La tragedia del Nepal, l’ondata di calore che ha messo in ginocchio l’Europa, la crisi di tante agricolture a causa della siccità e degli incendi. Di fronte a una serie di eventi e situazioni che nessuno ha potuto far finta di ignorare, anche l’Onu ha deciso di far sentire la sua voce. E lo ha fatto, non certo per caso, giusto alla vigilia dell’apertura della ottantunesima Assemblea Generale, quando sotto il tetto del Palazzo di Vetro si riuniranno i leader dei Paesi più responsabili delle emissioni che causano i cambiamenti climatici e quelli più drammaticamente colpiti dall’innalzamento della temperatura.
Mercoledì, infatti, è stato presentato ufficialmente dall’UNEP, il programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, il nuovo rapporto sul clima lungo oltre 140 pagine e firmato dai maggiori climatologi mondiali. E le sue conclusioni sono state drammatiche. “Il caldo torrido di questa estate, i devastanti incendi e le inondazioni mortali sono un monito su ciò che ci aspetta”, ha avvertito il segretario generale Antonio Guterres.
In una conferenza stampa concessa ai giornalisti accreditati all’Onu, anche Inger Andersen, direttore esecutivo dell’UNEP, ha tracciato un quadro allarmante e molto amaro per il futuro. “Attorno al globo, ondate di caldo estremo hanno già dimostrato che l’impatto dei cambiamenti climatici sta accelerando, colpisce più duramente e dura più a lungo e questo costa più vite e causa disagi peggiori”, ha avvertito il numero uno del programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente.
Il mancato rispetto degli obblighi previsti dagli accordi firmati a Parigi nel 2015, ritardi e indifferenza, ha in sostanza spiegato la relatrice, hanno spinto la situazione a un punto di non ritorno e soltanto l’applicazione di strategie nuove e molto severe potrebbe moderarne gli effetti. Anche se, per ovvi motivi, Inger Andersen non ha accusato nessuno, non è certo un mistero che le maggiori responsabilità di una situazione diventata drammatica ricadono sui Paesi più industrializzati, e in particolare sugli Stati Uniti. Donald Trump, si sa, ha ritirato gli Stati Uniti dagli accordi sul clima a gennaio di quest’anno e ha nettamente favorito, con una serie di regolamentazioni, la ripresa dell’utilizzazione dei combustibili fossili e delle attività più colpevoli per l’emissione dei gas serra.
Nei prossimi anni, ha in pratica sostenuto il rapporto, l’aumento delle temperature rispetto all’era preindustriale supererà inevitabilmente 1,5 °C, cioè il limite che negli accordi di Parigi quasi duecento Paesi si erano impegnati a non oltrepassare. Per rimanere nel limite, le emissioni non dovrebbero superare 130 miliardi di tonnellate di CO₂, un’ambizione irraggiungibile visto che negli ultimi anni hanno superato i 40 miliardi annuali. Secondo lo scenario più favorevole, l’aumento potrebbe arrivare all’1,8 °C nei prossimi anni, per poi scendere lentamente alla fine del secolo. “Per ottenere questo risultato – ha però messo in guardia Inger Andersen – abbiamo bisogno di un nuovo approccio”.
Per diminuire i rischi, ha spiegato la direttrice dell’UNEP, servirebbe un’azione immediata e molto energica per ripulire l’aria dall’ossido di carbonio, unita a una drastica diminuzione delle emissioni di gas serra. “I responsabili politici devono rendersi conto che le regole del gioco stanno cambiando, dobbiamo riconfigurare la nostra azione nei confronti del clima tenendo conto che siamo di fronte a un’esplosione. Nessuno dei nostri piani è pronto a questo”, ha affermato la climatologa Debra Roberts, una delle scienziate che hanno firmato il rapporto. Neppure un approccio nuovo e più energico, però, sarebbe sufficiente a eliminare tutti i rischi.
“Il mondo che conoscevamo non tornerà”, hanno spiegato gli scienziati. “Molti ghiacciai del pianeta si scioglieranno per sempre, le specie che si estingueranno non potranno essere riportate in vita e gli ecosistemi danneggiati non si riprenderanno”. Senza un’azione decisa, comune e soprattutto diversa, le conseguenze sarebbero però ancora più drammatiche.
Ora, la pubblicazione del rapporto in un momento politicamente delicato è parsa destinata a riaprire un dibattito acceso su un argomento che sembrava dimenticato. In vista dell’apertura dell’Assemblea Generale, diversi Paesi, a cominciare dai rappresentanti delle piccole isole, hanno già lasciato capire che si stanno preparando a una dura battaglia. Una battaglia, tra l’altro, che continuerà a novembre, durante un convegno sull’argomento organizzato dall’Australia in Turchia: riprenderà la discussione. E che, insieme a molte altre, aspetterà durante l’Assemblea Generale una risposta dalla Casa Bianca di Donald Trump.