modo puoi contribuire al bene pubblico litigando con le persone? Interrompendole? Cercando di essere meglio di loro? Cosa stai rappresentando per i nostri figli?” E, sai, volevo dire: “Ma Georgia, questo è un bel concerto. Le persone mi riconoscono al supermercato.”

Allora sognando questo mi trovo in questa classe nel centro di Oakland. Questa Sufi mi fissa dritto in faccia. Non l’avevo mai incontrata prima. E disse: “il tuo compito è entrare nel cuore del tuo nemico”. E io l’ho scritto nel mio quaderno: “Entra nel cuore del mio nemico. Questo è un buon posto per strapparlo”. “E poi più in basso nella pagina ho scritto: “Non tornare a dormire. Questo potrebbe cambiarti la vita.”

Michael: Wow.

Mel: Ed è in quel momento in cui, quando lo studente è veramente pronto, che gli insegnanti appaiono.

Michael: Oh sì.

Mel: E così, sono stato guidato, stimolato, sfidato, e chiunque fosse, sul modo dualistico in cui vedevo il mondo, sul modo dualistico in cui lavoravo, sono stato davvero spinto a comprendere il mio lavoro come un senso di unità. E questo mi ha portato a prendere parte a un Sangha nella Bay Area per attivisti sociali al largo di Fruitvale. Mi ha portato a studiare Thich Nhat Hanh. E poco più di un anno più tardi mi sono ritrovavo seduto a Plum Village.

E Thich Nhat Hanh, ero in questa compagnia di questa fondazione mainstream nel Minnesota. Alzarono le mani quando hanno ricevuto il mio rapporto bimestrale. E così mi trovai in questo monastero. E lì, Thich Nhat Hanh era molto chiaro sul fatto che non eravamo più sul punto in cui potevamo permetterci di schierarci. La posta in gioco era troppo alta. E così, era la fine del 1998, e lasciando Plum Village in autobus, ho scritto nel mio taccuino, che è sempre con me, un pensiero su Nonviolent Peaceforce.

Michael: Wow. È così che è iniziato?

Mel: Sì. Quindi, sono tornato a casa. In realtà sono tornato a Edinboro. Uscivo con un amico, scrivevo durante il giorno e andavamo al pub la notte. Ma quando ho ricevuto una mail ho scritto a Georgia questa mia idea e lei ha risposto: “Buona idea. Promettimi che resterai a casa per tre mesi”. Così sono tornato a casa alla fine del ’98. Eravamo al verde. Per fortuna lei tornò a lavorare, mentre io insegnavo all’università, facevo consulenza e altre cose.

Così una notte Georgia mi ha detto: “Provaci”. Il giorno dopo, c’era una pubblicità su The Nation riguardante l’Appello per la pace dell’Aia. E così, ho esaminato la questione e ho pensato: “Beh, come organizzatore, questo è un posto perfetto per testare la validità di questa idea”.

Quindi, ho messo da parte i soldi e ho comprato un biglietto aereo, ho trovato un posto gratuito dove stare all’Aia, e mi sono ritrovato con 50 fogli di battitura a spaziatura singola sul concetto della Nonviolent Peaceforce. E il giorno dopo sono andato nel panico perché – tu c’eri?

Michael: No non ero li. Lo sapevo, ma non c’ero.

Mel: erano programmate 5.000 persone e invece erano 9.000. Quindi, ogni luogo era intasato. Così, ho chiamato Georgia la prima notte e le dissi: “Sai, con quelle persone che mi hanno dato i soldi per analizzare questa idea non riusciamo a trovare un punto d’appoggio. Non riesco a parlare con nessuno. Potrei alzarmi in piedi su una sedia e urlare, ma mi dovrei semplicemente adattare al frastuono”. E lei mi rispose: “Bene, allora stai zitto e ascolta”.

Quindi, il giorno dopo ero stipato contro il muro in fondo alla stanza. E ora so che l’oratore era Helga Temple. Allora non lo conoscevo, ma c’era David Grant. E penso che Tim Wallace fosse lì. Questo ragazzo si alza e fa una domanda su una forza di pace non violenta professionale su larga scala. In quel momento ho scosso la testa, come nei cartoni animati. Mi sono dato una spinta dal muro, attraversai la folla e l’ho afferrato per il braccio. Gli dissi: “Se sei serio su quello che hai appena detto, dobbiamo uscire da qui e iniziare a organizzare. Abbiamo soltanto pochi giorni qui. “Quindi, puoi immaginare di dire a David Hartsough: “Se sei serio su quello che hai appena detto”, [ride].

Michael: Dovrebbe averti dato un’occhiata molto veloce.

Mel: Quindi, ci ritrovammo fuori nel corridoio a organizzare dei gruppi per testare questa idea. E venendo via da lì abbiamo scritto il concetto principale. Dopodiché abbiamo trascorso i due anni successivi a massimizzare le nostre carte di credito visitando persone in conflitti violenti e imparando cosa stavano facendo, cosa funzionasse e cosa no, e se avrebbero potuto aver bisogno di civili disarmati ben addestrati. Diciamo che questa è una lunga storia.

Michael: Non avevo mai sentito la storia in modo così completo, Mel, ascoltandoti ho un’impressione molto forte di questa combinazione perfetta tra fattori interni ed esterni. In altre parole, stai ottenendo il meglio da ciò che hai imparato dai mentori dell’insegnante Sufi e ascoltando Georgia e tutto il resto. D’altra parte, non stai solo dicendo: “Oh, l’universo se ne prenderà cura”. Stai facendo la tua dovuta diligenza. Sei entrato con 50 pagine e hai afferrando David Hartsough per il braccio. Quindi è questa la combinazione vincente, e penso che tutti possiamo trarre una lezione davvero stimolante da tutto ciò.

Quindi, torniamo indietro un secondo. Ti è venuta questa idea più o meno spontanea, l’idea dell’intervento non violento, ma ormai aveva un po’di storia. Sai cosa intendo?

Mel: Oh, sì.

Michael: Shanti Sena prima. Raccontaci un po’di questo.

Mel: Beh, nel 1984 ero andato in Nicaragua come parte delle Brigadiste internazionali. Abbiamo soggiornato in un villaggio nei campi di cotone al confine settentrionale, proprio sul Golfo di Fonseca. Quei villaggi venivano attaccati e distrutti dai Contra durante la raccolta del cotone e del caffè. Abbiamo ipotizzato che fosse un’operazione della CIA. Non lo sapevamo. E inoltre, che se in quei villaggi ci fossero stati gringo o nordeuropei, la CIA non avrebbe permesso ai Contra di attaccare. Grazie a Dio avevamo ragione. Sai, questo è emerso due anni dopo nelle udienze Iran-Contra.

E nessuno è mai stato ucciso mentre stavano facendo quella presenza non violenta in quei villaggi. C’era un giovane che è stato ucciso, ma aveva impugnato le armi.

Michael: Oh, capisco.

Mel: E così, avevo visto l’utilità di questo e di come avrebbe potuto funzionare, ma Georgia e io non eravamo sposati da molto tempo e stavamo mettendo su famiglia. E come sai, è diventata una famiglia molto numerosa. E avevo iniziato a studiare Gandhi, credo, all’inizio del college, così come King e altri. Ricordo “Anthology of Nonviolence in America” di Staughton Lynd.

E così, questi pensieri mi giravano intorno. E ricordo che durante le guerre balcaniche, ho pensato che avremmo potuto fare qualcosa? Ma ovviamente non ho mai avuto il tempo o l’intenzione o la spinta per fare qualcosa.

Michael: Non era il momento giusto.

Mel: Si, andando via da Plum Village, sai ero solo lì sul autobus a scrivere. Era già tutto là.

Michael: Giusto. Io voglio prendere un punto particolare che hai menzionato, Mel, riguardo al fatto di essere impressionato dall’evento che nessuno era stato ucciso mentre loro erano in azione. Esiste una reazione giusta e una sbagliata a questo. Ricordo quando iniziavo a andare in giro provando a guadagnare qualche soldo per questo lavoro – Non penso che NP esisteva già allora. Ho parlato con Sally Lilienthal che aveva un bel po’ di fondi qui a San Francisco. Le ho presentato l’idea con il sostegno di alcuni amici benestanti che si finanziavano dall’est.

Lei ha detto: “Beh, sai, la prima volta che qualcuno viene ucciso, crollerà tutto”. E sapevo che era completamente sbagliato. Quindi, ci ho pensato molto. E quello a cui sono arrivato è che da un lato non dobbiamo entrare in questo lavoro per proteggerci perché questa è la motivazione sbagliata. Lo facciamo perché vogliamo proteggere gli altri. Lo facciamo perché riteniamo che sia la cosa giusta da fare. Non puoi non correre rischi nella nonviolenza. Lo sai.

Dall’altro lato, questo mostra che c’è un potere incredibile in questa cosa, e che a causa della nostra visione del mondo, del nostro paradigma a cui facevamo riferimento in precedenza, non lo vediamo questo potere. E così, diventa una parte di fondamentale importanza quella di mostrare alle persone che questo ha il potere sia di persuadere l’avversario che di proteggere te e la tua parte. Quindi, ce l’ha questo potere. Ma sarebbe sbagliato dire: “Lo farò in modo non violento perché ho paura”. Forse è una specie di punto sottile, ma ho pensato che varrebbe la pena vedere se sei d’accordo.

Mel: Beh, prima di tutto, abbiamo una soglia di rischio molto più alta rispetto alla maggior parte delle persone. E questo viene insegnato alle persone in formazione. Ma questo non significa che non abbiamo una soglia di rischio, perché lo abbiamo. Il martirio non è un’attività sostenibile.

Michael: Ben detto.

Mel: E così, ci proteggiamo quando – e se non possiamo proteggere noi stessi, non possiamo proteggere gli altri.

Michael: Buon punto.

Mel: Una delle cose che è stato un buon apprendimento, è che spesso sul campo, la sfocatura di chi sta proteggendo chi – diventa sfocata su chi sta proteggendo chi. E a volte nei villaggi ci proteggono. E altre volte li proteggiamo noi. E penso che questa sia la mutualità ideale della protezione non violenta.

Michael: Ascoltare tutto questo è davvero meraviglioso. Sì, e anche questo è un aspetto a cui non avevo pensato. Ma sicuramente ci protegge da ciò che temevamo così tanto e giustamente, che è l’imperialismo della pace. Sai, stiamo arrivando lì per darti pace perché non puoi farlo da solo. Quindi, so che NP ha una politica e così anche PBI e altre organizzazioni che svolgono questo tipo di lavoro, una politica di andare via e lasciare il territorio quando queste pratiche non sono più necessarie.

Ma quello che stai dicendo qui è intimo e potente. Ci siamo dentro insieme. Sai, siamo davvero – loro ci stanno proteggendo, noi li stiamo proteggendo. Buon punto.

Michael: Sì. Quindi, non siete soltanto nel nord globale, ma vi paracadutate per difendere il sud globale. Quindi, sei andato lontano, penso, per stabilire quell’equilibrio tra “Sì, abbiamo qualcosa che possiamo offrirti. E no, non siamo qui per dirti come farlo. E per implicare che sei impotente.”

Mel: Esatto.

Michael: Penso che sia uno dei grandi successi di Nonviolent Peaceforce.

Mel: Sì. Lavorare con le agenzie delle persone. Ecco perché non parlo più di sviluppo delle capacità. Ma mi riferisco sempre ad esso come riconoscimento della capacità.

Michael: Bello. Sì, so che di recente abbiamo intervistato per il nostro film un tizio del Kenya, Gregory Otieno. Ha parlato in modo molto affettuoso dei meccanismi indigeni per la riduzione dei conflitti e di costruzione della comunità, che sono stati travolti, purtroppo, durante l’era coloniale. Ma questo è idealmente ciò che vogliamo fare, il riconoscimento della capacità. E forse un miglioramento delle capacità laddove abbiamo la capacità di farlo.

Mel: Sì. E la metafora a cui penso a volte, Michael – ti ricordi Andrew Weil?

Michael: Sì.

Mel: Ha scritto diversi libri. Uno è stato chiamato, “Guarigione spontanea”. E ha parlato di come noi abbiamo davvero nel nostro corpo la capacità di guarire noi stessi. E lui disse: “Quindi, quando ti tagli, puoi guardare e vedere il tuo corpo che inizia a rimettersi insieme immediatamente”. Abbiamo queste proprietà dentro di noi. Ma a volte l’aggressione è così acuta, esternamente o internamente, che abbiamo bisogno di ulteriore aiuto. Ma non per guarirci. Abbiamo bisogno dell’aiuto aggiuntivo per tornare al luogo in cui possiamo guarire noi stessi.

Michael: Questa è una metafora superba. E sai, una delle cose che sperimentiamo qui nella nostra proprietà a West Marin, nel momento in cui siamo arrivati ??in questo posto, c’erano due fossati di erosione piuttosto gravi. Abbiamo notato che avevano molti cardi. E abbiamo pensato: “Oh, il cardo è un tale dolore. Se provi a superarli, vieni punto.” Ma i cardi erano il tessuto delle cicatrici della natura. Hanno impedito alle mucche di peggiorare le cose in quei fossati erosivi. Quindi, e come se, lo sai, anche il pianeta possiede l’abilità di guarire.

Mel: Ci puoi scommettere. Eh sì.

Michael: Ma c’è bisogno di aiuto quando, ovviamente, questo avviene artificialmente.

Mel: Sì.

Michael: Allora, Mel, mi colpisce che tu ed io siamo stati in questo campo per così tanto tempo e ne conosciamo i suoi meccanismi. Ma molte persone che leggono o guardano questa intervista potrebbero non conoscerli. Per questo potresti spiegarci cosa si fa esattamente per il mantenimento della pace civile in modo disarmato?

Mel: Beh, abbiamo squadre di caschi blu civili disarmati ben addestrati, che provengono da i paesi ospitanti dove siamo invitati. E da – ora che ci penso che ci sono altri 40 paesi. Siamo invitati dalla società civile locale in aree di conflitto violento per lavorare con loro, per proteggere i civili e prevenire la violenza. Perciò per fornire protezione agli individui e alle comunità utilizziamo dieci metodi diversi in base alle loro diverse proporzioni.

Ciò che ho capito fino ad ora, che è fondamentale, è che la protezione civile disarmata dipende in larga misura dal profondo impegno della comunità, con cui, insieme, facciamo un’analisi costante del contesto. Sulla base di ciò, vengono applicati uno o più metodi e lavoriamo con la comunità iniziando dal capire se si tratta di accompagnamento o preallarme, risposta tempestiva o interposizione. Dobbiamo essere molto agili perché le dinamiche del conflitto cambiano rapidamente.

E quindi, dobbiamo essere in grado di cambiare in corso. Mi è venuto in mente alcuni anni fa, più di qualche anno fa, quando visitavo vari siti nel Sud Sudan. Guardavo e pensavo: “Questo sito sta facendo qualcosa di completamente diverso da quello che ho appena visitato”. Ed è stato a causa del contesto. Quindi, è davvero necessario un profondo coinvolgimento della comunità e un’interazione continua con essa. Per cui, quello che ho capito è che la Protezione civile disarmata è molto più un processo che una prescrizione. Non è un libro di ricette. È un processo dinamico e basato sui sistemi.

Michael: Allo stesso tempo, Mel, anche quando hai un ricettario, devi avere degli ingredienti riconoscibili. Qualcuno dice, sai, “Mescola una mezza dozzina di uova”, devi sapere cos’è un uovo. Quindi, ci diresti qualcosa in più su quali sono alcuni dei metodi? Hai accennato all’interposizione. Quali sono un paio degli altri metodi per essere più chiari alle persone?

Mel: L’accompagnamento è probabilmente il metodo più noto che usiamo. Ed è qui che, ad esempio, in Sud Sudan, le donne soggiornano nei campi profughi interni chiamati “aree di protezione civile”. In un posto in cui abbiamo lavorato, ci sono 100.000 persone. E le donne devono partire tutti i giorni per raccogliere la legna da ardere. E poiché sono in quei campi ormai da sei anni, c’è una massiccia defogliazione. Quindi, devono andare sempre più in là nella boscaglia.

La situazione è migliorata dopo l’accordo di pace. Ma fino a quando – e succede ancora, ma non come prima. Le donne venivano violentate dai soldati del governo o violentate dai gruppi ribelli. Lo stupro è un’arma. Era usato per manipolare il territorio, il suo controllo, e per la vendetta. E queste erano e per alcune sono ancora le condizioni di lavoro delle donne. A volte dicevano: “Bene, manderemo le donne più anziane perché è meno probabile che vengano violentate”.

Ma quello che abbiamo scoperto è che se mandavamo da tre a cinque dei nostri protettori civili disarmati con 20-30 donne, loro non venivano mai attaccate.

Michael: meraviglioso. 

Mel: In un periodo di quattro anni, c’è stato un caso in cui una delle nostre persone è stata attaccata da un soldato ubriaco. Ma nessuna delle donne è mai stata attaccata.

Michael: Quindi, Mel, passando alla situazione attuale, anche se in realtà, quello che ti chiederò di raccontarci tra un po’ è la storia di Derek e Andres in Sud Sudan. Non possiamo passare ad altro senza raccontarlo. Ma so che la “due diligence” che NP ha svolto, è la parte che mi colpisce di più, e credo che l’apprendimento è una delle migliori pratiche. Ero così frustrato per questo. Negli anni ’80 dicevo: “Sai, andiamo là fuori a rischiare le nostre vite e facciamo queste cose incredibili e drammatiche ma nessuno ne sente mai parlare.”

Dicevo: “I rapinatori di banche fanno più best practice e debriefing”. Adesso questo è cambiato e sono assolutamente entusiasta del modo in cui alcuni gruppi stanno usando esplicitamente le esperienze di altri paesi, i quali hanno avuto un’insurrezione con elezioni illegittime per consigliarci su alcune delle cose che funzionano e su altre che invece non funzionano. Quindi, ci parleresti un po’ di cosa avete fatto sistematicamente in sei continenti e dove possiamo andare a leggere i risultati?

Mel: Abbiamo condotto delle buone pratiche. Ma non siamo ancora abbastanza audaci da chiamarle “le migliori”. Abbiamo iniziato con degli studi di pace molto intensi su quattro applicazioni di protezione civile disarmata. Uno a Mindanao, uno nel Sud Sudan dove la Nonviolent Peaceforce è molto attiva, uno in Israele, Palestina, dove non siamo molto attivi, il quarto in Colombia. Quindi, abbiamo davvero visto il lavoro di 25 gruppi diversi. Perché Colombia – Colombia, Palestina e Guatemala sono i posti più caldi, sai, dove c’è bisogno di più lavoro che altrove.

E quindi, sulla base di ciò, Ellen Furnari ha guidato la cosa, ma avevamo diversi team di ricerca. Invece John Lindsay-Polonia era nella squadra che è andata in Colombia.

Michael: Oh sì, bene.

Mel: Facendo delle analisi incrociate abbiamo identificato le 77 pratiche che possono essere definite come le migliori. Alcune di loro erano davvero ovvie, ma per essere corretti bisogna fare dei colloqui alle persone prima di assumerle, giusto? Ma non tutti lo facevano, e si prendeva ciò che si poteva ottenere. Questa non è una buona pratica.

E così, nella seconda fase abbiamo convocato dei professionisti, partner, e alcune persone con cui abbiamo collaborato le quali hanno ricevuto i nostri servizi, e alcuni accademici su base regionale. Hanno passato tre giorni in ritiro guidato per far emergere ciò che davvero le persone fanno, ciò che funziona, e in quale contesto. Sai dove sono i dilemmi? Dove sono i conflitti? E così l’abbiamo fatto nell’Asia orientale, lo abbiamo fatto in Medio Oriente, Africa subsahariana, Nord America e America Latina.

E poi anche il COVID-19 ha colpito. Quindi, abbiamo l’Europa, l’Europa è rimasta. Stiamo organizzando un seminario per l’Europa. E poi faremo un raduno internazionale per riunirci e guardare davvero cosa funziona, e cosa non funziona, cosa può essere replicato, e cosa può essere ingrandito. E, cosa più importante è coltivare una comunità per la pratica. Perché ci sono molti altri come noi – posso dire che ci sono almeno 50 organizzazioni nel mondo che svolgono una qualche forma di protezione civile disarmata in 24 località.

Ma sai, a Minneapolis abbiamo fatto l’addestramento per le forze di pace per le urne delle elezioni politiche. Questo gruppo è il Powderhorn Security Collective. Dallo scorso giugno forniscono sicurezza nei quartieri adiacenti a dove è stato assassinato George Floyd.

E quindi, penso che quello che sta succedendo sia piuttosto uno zeitgeist, tutto ciò che accade è perché è necessario, e le persone stanno comprendendo e percependo a un livello molto diverso che dobbiamo rimodellare il modo di fare sicurezza. E quindi, qual è questo obiettivo, Michael? il Powderhorn Security Collective, ha cercato di intervenire prima che veniva chiamato il 911. Perché spesso non succedono cose belle alle persone in quei quartieri quando viene chiamato il 911.

Quindi è un approccio molto costruttivo. E oserei dire che ci sono centinaia di queste operazioni in tutto il mondo.

Michael: Sì. Penso che potremmo citarne alcuni. Sai, famosi sono quelli nel Bronx e a Chicago. Ora, questo mi porta a farti, credo, una specie di domanda critica. Hai menzionato lo Zeitgeist. E sappiamo che a un certo punto, essere consapevoli di ciò che si sta facendo aiuta in modo significativo a metterlo insieme e creare una spinta identificabile e coerente. Vedi qualcosa di tutto ciò accadere a livello internazionale e nazionale? O sono solo gruppi sparsi che hanno un’idea spontanea?

Mel: Alcune di queste cose stanno accadendo. Abbiamo la Shanti Sena Network che tu conosci, in Nord America. In America Latina si riuniscono una volta all’anno. Ma tutto il lavoro sembra essere tra Messico e Colombia. Non abbiamo trovato un nome comune. E dobbiamo stare molto attenti perché le persone sono scettiche su ciò che stiamo facendo.

Stiamo cercando di stimolare molti gruppi a farlo. Ci siamo imbattuti nel termine “Protezione civile disarmata”, principalmente per poter lavorare con le Nazioni Unite e portare avanti questo come politica.

Michael: Beh, non intendevo una singola organizzazione. Ma penso che quello di cui stai parlando sia esattamente quello che volevo dire, che è un unico concetto. Ti rendevi conto che stavi parlando in prosa? Quindi, Mel, hai menzionato una parola magica lì. Puoi dirci brevemente cosa hai fatto all’ONU? Tu, in particolare?

Mel: Ho intenzione di citare erroneamente Gandhi di fronte a te. Perché penso che non l’abbia detto. Ma gli è stato attribuito: “Prima ti ignorano. Poi ridono di te. Poi ti combattono. E poi vinci.” 

Michael: Esatto.

Mel: Mi è stato detto che davvero non l’ha detto lui. Lo sai?

Michael: Beh, non sappiamo davvero chi l’abbia detto. È stato attribuito a un certo numero di persone. Ma è bellissimo.

Mel: Sì. E così, abbiamo seguito quella linea all’ONU. Io e David Hartsough siamo andati all’ONU nell’autunno del 1999 con questa idea e con questi volantini. E forse solo cinque persone ci hanno visto. Anwarul Chowdhury, Cora Weiss, Chris Coleman, Gay Rosenblum-Kumar. Ma sai, stavo letteralmente distribuendo volantini ai volontari dell’UNICEF perché almeno avevano tempo per parlare.

E così, siamo stati ignorati. Poi siamo arrivati ??sul palcoscenico, sai, eravamo tenaci. Nel 2005-2006, avremmo ottenuto la risposta: “Oh, siamo sicuri che questo funzioni per proteggere alcuni difensori dei diritti umani. E questo è importante, ma qui non c’è alcuna implicazione politica”. E così, abbiamo attraversato quella fase.

Nel 2015, quando il gruppo indipendente di alto livello sulle operazioni di pace, ha fatto una revisione globale è ritornato sui suoi passi e ha dichiarato con forza che: “Gli approcci disarmati devono essere in prima linea nel lavoro delle Nazioni Unite sulla protezione dei civili “. Ciò ha colto molte persone di sorpresa.

E così, alla fine del 2016, per la prima volta, abbiamo inserito la Protezione civile disarmata in una risoluzione del consiglio di sicurezza, il che è molto, molto lavoro. Ciò significa che la Cina non ha posto il veto. La Russia non ha posto il veto. Gli Stati Uniti non hanno posto il veto.

Una persona di una grande ONG è venuta da me il giorno in cui è stata presa questa decisione. E per inciso, Michael, sono stati l’Angola e il Venezuela i nostri sostenitori. Dietro le quinte c’era il Regno Unito e loro hanno sempre agito dicendo di essere nostri alleati. Ma erano principalmente Angola e Venezuela. E lo so perché il ragazzo venezuelano mi ha mandato un messaggio in tempo reale dicendo: “Cosa dovrei fare adesso?” Quindi, questa rappresentante di una grande ONG, OXFAM, mi ha seguito all’uscita di una stanza. Ed ero con una collega di NP che mi seguiva quella settimana. Quindi, anche lei ha sentito.

Questa donna si avvicinò e mi puntò il dito in faccia. Era arrabbiata. Non so quando è stata l’ultima volta che mi è stato puntato un dito in faccia. Mi disse: “Voglio che tu sappia il risultato. Ora ci sono ambasciatori nel consiglio di sicurezza che dicono: “Perché non inviamo caschi blu disarmati invece di caschi blu armati?” E questo è merito tuo”.

Michael: [Ride] Colpa mia.

Mel: Puoi metterlo per iscritto?

Michael: Questo è divertente.

Mel: E così, la gente ha dovuto prenderci sempre più seriamente. E ora, solo un paio di mesi fa, la risoluzione del Consiglio di sicurezza per la transizione in Darfur, mentre le truppe armate partono per una missione politica, ha menzionato due volte la protezione civile disarmata. E quindi, quello che è successo nella quarta fase non è stata esattamente una vittoria. Ma è illustrato dal fatto che siamo stati in grado di ottenere un’udienza di due ore prima del Consiglio di sicurezza nel dicembre del 2017.

E alla fine è intervenuto il Direttore della ricerca del Dipartimento per il Mantenimento della Pace. E questo è il ragazzo con cui mi sono scontrato per anni. Ma di solito mi congedava e basta. Si è alzato dopo aver sentito Tiffany, dopo aver sentito [Kutzi], uno dei nostri uomini sul campo che era stato un ufficiale di polizia delle Nazioni Unite e poi è venuto da noi. Quindi, potrebbe dare il contrasto molto rapidamente. E così, dopo aver sentito tutto ciò, l’Istituto Internazionale per la Pacesi è dimostrato fondamentalmente a favore di approcci disarmati.

David Haeri, il direttore della ricerca, si alzò e disse: “Non sono in disaccordo con tutto ciò che è stato detto”. Lo guardai e dissi: “Cosa?” E poi lui ha detto: “E lo stiamo già facendo”. Quindi, questo è il loro tatto ora. “Cosa c’è di nuovo in questo? Lo stiamo facendo.”

Michael: Sì. Mi sembra, Mel, se c’è mai stata un’idea, è arrivata. E se c’è mai stata una persona in grado di farsi avanti e realizzare questa idea, sei tu.

Ho occupato il tuo tempo a lungo. Quindi, per concludere, se solo potessi dirci brevemente, così che la gente abbia un’idea di cosa può fare la protezione disarmata, dicci cosa è successo in quel campo, in quel campo IDP delle Nazioni Unite a Bor con Derek e Andres.

Mel: A Bor. Ti sei ricordato che era Bor. Ebbene, questo è successo pochi mesi dopo la ripresa della guerra civile. Era l’aprile del 2014. E loro erano davvero in dei campi improvvisati che sorsero intorno ai conclavi delle Nazioni Unite. E un certo numero di ribelli è passato dalla banchina, è entrato nel campo e ha iniziato a sparare alle persone a bruciapelo.

Derek e Andres erano lì con 14 donne e bambini. E così, andarono in una struttura simile a una capanna e si fermarono sulla soglia mentre le donne e i bambini erano dentro. E in tre occasioni, alcuni giovani ribelli si avvicinarono a loro gridando parolacce dicendo che: “Non hai motivo di essere qui. Vogliamo quelle persone.” E ancora e ancora, puntando gli AK-47 alla testa. E in tre occasioni, Derek e Andreas mostrarono la loro carta d’identità Nonviolent Peaceforce e dissero: “Siamo disarmati, siamo qui per proteggere i civili e non ce ne andremo”.

Dopo la terza volta, questi giovani ribelli se ne andarono. E Derek e Andres poterono sentirli dire mentre tornavano per unirsi al gruppo: “Stai lontano da lì. Lascia stare quelle persone.” Nel debrief, Andres dice molto chiaramente: “Se avessimo avuto una pistola, probabilmente saremmo stati uccisi”.

Michael: Oh sì. Si. Abbiamo girato questa parte nel nostro film.

Mel: Sì.  C’è nel film. Si. Si. Ci è piaciuto molto. Si.

Michael: Non riesco ad immaginare un’illustrazione più drammatica e chiara, una dimostrazione del potere della nonviolenza da parte di persone impegnate, ben addestrate e ben organizzate, e nemmeno mal finanziate. Anche se potrebbe esserci utile un po’ più di aiuto. Quindi, questa è una nota meravigliosa, meravigliosa. Voglio ringraziarti, Mel, non solo per questa intervista, ma per i 20 anni di lavoro che hanno portato a questo. E ho ancora la sensazione – mi avevi respinto circa 20 anni fa quando dicevo questo – ma ho ancora la sensazione che un giorno questo sostituirà il sistema di guerra.

Mel: Sì. E ricordo che 20 anni fa guidavo la macchina di David Hartsough per venire a trovarti per la prima volta e tremavo letteralmente. Che diavolo ho da dire a questo ragazzo? Voglio dire, quale valore aggiunto potevo essere?

Michael: Questa sì che è bella. Ecco qualcuno che affronta gli AK-47 a Mindanao e ha paura di visitare un professore.

Mel: Avevo paura in effetti.

Michael: Sono lusingato, Mel. Sono lusingato. [Ride] il mondo vi è debitore. Sono così felice che tu sia lì, a Shanti Sena Network, e da altre parti.

Mel: Ti voglio bene Michael.

Michael: Ti voglio bene Mel.

Mel: Mettilo nell’intervista.

Michael: Vedremo cosa ne dicono gli editori.

Mel: Va bene. È stata un’ottima conversazione.

Michael: Ottima conversazione, amico. Abbi cura di te.

Mel: Ciao ciao.

Michael: Avete ascoltato Nonviolence Radio. Qui è Michael Nagler del Metta Center che parla. E ho appena condotto un’intervista con il nostro amico e organizzatore, Mel Duncan, il co-fondatore di NonviolentPeaceforce. E questa è Metta con due T. Vorrei ringraziare la nostra stazione madre, KWMR, che vi raggiunge dalla stazione di Point Reyes in California. Ci risentiamo tra due settimane.


Matthew Watrous

Matthew Watrous è un assistente editore e trascrittore per il Metta Center for Nonviolence.

Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" XV Edizione

pubblicato 7 dic 2020, 10:04 da Cultura della Pace

Ecco i candidati 
Presentati in conferenza stampa i nomi delle persone che sono state monitorate durante questo anno per l'assegnazione del Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" XV Edizione. Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro



L'informazione televisiva, la ricerca della verità, la legalità, l'impegno nel sociale e il recupero delle persone. Sono il “fil rouge” della XV edizione del Premio Nazionale “Cultura della Pace – Città di Sansepolcro”, che oggi ha presentato i candidati selezionati dal Comitato Scientifico.

 

Si tratta di “Blob, di tutto di più”, programma TV; Daria Bonfietti (sorella di Alberto, che morì il 27 giugno 1980 nel disastro aereo noto come strage di Ustica); Ilaria Cucchi e Pietro Schirone (protagonisti della conosciuta vicenda di Stefano Cucchi); Vito Alfieri Fontana (prima titolare di un’azienda che produceva armi, che poi si è “convertito”) e Don Gino Rigoldi, (membro di numerose commissioni regionali e comunali che si occupano di minori e tossicodipendenza).

 

Il Comitato Scientifico ha individuato questi candidati al Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" XV Edizione, proseguendo il tema affrontato nella precedente edizione che fu dedicata alla guerra e alle sue metodologie. Alla presentazione hanno presieduto il sindaco Mauro Cornioli, l’assessore alla Cultura Gabriele Marconcini e il presidente dell’associazione “Cultura della pace” Leonardo Magnani.

 

“L'informazione televisiva, infatti, può essere data in modo tale da giustificare atti violenti in un conflitto o riuscire, al contrario, a condannarli e marginalizzarli – spiega Leonardo Magnani, presidente dell’associazione “Cultura della Pace” - La ricerca della verità quale prima vittima della guerra, la legalità come cessazione durante un conflitto armato, l'impegno nel sociale e il recupero necessari durante e subito dopo la violenza attuata. Tutto questo deve essere il nostro impegno e come associazione stiamo mettendo insieme tante piccolo tessere per realizzare un mosaico che promuova la civiltà, la pace, la condivisione. Il Comitato Tecnico si riunirà il prossimo mese per decidere ufficialmente il vincitore del Premio”.

 

I nominativi dei candidati – commenta Gabriele Marconcini, assessore alla Cultura -  sono il risultato di un profondo lavoro di ricerca che il Comitato Scientifico dell’Associazione Cultura della Pace ha condotto, con l’intento di far emergere alcune importanti dinamiche che si legano al tema della guerra. Riflettendo sui filoni proposti, risulta piuttosto evidente che talvolta, seppur in maniera inconsapevole, anche tutti noi, nell’ambito delle attività e delle scelte che compiamo quotidianamente, possiamo esercitare un’azione che può, a seconda dei casi, contribuire ad alimentare o ad attenuare i conflitti che continuano a flagellare il mondo”.

 

Il Premio, organizzato dall’associazione “Cultura della Pace” con il sostegno del Comune di Sansepolcro, ha ottenuto negli anni gli Alti Patrocini del Parlamento Europeo, della Presidenza della Repubblica Italiana, del Senato della Repubblica Italiana, della Camera dei Deputati, della Regione Toscana e dell'Ufficio Scolastico Regionale della Toscana - Ambito Territoriale della Provincia di Arezzo.

 

“Il concetto della pace deve essere concretizzato ogni giorno e il nostro impegno di amministrazione comunale è proprio quello di sensibilizzare la cittadinanza, soprattutto i nostri ragazzi, affinché siano testimoni di pace nel vivere quotidiano – ha commentato il sindaco – Ringrazio quindi l’associazione, il suo presidente Leonardo Magnani e Riccardo Lorenzi che è sempre impegnato per dare un proprio contributo”.

 

 

 

Focus sui candidati del Premio:

 

-          “Blob, di tutto di più”, o più semplicemente Blob, è un programma televisivo italiano di genere satirico, ideato da Enrico Ghezzi. In onda dal 1989, è uno dei programmi più longevi di Rai 3. Le trasmissioni sono iniziate il 17 aprile 1989. Il programma è ideato e realizzato quotidianamente da Paolo Luciani, Pino Roggero, Franco Roselli, Cristiana Turchetti, Paolo Papo, Daniel Franchina, Gianfranco Fiore, Sabrina Barletta, Antonella Rucci, Elena Vecchia, Lino Sciorilli, Fabio Masi, Vittorio Manigrasso, Simona Buonaiuto, Sara Cipriani. Il 17 aprile 2019 Blob ha compiuto 30 anni e ha festeggiato l'importante traguardo delle 9268 puntate. Attualmente gli autori del programma sono Enrico Ghezzi e Paolo Papo in collaborazione con Paolo Luciani, Sabrina Barletta, Sara Cipriani, Fabio Masi, Elena Vecchia, Pino Roggero, Daniel Franchina, Simona Buonaiuto, Antonella Rucci, Cristiana Turchetti, Vittorio Manigrasso, Gianfranco Fiore, Fulvio Baglivi, Gaetano Caprio, Francesca Lari, Antonella Famà. Il produttore esecutivo è Sabrina Barletta. Blob è riuscito a mettere insieme immagini e significati, significanti e messaggi attraverso ciò che fa vedere la televisione, tra finzione e realtà, raccontando in modo unico e quindi autentico, la realtà e con particolare attenzione, la guerra e la violenza della vita quotidiana.

 

-          Daria Bonfietti, sorella di Alberto, che morì il 27 giugno 1980 nel disastro aereo noto come strage di Ustica; nel 1988 è stata cofondatrice dell'associazione dei parenti delle vittime della sciagura (finalizzata a perseguire l'accertamento delle relative verità e responsabilità), di cui è anche presidente.

 

-          Ilaria Cucchi e Pietro Schirone, sono i protagonisti della conosciuta vicenda di Stefano Cucchi, giovane arrestato e ucciso in una caserma. Ilaria Cucchi ha ostinatamente ricercato la verità, andando spesso contro muri di omertà e di silenzi compiacenti. Pietro Schirone è un carabiniere scelto che dall’inizio della vicenda, e più volte, ha sempre testimoniato la sua certezza delle angherie sofferte da Stefano Cucchi. Tutto questo ha permesso di raggiungere una verità, anche processuale, che ha consentito l’accertamento dei fatti.

 

-          Vito Alfieri Fontana, titolare di un’azienda che produceva armi, si è “convertito” dopo un incontro sulla pace voluto da don Tonino Bello. Ha quindi venduto l’azienda e per 17 anni si è dedicato a bonificare il mondo dai “frutti maledetti” che aveva seminato. Qualche anno fa la storia di Vito Alfieri Fontana è diventata un documentario dal titolo Il successore.

 

-          Don Gino Rigoldi, è membro di numerose commissioni regionali e comunali che si occupano di minori e tossicodipendenza. E’ parroco del Carcere minorile “Beccaria” di Milano. Dal 1999 si occupa anche di organizzare e guidare "Le Case del Sorriso" in Romania, fondando l'associazione Bir - Bambini in Romania in aiuto ai bambini a rischio d'abbandono e di aiutare i giovani rumeni vissuti negli istituti, per l'inserimento nel mondo del lavoro. Ha ricevuto l'onorificenza di cittadino benemerito del Comune di Milano e di Cavaliere della Repubblica. Nel maggio del 2007 ha pubblicato Il male minore. Devianza giovanile, un problema per tutti, un libro che affronta il problema del disagio giovanile secondo la sua esperienza personale.



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