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Addio con le armi

pubblicato 28 mar 2020, 07:46 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 28 mar 2020, 07:47 ]

Paese chiuso, fabbriche d’armi aperte

Governo e virus. È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme

Sul manifesto, appello di Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento e Socio Onorario dell'Associazione Cultura della Pace e di Francesco Vignarca, Coordinatore Rete Italiana per il disarmo

Basta armi per la guerra in Yemen

La pubblicazione del Decreto della Presidenza del Consiglio relativo alle più recenti (e dure) limitazioni a causa del coronavirus, in particolare per le attività produttive, ha riservato una sorpresa non gradita a chi si occupa di disarmo. Tra le pieghe delle norme approvate viene infatti prevista la possibilità per l’industria della difesa di rimanere operativa, mentre invece la grande maggioranza delle aziende deve rimanere chiusa.

Sembra davvero che l’industria militare sia intoccabile, e che il governo Conte consideri la produzione di sistemi d’arma tra le attività strategiche e necessarie. Immediata la risposta di chi (come Sbilanciamoci, Rete Disarmo e Rete Pace) ha sottolineato l’insensatezza di mettere a rischio la salute di migliaia di lavoratori con pericolo di ulteriore diffusione del contagio solo per non intaccare i profitti dell’industria delle armi.

È incomprensibile come il governo non abbia il coraggio di ordinare questo stop, se addirittura il presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, ha dichiarato: «Fino a poco tempo fa era considerata strategica l’industria bellica, adesso abbiamo capito che non ce ne frega niente, meglio avere una provetta, un respiratore».

Positive sono state le immediate reazioni dei sindacati, che hanno condotto a diversi scioperi spontanei anche in aziende a produzione militare, a testimonianza del fatto che sempre più spesso sono lavoratori e lavoratrici i primi a vedere chiaramente quali dovrebbero essere le scelte più utili per il Paese. Perché da questa tragica emergenza dobbiamo uscire con prospettive e scelte che si allontanino dalle logiche che hanno determinato la riduzione degli investimenti sanitari (passati dal 7% del Pil al 6,5%) mentre lievitava una spesa militare ormai stabilmente oltre l’1,4%.

Abbiamo bisogno di una reale alternativa, che non può essere che nonviolenta (e quindi di disarmo). Ma cosa c’entra la nonviolenza con l’emergenza sanitaria da Covid-19? C’entra, eccome, perché è scelta non solo etica e morale. La politica della nonviolenza ha senso pieno proprio oggi; «altrimenti non so che farmene», diceva Gandhi, che la pensava come strumento per trovare il pane per gli affamati, come oggi dobbiamo trovare posti letto per i malati.

È una nonviolenza che ha radici antiche. Pensiamo a Raoul Follerau che chiedeva a gran voce «il costo di un giorno di guerra per la pace» o ad Albert Schweitzer che già all’inizio del Novecento comprese il legame stretto tra spese militari e investimenti in salute. Fino a ieri sembravano due sognatori utili solo per farne santini da parrocchia, ma hanno invece anticipato di un secolo quel che oggi, messi al muro dall’evidenza, anche governanti europei sovranisti sono costretti ad ammettere: meglio avere un respiratore automatico in più, e una bomba o un missile in meno.

È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).

Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’Onu, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale.
È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre l’impatto della pandemia sarà ancora più devastante.

Per questo l’impegno delle reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo si basa da tempo sulla richiesta di una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Si tratta dell’obiettivo politico principale della Campagna per la «Difesa civile, non armata e nonviolenta». Quando diciamo: «Un’altra difesa è possibile», significa che è necessario e ormai inderogabile invertire la rotta. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi.


Fermiamo le armi

pubblicato 28 mar 2020, 07:42 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 28 mar 2020, 07:43 ]

Comunicato stampa

Sul sito www.scuoladieconomiacivile.it appello di Scuola di Economia Civile, Banca Etica, Pax Christi, Movimento dei Focolari Italia e Mosaico di Pace per fermare l'industria bellica


Scuola di Economia Civile - SEC


Il Decreto Nuove misure per l’emergenza coronavirus chiede un sacrificio molto grande non solamente ai cittadini e alla famiglie, ma anche alle aziende. Le aziende dell’Economia civile aderiscono con grande serietà al fermo delle loro attività e si stanno attivando in ogni modo per riuscire a salvaguardare la salute dei lavoratori e della cittadinanza.
A fronte di un impegno diffuso e sofferto e del costo economico che tante aziende dovranno pagare nei prossimi mesi, come portavoci di un tessuto sano di imprese civili e sociali, constatiamo che l’industria incivile delle armi potrà invece continuare a lavorare anche in questo momento drammatico. Come si legge nel Decreto, sono infatti “consentite le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, nonché le altre attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, previa autorizzazione del Prefetto della provincia ove sono ubicate le attività produttive”.

Ci pare un pessimo segnale, che denunciamo con forza.
In particolare continuerà la produzione degli F35 a Cameri (No). Un aereo che può trasportare anche bombe nucleari. Perchè accanirsi in questa direzione? Quali interessi ci sono dietro a questo progetto? Con i soldi di un solo F35 (circa 150 milioni di Euro) quanti respiratori si potrebbero acquistare? Sappiamo di alcune industrie che stanno tentando di riconvertire almeno in parte la loro produzione. Questa è la strada da percorrere.

Mentre lodiamo e sosteniamo il lavoro di medici e infermieri, mentre chiediamo soccorso ad altri Paesi che ci stanno sostenendo con l’invio di medici, prodotti di protezione medica, specialisti, mentre chiediamo ai cittadini di vivere nell’incertezza e nell’apprensione per il proprio lavoro, consentiamo alle fabbriche di armi di continuare a lavorare senza sosta.
Uniamo anche la nostra voce a quanto già denunciato da Sbilanciamoci, Rete della Pace e Rete Italiana per il Disarmo. (https://www.disarmo.org)

CHIEDIAMO al Premier Giuseppe Conte di spiegare perché, in un momento così delicato per la storia italiana, sia consentita la produzione di armi.

CHIEDIAMO l’attenzione di tutti i parlamentari italiani che hanno dimostrato attenzione ai temi dell’economia civile, perché facciano sentire la loro voce.

CHIEDIAMO ai prefetti e ai sindaci dei comuni coinvolti dalla produzione di armi di tutelare il diritto alla salute dei lavoratori e delle loro famiglie.

Carlo Petrini, Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" nel 2010

pubblicato 28 mar 2020, 07:32 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 28 mar 2020, 09:47 ]

Carlo Petrini "Questo virus ci obbliga a migliorare il 

nostro mondo"

Una chiacchierata con Carlo Petrini è un soffio di aria fresca che spazza via i pensieri 

cupi. Perché il fondatore e presidente di Slow Food ha sempre lo sguardo rivolto al 

futuro. E quando gli chiedi come ne usciremo risponde sicuro: «Migliori di prima».

Sul sito www.unimondo.org si rilancia un'intervista a Carlo Petrini, Presidente di Slow 

Food e Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro" nel 2010 a opera di 

Daniele Miccione su Slowfood.it


Buongiorno Petrini, come va chiuso a casa?

«Sono le 10.30 e mi sono svegliato da poco. Ho cambiato gli orari così la giornata è meno lunga. Mi occupo della nostra università di Scienze Gastronomiche che è indispensabile tenere in piedi. Sa che a Bra sono rimasti un centinaio di studenti provenienti da tutto il mondo? lo gli telefono, chiedo se hanno bisogno di qualcosa, gli faccio avere un libro. Stiamo anche pensando a un super master internazionale on line. Le nostre iscrizioni continuano a buon ritmo ma non è detto che le cose tornino rapidamente come prima. Viviamo alla giornata ma dobbiamo anche prepararci ai cambiamenti».

Petrini quando ha capito che il coronavirus era una cosa tremendamente seria?

«Man mano, come tutti gli italiani. Quando ho visto che il sistema sanitario non reggeva ho capito che la situazione era seria e bisognava seguire tutte le indicazione dell’autorità».

All’inizio è passato il messaggio che in pericolo erano solo gli anziani.

«C’è una cosa buffa. Sa che per la prima volta mi sono sentito anziano? L’anno scorso ho compiuto 70 anni ma pur con i miei acciacchi ho continuato a fare la solita vita. Quando hanno detto che che sopra i 70 anni bisognava stare chiusi in casa mi sono detto: “Sta parlando anche a me. Ma allora sono anziano!”. Non è una cosa a cui ti prepari, ti ci trovi tutto in un colpo».

Dopo il virus che cosa succederà?

«Ci sarà un ridimensionamento delle politiche liberiste. Confido in un futuro più sostenibile, in tasselli di nuova economia da non misurare necessariamente attraverso il Pil. Che senso avrebbe ricostruire tutto come prima? Ci è data l’opportunità di fare un cambio di paradigma. Di reimpostare un sistema che dia più spazio ai territori e alle comunità. Penso che le tematiche della sostenibilità e della sovranità alimentare diventeranno all’ordine del giorno».

Sovranità alimentare? Pensa che ci voglia una nuova politica nella produzione del cibo che consumiamo?

«Non si può più pensare che il cibo lo produce uno solo per tutti. Abbiamo rubato spazio alla campagna, bisognerà riprenderselo per mettere in moto un’economia primaria al servizio delle comunità locali».

In un articolo su La Stampa ha fatto delle riflessioni sugli assalti ai supermercati e sull’importanza delle botteghe.

«Quando parlo di sostituire un’economia del profitto con un’economia dei beni comuni e delle relazioni parlo di tenere in vita altre realtà accanto ad Amazon e ai supermercati. Come appunto le botteghe o i piccoli negozi di quartiere. Dove vanno in questi giorni ad approvvigionarsi i vecchi che vivono nei paesini delle Langhe? Tutti ad Alba al supermercato?».

Come pensa possano sostenersi oggi le piccole botteghe?

«Bisogna fare uno sforzo di fantasia. Io penso a una versione moderna delle botteghe, gestite da giovani. Con l’accesso a Internet. con tutta una serie di servizi, dove magari si può ritirare la pensione. Ci vogliono nuove idee. A salvarci sarà la diversità».

E i ristoranti, la nostra filiera agricola di qualità. i tanti locali come ripartiranno?

«Dobbiamo prepararci a un paio di anni più tranquilli. Non ripartiremo a razzo con gli stessi fatturati perché non c’è la bacchetta magica. Dobbiamo prepararci a una strada in salita cercando prima di tutto di mettere in sicurezza i lavoratori. Noi per esempio siamo un’università privata, dovremo mettere una parte del personale in cassa integrazione mentre gli altri dovranno tenere in piedi la baracca. Ho chiesto però di fare un fondo comune per integrare il reddito di chi sarà in cassa integrazione. Ecco questo è il senso di comunità di cui parlo, di una dimensione più umana, di solidarietà. Ognuno nel suo piccolo può fare comunità: nel vicinato, nel quartiere, nel paese».

Non è che questa crisi invece servirà solo a far sviluppare in maniera enorme il commercio on line? Ti portano tutto a casa ed eviti di uscire e di metterti in pericolo…

«L’uomo è per sua natura sociale. Senza dubbio l’e-commerce ne uscirà rafforzato ma attenti non ci sono solo ricadute positive perché l’accentramento delle risorse in questo modo passa dalle mani di pochi a quelle di pochissimi. Io penso che questo discorso di far rifiorire le comunità andrà di pari passo con lo sviluppo dell’online. Perché nella comunità c’è la sicurezza affettiva che su Internet non si trova. A Bra stiamo tutti chiusi in casa e quando esco per andare all’edicola non vedo nessuno. Ecco la comunità mi manca».

Che cosa sta leggendo in questi giorni?

«I miti del nostro tempo di Umberto Galimberti. Mi coinvolge perché mi domando se questi miti saranno ancora validi dopo questa guerra».

Petrini come ne usciremo? 

«Non come prima, ma meglio di prima»


Meglio la Salute

pubblicato 19 mar 2020, 10:09 da Cultura della Pace

Emergenza Coronavirus: necessario un nuovo modello di difesa e sicurezza. Più investimenti per la salute, meno spese militari

Sul sito www.serenoregis.org l'appello di Rete della Pace e Rete italiana per il Disarmo per rivedere la distribuzione di un Paese che è alle prese con una vera emergenza sanitaria. Le spese militari devono essere tagliate per far posto alla salute

Spesa militare vs Spesa sanitaria

L’Italia e il mondo intero stanno affrontando la gravissima emergenza sanitaria derivante dalla pandemia di coronavirus COVID-19, forse la più grande crisi di salute pubblica (e non solo) del dopoguerra per i paesi ricchi e industrializzati. Rete della Pace e Rete italiana per il Disarmo si uniscono alle voci di vicinanza e compartecipazione ai problemi che l’intero Paese sta vivendo, con un particolare pensiero ai familiari delle vittime e un forte sostegno nei confronti degli operatori della sanità e di chi mantiene operativi i servizi essenziali.

La drammatica situazione causata dal COVID-19 deve farci riflettere e ripensare alle nostre priorità, al concetto di difesa, al valore del lavoro e della salute pubblica, al ruolo dello Stato e dell’economia al servizio del bene comune, con una visione europea ed internazionale, costruendo giustizia sociale, equità, democrazia, pieno accesso ai diritti umani universali, quali condizioni imprescindibili per ottenere sicurezza, benessere e pace.

Non possiamo però dimenticare che l’impatto di questa epidemia è reso ancora più devastante dal continuo e recente indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari e dell’industria degli armamenti. Non siamo cosi sprovveduti da pensare che tutti i problemi sanitari dell’Italia si possano risolvere con una riduzione della spesa militare (anche per il diverso ordine di grandezza: 5 a 1), ma è del tutto evidente che una parte della soluzione potrebbe risiedere proprio nel trasferimento di risorse dal campo degli eserciti e delle armi a quello del sistema sanitario e delle cure mediche, tenendo conto che le tendenze degli ultimi anni dimostrano una strada diametralmente opposta. Mentre infatti (come dimostrano le analisi della Fondazione GIMBE – Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze) la spesa sanitaria ha subito una contrazione complessiva rispetto al PIL passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato un balzo avanti negli ultimi 15 anni con una dato complessivo passato dall’1,25% rispetto al PIL del 2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni (a partire in particolare dal 2008 e con una punta massima dell’1,46% nel 2013).

Le stime dell’Osservatorio Mil€x degli ultimi due anni ci parlano di una spesa militare di circa 25 miliardi di euro nel 2019, (cioè 1,40% rispetto al PIL) e di oltre 26 miliardi di euro previsti per il 2020 (cioè l’1,43% rispetto al PIL), quindi quasi ai massimi dell’ultimo decennio.All’interno di questi costi sono ricompresi sia quelli delle 36 missioni militari all’estero (ormai stabilmente pari a 1,3 miliardi annui circa) sia quelli del cosiddetto “procurement militare”, cioè di acquisti diretti di armamenti. Una cifra che negli ultimi bilanci dello Stato si è sempre collocata tra i 5 e i 6 miliardi di euro annuali. Sono questi i fondi che servono a finanziare lo sviluppo e l’acquisto da parte dell’Italia di sistemi d’arma come i caccia F-35 (almeno 15 miliardi di solo acquisto), le fregate FREMM e tutte le unità previste dalla Legge Navale (6 miliardi di euro complessivi) tra cui la “portaerei” Trieste (che costerà oltre 1 miliardo), elicotteri, missili. Senza dimenticare i 7 miliardi di euro “sbloccati” dalla Difesa e dal MISE, in particolare per mezzi blindati e la prevista “Legge Terrestre” da 5 miliardi (con Leonardo principale beneficiario).

Contemporaneamente nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43.000 posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un definanziamento complessivo di 37 miliardi (dati sempre della Fondazione GIMBE) con numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso al 3,2 nel 2017 (la media europea è del 5). Le drammatiche notizie delle ultime settimane dimostrano come non siano le armi e gli strumenti militari a garantire davvero la nostra sicurezza, promossa e realizzata invece da tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’ambiente (per il quale l’Italia alloca solamente lo 0,7% del proprio bilancio spendendone poi effettivamente solo la metà).

Infine va ricordato come l’Amministrazione statunitense sotto Trump stia spingendo affinché tutti gli alleati NATO raggiungano un livello di spesa militare pari al 2% rispetto al PIL. Una richiesta che, secondo recenti dichiarazioni e notizie di stampa, sarebbe stata accettata anche degli ultimi Governi italiani: ciò significherebbe un ulteriore esborso per spese militari di almeno 10 miliardi di euro per ogni anno. Riteniamo questa prospettiva inaccettabile, soprattutto quando è evidente che dovrebbero essere potenziati i servizi fondamentali per la sicurezza ed il progresso del Paese, a partire dal Sistema Sanitario Nazionale, insieme all’educazione, alla messa in sicurezza idro-geologica del territorio, alla processi di disinquinamento, agli investimenti per l’occupazione. Il Governo, proprio in queste ore, ha messo in campo misure economiche straordinarie per rispondere all’emergenza sanitaria del coronavirus: “Cura Italia” costa 25 miliardi di denaro fresco, la stessa cifra del Bilancio della Difesa annuale, e certamente non basterà; quanto si potrebbe fare di più risparmiandoci le spese militari anche in tempi ordinari?

In definitiva è essenziale e urgente:

  • rilanciare proposte e pratiche di vera difesa costituzionale dei valori fondanti la nostra Repubblica, come le iniziative a sostegno della Difesa Civile non armata e Nonviolenta. È necessario un aumento delle spese per la sanità, come è pure necessario investire, senza gravare sulla spesa pubblica, a favore della difesa civile nonviolenta e per questo chiediamo che vi siano trasferimenti di fondi dalla spesa militare verso la Protezione Civile, il Servizio Civile universale, i Corpi civili di Pace, un Istituto di ricerca su Pace e disarmo. Proponiamo inoltre che i contribuenti, in sede di dichiarazione dei redditi, possano fare la scelta se preferiscono finanziare la difesa armata o la difesa civile riunita in un apposito Dipartimento che ne coordini le funzioni.  Un’opzione fiscale del 6 per 1000 a beneficio della difesa civile potrebbe consentire ai cittadini di contribuire direttamente a questa forma nonviolenta di difesa costituzionale, finora trascurata dai Governi che hanno sempre privilegiato la difesa militare armata;
  • ridurre le spese militari ed utilizzare tali fondi per rafforzare la sanità, per l’educazione, per sostenere il rilancio della ricerca e degli investimenti per una economia sostenibile in grado di coniugare equità, salute, tutela del territorio ed occupazione; 
  • puntare alla riconversione produttiva (anche grazie alla diversa allocazione dei fondi pubblici) delle industrie a produzione bellica verso il settore civile che consentirebbe, inoltre, di utilizzare migliaia di tecnici altamente qualificati per migliorare la qualità della vita (verso l’economia verde e la lotta al cambiamento climatico), non per creare armi sempre più sofisticate e mortali;

Già subito dopo la seconda guerra mondiale il nascente movimento pacifista chiedeva “Ospedali e scuole, non cannoni”, come ricordava Aldo Capitini alla prima Marcia italiana per la pace e la fratellanza tra i popoli. Dopo 60 anni ci accorgiamo che quel semplice slogan non era un sogno utopistico generico, ma una realistica necessità politica: oggi ci troviamo con ospedali insufficienti e scuole chiuse, mentre spendiamo troppo per le armi. Una conversione della difesa dal militare al civile è quello di cui abbiamo tutti  bisogno.

La guerra è fin(i)ta

pubblicato 19 mar 2020, 10:04 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 19 mar 2020, 10:04 ]

Il vergognoso accordo Usa-taleban sul corpo delle donne

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Giuliana Sgrena tratto da 

Giulianasgrena.globalist.it sull'accordo di pace in Afghanistan


Afghanistan, Usa e Talebani firmano lo storico accordo di pace: ritiro delle truppe entro 14 mesi


L’Onu e diversi studi a livello internazionale sostengono che la presenza delle donne nei negoziati di pace per risolvere i conflitti fa la differenza, non solo per la riuscita e la qualità dell’accordo ma anche per la formazione dell’agenda delle trattative. Purtroppo il contrario di quel che accade in Afghanistan.

Le donne sono scarsamente rappresentate nei negoziati dove a prevalere è la forza dei signori della guerra. E non ci si poteva certo aspettare che alle trattative tra Usa e Taleban, in Qatar, partecipassero delle donne! Le posizioni dei Taleban sono note, purtroppo: ma gli Usa non erano andati in Afghanistan per liberarle dal burqa? Era il 2001 e le immagini delle afghane nascoste sotto il burqa, che permetteva loro di vedere il mondo solo a quadretti, facevano il giro del mondo.

Ora, dopo quasi diciotto anni di guerra, si ricomincia da capo. Gli Usa non hanno una soluzione per uscire «vittoriosi» dall’Afghanistan e puntano sull’accordo di «pace» come scappatoia per liberarsi di un fardello diventato costoso finanziariamente e politicamente. I Taleban ufficialmente legittimati possono tornare al potere, del resto controllano già circa il 40 per cento del paese. Certo, il ritorno dei Taleban dovrà essere digerito dallo sgangherato governo finora ignorato nelle trattative, ma il potere contrattuale non è a favore di Kabul. Resta da vedere se i Taleban – come stabilito nell’accordo di Doha – saranno in grado di impedire azioni jihadiste sul territorio viste le loro divisioni interne e il supporto di una parte allo Stato islamico.

Parlare di pace quando i firmatari sono autori di crimini contro la popolazione civile e soprattutto contro le donne è arduo. Certo, la tregua si fa trattando con i nemici ma non la pace. Non c’è pace senza giustizia. Gli Usa nel 2001 hanno biecamente strumentalizzato i diritti delle donne per intervenire militarmente. Da allora la lotta e gli sforzi per la loro emancipazione hanno incontrato molti ostacoli e ancora oggi circa due terzi delle bambine non vanno a scuola, il 70/80 per cento delle ragazze viene data in matrimonio spesso prima dei 16 anni, per non parlare delle violenze subite quotidianamente, senza la possibilità di rivolgersi alla giustizia.

Anche gli aiuti internazionali sono stati spesso vanificati a causa di un sistema corrotto. Ma ci sono anche ong afghane che hanno fatto miracoli per educare gli orfani della guerra e salvare donne dalla violenza. Ma il governo le ostacola perché l’insegnamento è laico e le donne sono ospitate in luoghi segreti per sottrarle alle minacce dei mariti. Questo non basta, ancora oggi l’Afghanistan viene considerato il peggior posto per nascere donna.

Ormai la situazione delle afghane, che hanno sostituito il burqa con l’hijab, non fa più notizia e non rientra nell’agenda dei negoziati. Non interessa agli Stati uniti governati dal presidente sessista Trump e tanto meno ai Taleban che risolveranno il problema con l’imposizione delle leggi islamiche – comprese nell’accordo – e purtroppo sappiamo di che si tratta.

Attacco e difesa

pubblicato 13 mar 2020, 08:30 da Cultura della Pace

Militari e virus - Defender Europe 20

Da alcuni giorni girano notizie, rilanciate anche da quotidiani, sull’esercitazione militare USA/NATO “Defender Europe 20”, che hanno suscitato allarmismo, sensazionalismo e in qualche caso anche “complottismo”. Per capire davvero di cosa si tratta, abbiamo chiesto a Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo, una nota tecnica, che può essere la base per consapevoli reazioni. “Conoscere per deliberare” è la base di qualsiasi azione nonviolenta, e anche di un buon giornalismo, che è la ricerca della verità. Ringraziamo Rete Italiana per il Disarmo per il lavoro di analisi che svolge, e che condividiamo facendone parte. Il Movimento Nonviolento, anche in condizioni difficili, vuole continuare la propria ragion d’essere: strumento di opposizione integrale alla guerra e alla sua preparazione. 

Sul sito www.azionenonviolenta.it la situazione spiegata da Francesco Vignarca

Militari e virus – Defender Europe 20

Nota introduttiva con aggiornamento del 12/03/2020

Alcune notizie di stampa informano che l’esercitazione militare “è stata sospesa”. Chiariamo che si tratta di un’altra esercitazione, la “Cold Response 2020”, prevista in Norvegia, con partecipazione anche di militari Finlandesi. È certamente una buona notizia, che però non riguarda l’esercitazione USA/NATO “Defender Europe 20”, di cui parliamo nel nostro articolo, prevista in Lituania, Estonia, Lettonia, Belgio, Polonia, Paesi Bassi, Germania. Segnaliamo però che il Ministro della Difesa del governo italiano, Guerini, ha dichiarato che l’esercito italiano non parteciperà all’esercitazione Defender Europe 20, che al momento resta confermata.
Rilanciamo la nostra richiesta di sospensione e rinvio, o meglio annullamento definitivo, di Defender Europe 20, a causa dell’emergenza sanitaria che sta coinvolgendo il mondo intero.

Esercitazione militare “Defender Europe 20”. Note e chiarimenti

a cura di Francesco Vignarca, coordinatore Rete Disarmo

Di cosa si tratta?

È il dispiegamento di una forza da combattimento pienamente operativa (“combat-credible” secondo la definizione del Pentagono) delle dimensioni di una divisione dagli Stati Uniti all’Europa. Gli effettivi e i mezzi coinvolti sono già partiti o partiranno da quattro differenti Stati USA (ma con effettivi provenienti da oltre una ventina di basi) per arrivare in sette diversi Stati Europei (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Germania, Paesi Bassi e Belgio). Si tratta del maggiore dispiegamento di forze armate statunitensi in territorio europeo dell’ultimo quarto di secolo e ha come obiettivo principale dichiarato quello di “Dimostrare la capacità dei militari statunitensi di schierare rapidamente una grande forza per sostenere la NATO e rispondere a qualsiasi crisi”. Un impegno che richiederà il supporto di decine di migliaia di effettivi militari e civili in più nazioni.

Come si svolgerà e con quali effettivi e mezzi?

Nella prima fase circa 20.000 effettivi (12.250 in servizio attivo, 7.000 provenienti dalle Guardie Nazionali di 12 Stati USA, 750 provenienti dalla riserva) verranno trasferiti via nave nei Paesi europei già nominati, con oltre 20.000 elementi di equipaggiamento trasportati insieme a loro.

Dopo il trasferimento trans-oceanico i membri dei servizi militari statunitensi si spargeranno quindi in tutta la regione per stabilire basi consolidate intermedie con forze multinazionali e partecipare ai vari esercizi annuali già previsti (almeno 6), che quindi sono considerati al di fuori di “Defender Europe 20” che però avrà l’obiettivo di collegarli in uno scenario di esercitazione condivisa con un comando coordinato della missione, sostegno reciproco e ambiente comune di inter-comunicazione.

In questa fase vengono anche dispiegati sul territorio raggiunto (con trasferimenti complessivi per 4.000 km) anche 13.000 elementi di equipaggiamento già presenti in strutture pre-posizionate dell’Esercito statunitense (oltre 10.000 in due siti in Germania, poco meno di 2000 in un sito in Polonia). Tra i principali sistemi d’arma dispiegati ci saranno: Mitragliatrici Browning M2, Mortai M120, carri armati e blindati M1 Abrams, M109 Paladin, M113 e mezzi da trasporto Himars.

Che altri obiettivi militari potrebbe avere?

Oltre a quanto chiaramente dichiarato come primo obiettivo (cioè la capacità di dispiegamento rapido sul continente per far fronte a qualsiasi crisi o richiesta di aiuto NATO) è probabile che un così massiccio dispiegamento serva anche a testare le capacità di inter-comunicazione con nuove tecnologie mobili e wifi di una forza armata così rilevante. C’è poi anche l’elemento della logistica e dei trasferimenti di natura (o a servizio) militare in Europa, che negli ultimi anni è stata utilizzata come elemento per spingere la stessa Unione Europea ad investire alcuni miliardi di euro sulle infrastrutture continentali (strade, porti, ferrovie) proprio in ottica di trasporto truppe e mezzi. Una esercitazione di questo tipo e di questa portata ovviamente costituisce un banco di prova molto forte a riguardo (anche in termini di “forzatura” verso nuove spese in tal senso).

Quando è stata decisa?

Negli ultimi giorni, con la diffusione giornalistica della notizia di questa Esercitazione, sono state avanzate ipotesi di una contemporaneità “sospetta” tra Defender Europe 20 ed il diffondersi in vari Paesi europei del contagio da Covid-19. In realtà un dispiegamento di questa portata necessita di mesi di preparazione ed è almeno un anno (quindi da primavera 2019) che è in previsione e lo si sta programmando. Come detto in precedenza non può essere assimilato alle usuali e regolari esercitazioni (anche congiunte) in ambito NATO portate avanti dallo US Army Europe ma ciò non toglie che pur se straordinaria si tratti comunque di una Esercitazione pianificata.

Che collegamento ha con coronavirus e si potrebbe rinviare?

Come già esplicitato in precedenza è davvero poco credibile e bizzarramente avventato pensare che si sia organizzato “Defender Europe 20” appositamente per sfruttare in qualche modo e per qualche non dichiarato obiettivo il diffondersi del contagio da coronavirus. Detto questo è comunque preoccupante che i vertici militari statunitensi non abbiano considerato l’impatto devastante – per loro stessi e per le popolazioni degli Stati europei coinvolti – di un così grande numero di personale proveniente dagli USA che si sposterà per migliaia di chilometri sul suolo dell’Europa. Il tutto assume contorni ancora più gravi se si pensa alla evidente sottovalutazione dell’epidemia che il Presidente Trump e la sua Amministrazione stanno dimostrando e al fatto che nelle ultime ore sono riportati casi di esposizione possibile al contagio di alcuni ufficiali maggiori coinvolti nell’Esercitazione.

Secondo la posizione ufficiale dello US Army Europe: “si sta monitorando da vicino COVID-19 (Coronavirus) e sta lavorando diligentemente con i funzionari delle nazioni ospitanti mentre continua l’esecuzione di Defender Europe 20 e delle esercitazioni collegate. (…) Al momento non vi sono soldati statunitensi, familiari o impiegati civili infetti e il virus non ha influito sull’esecuzione di Defender Europe 20”. Va sottolineato come al momento sia operativo un blocco fino al 6 maggio 2020 di tutti i “Permanent Change of Station” dall’Italia.

Alcuni hanno scritto che questa Esercitazione sarebbe una scusa o modalità per “invadere” l’Europa e tenerla sotto controllo, cosa c’è di vero?

Ritenere che un’operazione pianificata da così tanto tempo e coordinata con gli Stati europei ospitanti sia un’evidente e diretto tentativo di “controllo” sul campo, appare una posizione debole. Soprattutto perché nei piani tutti gli effettivi dispiegati verranno poi fatti rientrare nelle loro basi negli Stati Uniti. Inoltre l’esercizio di egemonia USA sull’Europa (sia quella UE che anche per quanto riguarda altri Paesi nella fascia più orientale) viene già esercitato in grande misura sia attraverso pressioni dirette e bilaterali che soprattutto attraverso la NATO. Non c’è quindi bisogno di una Esercitazione (pur imponente e rilevante) per arrivarci; come detto, inoltre, molti degli equipaggiamenti che verranno dispiegati si trovano già sul territorio europeo dimostrando che è soprattutto grazie alle installazioni militari già presenti e alle basi (sia propriamente USA sia congiunte e NATO) che il controllo e l’egemonia statunitense si è esplicata dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Va inoltre ricordato il programma di “nuclear sharing” con il posizionamento di testate nucleari della classe B-61 in quattro paesi europei, tre dei quali coinvolti in Defender Europe 20 (cioè Belgio, Paesi Bassi e Germania… il quarto paese con testate USA è invece ovviamente l’Italia). È su questo punto (e sulle richieste indotte, come ad esempio quelle per gli investimenti in infrastrutture militari o l’assenso a programmi di ammodernamento delle testate B-61) che dovrebbero concentarsi attenzione e critiche, al di là di una valutazione negativa (che comunque è sensata e opportuna) di un singolo evento od esercitazione (senza dimenticare quelle ordinarie che continuano ad essere svolte).

Quali obiettivi ed impatti di natura geo-strategica avrà?

Certamente oltre che obiettivi di natura più tecnica (strettamente militari, logistici, di addestramento alle comunicazioni e al perfezionamento delle linee di comando congiunte) sullo sfondo di questa esercitazione rimane l’obiettivo geo-strategico di dimostrare alla Russia la capacità statunitense e della NATO di agire con forza sul teatro europeo in caso di escalation o addirittura di confronto armato. Ma anche questa non appare essere una novità (come detto le esercitazioni sono continue, anche da parte di Mosca). Forse l’unico elemento di relativa rottura con il recente passato risiede nella scala più rilevante e per certi versi inedita del dispiegamento, che rimette l’Europa all’interno dell’attenzione militare statunitense dopo che le dottrine dell’epoca Obama avevano chiaramente individuato il Pacifico come area di maggiore interesse politico e militare.

Vanno poi ancora una volta citati gli obiettivi “conseguenti” in parte già tratteggiati, soprattutto una certa pressione sui Governi europei per un aumento degli impegni di spesa militare diretti ed indiretti.

Fino a qui la nota tecnica.

Ora alcune brevi considerazioni conseguenti, di tipo politico, del Movimento Nonviolento

Che valutazioni e considerazioni si possono fare?

Le note soprattutto tecniche precedenti servono ad inquadrare “Defender Europe 20” nella giusta prospettiva ed appoggiandosi ad elementi certi e chiari. Da qui possono nascere ovviamente diverse valutazioni complessive che dipendono anche dalla prospettiva con cui si guarda questa esercitazione (ma che non può prescindere dai dati di realtà). Per quanto riguarda chi si adopera per il disarmo e la riduzione delle spese militari, i punti da ribadire sono soprattutto questi:

  1. possibile deterioramento delle relazioni internazionali (diplomatiche e non) causato da massicce esercitazioni che possono essere percepite come minaccia o inizio di escalation (in particolare con i negoziati per il rinnovo dei trattati START in stallo);
  2. impatto negativo sulle dinamiche produttive e di vita civili nei Paesi europei coinvolti (un dispiegamento del genere non può in alcun modo passare inosservato sotto tutti i punti di vista);
  3. spreco di enormi risorse sia finanziarie che di energie e capacità per pianificare ed eseguire questo gigantesco “gioco di guerra”; ancora una volta la richiesta di spostamento di risorse dalle spese militari a investimenti civili dovrebbe essere punto basilare dei movimenti sociali e per la pace (in particolare in vista della drammatica crisi che si sta vivendo con la diffusione del Covid-19);
  4. imposizione di una egemonia politica e militare sui governi europei che più difficilmente potranno scegliere politiche (anche militari) alternative al volere statunitense sia a riguardo delle proprie scelte nazionali (interessi, minacce, approvvigionamento di sistemi d’arma) che a livello NATO e soprattutto europeo (ipotesi di convergenza militare UE con risparmi e minori effettivi, progetti di razionalizzino dell’industria militare, risorse da destinarsi a obiettivi importanti per la difesa della vita delle persone – lavoro, salute, welfare, cambiamenti climatici – impiegate invece per la logistica militare);
  5. data l’emergenza sanitaria estesa in tutta Europa, ed ora anche negli Stati Uniti, sarebbe necessario valutare in sede NATO e UE la sospensione dell’esercitazione militare (o quanto meno la necessità di prendere tutti quei provvedimenti precauzionali che si sono presi in ogni ambito civile): sono state rinviate fiere internazionali, chiuse Scuole e Musei, sospesi voli, competizioni sportive e spettacoli: anche un’esercitazione militare può aspettare tempi migliori, o essere annullata.

Don Andrea Gallo ce l'abbiamo noi

pubblicato 13 mar 2020, 08:22 da Cultura della Pace

Don Andrea Gallo, maestro di vita
Dopo anni dalla sua scomparsa nel 2013, il nostro ricordo è ancora vivo
Incontrare, conoscere e condividere l'impegno e le lotte con il caro Don Andrea Gallo è stato, oltre che una immensa opportunità e responsabilità, un grande insegnamento di vita.
Sul sito www.peacelink.it un ricordo di Don Andrea Gallo, prete con gli ultimi di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici
Foto di Don Andrea Gallo
Il Gallo, come amava farsi, ha speso l’intera sua esistenza per condurre lotte di giustizia sempre vicino agli ultimi, ai fragili e ai dimenticati di questa atroce e feroce società dove il più debole è spesso calpestato e soccombe.

Ricordiamo il giorno in cui l’abbiamo incontrato a Cinisello Balsamo in provincia di Milano durante un evento pubblico nel 2010.

In questa occasione, raccontava la sua meravigliosa esperienza resistenziale e alla fine dell’incontro abbiamo avuto modo di parlargli e proprio da qui è nato tutto. Laura gli ha fatto leggere i suoi scritti sulla nonviolenza e le sue recensioni ai libri sul mitico Fabrizio De André, che il Gallo ha apprezzato moltissimo.

Abbiamo trovato nei suoi occhi e nelle sue parole e nelle sue azioni la forza e l’energia per attivarci su quanto lui ci aveva appena raccontato: la sua lotta come staffetta dei Partigiani nella Resistenza contro il nazifascismo.

Abbiamo chiesto al Gallo di ripetere questo incontro nel nostro paese Nova Milanese. È tutto questo si è avverato come in un sogno.

A Nova Milanese nel 2010 è stato un incontro incredibile, la realizzazione di una nostra piccola grande utopia: abbiamo voluto dare un tributo a una così bella figura invitando suoi compagni di lotta provenienti da diverse parti d’Italia.

L’attore e regista Renato Sarti, il sindacalista Antonio Pizzinato, lo scrittore e giornalista Daniele Biacchessi, il gruppo musicale dei Settegrani, Giulio Cristoffanini uno dei fondatori di Emergency, Diego Parassole storico attore e comico dello Zelig e il Partigiano Deportato Emilio Bacio Capuzzo, anche lui sempre vivo nei nostri cuori.

Teatro pieno e una fila interminabile di persone che hanno voluto incontrare il fratello e padre Gallo perché tutti noi abbiamo bisogno di un padre, un grande padre combattivo, in carne e ossa che non le manda a dire ai prepotenti di turno... e che sappia proteggere da ogni ingiustizia.

Innumerevoli sono stati gli incontri a cui abbiamo avuto la fortuna di presenziare e partecipare attivamente con il Gallo. Ricordiamo quello di Senago, al palazzetto dello sport nel 2012, stracolmo di persone venute a incontrarlo.

Ricordiamo anche il nostro pranzo con il Gallo alla comunità di San Benedetto al Porto di Genova. La bellissima giornata trascorsa assieme. La funzione religiosa sui generis celebrata secondo le giuste e purtroppo disattese direttive del concilio Vaticano secondo dove la parola è stata data agli attivisti provenienti da tutta Italia e poi il pranzo in comunità dove il Gallo ha lungamente parlato dell’esperienza di questa importante realtà solidale: la comunità di San Benedetto al Porto di Genova.

Durante una presentazione in pubblico tenutasi a Novate Milanese, nel marzo 2013 - qualche mese prima della sua scomparsa e nello stesso giorno dell’elezione di Papa Francesco - ricordiamo un simpatico aneddoto.

In quell’occasione era appena stato stampato il calendario delle sue ragazze transessuali e transgender della comunità. Scherzosamente ci diceva e raccomandava di vendere anche qualche libro in meno, ma i calendari, proprio i calendari, di finirli tutti. Altrimenti, al suo rientro, le ragazze lo avrebbero sgridato...

A fine serata, dopo aver venduto tutti i calendari, abbiamo raccontato al Gallo un episodio simpatico: una signora molto anziana ne ha voluti comprare ben cinque da regalare a tutte le sue amiche "nonnine".

Ogni volta che incontravamo il Gallo era una festa e quando vedeva Fabrizio gli si accendevano gli occhi e diceva sempre: "non ti posso dimenticare. Ti chiami come il mio caro Fabrizio De André". E questo non poteva che renderci molto felici.

Nell’ultimo incontro avuto con lui, ci ha preso in disparte e stringendoci forte ha detto a me e a Fabrizio “ Siate assieme testimoni di Pace, severi e fermi e mettete il vostro amore al servizio dell’umanità".

E avrebbe apprezzato moltissimo il nostro impegno per la pace, dove abbiamo impegnato tutte le nostre forze perché Ican - Rete e Campagna internazionale per l'abolizione degli ordigni di distruzione di massa nucleari potesse avere seguito in Italia e così via fino ad arrivare nel 2017 al Premio Nobel per la Pace collettivo, destinato alle centinaia di organizzazioni e di attivisti nel mondo e alle associazioni in Italia affiliate alla Rete Ican, tra cui PeaceLink, Disarmisti Esigenti, Wilpf e altre, tutte realtà impegnate per il disarmo nucleare universale e per la pace.

Nel ricordare Don Andrea Gallo in questo articolo, lo ringraziamo per l’indimenticabile ricordo della sua presenza sempre attiva e vivace e pronta nel rispondere a tono alla tracotanza dei potenti di turno e di tutti i poteri forti, "che non ci sono poteri buoni" come dicono i nostri amici anarchici. Perchè lui è angelicamente anarchico. Ora e sempre Resistenza!

Siria, ancora guerra

pubblicato 13 mar 2020, 08:09 da Cultura della Pace

UNHCR: dopo 9 anni di tragedie, resilienza e solidarietà, il mondo non deve dimenticare i siriani in fuga

Sul sito italiano la situazione siriana oggi

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Quando la crisi in Siria è ormai entrata nel suo decimo anno, il popolo siriano continua a essere vittima di una tragedia immane. Da quando il conflitto è iniziato nel marzo 2011, uno ogni due uomini, donne o bambini sono stati costretti, spesso più di una volta, alla fuga. Oggi, quella siriana è la popolazione rifugiata di dimensioni più vaste su scala mondiale.

Anno dopo anno, il popolo siriano ha dimostrato incredibili capacità di resilienza. Nonostante la maggior parte dei rifugiati presenti nei Paesi limitrofi viva al di sotto della soglia di povertà, fa tutto il possibile per guadagnarsi da vivere e investire in un futuro per sé e per le proprie famiglie: se da un lato i rifugiati conservano la speranza di far ritorno a casa, dall’altro, durante il loro soggiorno, si impegnano per contribuirealle economie dei Paesi che li accolgono con generosità. Nella Siria nordoccidentale, da dicembre 2019 gli scontri hanno causato la fuga di almeno un milione di persone, che vivono attualmente in condizioni disperate. Allo stesso tempo, in altre aree del Paese, numerose famiglie e comunità cercano di ricostruire le proprie vite e andare avanti, nonostante la diffusa carenza di servizi, la distruzione delle proprietà e le difficoltà economiche.

Gli ultimi nove anni hanno rappresentato anche una storia di eccezionale solidarietà. I governi e le popolazioni di Turchia, Libano, Giordania, Iraq, Egitto, nonché di alcuni Paesi al di fuori della regione, hanno assicurato ai siriani protezione e sicurezza aprendo loro scuole, ospedali, e le proprie case.

Negli ultimi dieci anni, grazie ai generosi contributi di governi donatori, del settore privato e dei singoli cittadini, gli aiuti hanno potuto essere intensificati. A quella che era cominciata come una risposta umanitaria si è aggiunto l’impegno di attori chiave per lo sviluppo, come la Banca Mondiale, che assicura sostegno strutturato a governi e istituzioni dei Paesi di accoglienza, rafforzando le capacità di resilienza tanto delle comunità di accoglienza quanto dei rifugiati. Dal 2012, oltre 14 miliardi di dollari hanno finanziato il Piano regionale di risposta alla crisi di rifugiati e per la resilienza (Refugee Response and Resilience Plan/3RP), implementato da una coalizione di oltre 200 partner e coordinato da UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, e UNDP. Numerosi altri interventi sono stati assicurati mediante accordi di cooperazione bilaterale e altri meccanismi multilaterali.

“Sono rimasto profondamente impressionato dal coraggio e dalla resilienza mostrati dai siriani. Giorno dopo giorno hanno dovuto far fronte a innumerevoli sofferenze e privazioni”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “La crisi entra ormai nel suo decimo anno e desidero esortare tutta la comunità internazionale a non dimenticare coloro che continuano a restare sfollati all’interno della Siria e quanti sono stati costretti a fuggire oltre confine. È nostro dovere riconoscere e sostenere la generosità mostrata dai Paesi limitrofi, essendosi trattato di uno dei più grandi gesti di solidarietà degli ultimi decenni. Tuttavia, dobbiamo continuare a garantire il nostro sostegno. Sono necessari sforzi ulteriori”.

Sicuramente, in questi nove anni, la sfida maggiore è stata quella di riuscire a mantenere ed espandere il sostegno a tutta la regione, soprattutto in un’epoca in cui alcune comunità di accoglienza, come per esempio in Libano, devono far fronte a ristrettezze economiche. A fronte di una richiesta di 5,4 miliardi di dollari, il Piano 3RP per il 2019 è stato finanziato per il 58 per cento. Il divario tra esigenze reali e risorse disponibili si allarga inarrestabilmente. La carenza di aiuti e l’accesso limitato a servizi sanitari e istruzione generano un aumento dei costi giornalieri e rischiano di spingere le famiglie rifugiate in un’irreversibile spirale di vulnerabilità. Per la disperazione, alcuni rifugiati sono costretti a ritirare i propri figli da scuola per farli lavorare e contribuire  al sostegno della famiglia. Altri riducono il numero di pasti giornalieri. Esposti a sfruttamento e abusi, altri ancora si danno alla prostituzione, contraggono matrimoni precoci, o cadono vittime di lavoro minorile.

Nove anni di crisi hanno lasciato il segno su tutta la regione. I Paesi di accoglienza continuano ad avere bisogno di finanziamenti certi e tempestivi, che permettano loro di continuare a sostenere milioni di rifugiati siriani, assicurare che i servizi nazionali siano in grado di rispondere, ed espandere le possibili opportunità rivolte sia ai rifugiati che alle comunità che li accolgono. Sostegno è inoltre necessario per quanti desiderino usufruire del diritto di fare ritorno a casa. Il Global Compact sui Rifugiati, approvato dalle Nazioni Unite nel dicembre 2018, offre a governi e settore privato un modello per l’approccio di tutta la società alle crisi di rifugiati, mediante l’attuazione di una risposta più efficiente e un’equa condivisione di responsabilità. Le vite dei rifugiati siriani e delle comunità che li accolgono dipendono da tali misure.

 

Per maggiori informazioni:

 

Per donare:

  • Vai a questo link https://bit.ly/2uP6LhH
  • Bonifico bancario intestato a UNHCR – Causale Emergenza Siria
    IBAN: IT84R0100503231000000211000 (Banca Nazionale del Lavoro).

 


"La guerra fa milioni di vivi" - Alessandro Bergonzoni

pubblicato 13 mar 2020, 08:05 da Cultura della Pace

Afghanistan, salute mentale e il lungo strascico della guerra

Sul sito www.unimondo.org Anna Toro ci spiega cosa lascia la guerra dopo la morte provocata


Afghanistan, la guerra inutile E i rischi del ritiro americano


All’indomani del traballante accordo di pace tra Talebani e Governo – già squarciato dall’attentato del 6 marzo di matrice Daesh – l’Afghanistan si trova ad affrontare un’altra crisi più nascosta, ma dagli effetti devastanti: quella psichica e psicologica. Il paese ha assistito a circa 40 anni di violenza, con 19 anni ininterrotti di conflitto a seguito dell'invasione degli Stati Uniti nel 2001, e la salute mentale di milioni di afghani ne è uscita distrutta: secondo i dati governativi, più della metà della popolazione, compresi molti sopravvissuti alla violenza legata al conflitto, lotta con la depressione, l'ansia e lo stress post-traumatico, ma meno del 10 percento riceve un adeguato sostegno psicosociale dallo stato. «Era l’ora di uscire dall’ufficio, verso le 16. Il kamikaze mi è corso vicino, calpestandomi la scarpa, così ho preso un fazzoletto per pulirla, quando è avvenuta l’esplosione. Ho visto cadaveri e parti di corpi tutt’intorno a me» racconta Ahmed, 23 anni, a proposito dell’attentato di febbraio 2017 vicino alla Corte Suprema di Kabul. La sua testimonianza è raccolta in un importante report di Human Rights Watch (HRW) uscito a fine 2019 dedicato al tema della salute mentale nel Paese. Ahmed racconta di essere stato subito curato all’ospedale militare ma che solo le ferite del suo corpo sono state trattate. «Nessuno è venuto a chiedermi della mia mente», ha detto. Perché il trauma psicologico di quel giorno non se n’è mai andato via. Due anni dopo, Ahmed ha infatti cercato aiuto: «Ho ancora dei flashback, tutta la notte non riesco a dormire – racconta – mi arrabbio facilmente, specialmente quando le persone fanno rumore. Ma tengo dentro questa rabbia, e sono molto triste. Non so che tipo di trattamento dovrebbe essere fornito, ma ci dovrebbero essere persone che si occupano anche di questi nostri bisogni».

Secondo un sondaggio dell'Unione Europea del 2018 – sempre riportato da HRW – l'85% della popolazione afghana ha vissuto o assistito ad almeno un evento traumatico (la media è quattro). La metà degli intervistati ha avuto un disagio psicologico, con uno su cinque afghani «compromessi nel loro lavoro a causa di problemi di salute mentale». HRW stessa ha effettuato delle interviste a 21 afghani – 14 uomini e 7 donne – residenti nelle province di Kabul, Kandahar e Herat, che avevano subito un disagio psicologico dopo l'esposizione diretta alla violenza legata al conflitto, come attacchi suicidi, bombardamenti aerei, combattimenti a terra e vittime di munizioni inesplose. «Più della metà ha dichiarato di aver ricevuto poco o nessun supporto psicologico dai servizi sanitari pubblici. Quasi la metà ha dichiarato di non conoscere le risorse esistenti per la salute mentale» si legge. Come Armin B., 38 anni, commerciante di Kabul, che dopo aver perso il figlio tredicenne in un attentato, ancora non è venuto a patti col trauma. «Non sono a conoscenza dei servizi [sulla salute mentale] offerti dal governo – afferma – Sarebbero necessari, ma non credo che esistano affatto». O Siddiqui J., 62 anni di Bamiyan, sopravvissuto a un attentato suicida in cui ha perso una mano: «Quando provo a dormire, mi vengono in mente ricordi della guerra e il mio corpo inizia a tremare. Tutto diventa buio e perdo conoscenza» racconta, aggiungendo di aver ricevuto come cura dai medici solo dei sonniferi. 

Un problema, quello della mancanza di cure e trattamento, che ritorna nelle varie interviste. «Il trauma correlato al conflitto può persistere e peggiorare a meno che le persone colpite non abbiano accesso al supporto psicosociale» scrive HRW, che aggiunge come siano soprattutto le donne e le ragazze ad affrontare notevoli difficoltà in quanto la loro libertà di movimento è spesso influenzata in modo sproporzionato dall'insicurezza: «La disuguaglianza di genere e le norme sociali discriminatorie creano anche importanti barriere per donne e ragazze. Il loro accesso ai servizi sanitari è spesso determinato dai membri maschi della loro famiglia e può essere condizionato dalla disponibilità di servizi separati con personale femminile e infrastrutture segregate, come cancelli e aree di attesa». E poi ci sono i giovani e le giovani, che non hanno mai vissuto in tempo di pace, e che faticano a visualizzare per se stessi e le loro famiglie un futuro felice. L'anno scorso la Commissione indipendente per i diritti umani afghana ha riferito che circa 3000 afghani tentano il suicidio ogni anno di cui l'80% sono donne.

La carenza di risorse umane per la cura e il trattamento dei disturbi mentali non fa che aggravare il quadro. «Secondo la Strategia nazionale per la salute mentale dell'Afghanistan per il periodo 2019-2023, in Afghanistan è disponibile un solo consulente psicosociale per ogni 46 mila persone – scrive HRW – La loro capacità di condurre una terapia di successo è influenzata dalla mancanza di esperienza e dalla formazione limitata». L'OMS afferma che il Paese ha all'incirca un solo psichiatra per ogni 435 mila persone e uno psicologo per ogni 333 mila persone, e soli 200 posti letto disponibili nelle strutture pubbliche dedicate alla salute mentale. Inutile dire che sono soprattutto le persone più povere che abitano nelle zone rurali, a soffrire della mancanza di servizi. Può succedere che il trattamento di problemi di salute mentale venga affidato a figure religiose «spesso mal equipaggiate per assistere adeguatamente le persone che soffrono di stress psicosociale e che talvolta contribuiscono a diffondere credenze stigmatizzanti, come l'idea che le persone con condizioni di salute mentale siano possedute da spiriti maligni». Per non parlare di una pratica, che ancora persiste, di portare e internare i sofferenti mentali nei santuari. Prassi dettata non solo da superstizione ma più sovente dall’impossibilità economica per molte famiglie di farsi carico di un onere così grande, nella totale assenza di supporti, informazione e servizi. 

«Decenni di violenza hanno lasciato molti afghani in ferite psicologiche profonde, oltre a quelle fisiche – ha dichiarato Jonathan Pedneault, ricercatore area Conflitti e crisi presso HRW – C'è un urgente bisogno di servizi psicosociali estesi per supportare gli afghani esposti a violenza, attentati suicidi e attacchi aerei, e prevenire gli effetti a lungo termine che possono essere debilitanti per i sopravvissuti, le famiglie e l’intera comunità».

Rifiutati dal virus della guerra

pubblicato 6 mar 2020, 08:19 da Cultura della Pace

Migranti, ancora emergenza ai confini dell'Europa. No all'indifferenza
Sul sito www.caritas.it Caritas presenta la situazione dei rifugiati dalla guerra e respinti dai confini europei
 Rifugiati siriani ritornano in Siria dopo aver attraversato il confine giordano vicino alla città di Nasib lo scorso agosto. Foto di: MOHAMAD ABAZEED/AFP/Getty Images 
Quanto sta accadendo alle frontiere esterne dell’Unione Europea è inaccettabile e non deve restare nell’indifferenza. Migliaia di persone stanno cercando disperatamente di attraversare il confine turco, ma al di là trovano i militari greci a sbarrare la loro strada. Inoltre le ultime violenze nella Provincia di Idlib (Siria) stanno ulteriormente aggravando la crisi umanitaria, con 900.000 nuovi sfollati che da dicembre 2019 hanno lasciato le proprie case. Le immagini che giungono in queste ore ci mostrano ancora una volta il volto peggiore dell’Europa: donne e bambini caricati dalla polizia e la guardia costiera greca che spara su imbarcazioni cariche di profughi, partite da Bodrum e dirette a Kos, prendendo poi a bastonate gli occupanti. Nella mattinata del 2 marzo, durante lo sbarco a Lesbo, è morto un bimbo siriano di pochi anni. Tutto questo sta avvenendo alle porte di casa nostra.
Nonostante questi sbarramenti, decine di migliaia di persone hanno già lasciato in questi giorni la Turchia e molte di queste proveranno a percorrere la cosiddetta “rotta balcanica” per raggiungere l'Europa occidentale. A destare preoccupazione è anche la condizione in cui vivono migliaia di profughi che stazionano da mesi nei campi profughi disseminati lungo la rotta balcanica.  Anche in questo caso siamo purtroppo testimoni di violenze da parte della polizia della Croazia, altro paese dell’UE, a danno dei profughi che tentano di attraversare il confine bosniaco e che spesso vengono picchiati e rimandati indietro in spregio alle convenzioni internazionali.

Desta inoltre molta preoccupazione la situazione in Albania, dove si registra un numero sempre maggiore di arrivi e le strutture sono al collasso e in Bosnia Erzegovina dove le condizioni dei campi sono spesso disumane. A tutto questo si aggiunge la situazione dei bambini che migrano, visto che oltre un quarto di chi si trova lungo la rotta balcanica è un minore. Ad oggi le reazioni dell’UE e degli Stati europei sono state molto deboli, sia nella gestione del braccio di ferro tra Turchia e Grecia che nel supporto ai paesi lungo la rotta balcanica. D’altronde nessuno vuole farsi carico di questa ennesima tragedia umanitaria, che non arriva all'improvviso ma è innanzitutto frutto di una guerra che si trascina da 9 anni e che ha provocato in Siria centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. 

A questa tragedia fa da sfondo l'accordo UE-Turchia del 2016, con il quale la Turchia, grazie ai finanziamenti promessi, avrebbe dovuto alleviare la pressione sulle frontiere della “Fortezza Europa” ma che nei fatti non ha arrestato il flusso,  ma lo ha consegnato nelle mani e nella gestione dei trafficanti. Come risposta a questa drammatica situazione che sta interessando un’intera regione, le Caritas del sud Est Europa, con le loro strutture hanno attivato progetti concreti di aiuto umanitario, servizi di accoglienza e di supporto psicologico per assistere e stare al fianco di queste persone affinché non cedano alla disperazione. 

Caritas Italiana sta lavorando intensamente in Siria, Libano, Giordania fornendo assistenza umanitaria a migliaia di profughi, così come da oltre 5 anni in Turchia, Grecia e nei paesi interessati dalla rotta balcanica. Si tratta di un lavoro sul campo, a fianco delle Caritas di questi paesi, che ha permesso nel tempo la strutturazione di interventi di emergenza, attività di formazione e accompagnamento degli operatori locali e il coordinamento di una Task force delle Caritas del Sud Est Europa. La nuova crisi dei migranti, oltre a generare ulteriori inaccettabili violazioni dei diritti umani, ora rischia anche di far collassare questa rete di aiuto.

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Per contribuire: Conto corrente bancario intestato a: Caritas Italiana Banca Popolare Etica - Via Parigi 17, Roma
Codice IBAN: IT 24 C 05018 03200 000013331111 Codice BIC/SWIFT: CCRTIT2T84A. Specificare nella causale: “Europa/ Rotta balcanica”.
È possibile sostenere gli interventi di Caritas Italiana “Europa/Rotta balcanica”, anche utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o donazione on-line.

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