Secondo le ultime stime disponibili oltre 400 persone – tra minatori artigianali, donne, bambini e piccoli commercianti – risultano uccise o disperse in seguito al crollo di una miniera di coltan ad Rubaya, nel Nord-Kivu orientale della Repubblica Democratica del Congo il 28 gennaio 2026. Le operazioni di soccorso restano difficili in un’area segnata da controllo militare e infrastrutture precarie.
Rubaya non è un sito periferico, ma uno dei punti strategici globali per il coltan – minerale da cui si ricava il tantalio, essenziale per smartphone, computer e sistemi tecnologici avanzati – il cui sfruttamento, nelle circostanze attuali, si è trasformato in una condanna per chi vi lavora.
Il collasso è stato provocato da smottamenti e frane innescate da forti piogge, ma la causa profonda affonda nel quadro più ampio del controllo delle risorse: anni di estrazione artigianale senza manutenzione né sicurezza, in una regione dove gli scavi sono spesso realizzati a mano, senza alcuna rete di protezione.
A complicare la situazione, la realtà politico-militare del Nord-Kivu: l’area di Rubaya è da tempo sotto il controllo del gruppo armato M23, che l’ha conquistata nel 2024 e da allora ne ricava risorse attraverso imposte informali e traffici minerari. Il governo centrale di Kinshasa accusa il movimento di gestire illegalmente l’estrazione e di alimentare, con questi proventi, la propria macchina militare – mentre l’M23 respinge tali accuse, inserendo il controllo delle miniere in un discorso di “autodifesa” e di gestione locale.
Questa tragedia arriva mentre la corsa globalizzata ai minerali critici si intensifica in vista della transizione digitale ed energetica: potenze come Stati Uniti, Cina ed Unione Europea competono per assicurarsi accessi privilegiati alle materie prime africane, spesso attraverso accordi bilaterali che promettono sviluppo e investimenti. Ma sul terreno, questa competizione si traduce in pressioni che aggravano conflitti esistenti e incentivano modalità estrattive rischiose e poco regolamentate.
Il crollo di Rubaya appare così simbolo e fulcro di tensioni sovrapposte: la fragilità istituzionale di uno Stato che fatica a garantire controllo e sicurezza; la presenza di gruppi armati che monetizzano risorse naturali per rafforzare la propria posizione militare; e una domanda internazionale insaziabile di minerali strategici che mette in secondo piano la vita e i diritti dei lavoratori locali.
In un contesto dove migliaia di persone dipendono dall’estrazione mineraria per sopravvivere, la tragedia di Rubaya espone la violenza strutturale di una filiera globale che ricava enormi profitti dalle risorse africane, scaricandone costi e rischi sulle comunità più vulnerabili, mentre gli attori internazionali dibattono di approvvigionamenti e geopolitica.