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Assassinio di speranze

pubblicato 18 gen 2019, 08:54 da Cultura della Pace

Cosa c'è dietro l'assassinio del sindaco di Danzica

Sul sito www.unimondo.org un editoriale di Michele Zanzucchi tratto da Cittanuova.it 

sulle ipotesi riguardo l'omicio del sindaco solidale di Danzica



È successo nel corso di una delle manifestazioni caritative più note della Polonia, un avvenimento apparentemente senza connotati politici: il sindaco di Danzica è stato assassinato domenica, davanti a centinaia di persone, sul palco della Grande Orchestra della Carità, per l’evento più popolare del Paese che ogni anno, da ventisette anni, in una delle domeniche di gennaio, vede decine di migliaia di volontari distribuire piccoli cuori adesivi rossi ovunque in cambio di donazioni per l’acquisto di attrezzature mediche pediatriche.

Il week-end scorso, come al solito, Pawel Adamowicz aveva fatto tintinnare il porcellino-salvadanaio nelle strade della città portuale prima di pubblicare su Facebook l’importo incassato e di salire sul palco. A quel punto un uomo gli si avvicina e lo pugnala più volte. Poi prende un microfono e si presenta: «Ciao ciao, mi chiamo Stefan, sono stato messo in prigione anche se ero innocente. La “Piattaforma civica” mi ha torturato, così Adamowicz è morto stanotte». Poi l’arresto. I soccorsi al sindaco. La sua morte in ospedale il giorno seguente.

I legami tra l’assassino, che ha 27 anni, e la sua vittima paiono assai labili. Secondo la polizia, l’uomo è stato condannato a diversi anni di prigione per una serie di rapine ed era appena stato rilasciato. La sua condanna coincide in parte con la seconda legislatura della “Piattaforma civica” (Po), partito liberale al potere dal 2007 al 2015 e di cui Pawel Adamowicz era uno dei membri fondatori. Accusato di omissioni nella sua dichiarazione dei redditi e patrimoniale, ha sospeso formalmente la sua appartenenza a Po quattro anni fa per non mettere il partito in difficoltà. Ma, nonostante questo incidente di percorso, grazie alla sua forte popolarità, era stato riconfermato nel novembre 2018 per un sesto mandato alla guida del municipio di Danzica.

Il gesto dell’ex-banditucolo pare quindi un atto isolato, senza alcun fondamento politico, a parte il fatto che l’assassino ha menzionato la Piattaforma civica.Certamente un certo squilibrio mentale è la causa principale dell’assassinio, anche se numerosi giornali e osservatori polacchi insistono sul “clima di odio” alimentato da politici e media, il che equivarrebbe a denunciare la profonda frattura che attraversa la società polacca.

I commentatori dei due più grandi giornali del Paese, legati all’opposizione, cioè Gazeta Wyborcza e Rzeczpospolita, hanno addirittura parlato di «crimine politico». Una lettura ideologica degli eventi. In realtà la condanna politica è stata unanime da parte di tutti i partiti politici, tra cui il partito al potere dal 2015, Diritto e giustizia, diretto da Jarosław Aleksander Kaczyński, e accusato dall’opposizione di fomentare un clima antiliberale nel Paese. Numerose manifestazioni si sono svolte in tutto il Paese per ricordare il sindaco di Danzica, anche se tali riunioni pubbliche non sono riuscite a far assurgere Adamowicz al rango di eroe della “resistenza politica” attuale.

C’è da sperare che un Paese diviso formalmente in tre parti (oggi espresse dai conservatori di Diritto e giustizia, dai liberali di Piattaforma civica, e dal consueto terzo di popolazione che si disinteressa della politica), che a turno superano di poco il 33 per cento dei suffragi raggiungendo il potere e mettendosi immediatamente a disfare tutto ciò che il governo precedente ha promosso, possa fermarsi e riflettere senza acrimonia sulla necessità di svelenire il clima politico. Pare in effetti questo uno dei problemi principali della Polonia, che non riesce a costruirsi una struttura civile, prima che statale, in cui si riesca a discutere serenamente e non ideologicamente del bene del Paese.

L’eredità del comunismo non facilita certo le cose, con gran parte del mondo cattolico che insiste sulla necessità di un’identità nazionale più forte e di natura cattolica, libera dai condizionamenti dell’Europa, e con gran parte del mondo liberale, in parte di derivazione comunista, che invece sostiene la necessità di un ancoramento maggiore sui valori della social-democrazia europea. «La Polonia può trasformare un fatto di sangue in una nuova spinta alla coesione sociale», ha detto alla tv polacca una giovane madre. È un auspicio che non si può non appoggiare.

Produzione scellerata

pubblicato 16 gen 2019, 05:53 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 16 gen 2019, 05:53 ]

«Riconvertire la produzione bellica», Zedda sostiene la causa 

Servitù militare. Approvato a maggioranza dal consiglio comunale di Cagliari l’ordine del giorno contro la fabbrica di bombe tedesca Rwm. Mentre sulle «spiagge liberate» il movimento pacifista sardo accusa il governo di propaganda: il problema è Teulada

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Costantino Cossu tratto da "il manifesto"



Cagliari – Ieri sera il consiglio comunale del capoluogo regionale sardo ha approvato un ordine del giorno, presentato dalla maggioranza di centrosinistra, in cui si dichiara «l’assoluta contrarietà» dell’assemblea «alla fabbricazione nel territorio italiano di armi destinate a paesi in guerra».

L’obiettivo è la multinazionale tedesca Rwm, che in Sardegna, a Domusnovas, nel Sulcis, produce ordigni che vengono venduti all’Arabia Saudita e usati dalla monarchia assoluta di re Salman nella guerra contro gli Huthi in Yemen. I consiglieri comunali che hanno promosso l’ordine del giorno (prima firmataria la Pd Rita Polo) non chiedono la chiusura della fabbrica di Domusnovas. Vogliono invece che la produzione bellica sia riconvertita in una produzione civile, salvando i posti di lavoro, preziosi sempre, ma in particolar modo in un territorio come il Sulcis, un tempo il principale polo industriale sardo e oggi, desertificato dalla crisi economica globale, uno dei più poveri d’Italia.

L’ordine del giorno si rifà alle posizioni del Comitato per la riconversione della Rwm, «realtà – si legge nel documento discusso ieri – che si adopera per lo sviluppo di un’economia sostenibile, per un lavoro che salvaguardi l’ambiente, la salute e la pace».

I consiglieri comunali di centrosinistra impegnano la giunta e il sindaco Massimo Zedda (candidato governatore per il centrosinistra alle elezioni regionali del prossimo 24 febbraio) a «promuovere ogni azione perché il governo dia attuazione ai principi costituzionali e alle risoluzioni del parlamento europeo bloccando l’esportazione di armi destinate a Riyad». A Zedda si chiede anche di premere perché «i governi nazionale e regionale adottino, con lo stanziamento di effettive risorse, efficaci misure di politica economica e industriale per liberare il nostro paese, a cominciare dal Sulcis, da ogni irragionevole conflitto tra la dignità del lavoro e il diritto alla vita per tutte e tutti».

Sulla linea indicata dall’ordine del giorno discusso a Cagliari sta tutto il movimento pacifista sardo, in questi giorni alle prese con il varo ufficiale della prima fase dell’accordo firmato, nel dicembre del 2017, tra il governatore Francesco Pigliaru (Pd) e il governo Gentiloni per un alleggerimento del pesante carico di servitù militari che grava sulla Sardegna.

La spiaggia di Porto Tramatzu, nel poligono militare di Capo Teulada, in provincia di Cagliari, considerata una delle perle della costa sarda, diventa da subito un luogo turistico aperto a tutti i cittadini. Lo stesso succederà presto (entro il 2019) per altre due spiagge: S’Enna ‘e s’Arca e Punta S’Achivoni, comprese nella zona militare di Capo Frasca, in provincia di Oristano. Per altri due arenili, Sabbie bianche a Teulada e Cala Murtas nel poligono di Quirra, è stato ampliato il periodo dell’anno in cui saranno liberi da esercitazioni militari.

Ben poco, rispetto al fatto che tuttora sulla Sardegna pesa il 60 per cento di tutte le servitù militari italiane. E infatti A Foras, il principale movimento per la chiusura delle basi militari, le bonifiche, la restituzione delle terre alle comunità, in una nota esprime il suo disappunto.

«Regione Sardegna e governo italiano – si legge – celebrano con grande risonanza la riconsegna della spiaggia di Porto Tramatzu ai sardi ma, al di là delle altisonanti dichiarazioni del presidente Pigliaru e del ministro Trenta, la realtà è ben diversa. La firma del protocollo d’intesa arriva proprio nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione sul sito ufficiale dell’esercito di foto e resoconti delle ultime esercitazioni di carri armati a Teulada, dove si vede, chiaramente, qual è il risultato di decenni di devastazione».

«La firma del protocollo d’intesa – dicono i militanti di A Foras – non rappresenta alcun passo in avanti per quanto riguarda la liberazione della Sardegna dal peso dell’occupazione militare. È una sceneggiata utile solo alla campagna elettorale. Viene celebrato come storico un avvenimento che non cambia di una virgola la situazione precedente: sono tantissimi i sardi e i turisti che frequentano da anni la spiaggia di Teulada. Ora viene liberata la parte dell’arenile riservata, d’estate, agli ombrelloni dei militari. Ma l’altra parte è sempre stata libera. Inoltre ci chiediamo: come è possibile celebrare la riconsegna di Porto Tramatzu se nel protocollo d’intesa è previsto espressamente che si deve garantire la normale attività del poligono? Una messa in scena che serve a distrarre l’attenzione dal problema vero: una presenza di servitù militari in tutta l’isola assolutamente intollerabile».


Comunicato Stampa

pubblicato 10 gen 2019, 09:29 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 10 gen 2019, 09:41 ]

Concorrenti alla Borsa di Studio "Angiolino Acquisti"
Comunicato Stampa congiunto di Associazione Cultura della Pace, Associazione Culturale "Angiolino Acquisti", ACLI "Adriano Olivetti" e Comune di Sansepolcro

L’Associazione Culturale “Angiolino Acquisti” e l'Associazione Cultura della Pace, in collaborazione con il Comune di Sansepolcro, Assessorato alla Cultura, e con le ACLI “Adriano Olivetti” di Sansepolcro, comunicano con grande soddisfazione che per concorrere all’assegnazione della  Borsa di Studio “Angiolino Acquisti” pari a € 1.000, per tesi di laurea magistrale dedicate al tema della Nonviolenza sono arrivate alla segreteria del premio ben 18 tesi specialistiche, provenienti da tutte le università italiane. 

E’ un grande risultato che ci onora e va ad arricchire la sezione “Cultura della Pace” della Biblioteca di Sansepolcro, che già vanta la presenza di trenta elaborati, tutti utili alla costruzione di una conoscenza della nonviolenza e che rende sempre più Sansepolcro, città della Cultura della Pace.

La Commissione esaminerà le tesi arrivate e comunicherà quanto prima l’esito della giuria. A Settembre 2019 in Sala del Consiglio Comunale ci sarà la cerimonia di premiazione della tesi vincitrice.

La Commissione di quest’anno è composta oltre che da Tonino Drago, massimo esperto di difesa popolare nonviolenta e Premio Nazionale “Cultura della Pace-Città di Sansepolcro” nel 2000, da Raul Caruso, docente presso l’Università Cattolica di Milano e membro del consiglio direttivo del World Research and Peace Science Center statunitense e dalle vincitrici delle precedenti tre edizioni della borsa di studio, anche dalla Prof. Ssa Elena Camino, attualmente attiva nell’associazione gandhiana ASSEFA.

Di seguito elenchiamo le tesi arrivate e i rispettivi titoli e argomenti trattati.

Associazione Culturale “Angiolino Acquisti”           Associazione Cultura della Pace

ACLI “Adriano Olivetti” - Sansepolcro

 

1. Ramona Abate

La competenza internazionale del giudice italiano alla luce del Regolamento (UE) n. 1215/2012

Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale

Facoltà di Giurisprudenza

2.  Lucio Ammassari

La didattica di Giovanni Bosco

Università del Salento

Facoltà di Lettere Moderne

3.  Anna Annicchiarico

Centri di culto panjabi nella Valle del Chiampo

Riadattamenti e seconde generazioni

Università Ca’ Foscari – Venezia

Facoltà di Antropologia culturale, etnologia, etnolinguistica

4. Giulia Brunetti

Dall'Io al Sé attraverso l'Altro

Edith Stein e Max Scheler a confronto

Università degli Studi di Perugia

Facoltà di Filosofia ed etica delle relazioni

5. Nadia Cadrobbi

Riconciliazione e perdono come principi della giustizia riparativa e della risoluzione

dei conflitti

Le esperienze in Kossovo e Albania con Operazione Colomba

Università  Ca’ Foscari – Venezia

Facoltà di Lavoro, Cittadinanza Sociale, interculturalità

6. Matteo Da Fermo

Il rap come strumento di integrazione ed emancipazione delle seconde generazioni italiane

Università di Bologna – Alma Mater Studiorum

Facoltà di Scienze Politiche

7. Chiara Fanti

Rabbia, aggressività, bullismo:

teorie e progetti didattici nella scuola dell’infanzia e primaria

Università di Bologna

Facoltà di Scienze dell’Educazione

8. Caterina Ferrua

Il refugee-refugee based approach nel paradigma teorico dell’umanitarismo.

Analisi di una ONG siriana in Libano

Università degli Studi di Torino

Facoltà di Economia e Statistica

9. Emanuele Follenti

Il “pacifismo nonviolento” di Aldo Capitini: continuità e svolta programmatica attraverso l’analisi del Seminario Internazionale di discussioni sulle tecniche della nonviolenza, Perugia, 1-10 agosto 1963

Università di Bologna

Facoltà di Lettere e Beni Culturali

10. Beatrice Maccarini

Hate crimes e Giustizia Riparativa

Università degli Studi Milano – Bicocca

Facoltà di Giurisprudenza

11. Luciano Magistro

Nei cinquantacinque giorni di Moro

Università di Bologna

Facoltà di Lettere e Beni Culturali

12. Carolina Martinelli

La radicalizzazione nelle carceri: analisi e progetti di prevenzione nel quadro nazionale ed europeo

Università di Pisa

Facoltà di Giurisprudenza

13. Sophie Charlotte Monachini

I reati culturalmente motivati: il Canada come laboratorio giuridico e il reato di mutilazioni genitali femminili in Italia

Università di Verona

Facoltà di Giurisprudenza

14. Rosanna Nomiminato

Il traffico di migranti lungo le rotte centrale e orientale del Mediterraneo. Una ricerca

Università di Bologna – Sede di Forlì

Facoltà di Scienze Politiche

15. Luca Paccusse

Pedagogia e Nonviolenza

Università di Bologna

Facoltà di Pedagogia Generale e Sociale

16. Carmelo Priolo

La nonviolenza nel pensiero politico, etico ed educativo di Aldo Capitini

Università degli Studi di Urbino

Facoltà di Filosofia

17. Fabio Sacco

Gli ODR ossia gli ADR nell’era dell’Internet.

Inchiesta alla luce degli interventi comunitari

Università di Pisa

Facoltà di Giurisprudenza

18. Maria Giovanna Zurlo

La responsabilità degli arbitri: uno studio comparato tra Italia e Spagna

Università degli Studi di Ferrara

Facoltà di Giurisprudenza

Un clima ostile

pubblicato 10 gen 2019, 09:16 da Cultura della Pace

Migranti "ambientali": non possiamo ignorarli

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Anna Toro sulla situazione di chi è costretto a 

fuggire dal proprio paese per il clima ostile. Un altro fronte si apre e va affrontato ora se 

non vogliamo situazioni di emergenza


Nel febbraio scorso, con una sentenza storica una giudice del Tribunale de LʼAquila, Roberta Papa, ha accolto la richiesta di asilo per motivi ambientalie riconosciuto la protezione umanitaria a un cittadino del Bangladesh, costretto ad abbandonare il proprio territorio a causa di un’alluvione. È uno dei primi casi di accoglimento di questo tipo di istanze in Italia. Nelle motivazioni della sentenza, si fa riferimento alla prima edizione del rapporto su “Crisi Ambientali e Migrazioni Forzate”, a cura dell’associazione A Sud e del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali (CDCA). Un riconoscimento che rende ancora più importante l’uscita della seconda edizione del report, presentata a Roma il 18 dicembre 2018. “Quello che viene definito migrante economico è sempre più spesso un migrante ambientale, che ha bisogno di tutele. Ma come spiegarlo ai giudici? – ha commentato Chiara Maiorano, avvocato e membro dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) – Succede che pubblicazioni come queste diventano per noi la spada con cui combattere, perché fungono da prova e da documentazione. La giurisprudenza a volte anticipa i tempi, e i giudici devono imparare a capire cosa sta succedendo”.

D’altronde, il report è stato creato per un motivo ben preciso: quello divulgativo. Delle migrazioni forzate per cause ambientali si parla infatti pochissimo, “perché difficili da quantificare, non tutelate dal diritto internazionale, complesse da comprendere e da spiegare”. Soprattutto, non sono funzionali alla narrazione delle classi politiche che utilizzano il tema immigrazione con un approccio per lo più “miope e criminalizzante”, basato non su numeri e dati verificabili ma sul “rischio percepito” dalla popolazione. Ossessionati dalla retorica delle “ondate” e dalla cosiddetta “invasione”, ci dimentichiamo che la realtà dei flussi migratori verso l’Europa, connessi a guerre, persecuzioni politiche e povertà estrema nei Paesi d’origine, è molto più complessa. Ci dice ad esempio che i rifugiati nel mondo – stimati dall’Unhcr tra i 14 e i 15 milioni – sono ospitati in grandissima parte da Paesi extraeuropei. E che nel 2017 ci sono stati nel mondo 30,6 milioni di sfollati interni, più del numero dei rifugiati internazionali. “Di questi, più della metà, 18,8 milioni, il 61%, a causa di calamità naturali. E la stragrande maggioranza è rappresentata da persone costrette a fuggire da eventi climatici estremi” spiega il giornalista Salvatore Altiero, che ha collaborato al report. A disastri e calamità naturali bisogna però aggiungere le migrazioni forzate per cause ambientali più direttamente connesse a fattori di origine antropica: “Dighe, progetti di sviluppo urbano e mega-eventi, sono all’origine di decine di milioni di sfollati, seppur diluiti nel tempo e interagendo con altre concause naturali o antropiche” si legge nel report. Un problema che riguarda il pianeta nel suo complesso e che va a “sconquassare l’ottica eurocentrica con cui si tende a guardare alle migrazioni”.

L’Italia stessa non è esente da questo problema (non a caso il report vi dedica un ampio focus), con il suo territorio fragile, predisposto principalmente al rischio idrogeologico e sismico. Ma non solo: “Una fragilità che sconta, dagli anni Sessanta (gli anni del miracolo economico), una cattiva gestione del territorio”. Forse non tutti sanno – ma molti lo stanno toccando con mano – che in Italia “il 91% dei comuni è a rischio, e oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in aree ad alta vulnerabilità”. Ovvero: il rischio di diventare migranti ambientali riguarda anche noi. Il report parla di urbanizzazione selvaggia (anche in zone a rischio idrogeologico e sismico), così come di vaste aree contaminate dall’industria, del degrado delle periferie, della cementificazione della linea di costa. Scelte scellerate, spesso causa di disastri come quello della diga del Vajont, in cui circa 2.000 persone persero la vita. Vent’anni dopo, l’alluvione che ha colpito i comuni campani di Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano e San Felice a Cancello diventerà il simbolo dell’Italia che “non impara niente dal passato”. Ampio spazio nel report è poi dedicato al terremoto dell’Aquila del 2009 e al progetto di ricollocazione degli sfollati in un nuovo centro, “attraverso una decisione amministrativa che ha escluso la comunità locale dal processo decisionale”. Si parla del caso degli sfollati del Lago Omodeo in Sardegna, che hanno dovuto sacrificarsi per la costruzione della diga di Santa Chiara, così come dell’attività petrolifera dell’Eni in Basilicata, generatrice di “uno sviluppo distorto, che porta in alcuni casi le persone a cercare un futuro migliore in altre zone”.

Difficile non azzardare un parallelismo con le attività di estrazione del petrolio sul Delta del Niger da parte di multinazionali del petrolio (tra cui la stessa Eni/Agip) che anche in quel territorio hanno procurato gravi danni ambientali, sociali ed economici. Non a caso, la Nigeria figura ai primi posti tra i Paesi di cittadinanza delle persone in cerca di asilo e protezione internazionale in Italia, ma a cui spesso questa protezione viene negata. Un pattern che si ripete negli altri paesi di arrivo che, con le proprie politiche di accoglienza, negano i diritti dei migranti: spesso sono gli stessi Paesi in cui hanno sede grandi imprese coinvolte in progetti estrattivi, produttivi o infrastrutturali che contribuiscono alla distruzione dei territori da cui la popolazione è forzata a fuggire. Perché non c’è solo la guerra. Anzi, spesso le cause delle migrazioni sono interconnesse: quelle ambientali con quelle relative a fattori economici, sociali o alle conseguenze di guerre e violenze, soprattutto nel caso dell’Africa Subsahariana. E se da una parte si nega il diritto fondamentale alla mobilità, dall’altra si rende necessaria l’introduzione di sempre più categorie – come quella del migrante climatico – almeno per poterle difendere. Un contesto che il regista Andrea Segre durante la presentazione del report ha definito “schizofrenico”.

Ma finché non si scardina, bisogna farci i conti, così come anche il migrante ambientale non può più essere ignorato da chi ha la responsabilità di proteggerlo. Perché se è vero che le crisi ambientali colpiscono sempre più anche l’occidente sviluppato, è anche vero che nella parte più ricca del pianeta si hanno più risorse e strumenti per difendersi, almeno per ora. E’ anche per questo che, secondo gli autori del report, la narrazione dell’Antropocene appare ormai limitata: connette sì tale cambiamento climatico all’azione umana, ma lo fa in astratto. Al suo posto subentra il “Capitalocene”, una lettura più politica, in grado di collegare i contesti e le responsabilità: “pone in evidenza il cambiamento climatico come prodotto storico dei rapporti di produzione e consumo, di potere ed economici che hanno condotto l’umanità all’attuale rischio di estinzione”.

Un Sereno Anno 2019

pubblicato 30 dic 2018, 03:08 da Cultura della Pace

Un Anno a misura d'Uomo
Gli auguri dell'Associazione Cultura della Pace per un 2019 sereno e finalizzato alla pace



La vera misura


 dell'uomo è la pace

 

ALDA MERINI

Giornata Mondiale della Pace: messaggio di Papa Francesco

pubblicato 20 dic 2018, 07:22 da Cultura della Pace

La buona politica è al servizio della pace

Ecco il testo integrale del messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace. Da leggere e pensare

Papa Francesco oggi compie 82 anni. Ma non sarà un compleanno
Messaggio del Santo Padre Francesco per la celebrazione della 52ma Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2019

1. “Pace a questa casa!”
Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» (Lc 10,5-6).
Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo. E questa offerta è rivolta a tutti coloro, uomini e donne, che sperano nella pace in mezzo ai drammi e alle violenze della storia umana.[1] La “casa” di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra “casa comune”: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine.
Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “Pace a questa casa!”.

2. La sfida della buona politica
La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy;[2] è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza. Lo sappiamo: la ricerca del potere ad ogni costo porta ad abusi e ingiustizie. La politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.
«Se uno vuol essere il primo – dice Gesù – sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). Come sottolineava Papa San Paolo VI: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità».[3]
In effetti, la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto. Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità.

3. Carità e virtù umane per una politica al servizio dei diritti umani e della pace
Papa Benedetto XVI ricordava che «ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. […] Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico. […] L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana».[4] È un programma nel quale si possono ritrovare tutti i politici, di qualunque appartenenza culturale o religiosa che, insieme, desiderano operare per il bene della famiglia umana, praticando quelle virtù umane che soggiacciono al buon agire politico: la giustizia, l’equità, il rispetto reciproco, la sincerità, l’onestà, la fedeltà.
A questo proposito meritano di essere ricordate le “beatitudini del politico”, proposte dal Cardinale vietnamita François-Xavier Nguyễn Vãn Thuận, morto nel 2002, che è stato un fedele testimone del Vangelo:
Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo.
Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità.
Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse.
Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente.
Beato il politico che realizza l’unità.
Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale.
Beato il politico che sa ascoltare.
Beato il politico che non ha paura.[5]
Ogni rinnovo delle funzioni elettive, ogni scadenza elettorale, ogni tappa della vita pubblica costituisce un’occasione per tornare alla fonte e ai riferimenti che ispirano la giustizia e il diritto. Ne siamo certi: la buona politica è al servizio della pace; essa rispetta e promuove i diritti umani fondamentali, che sono ugualmente doveri reciproci, affinché tra le generazioni presenti e quelle future si tessa un legame di fiducia e di riconoscenza.

4. I vizi della politica
Accanto alle virtù, purtroppo, anche nella politica non mancano i vizi, dovuti sia ad inettitudine personale sia a storture nell’ambiente e nelle istituzioni. È chiaro a tutti che i vizi della vita politica tolgono credibilità ai sistemi entro i quali essa si svolge, così come all’autorevolezza, alle decisioni e all’azione delle persone che vi si dedicano. Questi vizi, che indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale: la corruzione – nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone –, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della “ragion di Stato”, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio.

5. La buona politica promuove la partecipazione dei giovani e la fiducia nell’altro
Quando l’esercizio del potere politico mira unicamente a salvaguardare gli interessi di taluni individui privilegiati, l’avvenire è compromesso e i giovani possono essere tentati dalla sfiducia, perché condannati a restare ai margini della società, senza possibilità di partecipare a un progetto per il futuro. Quando, invece, la politica si traduce, in concreto, nell’incoraggiamento dei giovani talenti e delle vocazioni che chiedono di realizzarsi, la pace si diffonde nelle coscienze e sui volti. Diventa una fiducia dinamica, che vuol dire “io mi fido di te e credo con te” nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune. La politica è per la pace se si esprime, dunque, nel riconoscimento dei carismi e delle capacità di ogni persona. «Cosa c’è di più bello di una mano tesa? Essa è stata voluta da Dio per donare e ricevere. Dio non ha voluto che essa uccida (cfr Gen 4,1ss) o che faccia soffrire, ma che curi e aiuti a vivere. Accanto al cuore e all’intelligenza, la mano può diventare, anch’essa, uno strumento di dialogo».[6]
Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune. La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali. Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse. In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.

6. No alla guerra e alla strategia della paura
Cento anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, mentre ricordiamo i giovani caduti durante quei combattimenti e le popolazioni civili dilaniate, oggi più di ieri conosciamo il terribile insegnamento delle guerre fratricide, cioè che la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e della paura. Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità. È la ragione per la quale riaffermiamo che l’escalation in termini di intimidazione, così come la proliferazione incontrollata delle armi sono contrarie alla morale e alla ricerca di una vera concordia. Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace. Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.
Il nostro pensiero va, inoltre, in modo particolare ai bambini che vivono nelle attuali zone di conflitto, e a tutti coloro che si impegnano affinché le loro vite e i loro diritti siano protetti. Nel mondo, un bambino su sei è colpito dalla violenza della guerra o dalle sue conseguenze, quando non è arruolato per diventare egli stesso soldato o ostaggio dei gruppi armati. La testimonianza di quanti si adoperano per difendere la dignità e il rispetto dei bambini è quanto mai preziosa per il futuro dell’umanità.

7. Un grande progetto di pace
Celebriamo in questi giorni il settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata all’indomani del secondo conflitto mondiale. Ricordiamo in proposito l’osservazione del Papa San Giovanni XXIII: «Quando negli esseri umani affiora la coscienza dei loro diritti, in quella coscienza non può non sorgere l’avvertimento dei rispettivi doveri: nei soggetti che ne sono titolari, del dovere di far valere i diritti come esigenza ed espressione della loro dignità; e in tutti gli altri esseri umani, del dovere di riconoscere gli stessi diritti e di rispettarli».[7]
La pace, in effetti, è frutto di un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipendenza degli esseri umani. Ma è anche una sfida che chiede di essere accolta giorno dopo giorno. La pace è una conversione del cuore e dell’anima, ed è facile riconoscere tre dimensioni indissociabili di questa pace interiore e comunitaria:
– la pace con sé stessi, rifiutando l’intransigenza, la collera e l’impazienza e, come consigliava San Francesco di Sales, esercitando “un po’ di dolcezza verso sé stessi”, per offrire “un po’ di dolcezza agli altri”;
– la pace con l’altro: il familiare, l’amico, lo straniero, il povero, il sofferente…; osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé;
– la pace con il creato, riscoprendo la grandezza del dono di Dio e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi, come abitante del mondo, cittadino e attore dell’avvenire.
La politica della pace, che ben conosce le fragilità umane e se ne fa carico, può sempre attingere dallo spirito del Magnificat che Maria, Madre di Cristo Salvatore e Regina della Pace, canta a nome di tutti gli uomini: «Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; […] ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre» (Lc 1,50-55).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2018
FRANCESCO
________________________
[1] Cfr Lc 2,14: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».
[2] Cfr Le Porche du mystère de la deuxième vertu, Paris 1986.
[3] Lett. ap. Octogesima adveniens (14 maggio 1971), 46.
[4] Enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 7.
[5] Cfr Discorso alla mostra-convegno “Civitas” di Padova: “30giorni”, n. 5 del 2002.
[6] Benedetto XVI, Discorso alle Autorità del Benin, Cotonou, 19 novembre 2011.
[7] Enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 24.

Sicurezza poco sicura

pubblicato 20 dic 2018, 07:17 da Cultura della Pace

Il decreto della discordia 

Parlano di sicurezza e invece dividono ed escludono. Il piano “tolleranza zero” parte dal decreto sulla sicurezza. E gli immigrati non sono più destinatari di diritti.

Sul sito www.serenoregis.it Oliviero Forti, responsabile Caritas analizza i possibili effetti del decreto sulla sicurezza

Oliviero Forti (Foto Sir)

Il decreto sicurezza, recentemente varato dal governo, si presenta come l’ennesima ricetta per guarire da quello che molti chiamano “il male dell’immigrazione”. Non è certo il primo esecutivo che, appena insediato, si affretta a intervenire su un tema considerato dai più, politicamente sensibile. Anche il ministro dell’Interno precedente, Marco Minniti, a poche settimane dalla sua nomina al Viminale, si era adoperato per modificare il sistema italiano su immigrazione e asilo in chiave maggiormente securitaria. Erano, infatti, i primi mesi del 2017 quando il ministro dell’Interno comunicò che sarebbero stati aperti nuovi centri di detenzione per migranti irregolari in ogni regione d’Italia. Si trattava di una scelta in assoluta controtendenza rispetto al governo Renzi che aveva lavorato, invece, per chiudere progressivamente i centri di identificazione ed espulsione, visto che, fino a quel momento, avevano dimostrato una scarsa utilità, oltre a essere costati molto alle casse dello stato. Sembra che le forze politiche di questo paese siano costantemente preda di una nuova e diversa sindrome di Penelope, per cui chi va al governo si affretta a disfare quanto fatto da chi lo ha preceduto, anche quando si tratta di intervenire su norme di civiltà.

Perché contestarlo?

Con riferimento alle ultime disposizioni in materia di sicurezza e immigrazione, queste appaiono illegittime già nella scelta dello strumento adottato per la loro emanazione, in quanto il decreto legge si giustifica solamente nel “caso straordinario di necessità e urgenza”, così come previsto dalla Costituzione. A sostegno della propria scelta, il governo, nella relazione tecnica, ha specificato che il provvedimento ha come scopo quello di “scongiurare il ricorso strumentale alla domanda di protezione internazionale”, e di “garantire l’effettività dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione”, ma anche di “adottare norme in materia di revoca dello status di protezione internazionale in conseguenza dell’accertamento della commissione di gravi reati”. Tali preoccupazioni, però, appaiono non sufficienti a soddisfare il dettato costituzionale in quanto, considerata la sensibile diminuzione degli ingressi in Italia, non si ravvisano elementi di particolare urgenza e, inoltre, l’accorpamento di diverse ed eterogenee materie, all’interno del testo di legge, mostra l’assenza di un caso di necessità e urgenza che possa giustificare l’adozione di un decreto-legge. Si fa fatica a comprendere, infatti, come due previsioni, entrambe contenute nello stesso decreto, una sulla cittadinanza e l’altra sul taser, la pistola elettronica a disposizione della polizia locale, possano iscriversi in un quadro complessivo di urgenza.

Protezione umanitaria

Più in generale, sul tema migranti, la previsione che desta maggiore preoccupazione è certamente l’abolizione della cosiddetta protezione umanitaria. Attualmente la legge prevede che la questura, in caso di non riconoscimento della protezione internazionale, conceda al richiedente un permesso di soggiorno per motivi umanitari qualora si rilevino “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”, oppure nel caso di persone che fuggano da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea. La protezione umanitaria può essere riconosciuta anche a cittadini stranieri che non è possibile espellere perché potrebbero essere oggetto di persecuzione o in caso siano vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. Con il decreto Salvini questo tipo di permesso di soggiorno non potrà più essere concesso dalle questure e dalle commissioni territoriali, né dai tribunali in seguito a un ricorso per un diniego (il 4 luglio il ministro dell’interno Salvini aveva già diffuso una circolare – diretta ai prefetti, alla commissione per il diritto d’asilo e ai presidenti delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale – in cui aveva chiesto di prendere in considerazione con più rigore le richieste e di stabilire dei criteri più rigidi per l’assegnazione di questo tipo di protezione, nda).

La conseguenza più evidente dell’abolizione dei permessi umanitari sarà un aumento dell’irregolarità sui territori con inevitabile conseguenze anche in termini di sicurezza. Il decreto Salvini cerca di attenuare questa previsione introducendo i cosiddetti permessi speciali per meriti civili, per cure mediche, o in caso di calamità naturale nel paese d’origine. Evidentemente si tratta di una casistica residuale che non produrrà effetti particolarmente significativi per rispondere all’esigenza di protezione di molti tra coloro che cercano di raggiungere l’Europa, fuggendo in particolar modo da aree dove sono presenti conflitti armati.

Anche questo governo non si è sottratto alla tentazione di intervenire sui Centri di detenzione e così ha previsto, nel decreto in oggetto, l’allungamento della permanenza nei CPR – Centri Per i Rimpatri, nei quali lo straniero candidato all’espulsione potrà essere trattenuto fino a 180 giorni: prima la permanenza era fino a 90 giorni. Una siffatta previsione ha solo un valore demagogico in quanto l’esperienza insegna che la misura è totalmente inefficace: i migranti non riescono comunque a essere rimpatriati e l’allungamento dei tempi nei centri fa lievitare i costi per lo stato. In tema di trattenimento, il decreto contiene un’ulteriore previsione per cui, chi tenta di eludere i controlli alla frontiera o nel caso in cui la domanda di asilo si consideri solo strumentale a evitare un provvedimento di espulsione o respingimento, verrà sottoposto a una procedura accelerata che può essere svolta direttamente in frontiera o nelle zone di transito. Questo, evidentemente, indebolisce le garanzie per il richiedente, anche in considerazione del fatto che per il trattenimento non è prevista una durata massima in violazione di un principio costituzionale. Peraltro, questa previsione risulta in contrasto con la direttiva 2013/32/UE, per la quale il trattenimento di un richiedente asilo è giustificato solo se questi, entrato irregolarmente nel territorio dello stato, non abbia presentato la sua domanda di protezione appena possibile.

Giustizia

In materia di giustizia, il decreto stabilisce la sospensione dell’esame della domanda di protezione internazionale nel caso in cui il richiedente venga sottoposto a un procedimento penale per reati che, in caso di condanna definitiva, possano comportare il “diniego della protezione internazionale”. L’incertezza sul fatto che tali esclusioni saranno rese oppure no rilevanti anche prima di una condanna definitiva, sono fonte di particolare apprensione in quanto violerebbero il principio della presunzione di innocenza di cui all’art. 27 della Costituzione.

Altro aspetto che avrà un forte impatto sui territori è il ridimensionamento del programma SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), costituito da centri molto piccoli e posto sotto l’egida dei Comuni: se fino a oggi era destinato anche all’accoglienza dei richiedenti asilo, in base al decreto, sarà limitato a chi ha già ricevuto la protezione internazionale e ai minori non accompagnati. Tutti gli altri, la maggioranza, andranno nei centri governativi ovvero nei Cara. Questa scelta penalizzerà molto i territori e la qualità dell’accoglienza in quanto predilige le strutture di grandi dimensioni che in genere sono elemento di preoccupazione e paura diffusa.

Sul tema della cittadinanza, oltre a un allungamento dei termini per l’istruttoria e l’esclusione del silenzio assenso per l’acquisizione della cittadinanza per matrimonio, si prevede la revoca agli stranieri che commettono reati gravi o che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale. Su questa previsione pesano seri motivi di incostituzionalità in quanto la cittadinanza è inserita tra i diritti inviolabili.

Sanità

Il decreto sicurezza rivede le regole che disciplinano l’iscrizione al servizio sanitario nazionale per cui si stabilisce “l’esclusione dell’iscrizione al servizio sanitario nazionale a tutti i titolari di un permesso per casi speciali. Nei fatti questo comporterà che solo i rifugiati e i protetti sussidiari potranno avere accesso alle cure del SSN. Centinaia di migliaia di persone rimarranno escluse dal godimento di questo diritto e potranno accedere solo alle cure STP (straniero temporaneamente presente). Da un lato, dunque, in questo si abbassano le garanzie dei migranti e dall’altro si aumenta il rischio per la salute pubblica.  Infine, viene stabilito che il permesso di soggiorno per richiesta di asilo costituirà documento di riconoscimento ma non  titolo per l’iscrizione anagrafica. Ciò comporterà un impedimento totale a qualsiasi servizio pubblico collegato alla residenza.


Oliviero Forti è responsabile Ufficio Politiche Migratorie e Protezione Internazionale Caritas Italiana

Paura creata

pubblicato 20 dic 2018, 07:11 da Cultura della Pace

Media e immigrazione: parole "rovesciate" e ansie indotte

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Anna Toro analizza quanto venga creata la 

paura e le politiche conseguenti

Ventimiglia, protesta degli immigrati



Chi sono gli “spaventatori”? Sono quei giornalisti che, parlando di immigrazione, mistificano i fatti e le parole, contribuendo così ad accrescere ansie e paure nella popolazione. Lo fanno attraverso un uso distorto del lessico, mutuato quasi sempre dalla politica: un linguaggio disumanizzante, che si è progressivamente incattivito e che spinge sulla leva delle emozioni, con le persone migranti al centro di uno scontro non soltanto politico, ma anche di valori. E che negli ultimi anni si va inasprendo. Basta leggere il VI rapporto su Media e immigrazione redatto dall’associazione Carta di Roma (dal nome del codice deontologico per i giornalisti che trattano i temi legati alle migrazioni), in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia. Presentato l’11 dicembre presso la Camera dei Deputati, s’intitola “Notizie di Chiusura”, e analizza le prime pagine di cinque quotidiani e i Tg di sette reti generaliste, più una parte dedicata ai commenti sugli account Facebook delle principali testate. “Li chiameremo spaventatori anziché giornalisti perché fanno un mestiere che viola costantemente le regole base dell’informazione, le regole deontologiche e, soprattutto, la ricerca sostanziale dei fatti” spiega il presidente di Carta di Roma, Valerio Cataldi. Si riferisce all’uso di parole che ben conosciamo, quali “pacchia, invasione, crociera, clandestino”, e dati distorti con cui la politica fa la sua propaganda, ma che rimbalzano su tutti i giornali e telegiornali senza contradditorio. “Abbiamo assistito a trasmissioni televisive in cui politici parlavano di miliardi di africani pronti a partire, quando neanche esistono miliardi di africani – spiega – Tutto questo avveniva in studi televisivi nei quali a quelle parole, a quei numeri così distanti dalla realtà, non veniva posto un argine, non veniva chiesto un chiarimento”.

Non a caso la TV– che continua ad essere il media preferito con cui gli italiani si informano – mantiene ancora oggi i livelli più alti di attenzione sul fenomeno migratorio. Mentre sulla carta stampata (i cui dati di fruizione sono costantemente in calo) il numero dei titoli risulta minore. Il report mostra come nel 2018 le notizie sul tema apparse sulle prime pagine dei principali quotidiani nazionali siano state 834, contro le 1.006 del medesimo periodo nel 2017. Invece nei telegiornali di prima serata delle reti Rai, Mediaset e La7 sono 4058 nei primi dieci mesi del 2018, il 10% in più rispetto all’anno precedente. E se la voce dei protagonisti è passata dal 7 al 16%, nella maggior parte dei casi si tratta di aggressioni e di attacchi di matrice razzista, e di notizie relative al caporalato e allo sfruttamento lavorativo. Un’altra fetta ben più importante dei servizi televisivi sull’immigrazione – il 43% – riguarda invece i politici. “È come se, invece di parlare d’immigrazione, si parla di politici che parlano d’immigrazione” ha commentato Giuseppe Milazzo, ricercatore dell’Osservatorio di Pavia. Un’attitudine ormai radicata nell’informazione nostrana, ma che andrebbe arginata. Valerio Cataldi ha ricordato ad esempio l’arroganza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo rifiuto di rispondere alle domande dei giornalisti, eppure i suoi tweet e messaggi aggressivi vengono continuamente diffusi e rilanciati dai media. Da qui, la proposta del Washington Post di “evitare di ripetere le bugie della politica, di metterle nei titoli, nei lead o nei tweet. Perché è proprio questa amplificazione che dà loro potere”.

E in Italia? Qui la diffusione di bugie e del linguaggio mistificatorio continua invece ad aumentare. Come l’uso della parola “invasione” sui titoli, e questo nonostante dall’inizio dell’anno gli arrivi siano diminuiti dell’80 per cento rispetto all’anno scorso. “L’informazione resta centrata sul tema con lo stesso tono ansiogeno da emergenza permanente che riproduce ormai da anni”. Altra parola simbolo è “pacchia”, che ha aperto la strada al rifiuto senza precedenti delle autorità italiane di accogliere i naufraghi nei porti italiani. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, l’ha introdotta in piena campagna elettorale per le amministrative: “Per i clandestini la pacchia è strafinita” aveva detto. “Uno slogan, pura propaganda. In una sola frase c’è il corredo completo della mistificazione e della distorsione della realtà che la politica produce costantemente quando parla di migranti – spiega ancora Cataldi – Questa distorsione è la cifra del 2018”. Lo stesso termine "clandestino", denigrante e scorretto, permane nel lessico dei titoli, registrando un aumento a partire dal 2017. Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale stampa italiana, parla non a caso di “parole rovesciate” – di orwelliana memoria – ma anche di parole ambigue, come ad esempio “ordine”: “applicata all’immigrazione diventa sempre “sinonimo di ‘ordine pubblico’ e mai di ‘ordine sociale’”. Ne consegue una percezione falsata, che si riflette nelle pagine senza filtro – e senza mediazione – dei social network, tra commenti carichi di odio e fake news condivise a ciclo continuo.

Esiste un antidoto a questa deriva? Secondo il politologo Ilvo Diamanti, anche lui presente all’incontro, se fino a qualche anno fa l'immigrazione veniva raccontata con i segni dell’accoglienza, oggi non è più così. “Siamo passatidalla comprensione e la pietà verso l’altro, alla paura. E aver paura dell’altro mostra una crisi di identità da parte nostra. In tempi come questi dovremmo spiegare che vendere la paura non è detto sia vantaggioso: proprio perché oggi il populismo è così generalizzato, sarebbe più conveniente parlare di accoglienza in termini di apertura”. Serena Bortone, conduttrice del talk show Agorà, aggiunge che la paura delle persone esiste e non si può non parlarne, ma invita a usare sempre un linguaggio corretto e rispettoso delle persone; mentre il vicedirettore dell’Espresso, Lirio Abbate, richiama alla funzione del giornalista come “arbitro del linguaggio”, contro la demagogia dei partiti, “piccolo borghesi che praticano la politica del capro espiatorio”. Reagire, connettere le parole al loro vero significato, rimettendo al centro lo spirito critico, è infine l’appello di Giulietti ai colleghi giornalisti. “Vorrei introdurre un modulo di contrasto alle parole d'odio condiviso e obbligatorio per tutti – ha detto durante l’incontro – Tutti dovrebbero conoscere e rispettare la Carta di Roma”.

Comunicato Stampa congiunto

pubblicato 16 dic 2018, 11:09 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 16 dic 2018, 11:11 ]

Comunicato Stampa dell'Associazione Cultura della Pace e del Comune di Sansepolcro
Attentato Strasburgo, Sansepolcro si stringe alla comunità di Rovereto per la scomparsa di Antonio Megalizzi


L’Associazione Cultura della Pace e il Comune di Sansepolcro, Città della Cultura della Pace, si stringono alla comunità di Rovereto, Città della Pace per la tragica perdita del suo concittadino, il giornalista Antonio Megalizzi, scomparso in seguito all’attentato terroristico di Strasburgo dei giorni scorsi.

Una voce libera, giovane, che desiderava raccontare l’Europa agli europei, stando in Europa e seguendo le vicende del Parlamento Europeo, è stata stroncata dall’odio cieco e dalla violenza tipiche della mancanza di cultura e di volontà di incontro.

Le nostre città, così vicine per la loro vocazione, sono chiamate a rispondere a questa cieca costruzione di muri e di confini, attivando e portando avanti tutte le politiche utili all’individuazione e alla edificazione di una cultura di pace e nonviolenta che integri le persone, che operi con la volontà di conoscere ed esaltare le diversità che rendono ricco e poliedrico, oltreché fautore di orizzonti nuovi, lo stare insieme.

Chiediamo all’Assessore alle Politiche Sociali, Mauro Previdi e al Sindaco di Rovereto, Francesco Valduga, di farsi portavoce della partecipazione della nostra comunità al dolore della famiglia, per la perdita del caro congiunto, un giovane che già aveva avuto modo di operare, attraverso il suo lavoro presso la web radio Europhonica, per l’edificazione di un’Europa unita e per una popolazione europea consapevole.

Premio Nobel per la Pace 2018

pubblicato 14 dic 2018, 08:21 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 14 dic 2018, 08:22 ]

Il Premio Nobel per la Pace 2018 a Nadia Murad
L'attivista yazida Nadia Murad ha ricevuto il premio Nobel per la Pace. E lancia un appello alle Nazioni Unite.
Sul sito www.vogue.it un articolo sulla consegna del Premio Nobel per la Pace a Nadia Murad e Denis Mukwege, coraggiose persone di pace

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Nel giorno del settantesimo anniversario della dichiarazione dei diritti dell’uomo, l'attivista yazida Nadia Murad ha ricevuto il premio Nobel per la Pace 2018. Un riconoscimento che l'Accademia di Svezia ha voluto conferirle per il suo impegno contro gli stupri di guerra di cui Nadia Murad porta i segni sulla sua stessa pelle: è stata rapita dall'Isis, lei è diventata schiava sessuale dei soldati di Daesh così come ha dovuto assistere con rabbia e impotenza al genocidio e alla violenza condotta sul suo popolo da parte dello stato islamico dell'Isis."Spero che questo giorno sia l’inizio di una nuova era – con la pace come priorità e in cui il mondo possa cominciare un percorso comune per proteggere donne, bambini e minoranze dalle persecuzioni, in particolare le vittime di violenze sessuali" queste le parole con cui Nadia Murad ha accolto il premio senza fare sconti alla comunità internazionale che ha lasciato che il genocidio degli Yazidi avvenisse senza intervenire: "Il solo premio al mondo che ci potrà ridare la dignità è la giustizia e il perseguire i criminali. Non c’è riconoscimento che possa compensare la nostra gente perseguitata solo per essere Yazidi".Insieme a Nadia Murad, il Nobel per la pace è andato anche al medico congolese Denis Mukwege.

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