Meno di un mese fa – era il 17 gennaio – ad Asunción (Paraguay) veniva firmato l’accordo commerciale tra l’Unione europea e i Paesi del Mercosur: Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. All’indomani di quello che è stato da più parti definito un annuncio storico, il Parlamento europeo ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Ue di esprimersi sulla conformità dell’accordo ai Trattati europei. Che cosa succede ora? La Commissione europea potrebbe, almeno in teoria, applicare in via provvisoria alcune parti dell’accordo, ma la mossa del Parlamento rischia di far slittare di uno o due anni la ratifica dell’accordo.
Che cosa ci racconta tutto questo delle politiche agricole e alimentari su una sponda e sull’altra dell’oceano Atlantico?
Più di ogni altra cosa, l’accaduto mette in luce le disfunzioni strutturali dei sistemi alimentari contemporanei. Guardiamo al contesto: persino nei Paesi dove i governi sostengono l’accordo, come Italia, Germania o Spagna, le organizzazioni agricole hanno espresso una forte opposizione al trattato. Il dibattito sul Mercosur sta rivelando profonde contraddizioni politiche e facendo cadere il sipario su quanta distanza vi sia tra la retorica e la realtà: una realtà che produce degrado ecologico e genera profondi squilibri di mercato.
Secondo Slow Food Italia il trattato Ue-Mercosur mette a rischio non solo la sopravvivenza della nostra agricoltura di piccola scala, ma la stessa integrità dei sistemi alimentari globali: questo accordo è lo specchio di un modello di sviluppo obsoleto, che premia il profitto immediato di poche grandi multinazionali rimanendo indifferenti rispetto alla salute dei cittadini, alla tutela ambientale e ai diritti fondamentali dei lavoratori e delle comunità. Il cibo non può e non deve mai essere ridotto a una mera merce di scambio nei trattati internazionali.
«L’Europa – sottolinea Francesco Sottile, vicepresidente di Slow Food Italia – dovrebbe impegnarsi a progredire verso una transizione ecologica attraverso strategie che vietino l’importazione massiccia di prodotti ottenuti con pratiche che nei nostri campi sono proibite da decenni. Non possiamo accettare una concorrenza sleale istituzionalizzata, dove gli agricoltori europei sono chiamati a rispettare regole ferree mentre si permette l’ingresso di beni che evadono tali requisiti, danneggiando sia i produttori onesti che i consumatori finali. Le conseguenze ambientali sarebbero catastrofiche. Questo accordo è in palese contrasto con gli impegni assunti se si vuol continuare a parlare di sostenibilità senza accettare politiche commerciali predatorie».
Il punto non è affermare che il commercio debba fermarsi. La questione è capire cosa debba essere scambiato e perché. L’Unione europea importa enormi quantità di mangimi dal Mercosur, in particolare la soia che alimenta grandi allevamenti industriali intensivi, già al di sotto delle aspettative europee in materia di benessere animale. Questo esempio è emblematico di come i flussi commerciali modellino — e spesso distorcano — gli impegni nazionali verso la transizione ecologica, un obiettivo che sulla carta viene spesso definito prioritario. Ripensare il commercio significa quindi ripensare la struttura stessa dei sistemi alimentari.
Ma anche dal punto di vista commerciale i termini dell’accordo fanno sorgere timori, in particolare per quanto riguarda possibili forme di concorrenza sleale. Il trattato prevede quote a dazio zero per prodotti agricoli sudamericani come carne bovina, pollame, riso, zucchero e miele, prodotti per i quali gli agricoltori europei devono rispettare standard più rigorosi in materia di pesticidi, tutela ambientale e benessere animale. Il tutto in un quadro di scambi già consolidato: nel 2024 il Mercosur ha esportato verso l’Unione europea prodotti agroalimentari per 23,3 miliardi di euro.
Un sistema di questo genere rischia di aggravare l’annoso problema dei cosiddetti doppi standard: si tratta del meccanismo per cui, già oggi, entrano all’interno dell’Unione europea alimenti provenienti dall’esterno dei confini comunitari prodotti seguendo norme meno stringenti – in materia di salute dell’uomo, dell’ambiente e del benessere animale – di quelle vigore all’interno. Per questo motivo Slow Food Italia da tempo chiede l’applicazione di misure specchio, cioè l’applicazione dei medesimi standard al cibo importato in Ue.
E, volendo tornare sul tema delle disfunzioni strutturali e delle contraddizioni, va ricordato che sono proprio le aziende europee a produrre e a esportare nei Paesi terzi come il Brasile quei pesticidi (vietati in Europa) che poi fanno ritorno sulle nostre tavole sotto forma di residui negli alimenti. Un dato su tutti: nel 2024 gli Stati membri hanno autorizzato l’esportazione di quasi 122.000 tonnellate di sostanze il cui utilizzo è vietato in Ue.
Di fronte a paradossi di questo tipo è evidente che sia urgente l’adozione di politiche che impediscano l’aggravarsi di questo squilibrio strutturale. Gli alimenti che entrano nell’Unione europea devono rispettare gli stessi standard ambientali e sanitari richiesti ai produttori locali. In assenza di tali misure, la liberalizzazione degli scambi non può che accentuare le distorsioni competitive e provocare ulteriori danni ambientali ed ecologici.
Le associazioni che si occupano di agroecologia e i movimenti contadini mettono in guardia: l’accordo Ue–Mercosur finirà per rafforzare i sistemi che producono su larga scala, in particolare quelli incentrati su carne bovina, soia e zucchero. Si tratta dei modelli produttivi più dannosi, quelli che accelerano la deforestazione, incrementano la dipendenza da input chimici, danneggiano le comunità rurali ed erodono la biodiversità. Non è vero che le maggiori possibilità di export produrranno benessere diffuso: i benefici andranno perlopiù all’agroindustria, mentre i costi ricadranno sulla comunità più ampia.
Glenn Makuta, consigliere di Slow Food per la regione del Cono Sud sudamericano, descrive con chiarezza questa dinamica: «Gli accordi commerciali tra grandi blocchi economici privilegiano il profitto delle imprese rispetto alle persone. L’accordo rafforza il potere dell’agroindustria orientata all’esportazione, che sposta i confini dell’agricoltura verso gli ecosistemi più fragili con il solo obiettivo di massimizzare il profitto, incurante dell’aggravarsi della crisi climatica. Questo processo esclude i contadini, espropria la terra ai popoli indigeni e alle comunità locali che conservano conoscenze e praticano ciò che è essenziale per la gestione della biodiversità. E’ un modello che erode i limiti del pianeta Terra, minando la sovranità alimentare».
Slow Food chiede un approccio radicalmente diverso al commercio: un modello che si fonda sulla qualità, sull’equità, sulla resilienza dei territori e sulla sostenibilità ecologica. Il commercio deve servire le comunità e gli ecosistemi, non minacciarli. Solo così potrà contribuire ad affrontare le sfide attuali, invece di aggravare i problemi esistenti.