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Un mondo di schiavi

pubblicato 24 set 2020, 07:21 da Cultura della Pace

Cos'è la schiavitù moderna?

Un sito che racconta la lotta alla schiavitù. Un mondo da conoscere: www.antislavery.org

Anti-Slavery International | EURACTIV JobSite

Crediamo che tutti, ovunque, abbiano diritto a una vita libera dalla schiavitù. Ma in questo momento, milioni di bambini e adulti sono intrappolati nella schiavitù in ogni singolo paese del mondo. Compreso il tuo.

La schiavitù moderna è il grave sfruttamento di altre persone per guadagno personale o commerciale. La schiavitù moderna è tutt'intorno a noi, ma spesso è appena fuori vista. Le persone possono rimanere intrappolate nel fare i nostri vestiti, servire il cibo, raccogliere i nostri raccolti, lavorare nelle fabbriche o lavorare nelle case come cuochi, pulizie o bambinaie.

Dall'esterno può sembrare un lavoro normale. Ma le persone sono sotto controllo: possono subire violenze o minacce, essere costrette a indebitarsi in modo ineludibile o farsi portare via il passaporto e essere minacciate di espulsione. Molti sono caduti in questa trappola oppressiva semplicemente perché cercavano di sfuggire alla povertà o all'insicurezza, migliorare le loro vite e sostenere le loro famiglie. Ora non possono andarsene.

Si stima che 40 milioni di persone siano intrappolate nella schiavitù moderna in tutto il mondo:

  • 1 su 4 di loro sono bambini.
  • Quasi tre quarti (71%) sono donne e ragazze.
  • Oltre 10.000 sono state identificate come potenziali vittime dalle autorità del Regno Unito nel 2019.

Forme di schiavitù moderna

La schiavitù moderna assume molte forme. I più comuni sono:

  • Traffico di esseri umani . L'uso di violenza, minacce o coercizione per trasportare, reclutare o ospitare persone al fine di sfruttarle per scopi quali prostituzione forzata, lavoro, criminalità, matrimonio o rimozione di organi.
  • Lavoro forzato . Qualsiasi lavoro o servizio che le persone sono costrette a svolgere contro la loro volontà sotto la minaccia di punizione.
  • Schiavitù per debiti / lavoro vincolato . La forma di schiavitù più diffusa al mondo. Le persone intrappolate nella povertà prendono in prestito denaro e sono costrette a lavorare per estinguere il debito, perdendo il controllo sia sulle condizioni di lavoro che sul debito.
  • Discesa - la schiavitù base . Forma più tradizionale, in cui le persone sono trattate come proprietà e il loro status di "schiavo" è stato tramandato in linea materna.
  • Schiavitù dei bambini . Quando un bambino viene sfruttato per il guadagno di qualcun altro. Ciò può includere traffico di bambini, bambini soldato, matrimoni precoci e schiavitù domestica di minori.
  • Matrimonio forzato e precoce . Quando qualcuno è sposato contro la propria volontà e non può andarsene. La maggior parte dei matrimoni infantili può essere considerata schiavitù.

Le persone finiscono intrappolate nella schiavitù moderna perché sono vulnerabili a essere ingannate, intrappolate e sfruttate, spesso a causa della povertà e dell'esclusione. Sono queste circostanze esterne che spingono le persone a prendere decisioni rischiose alla ricerca di opportunità per provvedere alle loro famiglie, o sono semplicemente spinte a lavorare in condizioni di sfruttamento.

Libertà per tutti, ovunque, sempre.

Anti-Slavery International lavora con un movimento di organizzazioni che la pensano allo stesso modo per garantire la libertà alle persone in o vulnerabili alla schiavitù moderna. Modifichiamo i sistemi che consentono alle persone di rimanere intrappolate nella schiavitù - sociale, economica, legale, politica - in modo che le persone possano vivere libere dalla paura di essere sfruttate crudelmente. Anche noi

Lavorando insieme, districando persona dopo persona dalla schiavitù e smantellando i sistemi che consentono lo sfruttamento, possiamo offrire la vera libertà alle persone in tutto il mondo.

Ulteriori informazioni sulla schiavitù

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Europa solidale

pubblicato 24 set 2020, 07:05 da Cultura della Pace

UNHCR e OIM chiedono all’UE un approccio alle politiche su migrazioni e asilo che sia davvero comune e basato sui principi

UNHCR e OIM si appellano all’Unione Europea affinché assicuri l’adozione di un approccio davvero comune e basato sui principi che affronti tutti gli aspetti inerenti alla governance delle questioni migratorie e dell’asilo.

Sul sito www.unhcr.org l'appello per un'Europa solidale

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Alla vigilia del lancio del nuovo Patto su migrazioni e asilo presentato dalla Commissione Europea, l’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, e l’OIM, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, si appellano all’Unione Europea (UE) affinché assicuri l’adozione di un approccio davvero comune e basato sui principi che affronti tutti gli aspetti inerenti alla governance delle questioni migratorie e dell’asilo. Le due organizzazioni delle Nazioni Unite auspicano che il Patto rappresenti un’opportunità nuova da cui partire per abbandonare l’approccio emergenziale che prevede l’adozione di accordi ad hoc in materia di asilo e migrazioni in Europa per passare a uno comune che sia maggiormente comprensivo, ben gestito e a lungo termine, sia in seno sia al di fuori dell’UE. Dato il numero relativamente contenuto di nuovi arrivi di rifugiati e migranti in Europa, il momento è favorevole per intraprendere un’azione comune.

I recenti eventi verificatisi nel Mediterraneo, tra cui i ritardi nell’autorizzare le operazioni di sbarco di migranti e rifugiati soccorsi in mare, l’aumento del numero di testimonianze di presunti respingimenti e gli incendi devastanti divampati nel Centro di registrazione e identificazione di Moria, sull’isola greca di Lesbo, hanno messo ulteriormente in evidenza la necessità di riformare con urgenza le politiche UE su migrazioni e asilo. La pandemia da COVID-19, inoltre, ha condizionato profondamente politiche e prassi in materia, e il deleterio impatto socioeconomico da essa prodotto non ha risparmiato nessuno. Rifugiati, migranti e Paesi che accolgono numeri elevati di rifugiati sono stati particolarmente colpiti su scala mondiale.

L’approccio attualmente adottato in seno all’UE è inattuabile, insostenibile e spesso comporta conseguenze devastanti sul piano umano. Data l’assenza di accordi condivisi in seno all’UE in merito alla gestione degli sbarchi, assenza che non ha fatto che aggravare le sofferenze delle persone soccorse, da tempo le due organizzazioni chiedono congiuntamente che si adotti un approccio europeo comune basato sulla condivisione di responsabilità tra Stati nelle operazioni di ricerca e soccorso e in quelle di sbarco per le persone salvate in mare. L’OIM e l’UNHCR sono fortemente d’accordo con la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sul fatto che salvare vite umane in mare non è facoltativo; una gradita affermazione fatta nel suo discorso sullo stato dell’Unione. Le organizzazioni si preoccupano anche di coloro che si trovano in pericolo lungo tutte le rotte migratorie, anche sulla terraferma. Il salvataggio di vite umane deve rappresentare la priorità assoluta e non deve essere criminalizzato.

UNHCR e IOM, inoltre, hanno rivolto appelli affinché si attuino accordi più strutturati in merito ai ricollocamenti all’interno dell’UE e attivamente assicurato supporto all’implementazione dei recenti trasferimenti dalle isole greche, lavorando col Governo greco, la Commissione Europea e l’UNICEF, il Fondo ONU per l’infanzia. Il ricollocamento di persone vulnerabili, tra cui minori, specialmente in un momento storico segnato dall’aggravarsi delle difficoltà, si è dimostrato essere un esempio praticabile di condivisione di responsabilità.

“Il Patto offre all’Europa l’opportunità di dimostrare che può sostenere il diritto fondamentale all’asilo, cooperando nel contempo a politiche pragmatiche per identificare coloro che hanno bisogno di protezione internazionale e condividerne la responsabilità”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Accoglieremo con favore gli sforzi reali per garantire un regime di protezione rapido, equo ed efficace in Europa, e daremo il nostro pieno sostegno e la nostra esperienza alla Commissione europea e agli Stati membri per far sì che diventi una realtà”.

La maggior parte dei flussi migratori verso l’Europa è gestita mediante canali sicuri e legali, e la crisi innescata dal COVID-19 ha messo in risalto il valore apportato dai lavoratori rifugiati e migranti nell’UE e altrove. Il loro contributo e il loro potenziale dovrebbero essere massimizzati. Una strategia per la buona gestione della mobilità delle persone, determinante nella riuscita del processo di ripresa dalla pandemia, dovrebbe essere integrata strutturalmente e contribuire alla definizione di politiche a lungo termine e piani di risposta, anche in materia di cambiamento climatico, nonché supportare mercati del lavoro flessibili e dinamici.

“Le persone in movimento possono essere parte della soluzione. Non vediamo l’ora che il nuovo Patto venga adottato, esso rappresenta un’opportunità per l’Europa di ridisegnare la governance delle migrazioni e della mobilità umana come sicura, ordinata, inclusiva e incentrata sui diritti umani” ha dichiarato Antonio Vitorino, Direttore Generale dell’OIM. “Un approccio equilibrato, basato sui principi e globale riconosce che la migrazione è una realtà umana da gestire per fini reciprocamente vantaggiosi. Sarà anche importante che l’UE garantisca che la politica a lungo termine sia coerente nei suoi aspetti interni ed esterni, sia radicata in veri e propri partenariati e allineata con i quadri e gli accordi internazionali esistenti”, ha aggiunto.

Si potranno compiere progressi nella lotta al traffico e nel miglioramento della gestione delle frontiere se si investiranno parimenti attenzione e risorse nel rafforzamento e nell’ampliamento dei canali che consentono una migrazione legale e sicura, dei partenariati efficaci, dei programmi di integrazione e costruendo comunità prospere, benestanti e coese. Può anche ridurre la domanda che alimenta il business dei gruppi criminali di traffico. Investire in canali migratori regolari e in una maggiore mobilità sarà inoltre essenziale per lo sviluppo sostenibile e la crescita nell’UE e altrove.

Garantire la possibilità di fare ritorno in condizioni dignitose, per quanti desiderano tornare nei propri Paesi di origine o per coloro che non soddisfano i criteri per il riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione, è di importanza altrettanto fondamentale in seno a un sistema ben gestito e com prensivo. Dovrebbe essere assicurata priorità ai ritorni volontari, prevedendo disposizioni che consentano alle persone di reintegrarsi in modo sostenibile.  Alcuni migranti, tra cui le vittime della tratta, degli abusi sessuali ed i minori non accompagnati, che non hanno bisogno di asilo, possono avere un legittimo bisogno di altre forme di assistenza e protezione.

L’UE, inoltre, dovrebbe impegnarsi a garantire solidarietà e condivisione di responsabilità in modo strutturato su scala mondiale in partenariato coi Paesi extra UE che accolgono elevati numeri di persone in fuga. È necessario che tale impegno, tramite il Patto, si traduca in azione assicurando sostegno politico e un’assistenza finanziaria supplementare, strutturata e flessibile agli Stati di accoglienza, anche al fine di rafforzarne i sistemi di asilo. Tale supporto assicurerà che migranti e rifugiati abbiano accesso adeguato a servizi quali assistenza sanitaria, istruzione e lavoro, affinché possano vivere le proprie vite dignitosamente. Un sostegno più strategico ai Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati o ai Paesi di transito diminuirebbe anche l’attrattiva del traffico di esseri umani.

Garantendo un futuro sostenibile più vicino ai Paesi di origine e un maggiore impegno da parte dei Paesi UE a implementare i programmi di reinsediamento, ricongiungimento familiare e canali complementari, insieme a condizioni che assicurino accesso diretto al territorio e all’asilo nell’UE a quanti ne hanno bisogno, un numero minore di persone ricorrerebbe a viaggi pericolosi e gli Stati gestirebbero meglio gli arrivi.

La Commissione Europea, braccio esecutivo dell’UE, presenterà il Patto su migrazioni e asilo domani, mercoledì 23 settembre, agli Stati membri dell’Unione. L’UE ha l’occasione di sfruttare lo slancio generato dagli eventi recenti e il Patto imminente per assicurare un’Europa unita e improntata al rispetto dei diritti umani, in cui migranti e rifugiati possano contribuire con le proprie competenze e risorse, un’Europa che non lascia indietro nessuno. L’UNHCR e l’OIM sono pronte ad assicurare il proprio sostegno in linea coi rispettivi mandati e con le rispettive competenze.

Per maggiori informazioni:

Raccomandazioni dell’UNHCR in relazione al Patto

Osservazioni dell’OIM in relazione all’implementazione del Patto

 

Civica educazione

pubblicato 18 set 2020, 08:22 da Cultura della Pace

Educazione civica sì, ma critica e nonviolenta. Lo dobbiamo (anche) a Willy


Educazione civica sì, ma critica e nonviolenta. Lo dobbiamo (anche) a Willy














La missione di questo insegnamento è di trasmettere non del puro sapere, ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere; essa è nello stesso tempo una maniera di pensare in modo aperto e libero.

Sul sito www.azionenonviolenta.it un articolo di Pasquale Pugliese 

Edgar Morin – La testa ben fatta

Tra le tante novità e incertezze del nuovo anno scolastico, una certezza positiva è che ripartirà finalmente l’”Educazione civica” come materia curricolare e, secondo quanto previsto dalla legge 92 del 2019, questo insegnamento ha – a partire da questo anno scolastico – un proprio voto, con almeno 33 ore all’anno dedicate. Pur essendo il minimo indispensabile, è una buona notizia perché, per quanto l’educazione alla cittadinanza consapevole e responsabile dovrebbe essere la finalità ultima della scuola in quanto palestra di democrazia, un insegnamento specifico e valutabile aiuta a non dare per scontato che poi questa educazione, trasversale alle diverse discipline, avvenga davvero. Dunque è una decisione necessaria, ma – a mio avviso – non ancora sufficiente, almeno per due ragioni: perché va integrata con un approccio metodologico critico e perché tra le cornici tematiche indicate ce n’è una mancante.

L’approccio metodologico critico

Lo scorso giugno il Ministero dell’Istruzione ha inviato alle scuole le Linee guida per l’insegnamento dell’Educazione civica Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica  , che ruotano intorno a tre assi: la Costituzione, ossia “la conoscenza, la riflessione sui significati, la pratica quotidiana del dettato costituzionale”; lo sviluppo sostenibile, ossia “non solo la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali, ma anche la costruzione di ambienti di vita, di città, la scelta di modi di vivere inclusivi e rispettosi dei diritti fondamentali delle persone”; la cittadinanza digitale, ossia “la capacità di un individuo di avvalersi consapevolmente e responsabilmente dei mezzi di comunicazione virtuali”. Tre cornici di senso, al cui interno svolgere l’insegnamento della materia, che possono diventare davvero stimolanti e generative per “comprendere la nostra condizione ed aiutarci a vivere” (Morin) se proposte ed affrontate con approccio metodologicamente critico, ossia esplicitandone la complessità e le contraddizioni.

Per esempio, nello svolgere il tema della Costituzione, non si può non aiutare gli studenti a riflettere criticamente sulla distanza tra i “Principi fondamentali” in quanto base del nostro legame repubblicano e la loro applicazione reale, spesso disattesa, dall’articolo 1 (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”) all’articolo 11 (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”): come ci dicono ripetutamente i dati Eurostat il nostro è tra gli ultimi paesi europei in quanto ad occupazione, specie giovanile, e tra i primi in quanto a spese militari. E’ come se il fondamento costituzionale fosse invertito: un paese fondato sulla preparazione della guerra che ripudia il lavoro…

Nell’affrontare il tema dello “sviluppo sostenibile”, non si può non evidenziare la contraddizione tra un ecosistema finito ed un modello di sviluppo infinito – predatorio di risorse naturali e tossico nella produzione di rifiuti – del quale i cambiamenti climatici e la riduzione della biodiversità sono solo alcuni dei più evidenti tra i danni irreversibili. Per cui se non si rimette fortemente e immediatamente in discussione il modello di sviluppo esistente – trasformandolo in una impronta ecologica leggera, sostenibile per l’ecosistema – è messa fortemente a rischio lo sviluppo della stessa specie umana.

Così come nell’educazione all’uso delle tecnologie digitali non si può non esplicitare che – per dirla con Franklin Foer – “gli algoritmi possono semplificarci la vita, metterci in contatto con compagni delle elementari che non sentiamo da decenni e consegnarci la spesa. Molto presto saranno in grado di guidare l’auto e localizzare i tumori. Ma per fare tutto questo gli algoritmi ci prendono continuamente le misure e decidono al nostro posto. E quando deleghiamo il pensiero agli algoritmi, in realtà, li deleghiamo alle grandi aziende che li controllano” (I nuovi poteri forti. Come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi, Longanesi 2017)

La cornice mancante: l’educazione alla nonviolenza

E poi nelle “Linee guida” manca una cornice di riferimento fondamentale: l’educazione alla nonviolenza, cioè l’educazione alla costruzione di relazioni interpersonali, sociali e internazionali fondati non solo, in negativo, sulla rinuncia all’uso violenza nella gestione dei conflitti (che pure sarebbe già tanto) ma anche, in positivo, sull’empatia e sulla creatività capaci di generare le competenze necessarie allo stare al mondo nel tempo della complessità e dell’interconnessione. In un Paese nel quale monta un razzismo strisciante e violento, aumentano tra i giovanissimi le simpatie per le frange politiche neofasciste (vedi Cristian Raimo, Ho 16 anni e sono fascista. Indagine sui ragazzi e l’estrema destra, Piemme 2018), sono diffusi almeno sette milioni di armi da fuoco, ed avvengono fatti di violenza assurda ed estrema come l’uccisione di Willy Monteiro Duarte – che, come ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ai funerali del ragazzo, non rappresenta “un singolo episodio, ma ci sono frange e sacche sociali che coltivano la mitologia della violenza” – è necessario un piano straordinario di educazione alla nonviolenza ed al disarmo dell’implicito culturale della violenza. O, almeno – appunto – una integrazione di questa cornice mancante, ma necessaria, all’interno delle Linee guida per l’Educazione civica.

Non solo perché – parafrasando metaforicamente Heidegger – ormai solo l’educazione ci può salvare, ma perché educare alla nonviolenza oggi può salvare altre vite dalla violenza balorda e assassina domani. Come quella che si è portata via Willy. E, se questo accadesse davvero, il suo sacrificio non sarà stato vano.

Una storia di pace

pubblicato 18 set 2020, 08:15 da Cultura della Pace

L'antimilitarismo popolare durante l'impero romano

Publio Elvio Pertinace fu proclamato imperatore il 1º gennaio 193 e regnò per tre mesi, prima di essere assassinato dai pretoriani il 28 marzo 193 dopo Cristo.
Sul sito www.peacelink.it un estratto della tesi della Dott. ssa Giulia Cocchiara 


"Gran parte dei cittadini si portava verso il campo in gran fretta, temendo
che i soldati fossero ostili all’avvento di Pertinace. Si credeva che i
pretoriani, avvezzi a servire un tiranno esercitando la violenza e la rapina,
non avrebbero visto di buon occhio un governo ispirato alla moderazione.
I cittadini dunque accorrevano in massa per costringere i pretoriani a
sottomettersi".

Erodiano

Disprezzo e avversione sono diretti sia ai pretoriani sia ai legionari stanziati ai confini: essi solitamente gradiscono non la monarchia aristocratica, ma la tirannide; e amano i donativi sempre piú sostanziosi e la licenza di rapina e di violenza. Dopo il discorso del prefetto al pretorio Quinto Emilio Leto, che propone l’acclamazione di Pertinace, «i soldati (ovviamente, i pretoriani) erano incerti ancora e maldisposti; ma il popolo, rompendo gli indugi, acclamò Pertinace imperatore, chiamandolo padre e salutandolo con fausti auspici. Allora anche i soldati, costretti dalla superiorità numerica della folla (essi erano infatti pochi, circondati tutt’intorno dal popolo, e disarmati per la festa imminente) per quanto la pensassero in modo assai diverso, si unirono alle acclamazioni; riconobbero Pertinace come Augusto, e pronunciarono in suo nome i consueti giuramenti». Enunciato il suo programma di «un regime aristocratico, anziché una tirannide», Pertinace, tra i primi provvedimenti, «ordinò ai soldati di astenersi dalle violenze contro i civili; di non portare scuri, e di non percuotere chiunque incontrassero. Il suo programma era di ripristinare l’ordine e la disciplina…». Senato e popolo romano «erano contenti e ben presto, in seguito ai positivi atti di governo di Pertinace, manifestarono soddisfazione «tutte le province, i popoli alleati, e gli eserciti». «Dunque tutti si rallegravano, in pubblico e privatamente, per il nuovo governo moderato e pacifico. Ma nella felicità comune erano malcontenti i pretoriani, cui spetta il compito di scortare l’imperatore.
Poiché infatti si vietava loro di rapinare e di commettere abusi, ed erano costretti a una rigida disciplina, consideravano quel governo mite e umano come un’offesa e un oltraggio per loro, quasi fossero defraudati di un diritto alla violenza; e non si adattavano alla fermezza del nuovo governo; anzi, già dal principio si mostravano riottosi e insubordinati». Ben presto è
pronto l’humus della rivolta e della eliminazione di Pertinace: «…i pretoriani mordevano il freno, rimpiangendo le rapine, le violenze, l’incontrollata dissolutezza concesse loro sotto la precedente tirannide. Meditavano di eliminare Pertinace, che riusciva loro odioso per la sua severità, e cercavano un capo che potesse ricondurli alla sfrenata licenza di un tempo». Il 28 marzo 193, tre mesi dopo l’avvento, i pretoriani assassinarono Pertinace e, pochi giorni dopo, calmatosi il tumulto popolare, «proclamarono che l’impero era messo all’asta, promettendo di elevare al potere il maggior offerente e di portarlo al palazzo sotto la tutela delle loro armi». 

Note: Il testo è estratto dalla tesi di dottorato della dott.ssa Giulia Cocchiara
IL POTERE IMPERIALE NELLA CULTURA PAGANA E CRISTIANA SOTTO SEVERO ALESSANDRO
https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1088714#.X2EVy2gzY2w
Le frasi virgolettate sono di Erodiano, storico greco probabilmente vissuto fra il 170 e il 255 d.C.

Vivere consapevole

pubblicato 18 set 2020, 08:03 da Cultura della Pace

La sobrietà e la decrescita

Nel sito www.serenoregis.org un articolo di Don Achille Rossi, giornalista, filosofo, teologo, Premio Nazionale "Nonviolenza" nel 2002 e nostro Socio Onorario

Un stile di vita al capolinea

Assurdistan. Con questa battuta feroce lvan lllich aveva bollato il mondo attuale, caratterizzato da un modo di vivere e di produrre davvero irragionevole. Non si può continuare a produrre sempre di più, sempre più velocemente, cose sempre più inutili. Il pianeta non ce la fa a reggere questo ritmo e lo sta dimostrando in maniera sempre più evidente. Il sistema dominante e arrivato al capolinea. come risulta dall’intrecciarsi della crisi ecologica. di quella energetica e di quella finanziaria. Nel 2007 l’lPCC, un istituto dell’Onu per lo studio dei cambiamenti climatici, ha prodotto un documento inquietante che sanciva un aumento di particelle di anidride carbonica in atmosfera da 280 a 380 per milione. La conseguenza di questo inquinamento è il riscaldamento globale del pianeta e la rottura di un equilibrio di cui nessuno riesce a valutare le conseguenze.

La crisi energetica può essere descritta con questo dato offerto dal presidente di un’industria petrolifera americana, la Chevron Corporation: c’erano nel mondo 3 trilioni di barili di petrolio. Il primo l’abbiamo consumato in 125 anni di civiltà industriale, nei prossimi trent’anni esauriremo il secondo, il terzo probabilmente non faremo in tempo a consumarlo.

Sulla crisi finanziaria non c’è bisogno di dilungarsi perché ne abbiamo un’esperienza quotidiana. Basta ricordare che le nostre società vivono sul debito e che per ogni dollaro reale in circolazione ce ne sono 40 fittizi [cioè stampati dagli USA senza controvalore], come un gioco del Monopoli ma con effetti reali, pagati naturalmente dagli strati meno abbienti della popolazione.

Insomma, questa ideologia dello sviluppo ad ogni costo ci conduce allo sfacelo. Il mondo è un sistema limitato e ci vorrebbero altri tre pianeti come la terra per universalizzare il nostro stile di vita. invitare alla crescita indiscriminata e all’aumento dei consumi su scala globale, come fa la Banca Mondiale [a tutti i popoli se vogliono avere dei prestiti], che auspica una crescita complessiva del 2% fino al 2030, è pura follia. Se non abbiamo perso del tutto la capacità di ragionare dobbiamo iniziare a programmare una decrescita conviviale.

Una nuova visione del mondo

Intendiamoci: la crescita non è [da sola] una nuova teoria economica, ma la constatazione che non possiamo continuare sulla scia che abbiamo imboccato. Dovremmo deciderci per un progetto politico che consiste nella costruzione, sia al Nord che al Sud. di società conviviali autonome ed ecologiche.

La prima condizione per mettere le gambe a un simile progetto è quella di immaginare il mondo in un altro modo. ll nostro immaginario è talmente colonizzato dalla società dei consumi che scambiamo per realtà il funzionamento del sistema. Il primo compito che si impone. perciò. A chiunque voglia progettare un cambiamento è quello di demitizzare la cultura dominante che privilegia l’interesse privato. Che identifica la libertà con la libertà di mercato. che fa dipendere il valore delle merci dal desiderio del compratore, che considera le leggi del mercato come naturali.

In questo lavoro critico è essenziale sostituire gli assiomi del pensiero dominante: che tutto si può vendere e comprare. che si lavora per arricchire, che si compete per vincere, che i più forti devono gestire la società, con principi derivanti da un’altra logica. Una simile decostruzione potrebbe mostrare che le realtà umane fondamentali. come la vita. l’amore. la fede. la conoscenza. Non hanno prezzo e non entrano nel mercato; che il compito più alto è umanizzare: che tutti hanno il diritto di esistere e non solo i più competitivi: che la gestione della polis è affare di tutti e non solo dei più potenti.

Perché le affermazioni che abbiamo appena espresso non rimangano circoscritte nel cielo dell’utopia occorre un’intuizione più profonda nel tessuto della realtà. Ne è cosciente anche Latouche, che, al termine del suo libro, invoca un cambiamento simile a “una conversione religiosa”. Il cambiamento richiesto dal programma di decrescita è così radicale che può essere sostenuto solo da una nuova visione del mondo, che potrebbe essere formulata con questa triplice espressione: occorre aprirsi al Divino, coltivare l’umano.

Coltivare la dimensione cosmica

Senza l’esperienza che l’uomo è l’essere della trascendenza rivolto a un orizzonte infinito è quasi impossibile divincolarsi dalle spire del sistema. Al1o stesso modo, senza un recupero forte delle relazioni non si può uscire da quell’individualismo distruttore, camuffato da senso della libertà, che fa precipitare la nostra civiltà nella vertigine del Solo. E’ all’interno delle relazioni che si duna la luce che sostiene l’umanità dell’uomo. In un tempo di distruzione selvaggia della natura, saccheggiata in ossequio alle leggi del mercato e manipolata da una razionalità strumentale, è fondamentale coltivare un rapporto mite con le cose e fare pace con la terra. Altrimenti, oggettivando tutto, finiamo per diventare noi stessi oggetto.

Questa specie di rivoluzione copernicana a livello di visione del mondo conduce, sul piano personale, a sviluppare un atteggiamento contemplativo che sa scorgere la profondità di ogni gesto c spinge a uno stile di vita che punti alla qualità più che alla quantità.

ln termini concreti. il programma di decrescita stimola a ripensare la produzione e il consumo. Si tratta di orientare la produzione verso le necessità collettive più che verso i bisogni individuali. ln realtà. la società dei consumi fa l’esatto contrario e soprattutto con una propaganda seducente e pervasiva crea bisogni fittizi che l’industria s’impegna poi a soddisfare. Occorre un riorientamento della produzione verso le attività sociali e di interesse pubblico. come l’edilizia ospedaliera e scolastica, la salvaguardia del territorio, i trasporti pubblici. le energie alternative. E’ incredibile che ad ogni cambiamento di stagione dobbiamo assistere a tragedie ambientali che potevano essere prevenute con una reale politica del territorio.

Infine, è urgente una rilocalizzazione dell’economia. che vada in senso opposto alla globalizzazione, che sostenga la produzione locale e i piccoli produttori, che riattivi le casse di risparmio locali per evitare che il credito vada a finire nelle mani dei grandi trust bancari. che sovente finanziano operazioni illecite. dato che sono le più lucrose.

Insomma, la narrazione capitalistica è arrivata al capolinea perché i disastri che ha provocato sono irreparabili all’interno della sua logica, ma non ha ancora preso corpo una narrazione alternativa, che si costruisce con nuove pratiche a livello locale, lottando contro il consumo di territorio, per una diversa viabilità, per una nuova politica dei rifiuti, dell’energia, dell’acqua, dell’educazione. La decrescita è un immenso cantiere dove ogni cittadino può offrire il suo contributo, a partire da se stesso, come ricorda il motto di Gandhi:

«Siate nella vostra vita quel cambiamento che vorreste veder realizzato nella società».

Violenza costretta

pubblicato 11 set 2020, 10:00 da Cultura della Pace

Femminicidio: il lockdown triplica gli omicidi di donne

Durante la chiusura per l'emergenza sanitaria sono triplicati gli omicidi che hanno avuto come vittima una donna, arrivando a un femminicidio ogni due giorni. L’ambito di maggior pericolosità oggi è quello familiare, dove avvengono oltre la metà degli omicidi in Italia. Ecco tutti i dati del Dossier Viminale 2020.

Un articolo di Giorgio Beretta su www.osservatoriodiritti.it

Una strage di donne. Questo è stato il lockdown che ha costretto alla convivenza forzata anche molte donne con rapporti difficili in famiglia e le donne in via di separazione spesso da mariti e compagni violenti. Una strage annunciata da molti segnali (si veda Violenza sulle donne: il coronavirus complica tutto, più rischi in casa) e da alcune prime indagini di polizia (si veda Violenza sulle donne e coronavirus: in anteprima i nuovi dati della Criminalpol). Di cui adesso c’è la conferma ufficiale.

A certificarlo è, infatti, il Dossier Viminale (reperibile qui) presentato a Milano in occasione dell’ormai tradizionale riunione di Ferragosto del “Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica” presieduto dalla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese.

Femminicidio in Italia: durante il lockdown una donna uccisa in famiglia ogni due giorni

I dati del dossier vanno letti attentamente. Innanzitutto occorre metterli in ordine, riportando le cifre e le percentuali ai numeri reali. Negli 87 giorni di lockdown per l’emergenza coronavirus (9 marzo – 3 giugno 2020) sono stati 58 gli omicidi in ambito familiare-affettivo: ne sono state vittime 44 donne (il 75,9%) e in 14 casi gli uomini. Ciò significa che, durante il lockdown, ogni due giorni una donna è stata uccisa in famiglia. Non solo: nei 279 giorni “normali” (cioè non di lockdown) gli omicidi di donne in ambito familiare-affettivo sono stati 60 (su un totale di 104 omicidi familiari-affettivi), cioè mediamente su base annua uno ogni sei giorni. Il lockdown, quindi, ha di fatto triplicato gli omicidi di donne. 

Sono dati impressionanti sui quali ci si aspetterebbe un approfondimento dal Viminale dal quale, invece, non ho rintracciato alcun commento. Anzi, stando alle agenzie di stampa, l’elemento che il ministero degli Interni avrebbe inteso evidenziare sarebbe stato il “calo dei delitti” rispetto all’anno precedente attribuibile proprio al lockdown per “l’effetto Covid”.

 

Una scuola di pace

pubblicato 11 set 2020, 09:47 da Cultura della Pace

Per un'educazione trasformatrice

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Laura Tussi sull'importanza dell'azione 

educativa


Per una scuola trasformatrice


In questo articolo mi metterò a comunicare alcuni pensieri sulla trasformazione, sul contesto mediatico, sul clima di paura e di insicurezza che produce il fatalismo e il fanatismo che impediscono il cambiamento, sempre nell’ambito del diritto costituzionale e internazionale.

Il concetto di trasformazione è l’intuizione più originale che è contenuta nel curriculum Oxfam, poiché nel rapporto all’UNESCO della commissione internazionale per l’educazione del XXI secolo, presieduta da Jacques Delors, quel concetto non esisteva: si parlava di imparare a conoscere e a far vivere, a fare, a essere, ma non si faceva riferimento alla necessità di imparare a trasformare come pilastro fondamentale della nuova educazione.

Ora però diventa importante per l’educatore avere la consapevolezza che la vera trasformazione inizia sempre da se stessi e che soltanto chi è già nel nuovo nella sua mente sarà capace di innovare.

Quanti di noi per esempio sono già usciti dal Novecento e si impegnano ad abitare nel XXI secolo con il proprio pensiero e con le idee? quanti cioè hanno già compiuto questo trasloco culturale che somiglia tanto a una vera migrazione cognitiva? e quanti invece sono ancora prigionieri delle vecchie e stantie ideologie del passato (fascismo e nazismo) e delle falsità della contemporaneità?

L’educatore crede in una trasformazione. È colui che provvede a un aggiornamento continuo, dotandosi di anticorpi cognitivi e che possiede forza e parole generatrici. Ogni considerazione che possiamo ancora fare in merito alla necessità di trasformare la realtà deve oggi tener conto del nuovo contesto mediatico.

Voglio dire che i media e i mainstream convenzionali non sono soltanto mezzi di informazione che collegano il mondo con nuove forme di potere, influenzando i cittadini che vivono nel contesto globale e planetario. Tanti segnali ci portano a ritenere che nei nostri paesi si sta passando da una democrazia rappresentativa a una democrazia ed opinione in cui nessuno rappresenta più nessuno e si diffonde la crisi sia dei partiti politici e dei sindacati, sia delle associazioni e dei movimenti. In questa situazione di disgregazione sociale e di sfarinamento, i singoli individui sono in balia dei media e del potere. 

Per catturare il consenso dei cittadini, i politici si servono di sondaggi d’opinione trasformando in questo modo la democrazia in mediocrazia. E questo che si intende dire oggi quando si parla di populismo mediatico e di regime mediocratico. Evidente che in tale contesto l’educazione diventa un’impresa difficile, quasi impossibile. Ha ragione Postman quando osserva che la scuola ha senso soltanto se riesce a svolgere un’azione di contropotere, decostruendo e ricostruendo le idee, fornendo ai giovani la possibilità di scegliere tra un pensiero allineato e conformista e un pensiero libero e divergente. Esempi di divergenza sulla de-globalizzazione (Walden Bello) rispetto alla globalizzazione. La decrescita (Serge Latouche) rispetto allo sviluppo. La cultura del dono (gruppo del Mauss) rispetto alla competitività del mercato. Non è facile dunque dare concretezza all’obiettivo della trasformazione perché oltre il condizionamento dei media vi è quello provocato dal clima di paura e di insicurezza che danneggia e genera sfiducia nel cambiamento e ingenera spirito di rassegnazione. Oggi gli educatori devono capire che la paura non è solo una categoria psicologica, ma una vera categoria politica.

Questo significa che la scuola dovrebbe interessarsi di più del codice delle emozioni e dell’educazione dei sentimenti perché come scrive il biologo cileno Maturana ciò che spinge le donne e gli uomini a agire non è la ragione, ma le emozioni. Non basta allora soltanto una mente razionale e cognitiva, ma occorre fare ricorso alla molla sentimentale ed emotiva delle passioni.

Ecco perché diventa importante trasformare nei giovani la capacità di empowerment e di resilienza rafforzando i nessi di immaginario della speranza, facendo conoscere esperienze di protagonisti positivi e l’autosviluppo dei più poveri e delle donne.

Avviandomi a concludere, se vogliamo dare vita a un’educazione trasformatrice dobbiamo innanzitutto partire da noi stessi e realizzare quella riforma di pensiero che secondo Edgar Morin ci consente di entrare con la testa nel XXI secolo, liberandoci dalle vetero - ideologie del '900 e avviando una nuova ecologia della mente. Essere cittadini liberi e capaci di futuro nella nostra società mediatizzata significa concepire la scuola e l’educazione come luogo di contropotere e baluardo di libertà per riaccendere il motore del cambiamento e aprire una nuova strategia di speranza che ci consente di uscire dal tempo delle passioni tristi.

È importante dedicare più attenzione alla sfera delle emozioni, dei sentimenti e delle relazioni. Gli educatori devono tornare ad essere dei soggetti sociali e culturalmente eversivi perché l’educazione rafforza sempre nei cittadini il senso della possibilità in contrasto con ogni determinismo. Un educatore in quanto insegnante non può mai accettare di essere considerato un impiegato o un funzionario. Per formare le nuove generazioni alla cittadinanza attiva e globale e planetaria è necessaria la formazione di educatori che siano animati non da una cultura della trincea e dell’arroccamento, ma da una cultura degli avamposti e dunque del rischio, del cambiamento e della trasformazione, nella nostra società complessa, sempre nell’ambito del diritto costituzionale e internazionale.

Appello per una battaglia di pace

pubblicato 20 ago 2020, 13:47 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 12 set 2020, 02:21 ]

Tessendo cammini di Pace
Progetto per una resistenza nonviolenta in Colombia


Ewçxa! Ciao!
Siamo Giulia e Costanza, tornate da qualche mese dalla Colombia, in cui ci trovavamo per collaborare come volontarie al progetto “Tessendo cammini di Pace” co-finanziato dall’Unione Europea, che opera in 5 Municipi del sud colombiano tra i più toccati da 50 anni di conflitto armato interno.
In questi giorni abbiamo avviato campagna di raccolta fondi per il progetto che vorremmo condividere,
invitandovi a conoscere e appoggiare la resistenza non violenta che porta avanti da sempre il Popolo Nasa, comunità indigena che abita la regione del Cauca in cui si trova Toribio, uno dei Municipi di intervento del progetto dove abbiamo vissuto e lavorato.

Toribio si trova in una delle zone che più hanno sofferto il conflitto armato, un territorio geograficamente strategico di cui anche oggi gli attori armati legali e illegali si disputano il controllo per il narcotraffico e lo sfruttamento delle risorse naturali, a spese di intere comunità che vivono in un contesto di sistematiche violenze e violazioni dei diritti umani. Un luogo in cui in questo momento di pandemia globale le persone dicono “se non mi uccide il covid-19 lo farà una pallottola”, considerato che solo nei primi sei mesi del 2020 sono già stati assassinati oltre 150 leader sociali, di cui la maggior parte proprio nel Dipartimento del Cauca.
Per questo il progetto con cui abbiamo collaborato lavora a supporto dei processi di riconciliazione e
costruzione di pace dal basso, che la comunità Nasa sta portando porta avanti anche con iniziative come quella che vorremmo finanziare con questa campagna. Con le donazioni avvieremo infatti un’iniziativa che punta a rafforzare l’autonomia alimentare della comunità attraverso la promozione di pratiche agro-ecologiche e attività produttive locali. Queste alternative diventano fondamentali per limitare la diffusione delle coltivazioni illegali di coca e marijuana come fonte di sostentamento per le famiglie, una delle cause principali dei conflitti all’interno del territorio, ma anche per difendere il diritto all’autonomia del popolo Nasa.

Per chi fosse interessato a saperne di più sul progetto e volesse sostenerci donando o aiutandoci a
diffondere la campagna, qui trovate il link della nostra raccolta fondi: http://sostieni.link/26043

Grazie di averci letto e per il vostro sostegno!

Que viva el Pueblo Nasa!

Riconoscimento per l'Associazione Cultura della Pace

pubblicato 10 ago 2020, 01:34 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 11 ago 2020, 07:17 ]

Nota dell'Associazione
Dedicata all'Associazione Cultura della Pace la trentesima edizione di "Poesie nel Cassetto". Grande soddisfazione e un grande onore



L’Associazione Cultura della Pace comunica, con grande soddisfazione, emozione e gioia che il Convegno “Poesie nel Cassetto” XXX Edizione sarà dedicato al proprio sodalizio. E’ motivo di grande orgoglio essere riconosciuti per il lavoro svolto durante questi anni di attività, attraverso opere poetiche sul concetto della cultura della pace.

Il Convegno “Poesie nel Cassetto” è stato fondato nel 1990, da una fervida intuizione di Vito Taverna, tenuto a battesimo da Giulio Carlo Argan. Quest’anno è stato dedicato all’Associazione Cultura della Pace, per l’impegno in favore di un approccio culturale capace di creare una società più equa, pacifica e nonviolenta.

Durante gli anni passati tale riconoscimento è stato assegnato a realtà come UNICEF, UNESCO, Medici Senza Frontiere, EMERGENCY, Amnesty International, Save the Children Italia, FAI – Fondo Ambiente Italia, AMREF Health Africa-Italia, Libera, Rondine Cittadella della Pace. Trovarsi insieme a queste associazioni, che tanto hanno dato alla costruzione di una società migliore, ci riempie di soddisfazione e di speranza, convinti che da questa tipologia di impegno culturale e sociale possa sorgere un mondo più attento e consapevole verso quanti si trovano in difficoltà, riuscendo a costruire una comunità più accogliente, fraterna e solidale.

L’evento, al quale è invitato chiunque desideri partecipare, si terrà nei giorni Venerdì 28 Agosto e Sabato 29 Agosto 2020 presso il Castello di Sorci ad Anghiari (Ar) secondo il programma allegato.  

Ringraziamo per questo onore che ci viene concesso, Vito Taverna, infaticabile organizzatore dell’evento e tutti i poeti che, con le loro opere, hanno permesso la realizzazione del Convegno e una così alta riflessione sulla cultura della pace. 

Street Art Cultura della Pace: Comunicato del Comune di Sansepolcro

pubblicato 30 lug 2020, 07:19 da Cultura della Pace

L’abbattimento della Torre di Berta si celebra con l’arte che riprende vita                                                                      Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro sul progetto "L'Arte in-strada: Cultura della Pace"

 L’abbattimento della Torre di Berta si celebra con l’arte che riprende vita

La Torre abbattuta non esiste più ma anche da ciò che è scomparso, o rovinato, può nascere qualcosa di bello, come le opere di Street Art che fioriscono su mura deturpate. Questo il senso di aver associato la ricorrenza dell’abbattimento della Torre di Berta all’inaugurazione del primo nucleo dell’esposizione urbana “L'Arte in-strada Cultura della Pace", voluta dall’amministrazione comunale di Sansepolcro con la collaborazione di associazione “Cultura della pace”, del concittadino @Rw1392 e di “Cornici nel Borgo”.

Domattina, venerdì 31 luglio alle 5, orario in cui 76 anni fa venne abbattuta dai tedeschi la Torre di Berta, nell’omonima piazza è in programma una celebrazione di quel momento: prima con i 76 rintocchi dei campanari, poi con una rievocazione dal titolo “Trarre dalle macerie”, un atto performativo per voce recitante, strumenti e macchine con la partecipazione di Michele Corgnoli, Michele Mandrelli e Giorgio Pinai e con la collaborazione di Donatella Zanchi ai testi. A seguire è prevista l’inaugurazione delle opere di Street Art fin qui realizzate. Gli artisti coinvolti fino ad oggi sono: Ninjaz, Ache77, Exit Enter, Cento e Deno.

#Ninjaz ha lavorato nel cantiere edile di Sant’Agostino, realizzando la scritta “Arte In-strada, Sansepolcro Cultura della Pace”.

#Ache77 ha riprodotto, in un forma rivisitata, l’Ercole di Piero della Francesca in via Pacioli.

#ExitEnter ha pitturato le pareti e la volta di via dell’Arco (tra via Piero della Francesca e via Agio Vecchio) riproducendo una suggestiva cornice paesaggistica di Sansepolcro e della Valtiberina.

#Cento e #Deno hanno lavorato sull’area dell’autostazione (in via Giordano Bruno) realizzando un originale murales che sottolinea la necessità di umanizzazione delle macchine e dei robot.

“Questa esposizione urbana è arricchita anche da 15 stampe di opere di Street Art che gli autori ci hanno gentilmente inviato – spiega l’assessore Gabriele Marconcini – Si tratta di artisti importanti che abbiamo contattato grazie a Bruno Ialuna, ex assessore di Montecatini ed esperto di Street Art. Queste stampe sono state affisse nelle vetrine dei negozi sfitti, nelle finestre murate e in tutti quei posti che necessitino di una riqualificazione. Faranno parte a pieno diritto del nostro museo a cielo aperto”.

Alla cerimonia di domani mattina sarà presente anche l’assessore Mauro Pevidi in rappresentanza della città di Rovereto. “Rovereto è città della Pace – afferma Leonardo Magnani, presidente dell’associazione “Cultura della Pace” – e da qualche anno stiamo stringendo una sinergica collaborazione con i suoi rappresentanti istituzionali: è dunque significativo che una ricorrenza sentita e significativa come questa, diventi anche un’occasione per rafforzare questo legame”.


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