In Iran esplode la rivolta. Un popolo nonviolento contro una repressione violenta e indiscriminata. Sul sito www.mosaicodipace.it un articolo di Parisa Nazari, attivista iraniana
Dall’8 gennaio il popolo iraniano sta attraversando una delle fasi più gravi e drammatiche della propria storia recente. Continuano ad arrivare testimonianze dirette, immagini e riscontri provenienti da attivisti, operatori sanitari e fonti sul campo che documentano gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dalle autorità della Repubblica Islamica dell’Iran nei confronti della popolazione civile e dei manifestanti. Il blocco prolungato delle comunicazioni, la censura generalizzata e la propaganda istituzionale impediscono una verifica indipendente e completa dei fatti e rendono impossibile accertare il numero reale delle vittime. Tuttavia, le informazioni disponibili delineano un tragico quadro di repressione violenta e indiscriminata, del tutto incompatibile con gli obblighi internazionali assunti dall’Iran.
Le fonti raccolte denunciano uccisioni di massa dei manifestanti, arresti arbitrari su larga scala, torture, sparizioni forzate, rapimenti ed esecuzioni extragiudiziali.
Le immagini e le prove che continuano a emergere confermano l’uso sproporzionato e illegittimo della forza letale contro civili inermi. Sebbene saranno necessarie con urgenza indagini internazionali approfondite e indipendenti per una ricostruzione completa dei fatti, è già evidente che la repressione ha raggiunto livelli di eccezionale gravità anche per un regime che non si è mai fatto scrupoli a soffocare ogni voce di dissenso dal 1979 ad oggi.
Il blackout digitale totale, imposto per diversi giorni con l’evidente finalità di annientare le proteste di massa e impedire la documentazione delle violenze, riproduce modalità già utilizzate nel novembre 2019, denominato novembre del sangue, oltre a costituire una grave violazione del diritto alla libertà di informazione. Nonostante tali restrizioni, le limitate informazioni disponibili indicano un numero di vittime verosimilmente molto superiore alle cifre stimate riportate dalle organizzazioni internazionali. Emergono evidenze di manifestanti feriti uccisi con colpi di pistola alla testa dopo il ricovero in strutture sanitarie, di persone arrestate e successivamente ritrovate prive di vita, di fosse comuni e di uccisioni di minorenni ad opera di uomini armati con diversi tipi di armi, comprese armi da guerra, alcuni dei quali non parlavano la lingua persiana.
In modo particolare, l’8 e il 9 gennaio, quando ampi settori della popolazione si sono riversati nelle strade delle città iraniane, dal nord al sud, dall’est all’ovest, si è registrata un’ulteriore escalation repressiva, caratterizzata dall’impiego di forze irregolari e gruppi armati esterni per reprimere le proteste, creando un vero e proprio bagno di sangue per le strade.
Di fronte a uno scenario del genere, le autorità della Repubblica Islamica hanno costruito una narrazione ufficiale volta a eludere le proprie responsabilità, attribuendo le violenze a presunti interventi di agenti pagati dai governi nemici, come Israele e gli Stati Uniti. Le testimonianze dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime indicano invece con chiarezza che coloro che uccidevano i manifestanti, spesso con modalità già osservate nei combattimenti dell’ISIS, collaboravano con le forze repressive ufficiali, come i Pasdaran e i Bassiji. Dunque, il massacro dei manifestanti civili deve essere considerato responsabilità diretta dello Stato e delle sue forze ufficiali, riconducibile alla catena di comando che fa capo ad Ali Khamenei, in qualità di guida suprema e comandante delle forze armate della dittatura religiosa della Repubblica Islamica, per un uso illegittimo e massivo della forza.
Ulteriori gravi violazioni sono rappresentate dalle pressioni esercitate sulle famiglie delle vittime, costrette a dichiarare falsamente l’appartenenza dei propri cari alle forze dell’ordine per ottenere la restituzione dei corpi o, in alternativa, a pagare somme ingenti per ogni proiettile rinvenuto nei corpi delle vittime.
Tali pratiche evidenziano una strategia sistematica di intimidazione, occultamento delle prove e negazione del diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione. Nonostante le evidenti contraddizioni nella macchina di propaganda del regime, tale narrazione trova spesso terreno fertile non solo nei sostenitori accaniti per motivi ideologici o di interesse, ma anche in una parte di sinistra profondamente antimperialista, che chiude gli occhi di fronte alle evidenti violazioni dei diritti umani in Iran.
Parallelamente, il regime continua a fare affidamento su reti di influenza e lobby attive all’estero per legittimare una presunta adesione popolare che non trova riscontro nella realtà. Le attiviste e gli attivisti in esilio, che hanno continuato e, nonostante l’estrema difficoltà di mantenere contatti con l’Iran, continuano tuttora a far parte delle reti di attivismo presenti sul territorio iraniano, svolgono un ruolo fondamentale nel contrastare questa disinformazione e nel denunciare le responsabilità di un regime liberticida, misogino e sanguinario che ha perso la legittimità democratica e morale.
Oggi i venti di guerra soffiano più che mai sull’Iran, ed è comprensibile che siano sempre più numerosi gli iraniani convinti che, senza un intervento esterno, anche di natura militare, il popolo iraniano non riuscirà a porre fine a un regime ormai capace di uccidere fino all’ultimo oppositore pur di rimanere al potere. Da pacifista convinta, invece, credo che la comunità internazionale debba assumersi la responsabilità di proteggere un popolo che da decenni lotta per la libertà e per la democrazia e che, ogni volta che scende pacificamente in piazza mettendo a rischio la propria vita, viene abbandonato da un mondo che continua a legittimare il regime attraverso accordi e negoziazioni, prolungandone l’esistenza.
Per rompere il silenzio internazionale, organizzazioni come Woman Life Freedom for Peace and Justice e Amnesty International Italia hanno promosso mobilitazioni in diverse città, tra cui quella del 16 gennaio a Roma, in Piazza del Campidoglio. Queste iniziative mirano a contrastare l’isolamento del popolo iraniano e a impedire qualsiasi normalizzazione diplomatica che prescinda dal rispetto dei diritti umani.
Sappiamo che non può esistere pace senza giustizia. Sappiamo anche che in questo momento il popolo iraniano sta seppellendo decine di migliaia di connazionali, donne e uomini, giovani e meno giovani, con cerimonie che non hanno nulla a che vedere con la cultura del martirio e del lutto imposta loro da 47 anni, e deve poter continuare a credere che tutto questo sangue non sia stato versato invano.
Il grido di libertà che si leva dalle piazze iraniane chiede ascolto, protezione e verità. Ignorarlo ancora una volta significherebbe rendersi complici di una delle repressioni più sanguinose della storia recente.
Non siate indifferenti.
Siate la nostra voce.
Parlate dell’Iran.