Sommerso dai debiti, indebolito dall’ostilità del suo membro più forte, paralizzato da un disegno non più attuale del suo organo più potente. Per l’Onu, quell’organizzazione internazionale nata ottant’anni fa con il sogno di creare un mondo migliore dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale, il 2026 non potrebbe essere cominciato peggio. Arrivato all’ultimo anno del suo lungo mandato – è stato eletto per la prima volta nel 2017 – il segretario generale Antonio Guterres ha trovato nei giorni scorsi, forse per la prima volta, molte parole dure e allarmate per descrivere la crisi, puntare il dito sui responsabili e chiedere ai 193 Paesi membri di muoversi concretamente per affrontarla.
Durante un lungo e denso incontro con i giornalisti e qualche intervista privata, e soprattutto con una lettera spedita ai rappresentanti di tutti i Paesi membri, il diplomatico portoghese ha affrontato uno dopo l’altro tutti i problemi che il Palazzo di Vetro si trova oggi di fronte, dal difficile rapporto con l’America di Trump alla paralisi di un Consiglio di Sicurezza disegnato ottant’anni fa in un mondo diverso. «Il 2026 si prospetta già come un anno di costanti sorprese e caos», ha messo in guardia.
In un drammatico messaggio mandato a tutti i 193 Paesi membri, Guterres ha avvertito che l’organizzazione internazionale rischia un «imminente collasso finanziario» e che i fondi necessari per la gestione ordinaria dell’organizzazione potrebbero finire già a luglio. «I membri dovranno onorare i propri obblighi di pagare totalmente e prontamente le proprie quote o rivedere fondamentalmente il nostro sistema finanziario per prevenire un imminente collasso finanziario», ha avvertito. Anche se Guterres non lo ha scritto apertamente, gli Stati Uniti sono ovviamente i principali destinatari dell’avvertimento.
Protetti dall’anonimità, alcuni funzionari hanno lasciato trapelare che il debito complessivo accumulato dall’amministrazione Trump nei confronti dell’organizzazione internazionale, tra ritardi e mancati pagamenti, ammonterebbe ora a 2,196 miliardi di dollari. E a questo, ovviamente, vanno aggiunti i mancati pagamenti alle diverse agenzie dell’Onu che la Casa Bianca di Donald Trump ha abbandonato o a cui ha tagliato i fondi. La mancanza delle risorse fornite nel passato dal Paese più ricco, chiaramente, mette ora a rischio l’intero sistema, anche senza contare il suo impatto su tutte le operazioni umanitarie e di sostegno per le popolazioni più povere.
Gli Stati Uniti, però, non sono gli unici colpevoli. Oltre al Venezuela, che ha un debito di 38 milioni, i Paesi in ritardo con i pagamenti del 2025 sono molti e la cifra complessiva dei ritardi ha raggiunto un miliardo e mezzo di dollari. Per di più, a rendere il panorama ancor più fosco, vi sono alcuni regolamenti previsti dal bilancio e in base ai quali l’Onu ha l’obbligo di rimborsare il denaro non speso anche ai Paesi che non hanno pagato la loro quota, una norma che Guterres ha cercato inutilmente di cancellare già in passato e di cui ora chiede, nella sua lettera, una rapida e necessaria revisione. Un panorama più largo e più complesso della crisi, però, Guterres lo ha dato soprattutto durante la sua conversazione di inizio anno con la stampa accreditata all’Onu.
Ricordando il suo passato di fisico, ha osservato che nel mondo odierno le leggi di Newton, secondo cui ogni azione provoca una reazione uguale e contraria, sembrano non valere più. Oggi, ha aggiunto, l’impunità genera conflitti, aumenta le incomprensioni e permette ai potenti guastatori di entrare da ogni direzione. «I problemi globali non possono essere risolti da un solo potere che detta gli ordini. E non sono risolti da due poteri che disegnano il mondo in due sfere di influenza rivali», ha spiegato con un chiaro riferimento alle ultime mosse dell’amministrazione Trump e al tentativo di dividere il mondo in due poli rivali guidati dagli Stati Uniti e dalla Cina.
Impaurito dalla prospettiva che «il ruolo della legge sia sostituito dalla legge della giungla», Guterres ha confermato durante un’intervista alla BBC la sua convinzione che Washington consideri ora «irrilevanti» le soluzioni multilaterali. «Ci sono quelli che credono che il potere della legge debba essere rimpiazzato dalla legge del potere», ha detto. Se la denuncia, pur non facendo nomi, è stata più che chiara, il segretario generale non ha potuto non ammettere che le armi per combattere la crisi sono sfuggenti e difficili da concretizzare.
L’Onu, ha ammesso, non ha il potere di fermare le violazioni del diritto internazionale o di imporre una pace duratura. «Vorrei avere il potere di fermare le guerre…», ha spiegato con un sorriso triste.
«A mio giudizio», ha detto, «la responsabilità per la pace e la sicurezza internazionale è del Consiglio di Sicurezza e per questa ragione è importante riformarlo. Ma è interessante vedere che coloro che accusano l’Onu di non essere efficace sono gli stessi che si oppongono alla sua riforma».
Al di là di una riforma del Consiglio di Sicurezza che dia più voci ai Paesi emergenti e ai continenti non rappresentati e soprattutto un limite al diritto di veto, ci sono poi altre strade urgenti da percorrere per riformare un intero sistema finanziario internazionale che non è in grado di aiutare i più bisognosi e per limitare i danni dei cambiamenti climatici.
«In relazione al futuro», ha poi aggiunto, con un messaggio a tutte le medie potenze chiaramente in linea con quello inviato dal premier canadese Mark Carney a Davos poche settimane fa, «l’idea che ci siano due poli, uno basato sugli Stati Uniti e uno basato sulla Cina, va cambiata. Se vogliamo un mondo stabile, in cui la pace possa essere sostenuta, lo sviluppo generalizzato e in cui, alla fine, prevalgano i nostri valori, dobbiamo sostenere la multipolarità».
Un invito, insomma, a tutti i 193 Paesi membri a far sentire la propria voce per imporsi contro la prepotenza dei pochi, per salvare quel sogno nato ottant’anni fa e che ora rischia di svanire in un brusco risveglio. «Malgrado tutti gli ostacoli, le Nazioni Unite si muovono per dar vita ai nostri valori condivisi e non arretreremo», ha promesso. «La nostra struttura può essere vecchia, ma i nostri valori non lo sono».