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Cultura della Pace e pittura

pubblicato 8 lug 2020, 06:01 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 8 lug 2020, 06:04 ]

Street Art mette le radici al Borgo

Un percorso a tappe che porterà Sansepolcro ad essere sempre più legata alla Street Art, in continuità con la mostra di Banksy e con un nuovo modo di concepire l’arte e la sua diffusione. Presentato questa mattina “L’Arte in-strada Cultura della Pace”, un progetto voluto dall’Amministrazione Comunale di Sansepolcro in collaborazione con l’associazione “Cultura della Pace” e con il concittadino @Rw1392. Alla presentazione c’erano il sindaco Mauro Cornioli, l’assessore Gabriele Marconcini, Leonardo Magnani e Riccardo Lorenzi per l’associazione “Cultura della Pace”.

Sul sito www.comune.sansepolcro.ar.it il Comunicato Stampa del Comune di Sansepolcro su questo progetto. Di seguito il manifesto culturale elaborato da Associazione Cultura della Pace e Assessorato alla Cultura


Ecco Ninjaz in azione a Sansepolcro: il writer fiorentino sta laviorando nel cantiere della chiesa di Sant’Agostino

 

La presentazione del progetto ha preso spunto dalla performance live che, partita ieri, terminerà domani, ed è realizzata a titolo gratuito da Ninjaz, noto writer fiorentino. Utilizzando il cantiere edile della Chiesa di Sant’Agostino, sta creando la prima opera che sarà parte integrante di un “cantiere creativo”, fortemente voluto dal Comune.

“La città sarà resa più viva e interessante da queste opere, tutte dedicate al tema della cultura della pace – ha spiegato Marconcini – L’inaugurazione vera e propria del progetto è in programma il 31 luglio alle 5 del mattino, in occasione dell’anniversario dell’abbattimento della Torre di Berta. Un orario particolare, già sperimentato e che è piaciuto molto”.

“L’intenzione è di comunicare l’importanza, per Sansepolcro, di essere una città della cultura della pace e contestualmente affrontare in modo propositivo la questione degli atti vandalici, instaurando un dialogo con i nostri ragazzi – ha spiegato il sindaco – Sarà quindi, anche l’occasione per riqualificare alcune zone della nostra città. Il turismo che sta ripartendo e che stiamo vedendo a Sansepolcro, avrà una leva in più su cui contare. Coinvolgeremo tutto il centro storico, in modo che la mostra di Banksy non termini al portone del Museo Civico ma che esista un percorso esterno che porti il visitatore a girare la città, sia attraverso le opere realizzate in loco dai writer sia attraverso la stampa di opere che verranno affisse sulle porte dei negozi chiusi, sulle finestre murate e in quegli angoli che necessitino di una rivitalizzazione”.

“Volevo rendere omaggio alla città di Sansepolcro e lo faccio con questa opera che, oltre alla scritta ‘L’Arte in-strada Sansepolcro Cultura della Pace’, prevede il disegno delle vostre quattro torri - ha commentato Ninjaz – La Street Art si sta sempre più espandendo, non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli centri perché è una forma di comunicazione sana ed ha tanti appassionati”.

Una parte delle tavole verrà poi messa in vendita all’asta alla galleria Mercati. L’amministrazione comunale ringrazia l’associazione “Cultura della pace” per aver finanziato l'acquisto dei materiali utilizzati dal writer e per l’impegno che dimostra nel sensibilizzare i cittadini su temi così importanti.


MANIFESTO CULTURALE

Esposizione Urbana Sansepolcro

L’ARTE IN-STRADA  CULTURA DELLA PACE

Manifesto

“L’ARTE IN-STRADA CULTURA DELLA PACE” è un progetto volto a diffondere una reale cultura della pace e della nonviolenza attraverso la arti visive.

    Il Comune di Sansepolcro avvalendosi della preziosa collaborazione dell’Associazione Cultura della Pace* è il soggetto preposto ad effettuare un’opera di coordinamento e comunicazione finalizzata a creare una proficua connessione tra le attività degli artisti e i temi, i significati e i valori che possono concorrere alla costruzione di un’autentica cultura della pace. Dalla presenza di Francesco, Patrono d'Italia, alla magnificenza della Resurrezione di Piero della Francesca, “il più bel dipinto del mondo”, alla matematica di Luca Pacioli, fino alla luminosa figura di don Duilio Mengozzi, Giusto fra le Nazioni, Sansepolcro ha le basi ideali per guardare al futuro con un'ottica positiva e propositiva: la vitalità di questo territorio, la sua capacità di interrogarsi sull’avvenire del Mondo e sulla necessità di costruire una rinnovata coscienza collettiva è un patrimonio che supporterà il progetto artistico.

    La Cultura della Pace è la semplice e umanissima constatazione che – soprattutto nell’odierno mondo globalizzato – il destino di ciascuno è legato al destino di tutti, e la solidarietà non è tanto una scelta individuale, ma una condizione di sopravvivenza. Per poter vivere tutti in un pianeta sempre più piccolo serve dialogare e collaborare. La II Guerra Mondiale, col suo lascito di carneficine, campi di sterminio e bombe atomiche, così come la “Strategia della tensione” e il Terrorismo sono ancora oggi a rammentare che l'ombra delle guerra può sempre essere con noi. In quest'ottica, quindi, la pace corrisponde alla nostra sopravvivenza, sia individuale che a livello di sistema mondo e natura. Dal crollo del muro di Berlino viviamo l'epoca della mondializzazione dove tutto è interconnesso, cosicché ogni azione ha echi lontani e inaspettati. Il mondo si è ristretto e tutti ne condividiamo tutto, dai beni di consumo alle malattie, ma questa unificazione, prima di tutto economica, ha il suo rovescio in una estesa conflittualità che sta facendo affiorare antagonismi in maniera costante e crescente.

    Il nostro sistema di vita non può continuare né funzionare più così com'è e abbiamo urgentemente bisogno di un'altra idea di sviluppo che sappia aggiungere una dimensione umana a quella economica; un’imprescindibile essenza umana animata da aspetti etici, morali, intellettuali e affettivi. In poche parole, c'è bisogno di Cultura della Pace a tutti i livelli. Per favorire questo cambio di pensiero si vogliono utilizzare vari linguaggi artistici, in maniera tale che questi possano contribuire alla costruzione di una cultura alternativa che possa proporre un’analisi originale della realtà.

    La street art, intesa come autentica forma di riappropriazione dello spazio pubblico cittadino, è la forma di espressone artistica attraverso la quale si intende favorire la riqualificazione culturale del paesaggio urbano. Gli artisti coinvolti possono indistintamente essere di qualsiasi nazionalità: questi dovranno semplicemente condividere i principi ed i valori etici che sono alla base della pace e della nonviolenza. Questa cultura deve anzitutto trovare uno spazio disciplinare a scuola, per iniziare a modellare, appunto, un nuovo modello culturale. Ma da dove partire? Cominciando ad esempio a riconoscere e denunciare quella mentalità che lavora costantemente per separare individuo da individuo, o l'essere umano dalla natura in cui vive; uno schema mentale che induce e sostiene in ogni modo qualsiasi tipo di antinomie radicali, di stereotipi, di idee prese per vere senza alcuna verifica, di facili credenze e conformismi intellettuali. Dividere anziché unire, opporre invece di dialogare, negare le differenze per non accoglierle; come se ognuno di noi potesse guardare al mondo intero come a un nemico di cui diffidare, pensando di sfuggire alla complessità del vivere in un'epoca dove tutto è collegato/connesso con tutto. La posta in gioco di questa sfida sta nella prospettiva di farci passare dalla multiculturalità che vediamo in ogni angolo del nostro “villaggio globale”, dove si incrociano persone di varie etnie e culture tollerandosi le une con le altre, alla proposta di una intercultura e transcultura, dove le diversità decidono di conoscersi con l'obiettivo di una progettualità condivisa e partecipata, con rapporti basati sulla comprensione reciproca dove ci si ritrova d'accordo su una serie di valori condivisibili:

- arrivare alla coscienza di essere diversi ma uguali, oltre che uniti, nelle diversità che caratterizzano gli individui;

- adottare un approccio e un modello di vita che possa garantire la reale sostenibilità delle risorse terrestri;

- favorire la diffusione di atteggiamenti responsabili e solidali, promuovendo un’educazione civica terrestre che responsabilizzi le persone e induca queste ad aiutarsi reciprocamente.

    Il progetto intende promuovere i linguaggi contemporanei dalla street art prediligendo forme e tecniche non invasive che non arrechino danno al contesto storico, artistico e architettonico del centro storico. Lo spazio individuato per la realizzazione del circuito museale urbano viene fatto corrispondere con l’intero centro storico di Sansepolcro. L'Intercultura e la Pace appartengono alle aspirazioni più profonde che accompagnano l'umanità e se ne trovano tracce nei Libri Sacri quanto nelle filosofie, negli ideali etici e religiosi come nell'intenzionalità umana di dare un senso ricco all'esistenza, pertanto risulterà sensato e creativo trasformare il centro storico nel luogo ove trarre ispirazione per acquisire cultura di pace.

    Gli artisti coinvolti nella realizzazione e/o nella concessione delle opere potranno rendere visibile i propri lavori utilizzando gli spazi pubblici e privati che il Comune di Sansepolcro assegnerà loro. Le opere saranno affisse sulle vetrine e sulle saracinesche dei locali, sulle superfici delle finestre murate o su altre porzioni murali; queste saranno indicate in un’apposita carta del centro storico che sarà reperibile presso il Museo Civico, l’Ufficio Turistico e gli altri spazi espositivi cittadini. L’esposizione delle opere è funzionalmente concepita e predisposta per estendere le visite culturali e turistiche dai luoghi più rappresentativi del centro anche al resto del tessuto storico urbano. Oltre che per gli eventi culturali, le opere del museo a cielo aperto potranno essere utilizzate dalle scuole di ogni ordine e grado per effettuare tutte quelle attività didattiche che potranno concorrere a diffondere una cultura di pace e, allo stesso tempo, avvicinare gli studenti alle arti figurative.

*  L'Associazione Cultura della Pace nasce trent'anni fa per contribuire col suo mattone alla costruzione di questo percorso, e dal 1992 ha trovato nel Comune di Sansepolcro un alleato ideale per condividere proposte e ideali, collaborando a quell'originalissimo Premio Nazionale Cultura della Pace di cui la città può vantarsi con fierezza, a dimostrazione e in continuità di una storia importante che qui ha avuto luogo.

Un apostolo della pace

pubblicato 4 lug 2020, 03:00 da Cultura della Pace

A 25 anni dalla scomparsa di Alex Langer

Lo vogliamo ricordare così: utopista concreto. E' stato costruttore di una visione a lungo termine, proattiva e progettuale, densa di ideali e attenzione verso i segni della speranza.

Un articolo di Alessandro Marescotti sul sito www.serenoregis.org, riguardo Alex Langer, Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro", nel 1996

Alex Langer

Conoscemmo Alex Langer nel 1994.

Avevamo appena subito il sequestro del computer centrale di PeaceLink, il fatto avvenne il 3 giugno 1994. E già tre giorni, il 6 giugno, dopo di arrivò il fax di solidarietà di Alex Langer. Fu il primo atto di solidarietà importante che ci incoraggiò in un momento molto difficile.

Lui era parlamentare europeo dei Verdi.

Nel suo fax c’era scritto: «Vi esprimo tutta la mia solidarietà e l’impegno a portare all’attenzione del Parlamento Europeo una ferma protesta e il sostegno alla vostra battaglia per la libertà e la pluralità dell’informazione».

Solidarietà, attenzione, protesta, libertà, pluralità.

In quel fax c’erano tutte le parole a cui Alex Langer ispirava la sua vita.

Noi eravamo di PeaceLink nati da appena tre anni. E già eravamo nei guai. Ci avevano sequestrato il computer centrale con un’operazione che aveva fatto molto discutere.

Avvenne su ordine di un pubblico ministero e su segnalazione di una fonte mai resa nota.

L’operazione è passata alla storia come “PeaceLink crackdown“. Crackdown, ossia giro di vite. Che seguiva un’operazione ancora più vasta (che fu definita “Italian crackdown“) nei confronti della telematica di base di allora, che non funzionava con Internet ma come mezzi amatoriali, i cosiddetti BBS. 

Quel sequestro poteva significare – per come era organizzata la rete telematica allora – la fine di PeaceLink.

In quella calda estate del 1994 ci furono varie interrogazioni parlamentari e anche l’intervento di Stefano Rodotà. Ci sentimmo meno soli. Riuscimmo a superare il momento difficile e a dimostrare la totale infondatezza della accuse mosse (l’accusa era che all’ombra di PeaceLink venissero trasferiti files di programmi piratati, per di più a scopo di lucro).  

La cosa che balzò subito agli occhi è che Alex Langer si mosse non su nostro impulso ma di sua spontanea iniziativa. Non lo conoscevamo proprio, non lo avevamo mai incontrato. Eppure quel fax arrivò tre giorno dopo il sequestro, con le parole giuste per farci fiducia e speranza, dal Parlamento Europeo. Era una persona attenta e sapeva cogliere nel presente i segni del futuro.

Un anno dopo la terribile notizia: Alex Langer si era tolto la vita.

E fu così che – dopo una veloce consultazione – decidemmo di chiamare “Alex Langer” il nuovo computer centrale di PeaceLink che avevamo appena acquistato.

Alex non c’era più ma le sue idee continuavano a vivere e a circolare, in quel modo, almeno per noi.

A 25 anni dalla morte lo vogliamo ricordare così: utopista concreto.

Egli credeva infatti nelle utopie concrete, a tal punto da farsi promotore della “Fiera delle Utopie Concrete”, un’iniziativa periodica in cui venivano discusse e approfondite le trasformazioni future della società nel senso della sostenibilità, della libertà e della partecipazione. In quelle utopie concrete ci abbiamo creduto anche noi, costruendo negli anni Novanta per il movimento pacifista la prima rete di comunicazione telematica. 

Alex Langer è stato costruttore di una visione a lungo termine, proattiva e progettuale, utopica e concreta al tempo stesso, densa di ideali e di attenzione verso i segni della speranza.

Grazie Alex, ancora grazie. La tua memoria vive.

Cultura della Pace esaminata

pubblicato 25 giu 2020, 09:47 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 4 lug 2020, 03:06 ]

Una prova di Pace
Studentessa porta come elaborato per l'esame di terza media, una tesina sulla Cultura della Pace

"La via della nonviolenza: verso una cultura di pace"


Apprendiamo con gioia e con un pizzico di orgoglio che una studentessa della classe 3 sez. B dell'Istituto Comprensivo Statale di Sansepolcro, Scuola Secondaria di I Grado, ha portato all'Esame di Stato una tesi avente come titolo "Una Cultura di Pace" facendo riferimento esplicito alla nostra associazione e alla sua storia quale componente creatrice di una storia di pace. 
Essere accomunati a tanti testimoni della nonviolenza ed essere oggetto di riflessione e di studio è un motivo di soddisfazione rafforzato dall'ottimo esito dell'elaborato.

Esprimiamo le più sentite congratulazioni alla studentessa, R. B.M., e un augurio sincero per il suo futuro scolastico, oltre che presentare i complimenti ai docenti che hanno accompagnato l'alunna in questo percorso, permettendo di osservare una realtà di Sansepolcro ed essere consapevole delle implicazioni sociali che una storia di pace e di nonviolenza ha per la costruzione di un mondo più giusto, equo e solidale. 

Una scuola attenta a certe dinamiche sociali e etiche, contribuisce alla costruzione di una necessaria cultura di pace e oltre che essere conforme allo spirito costituzionale, rende questa agenzia educativa, protagonista del processo di crescita democratica e di partecipazione del quale sentiamo sempre di più il bisogno.

Padre Paolo Dall'Oglio: presenza di speranza

pubblicato 18 giu 2020, 10:37 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 18 giu 2020, 10:37 ]

Padre Paolo Dall’Oglio, la speranza non può morire

Sul sito www.articolo21.org un articolo di Antonella Napoli su Padre Paolo Dall'Oglio, Premio Nazionale "Nonviolenza" nel 2016

Padre Paolo Dall'Oglio


Da anni seguiamo con grande attenzione e speranza gli sviluppi sul rapimento di padre Paolo Dall’Oglio.
Un amico, un mentore, una guida per molti di noi e che per la sottoscritta ha rappresentato anche qualcosa di più,
Paolo ha segnato umanamente e professionalmente il mio cammino.
Da qualche settimana gira la notizia che i suoi resti possano essere tra i corpi, un centinaio, ritrovati in una fossa comune scoperta nel nord della Siria nei pressi di Raqqa, che dal 2014 al 2017 è stata la ‘capitale’ siriana dello ‘Stato islamico’. Proprio in quell’area era scomparso nel luglio 2013 padre Paolo.
Secondo al-Arabia dal cimitero a cielo aperto rinvenuto nella zona di Tell Zidan,  continuano a  tornare alla luce decine di resti. E non è l’unico.
Nella località siriana alla periferia orientale di Raqqa, erano già state ritrovate altre fosse comuni. Alcune settimane fa.
Si tratta soprattutto di resti di individui con un’età variabile dai 25 ai 35 anni. Secondo gli addetti agli scavi potrebbero essere almeno 200 le persone sepolte in quell’area.
Negli ultimi due anni sono stati decine i ritrovamenti simili, almeno 6mila persone sono state trucidate prima e durante l’avvento dell’Isis.
Anche su padre Paolo, da tempo, si rincorrono le voci che dopo il rapimento possa essere stato ucciso.
Ma sulla sua sorte si sono accavallate anche notizie. da più parti, della sua esistenza in vita, ancora in mano ai suoi rapitori.
Ed è per questo che ogni giorno, caro padre Paolo, ovunque tu sia, ti riserviamo un pensiero e rinnoviamo la nostra speranza di riabbracciarti.
Manca la tua voce potente, il tuo esempio, il tuo essere costruttore di ponti.
Manchi a me…
Sempre.

Dopo il virus

pubblicato 18 giu 2020, 10:31 da Cultura della Pace   [ aggiornato in data 19 giu 2020, 10:54 ]

Elogio dell’attenzione: il messaggio della nonviolenza     

Sul sito www.serenoregis.org un articolo di Pietro Polito


Lo stato d’animo con cui Natalia Aspesi ha dichiarato di avere affrontato la cosiddetta fase 2, che si è avviata alla fine lockdown, a partire dal 4 maggio 2020, e si è conclusa con la cosiddetta fase 3, iniziatasi il 3 giugno, è coinciso con il mio: «Vilmente aspetto, forse uscirò domani, forse dopodomani, forse chissà quando: non ho paura del virus. […] Ho paura di noi, degli altri ma anche di me»[1]. La tragedia è entrata nelle nostre vite come paura del presente e del futuro tanto che ci sembra fuori luogo enfatizzare la differenza tra il tempo che abbiamo lasciato, tra la vita precedente, «a cui ora si dovrebbe tornare, ma che già non ci piaceva più», e la vita nova che si aprirebbe dopo il lockdown: «Per quale ragione – si domanda Aspesi – dopo questi due mesi di tragedia  la vita imprigionata, il futuro che  centinaia di futurologi promettono spaventoso, dovremmo essere cambiati, diversi, nuovi, generosi, pazienti, altruisti, sereni, democratici, educati, informati, affidabili, fiduciosi, onesti, prudenti, sinceri, ottimisti, frugali, protettivi, responsabili, coscienziosi, addirittura fratelli, quindi non più infelici?»[2].

In effetti, che cosa lascia pensare e sperare che di colpo l’esperienza crudele che stiamo vivendo, che non si è affatto conclusa e che potrebbe ripresentarsi in forme ancora più devastanti (facciamo i debiti scongiuri), abbia prodotto o produrrà effetti benefici e argini durevoli al nostro egoismo? Certo, c’è da augurarsi la crescita della consapevolezza che «siamo una piccola insignificante porzione di tutto l’immenso mondo, senza scampo nel bene e nel male, soprattutto nel male»[3]. Anch’io come la scrittrice, mi sento prigioniero, non perché per alcune settimane sono stato costretto in casa, piuttosto perché «il mondo con tutti i suoi mastodontici disumani errori si è imprigionato contro se stesso. Mi ha imprigionato: anche se mi grazia e mi libera, che libertà, che grazia, non a me ma agli altri assicura?»[4]. A differenza della scrittrice, ho paura più di me stesso che degli altri. Dai maestri ho imparato che in situazioni estreme dove è in gioco la scelta tra il bene e il male, tra l’interesse particolare e il bene comune, occorre sempre partire con umiltà da un salutare esame di coscienza.

In me è più forte il timore che, «se è vero che, per un po’ nulla sarà più come prima, non illudiamoci, le premesse ci sono già perché tutto cambi perché tutto torni come prima»[5]. Non basta. Concordo con chi ha scritto che «ci sarà da lottare, per strappare al nuovo un volto umano»[6]. Si, lottare! Non c’è da aver paura della parola “conflitto” se significa: lottare sul piano sociale contro le disuguaglianze; sul piano politico contro ogni possibile tentativo di furto di diritti; sul piano culturale per un’etica della relazione; sul piano esistenziale contro noi stessi. Forse «è giunta l’ora di riscoprire la forza del conflitto», «l’ora di invocare il Widerstansrecht, il diritto di resistenza»?[7].

Il contrasto dei tempi nuovi sarà tra i mercanti e gli umanisti. Fondamentalmente vi sono due modi di scrutare ciò che la pandemia lascerà nei cuori e nelle menti: quello del mercante che ne trarrà nuove occasioni per rinnovare e ampliare il proprio interesse e quello dell’umanista che lotta per instaurare un mondo migliore. Il valore del mercante è la distrazione, il valore dell’umanista è l’attenzione. Il mercante conta sulla nostra distrazione, mentre l’umanista è sempre in allarme, sa che i valori non sono mai dati una volta per tutte: la libertà può essere perduta, l’uguaglianza non è mai raggiunta, la guerra può tornare. Dovremo imparare a essere più discreti verso l’ambiente, le cose, le persone: «Ma prima occorrerebbe che decrescesse il numero di quanti trovano ancora il modo di approfittare delle crisi per arricchirsi» [8].

Come direbbe il filosofo italiano della nonviolenza, Aldo Capitini, la scelta è tra l’accettazione della realtà così come è e il «riconoscimento di dover elevare la nostra vita a un uso più attento, più puro, più aperto, e che non ci basta né la prudenza né la saggezza né la religione che già abbiamo»[9]. Da Capitini, anche se troppo spesso non sono stato e non sono conseguente nelle mie azioni, ho imparato l’importanza della fiducia razionale; dell’apertura religiosa; della presenza aperta; dell’attenzione che si manifesta con e nella gentilezza.

Personalmente mi riconosco in una sorta di “laicismo solidale”[10]. Il “laicismo solidale” poggia la scelta del bene e il rifiuto del male su un fondamento razionale. Se il male è dolore, sofferenza, guerra, genocidio, segregazione razziale, intolleranza, coercizione, prevaricazione, ingiustizia, egoismo, indifferenza, violenza, volgarità, noncuranza, aridità, superficialità, spreco, profitto, «il bene è selettivo, riservato, spesso timido. Il bene è l’indignazione che si offende e si rattrista. Esso si nutre di attenzione e scrupoli. È la gentilezza perdente»[11]. Attenzione. La gentilezza perdente non è sinonimo di sconfitta. Anzi è la via migliore per raggiungere risultati condivisi, effettivi, duraturi. La gentilezza dei vincitori viene dopo la sconfitta dell’altro e sancisce e stabilisce i rapporti di forza tra vincitori e vinti. Al contrario, la gentilezza dei perdenti, che è sconvolgente tanto più quanto più è inaspettata e imprevista, interroga i contendenti, scuote le certezze, introduce il dubbio, è produttiva di nuove relazioni.

Attraverso la nonviolenza si impara a preferire l’apertura alla rivolta. Per questa via il ribellismo giovanile si trasforma nella consapevolezza che laicità significa anzitutto sforzo ininterrotto a liberarsi dai propri idoli non solo religiosi. La nonviolenza è un modo di impegnarsi per la giustizia contrapponendosi non alle persone ma alle situazioni. La presenza aperta va oltre la tolleranza perché non si arresta al precetto: «Non fare agli altri ciò che non vogliamo che gli altri facciano a noi»; oltre la fede perché non è limitata al cerchio dei credenti; oltre la tolleranza che è una virtù negativa: l’apertura è una virtù attiva, è gioia, attenzione appassionata, offerta del nostro contributo.

Mi accade spesso di riprendere gli Atti di una presenza aperta per poter rileggere e rimeditare un verso di Capitini: «E non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo. Mostrerai che tu non sei figlio del torrente che scava, usurpa e fugge[12]. Il principio dell’amiciziacome pratica nonviolenta potrebbe essere formulato in questo modo: “Come tu non mi chiederai di fare e di essere ciò che non desidero, anch’io non ti chiederò di assumere comportamenti che non senti». Se nella relazione ci si pone in modo nonviolento, ciò che conta è il dialogo, la conoscenza, la voglia di scoprire e di scoprirsi senza sopraffare o lasciarsi sopraffare. L’abitudine a sovrastare porta a credere necessarie cose che non lo sono. Se affermarsi vuol dire imporsi, se “vincere” significa “sconfiggere”, se ottenere significa possedere, le amiche e gli amici della nonviolenza scelgono la rinuncia.

La nonviolenza è «attenzione e affetto per ogni singolo essere proprio nel suo esser lui e non un altro, per la sua esistenza, libertà, sviluppo»[13], lambisce le nostre scelte ordinarie di tutti i giorni e ha a che fare con la gentilezza e la delicatezza, la tenerezza, la pazienza e la prudenza, ci interroga nelle le scelte estreme della vita e ha a che fare con il coraggio e la responsabilità, con la fede e la speranza. Nonviolenza è attività, impegno, iniziativa: siamo noi che «prendiamo l’iniziativa dell’appassionato superamento dei limiti»[14]. Nonviolenza è conoscenza di sé, dei nostri pensieri e delle nostre azioni, come delle nostre passioni e delle nostre emozioni; è capacità di riconoscere che ci sono dei limiti alle nostre azioni e alle nostre aspirazioni; è sospensione del giudizio; è disposizione all’ascolto; è attenzione ai modi di essere che sono in noi e negli altri: «L’attenzione a ciò che è altro, nulla toglie alla fermezza di cui siamo persuasi»[15].

L’augurio è che a molti sia accaduto almeno una volta di porsi durante la pandemia alcune domande come le seguenti. Immersi in un presente senza storia, quanta attenzione dedichiamo all’ascolto? Quanto tempo passiamo a guardare senza osservare? E quanto tempo perdiamo a chiacchierare invece di parlare, a sentire invece di ascoltare? Invece, perché non proviamo a scandire le nostre giornate con la saggezza della nonviolenza? Ascoltiamo Aldo Capitini: «il valore non è una quantità, ma uno stile»[16]. Se, il valore che ci guida nelle nostre azioni è l’attenzione, e non la distrazione, possiamo cercare di impiegare il tempo nel modo più nonviolento possibile e tentare di «elevare la nostra vita cercandone un uso più attento, più puro, più aperto»[17].


Pietro Polito è socio del Centro Studi Sereno Regis, direttore del Centro studi Piero Gobetti


Note

[1] N. Aspesi, Fuori c’è un mondo che non è cambiato. Io per ora non esco: ho paura di noi, «la Repubblica», a. 45, n. 106, mercoledì 6 maggio 2020, p. 17.

[2] Ibidem. Per una chiara e accurata sintesi delle vicende pandemiche: Martina Girola, Coronavirus, cento giorni che hanno stravolto l’Italia«Life Gate Stories», pubblicato on line il 30 maggio 2020.

[3] N. Aspesi, Fuori c’è un mondo che non è cambiato. Io per ora non esco: ho paura di noi, cit., p. 17.

[5] Pier Giorgio Ardeni, Sinistra. Attenzione, il populismo non è un virus, «il manifesto», a. L, n. 108, mercoledì 6 maggio 2020, p. 1.

[6] Marco Revelli, La metamorfosi asociale e l’assalto al Palazzo sferrato da Confindustria, «il manifesto», a. L, n. 108, mercoledì 6 maggio 2020, p. 15.

[7] Così ritiene lo storico del movimento operaio, tra i fondatori della rivista «Primo maggio», Sergio Bologna, in una intervista, a cura di Roberto Ciccarelli, «il manifesto», giovedì 21 maggio 2020, p. 5.

[8] Faccio mie le parole di Eric Chevillard che durante la pandemia ha tenuto un diario di scrittura sul suo blog L’Autofictif, poi trasferito sulle pagine del quotidiano «Le Monde», infine divenuto un libro Sine die, Prehistorica, Valeggio sul Mincio (VR) 2020. Cito dall’intervista, Lo scrittore e il virus, storia d’antagonismo, a cura di Alessandro Zaccuri, «Avvenire», sabato 30 maggio 2020, p. 20.

[9] A. Capitini, Religione aperta, Guanda, Modena 1955; seconda edizione riveduta e corretta, Neri Pozza, Vicenza 1964; Laterza, Roma-Bari, 2011, p. 105. Il tema è adombrato in una nota di Alfonso Berardinelli, È davvero normale la nostra normalità, «Avvenire», 22 maggio 2020: «Si sono levate voci vibranti in difesa della nostra normalità di prima, che dovremmo senza nessuna vergogna e scrupolo riavere indietro esattamente come era. Voci di chi si crede molto realista e invece sogna. Una felice normalità di vita non ha forse bisogno di essere diversa almeno in qualcosa di essenziale da quella che abbiamo conosciuto e che dovremmo non solo rimpiangere ma anche giudicare? Che cos’è normale e che cosa non lo è nei nostri cosiddetti stili di vita? È mai possibile che nella nostra smania di innovare innumerevoli cose solo perché il mercato ce le impone, non sia possibile innovare liberamente qualcosa di propria iniziativa e dopo attenta riflessione? Siamo o no ancora capaci di attenta riflessione?».

[10] La formula è dell’amica Cristina Balzano Senza premeditazione. Scheggie 1988-2004, Trauben, Torino 2004.

[11] Ivi, p. 202.

[12]  A. Capitini, Atti della presenza aperta, Sansoni, Firenze 1943, p. 11.

[13] A. Capitini, Religione aperta, cit., p. 106.

[14] Ivi, p. 15.

[15] Ivi, p. 17.

[16] Ivi, p. 102.

[17] Ivi, p. 106.

Quando la democrazia è in pericolo

pubblicato 10 giu 2020, 00:45 da Cultura della Pace

Il Delitto Matteotti: un'analisi sul pericolo per le democrazie
Un martire della libertà di pensiero.
Fu rapito il 10 giugno 1924, il giorno in cui avrebbe dovuto denunciare in Parlamento la corruzione del governo Mussolini per una vicenda di tangenti per la concessione di estrazione del petrolio alla compagnia americana Sinclair Oil.
Sul sito www.peacelink.it un pensiero di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici sul significato dell'uccisione di Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti.jpeg

Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, fu rapito e ucciso il 10 giugno 1924, il giorno in cui avrebbe dovuto denunciare in Parlamento la corruzione del governo Mussolini per una vicenda di tangenti per la concessione di estrazione del petrolio alla compagnia americana Sinclair Oil.

Già nel suo discorso alla Camera dei deputati del 30 maggio 1924, Matteotti denunciò i brogli elettorali con le minacce squadriste ai seggi, che permisero l'elezione e l'imposizione del partito nazionale fascista.

In quell'occasione Matteotti capì di aver firmato la sua condanna a morte, dichiarando ai compagni di partito: "Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me".

Di questo omicidio, Mussolini rivendicò la responsabilità morale per aver creato il clima di violenza in cui tutti i delitti politici erano maturati riaffermando dinanzi a tutti che lui stesso era il capo indiscusso del fascismo, allontanando così da lui la responsabilità in quanto mandante dell'esecuzione.

Ricordare oggi la figura di Giacomo Matteotti e ragionare alla luce di quegli accadimenti ci permette di capire come il potere e la corruzione abbiano radici profonde nella storia dell'umanità.

Attualmente i potenti del mondo escogitano piani di controllo globale assumendosi le responsabilità morali giustificando i loro atti con fantomatiche guerre preventive e magari anche umanitarie in nome di false democrazie con la promessa di sicurezza per i propri cittadini.

Inventano una scusa, costruiscono il caso e così sono autorizzati ad intervenire attivando la macchina della produzione bellica e attivando un giro di interessi economici e intrecci di affari esorbitanti che possano portare all'interesse particolare tramite tangenti al potente di turno.

Cosa è cambiato dal 10 giugno 1924 ad oggi?

Già allora il controllo del petrolio era una priorità, una opportunità per potenti pronti ad ungere le tasche di qualcuno al fine di avere il controllo delle risorse.

Studiare la storia, raccontarla e attualizzarla è un esercizio che siamo chiamati a fare ogni giorno affinché questi grandi uomini e "eroi" del passato - come Matteotti-  non muoiano una seconda volta. Per ricordarli sempre. Per non dimenticare...

"Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai" che sarebbe diventato il motto per tutti gli antifascisti che si opposero al regime.

Una Repubblica che ripudia la guerra

pubblicato 29 mag 2020, 06:38 da Cultura della Pace

Festa della Repubblica che ripudia la guerra

L’appuntamento è per lunedì 1 giugno alle ore 11:00 con una conferenza stampa video in cui verrà presentate la nuova proposta di azione e la nuova fase di mobilitazione della Campagna “Un’altra difesa è possibile”. 

Sul sito www.azionenonviolenta.it un'iniziativa per creare ciò che ci dice la Costituzione

www.facebook.com/DifesaCivileNonviolenta

bandiera








In occasione e in preparazione della Festa della Repubblica del 2 giugno, e della sua Costituzione che ripudia la guerra, le sei Reti promotrici hanno organizzato un momento pubblico di rilancio della Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Una mobilitazione sostenuta dalla grande maggioranza della società civile italiana che lavora per la pace, i diritti, il disarmo, il Servizio Civile nata a Verona durante “Arena di Pace e Disarmo” del 2014 per chiedere l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta.

Nel corso della 17ª legislatura la nostra Campagna era riuscita a raccogliere le firme sufficienti per una Proposta di Legge di iniziativa popolare, successivamente trasformata in Proposta di Legge parlamentare con più di 70 firmatari incardinata nelle competenti Commissioni della Camera dei Deputati. Con il cambio di legislatura e con la nuova situazione politica e i cambi di Governo le Reti promotrici di “Un’altra difesa è possibile” hanno deciso di compiere insieme un nuovo passo,
nell’ambito di quanto stabilito dalla Costituzione, per far continuare a chiedere la creazione di un “luogo istituzionale” in cui poter esercitare concretamente il diritto-dovere di difesa della Patria con
modalità non armate e nonviolente.

per contatti stampa:
3482863190

Messaggio per la fine di Ramadan

pubblicato 22 mag 2020, 07:49 da Cultura della Pace

Messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ai Musulmani per il Mese del Ramadan e ‘Id al-Fitr 1441 H. / 2020 A.D., 01.05.2020

Messaggio per la fine del mese sacro di Ramadan

Cristiani e musulmani: Insieme per proteggere i luoghi di culto

Cari fratelli e sorelle musulmani,

Il mese di Ramadan è così centrale nella vostra religione e perciò a voi tanto caro a livello personale, familiare e sociale. È un tempo di guarigione spirituale, di crescita e di condivisione con i poveri e di rafforzamento dei legami con parenti ed amici.

Per noi, vostri amici cristiani, è un tempo propizio per consolidare le nostre relazioni con voi, mediante i saluti, gli incontri e, dove è possibile, con la condivisione di un iftar. Il Ramadan e ‘Id al-Fitr sono, dunque, occasioni speciali per far crescere la fraternità tra cristiani e musulmani. È questo lo spirito con cui il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso porge a tutti voi i suoi migliori auguri oranti e cordiali congratulazioni.

Seguendo una tradizione a noi cara, vogliamo condividere con voi alcuni pensieri, che riguardano quest'anno la protezione dei luoghi di culto.

Sappiamo che i luoghi di culto rivestono una grande importanza nel cristianesimo e nell'islam, come pure nelle altre religioni. Sia per i cristiani, sia per i musulmani chiese e moschee sono spazi riservati alla preghiera personale e comunitaria, edificati ed arredati in modo da favorire il silenzio, la riflessione e la meditazione. Esse sono spazi dove si può arrivare nelle profondità del proprio animo, facilitando così, con il silenzio, l'esperienza di Dio. Pertanto, un luogo di culto di qualsiasi religione è “casa di preghiera” (Isaia 56, 7).

I luoghi di culto sono pure spazi di ospitalità spirituale, nei quali i seguaci di altre religioni si radunano anche per cerimonie speciali come nozze, funerali, feste della comunità, ecc. Partecipando a quegli eventi in silenzio e col rispetto dovuto alle osservanze religiose dei seguaci di quella particolare religione, essi assaporano l'ospitalità loro riservata. Questa pratica è una speciale testimonianza di ciò che unisce i credenti, senza sminuire o negare ciò che li distingue.

Sotto questo aspetto vale la pena ricordare ciò che Papa Francesco ha detto in visita alla moschea Heydar Aliyev, a Baku (Azerbaijan), domenica 2 ottobre 2016: “È un grande segno incontrarci in amicizia fraterna in questo luogo di preghiera, un segno che manifesta quell'armonia che le religioni insieme possono costruire, a partire dai rapporti personali e dalla buona volontà dei responsabili”.

Nel contesto dei recenti attacchi contro chiese, moschee e sinagoghe, perpetrati da persone malvage che sembrano percepire i luoghi di culto come bersaglio preferito della loro cieca e insensata violenza, è degno di nota quanto è riportato nel Documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato da Papa Francesco e dal Gran Imam di Al-Azhar, il Dott. Ahmad Al-Tayyeb, ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019: “La protezione dei luoghi di culto - templi, chiese e moschee - è un dovere garantito dalle religioni, dai valori umani, dalle leggi e dalle convenzioni internazionali. Ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati o esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del diritto internazionale”.

Apprezzando gli sforzi compiuti dalla comunità internazionale a vari livelli per la protezione dei luoghi di culto in tutto il mondo, è nostra speranza che la stima vicendevole, il rispetto reciproco e la cooperazione possano rafforzare i nostri legami di sincera amicizia, e consentire alle nostre comunità di salvaguardare i luoghi di culto per assicurare alle future generazioni la libertà fondamentale di professare le proprie credenze.

Con rinnovata stima e fraterni saluti, a nome del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, porgiamo auguri amicali di un fruttuoso mese di Ramadan e di un gioioso ‘Id al-Fitr.

Dal Vaticano, 17 aprile 2020

Miguel Àngel Cardinal Ayuso Guixot, MCCJ

Presidente

Rev. Msgr. Indunil Kodithuwakku Janakaratne Kankanamalage

Segretario

Traduzione in lingua araba

 

المجلس البابوي للحوار بين الأديان

المسيحيون والمسلمون: معًا لحماية أماكن العبادة

   رسالة لمناسبة شهر رمضان وعيد الفطر السعيد

1441 هـ / 2020 م

 

أيّها الأخوة والأخوات المسلمون الأعزاء،

يُعتَبر شهرُ رمضان محوريًا في دينكم، وبالتالي فهو عزيز عليكم على المستويات الشخصية والعائلية والاجتماعية. إنّه وقت للشفاء الروحي والنموّ ومساعدة الفقراء، ولتقوية الروابط مع الأقارب والأصدقاء.

وبالنسبة لنا، نحن أصدقاءكم المسيحيين، فهو وقت ملائم لتعزيز علاقاتنا معكم، من خلال لقائكم في هذه المناسبة والمشاركة، حيث أمكن، في إفطار. وبالتالي فإن رمضان وعيد الفطر مناسبات خاصّة لتعزيز الأخوّة بين المسيحيين والمسلمين. وبهذه المشاعر، يقدّم لكم المجلس البابوي للحوار بين الأديان أطيب تمنياته وتهانيه القلبية، يرافقها الدعاء.

تدور الخواطر التي نودّ مشاركتكم إيّاها، كما جرت العادة، هذا العام حول حماية أماكن العبادة.

تحتلّ أماكن العبادة، كما نعلم جميعًا، مكانة هامة في المسيحية وفي الإسلام، وكذلك في الأديان الأخرى. فالكنائس والمساجد هي، بالنسبة للمسيحيين والمسلمين، أماكن مخصّصة للصلاة الشخصية والجماعية على حدّ سواء. وهي مبنيّة ومؤثَّثة بطريقة تساعد على الصمت والتأمّل. إنها فضاءات يمكن للمرء أن يتوجّه بفضلها الى أعماق نفسه، مما يُهيّئ الفرصة لخبرة روحية في صمت. فمكان العبادة لأي دين هو”بيت للصلاة“ (أشعيا 56، 7).

أماكن العبادة هي كذلك مساحات للضيافة الروحية، حيث يشترك أحيانًا بعض المؤمنين من ديانات أخرى في مناسبات خاصّة، مثل حفلات الزفاف والجنازات وأعياد اجتماعية وغير ذلك. وتكون مشاركتهم في تلك المناسبات في صمت ومع الاحترام الواجب للاحتفالات الدينية لمؤمني تلك الديانة، فيتذوّقون الضيافة المقدَّمة لهم. هذه الممارسة هي شهادة مميَّزة لما يوحّد المؤمنين، دون تقليل أو إنكار لما يميّزهم.

ويجدر التذكير، في هذا الصدد، بما قاله البابا فرنسيس عندما قام بزيارة مسجد حيدر علييف، في باكو (أذربيجان) يوم الأحد، 2 تشرين الأول / أكتوبر 2016: ” لقاء بعضنا البعض في صداقة أخويّة في مكان الصلاة هذا هو علامة قويّة تُظهر الانسجام الذي يمكن للأديان أن تَبنيه معًا، على أساس العلاقات الشخصيّة وحُسن نيّة المسؤولين“.

في سياق الهجمات الأخيرة على الكنائس والمساجد والمعابد اليهودية من قِبل أناس أشرار يَظهر أنّهم يعتبرون أماكن العبادة هدفًا مميّزًا لعنفهم الأعمى المجنون، تجدر الإشارة إلى وثيقة ”الأخوّة الإنسانية من أجل السلام العالمي والعيش المشترك“، التي وقّعها البابا فرنسيس وشيخ الأزهر الشريف، الدكتور أحمد الطيّب، في أبو ظبي، في 4 شباط / فبراير 2019: ”إنّ حماية أماكن العبادة - المعابد والكنائس والمساجد - هي واجبٌ تضمنه الأديان والقيَم الإنسانية والقوانين والاتفاقيات الدولية. كل محاولة لمهاجمة أماكن العبادة أو تهديدها عن طريق الاعتداءات العنيفة أو التفجيرات أو التدمير، هي انحراف عن تعاليم الأديان وكذلك انتهاك واضح للقانون الدولي“.

ومع تقدير الجهود التي يبذلها المجتمع الدَولي على مختلف المستويات لحماية أماكن العبادة في جميع أنحاء العالم، فإننا نأمل أن يساعد تقديرُنا المتبادَل واحترامُ أحدنا الآخر وتعاونُنا المشترَك على تقوية أواصر الصداقة المُخلِصة التي تربِطنا، وعلى تمكين مجتمعاتنا من صون أماكن العبادة حتى تُضمَن للأجيال القادمة الحريةُ الأساسية للتعبير كلٌّ عن معتقداته.

ومع التحيات الأخويّة وتجديد مشاعر التقدير، أوجّه لكم، باسم المجلس البابوي للحوار بين الأديان، التمنيات الوُدّية لشهر رمضان غنيّ بالثمار الروحية، ولعيد فطر سعيد.

حاضرة الفاتيكان، 17 نيسان / أبريل 2020

Miguel Ángel Cardinal Ayuso Guixot, MCCJ

President

Rev. Msgr. Indunil Kodithuwakku Janakaratne Kankanamalage

Secretary

Vendita di morte

pubblicato 21 mag 2020, 08:29 da Cultura della Pace

Export armi italiane: nel 2019 autorizzati 5,17 miliardi, Egitto primo acquirente

Due sistemi militari su tre sono destinati a Paesi non UE e non NATO. Oltre agli 872 milioni per governo di al-Sisi, Armi per oltre 446 milioni anche al regime autoritario del Turkmenistan, mentre le consegne definitive fatturate si attestano sui 2,9 miliardi.
Sul sito www. disarmo.org la situazione della vendita di armi

“Riteniamo gravissimo e offensivo che sia stata autorizzata la vendita di un così ampio arsenale di sistemi militari all'Egitto sia a fronte delle pesanti violazioni dei diritti umani da parte del governo di Al Sisi sia per la sua riluttanza a fare chiarezza sulla terribile uccisione di Giulio Regeni. Chiediamo al Governo di riferire il momento del rilascio di tali autorizzazioni per stabilirne la paternità e comunque di sospendere ogni trattativa di forniture militari in corso finché non sia stata fatta piena luce dalle autorità egiziane sulla morte di Regeni”. E’ questo il primo commento di Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace ai dati aggregati dell’export militare italiano per il 2019, che le organizzazioni hanno potuto visionare e sono in grado per primi di diffondere e vedono l’Egitto ai vertici della lista di Paesi destinatari.

Nei giorni scorsi è stata infatti trasmessa al Parlamento la Relazione governativa annuale sull’export di armamenti (con un grave ritardo rispetto ai termini di legge solo parzialmente derivante dall’emergenza Covid-19, poiché anche l’anno scorso i tempi di pubblicazione sono stati del tutto simili). Tale documento ufficiale è richiesto dalla Legge 185/90 che regola la vendita estera dei sistemi militari italiani e riassume l’attività del comparto industriale della difesa per l’anno scorso. Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace sono venuti in possesso del capitolo introduttivo di tale Relazione, che viene redatto dalla Presidenza del Consiglio a partire dai documenti elaborati dai singoli dicasteri partecipanti al processo di autorizzazione per l’esportazione di materiali di armamento (coordinato dall’Autorità Nazionale UAMA, in seno al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale). Tali dati preliminari aggregati dovranno poi essere ulteriormente analizzati sulla base della documentazione più specifica di ciascun Ministero.

Nel corso del 2019 si sono registrate autorizzazioni di movimenti in uscita dall’Italia di materiale d’armamento per un controvalore di 5.174 milioni di euro sostanzialmente in linea con il 2018 (lieve decremento pari a -1,38%) stabilizzandosi quindi su un livello costante di export dopo i picchi di autorizzazioni iniziati con il 2015 (8,2 miliardi in quell’anno e poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017). Si tratta comunque dell’80% in più rispetto ai valori del 2014 per cui si può affermare che le esportazioni record del triennio 2015-2017 hanno trascinato le commesse per l’industria militare italiana su un livello medio superiore a quello di inizio secolo, con ben 84 Paesi destinatari (dal 2015 sono ormai stabilmente oltre 80 le destinazioni complessive). Un effetto che si farà sentire sempre di più nei prossimi anni sulle effettive spedizioni e fatturazioni. A questo riguardo, l’Agenzia delle Dogane registra avanzamenti annuali di consegne definitive per complessivi 2.899 milioni di euro (2.388 milioni per licenze singole e 511 milioni per licenze globali di progetto).

Tornando alle autorizzazioni per nuove licenze, che costituiscono il dato politico saliente, i numeri evidenziano immediatamente alcune decisioni altamente problematiche. Il Paese destinatario del maggior numero di licenze risulta infatti essere l’Egitto con 871,7 milioni (derivanti in particolare dalla fornitura di 32 elicotteri prodotti da Leonardo spa) seguito dal Turkmenistan con 446,1 milioni (nel 2018 non era stato destinatario di alcuna licenza). Al terzo posto si colloca il Regno Unito con 419,1 milioni complessivi. Fra le prime 10 destinazioni delle autorizzazioni all’export di armi italiane nel 2019 troviamo 4 Paesi NATO (2 dei quali anche nella UE) insieme a 2 dell’Africa Settentrionale (l’Algeria oltre al già menzionato Egitto), 2 asiatici (Corea del Sud insieme al già citato Turkmenistan) ed infine Australia e Brasile. Complessivamente il 62,7% delle autorizzazioni per licenze all’export ha come destinazione Paesi fuori dalla UE e dalla NATO. Le suddivisioni per area geografica (con Africa settentrionale e Medio Oriente in diminuzione compensate da altre crescite) andranno poi valutati più attentamente sulla base dei dati di dettaglio presenti nelle relazioni ministeriali.

Per quanto riguarda le imprese, ai vertici della classifica delle autorizzazioni ricevute troviamo Leonardo Spa con il 58% seguita da Elettronica spa (5,5%), Calzoni srl (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%). Le importazioni totali registrate sono state pari a 214 milioni di euro, per il 68% con origine negli USA e per il 14% provenienti da Israele (va notato che in queste cifre non compaiono gli import da UE e area economica europea non più soggetti a controlli UAMA).

Cominciamo a cambiare

pubblicato 14 mag 2020, 08:58 da Cultura della Pace

L'economia circolare, ma con la mascherina!

Sul sito www.unimondo.org un articolo di Alessandro Graziadei sulle modalità di 

sostenibilità ambientale. Un nuovo percorso per un'economia circolare



Abbiamo più volte raccontato le difficoltà, ma anche i successi ottenuti da molti comuni e consorzi italiani impegnati nel tentativo di inseguire un’economia il più possibile circolare anche grazie al delicato compito del riciclo dei rifiuti. Tra questi successi c’è quello del Consorzio italiano compostatori (Cic) che nel 2020 non si è mai fermato, nonostante la pandemia e che nel corso del 2018, secondo i dati diffusi rielaborando gli ultimi report dell'Ispra, ha raccolto in Italia 7,1 milioni le tonnellate di rifiuti organici tra umido, verde e altre matrici organiche provenienti dalla raccolta differenziata. “Le stime di crescita ci portano a traguardare per il 2025 quota 9.200.000 tonnellate di rifiuto organico raccolto in Italia, ovvero più di 150 Kg per abitante all’anno - ha spiegato Massimo Centemero, direttore del Cic -. Per questo è fondamentale continuare a lavorare soprattutto nelle regioni del Centro e del Sud”. Raccogliere i rifiuti, infatti, non basta se poi sul territorio non ci sono impianti in grado di gestirli secondo una logica di sostenibilità e prossimità.

Ad oggi il riciclo dei rifiuti organici è affidato a 339 impianti di trattamento biologico: 281 sono impianti di compostaggio e 58 sono gli impianti integrati di digestione anaerobica e compostaggio, che nel 2018 sono arrivati a trattare più del 50% della frazione umida proveniente dalla raccolta differenziata. Un numero importante, ma non sufficiente, soprattutto perché la loro distribuzione sul territorio nazionale è profondamente diseguale. Dei 281 impianti di compostaggio che producono compost, infatti, 173 sono dislocati al Nord, solo 46 al Centro e 62 nel Sud e nelle Isole. Anche guardando ai 58 impianti di digestione anaerobica e compostaggio, 47 strutture si trovano nel Nord Italia, mentre se ne contano solo 4 al Centro e 7 in tutto tra Sud e Isole. Per Centemero la concentrazione geografica degli impianti soprattutto nel Nord Italia rappresenta una criticità del sistema: “Uno squilibrio che finora ha retto perché l’Italia non è mai andata in emergenza per questa tipologia di rifiuti, ma che costringe il Centro, le Isole e il Sud Italia a trasferire i propri rifiuti organici in altre regioni, con enormi spese per il sistema paese”. 

Secondo il Cic “oltre il 35% del deficit nazionale di impianti a regime si concentra tra Lazio, Campania, Sicilia e Puglia” e “Nella prospettiva di una gestione regionale del rifiuto raccolto, il deficit a regime delle regioni del Centro-Sud è drammatico: oltre il 700% in Campania, quasi il 500% nel Lazio, e il 200% in Sicilia e Marche”. Eppure con una penetrazione più capillare di questi impianti a guadagnarci non sarebbe “solo” l’ambiente, ma anche il lavoro: nel 2018, secondo le proiezioni del Cic, il volume d’affari generato dal comparto è stato pari a 1,9 miliardi di euro di fatturato, mentre i posti di lavoro generati  sono stati 10.620, un +8% rispetto al 2016. In pratica 1,5 posti di lavoro ogni 1.000 tonnellate di rifiuto organico e con una raccolta differenziata ancora più capillare in tutta Italia si potrebbe arrivare a 13.000 addetti e 2,5 miliardi di euro di indotto generato. Dati che fanno onore a questa filiera al pari di quella dedicata ai rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, i così detti Raee, che nel 2019 hanno toccato le 343.069 tonnellate sull’intero territorio nazionale, quasi 32.460 tonnellate in più rispetto al 2018: “un incremento del 10,45% rispetto al 2018, in assoluto la crescita migliore dal 2014", come testimonia l’ultimo rapporto annuale del Centro di coordinamento Raee.

A differenza di quanto è accaduto con i rifiuti organici, in questo settore negli anni si è ampliata anche la rete infrastrutturale ricettiva attiva sul territorio nazionale, che oggi comprende 4.367 centri di raccolta comunali per il corretto conferimento dei Raee. Nord, Centro, Sud e Isole hanno tutti rafforzano i quantitativi di raccolta complessiva rispetto al 2018, seppur con trend differenti, tra le diverse aree territoriali. Anche in questo settore, infatti, il gap dell’area Sud e Isole con il resto d’Italia rimane evidente e riconferma il fatto che, nonostante sia in crescita, "la raccolta in queste regioni dovrà procedere a ritmi più sostenuti nel prossimo futuro”. Il trend però fa ben sperare, sono infatti il Sud e le Isole a registrare la maggiore crescita nella raccolta a livello di aree e la miglior performance nell’incremento della raccolta a livello nazionale. Per Bruno Rebolini, neo presidente del Centro di coordinamento Raee, “Nonostante il cammino fin qui intrapreso e i molti risultati positivi conseguiti, la strada per raggiungere gli sfidanti target imposti dall’Unione europea continua a essere lunga e con molti ostacoli”. Un po’ come il futuro del riciclo dei presidi utilizzati dalla popolazione per fronteggiare l’emergenza Covid-19. Al momento, infatti, le indicazioni del Governo sono di gettare i dispositivi di protezione individuale (dpi), mascherine e guanti, nella raccolta dell’indifferenziato, da inviare prioritariamente al recupero energetico così da garantirne la sterilizzazione. 

Si tratta di una soluzione che nel breve periodo e nel pieno dell’emergenza è sembrata inevitabile per scongiurare qualsiasi rischio di ulteriori contagi, pur sapendo che in Italia esiste una penuria di impianti di incenerimento e che in prospettiva, visto il perdurare dell’emergenza, è indispensabile trovare delle soluzioni più sostenibili se non vogliamo trovare, appena si potrà tornare al mare, spiagge invase anche dalle mascherine, oltre che dalle plastiche. Attualmente dal punto di vista normativo i guanti non sono imballaggi e non possono essere smaltiti attraverso la raccolta differenziata della plastica, mentre le mascherine, per essere minimamente efficaci, dovrebbero essere usa e getta. Difficilmente anche i modelli più evoluti, lavabili e riutilizzabili, possono attualmente garantire la stessa protezione. Calcolando che solo in Italia siamo quasi 60 milioni, in teoria durante questa “Fase 2” potremmo aver bisogno di circa 30-40 milioni di mascherine al giorno, il che ci deve far pensare ad una soluzione circolare anche per il riciclo dei dpi, che non comporti rischi per gli operatori che vengono a contatto con questi rifiuti.

Se oggi e per fortuna molte aziende stanno fabbricando mascherine, la politica, invece di occuparsi di abolire la plastic tax, dovrebbe iniziare ad indirizzare la produzione su mascherine più sostenibili. Occorre sia stimolare la riusabilità, studiando soluzioni e filati che mantengano la loro funzione protettiva a distanza nel tempo, sia preoccuparsi del riciclo e capire come inserirle in un’economia circolare.  Attualmente la maggior parte di questi presidi sono fatti di polipropilene, un tipo di polimero facilmente riciclabile, spesso però associato a strati di polietilene, poliestere, pet polyammide… Una moltitudine difficilmente riciclabile che andrebbe urgentemente regolata. L’ideale sarebbe obbligare al più presto le aziende a produrre solo mascherine fatte con un solo polimero o al limite con due, come polipropilene e polietilene, la cui industria del riciclo è già consolidata. Ovviamente poi mancherebbe una deroga per la gestione differenziata delle mascherine, che non sono imballaggi e identiche soluzioni per i guanti. Non è impossibile per l’industria. Lo sarà per la politica? 

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