Viviamo in un Mondo che investe sempre di più nelle armi e sempre meno nel lavoro, in cui la sicurezza delle frontiere apparentemente cresce, mentre quella delle persone concretamente arretra. È una scelta politica, imposta da pochi a molti. Non è un destino ineluttabile. Sul sito www.unimondo.org un articolo di Raffaele Crocco sul rapporto tra economia di guerra e economia del lavoro. E' stato il tema del Premio Nazionale "Cultura della Pace-Città di Sansepolcro", nel 2024
È un Uno Maggio con meno lavoro e più armi, questo di oggi. È una cosa triste. I dati lo raccontano con la banalità dei numeri: nel 2025 il Mondo ha speso 2.887 miliardi di dollari in armamenti. È il primato storico, raggiunto con undici anni di crescita continua. Nello stesso tempo, centinaia di milioni di persone nel Pianeta lavorano senza diritti, e la povertà si concentra sempre più nei Paesi colpiti da guerre e conflitti sociali. È da qui che dobbiamo iniziare, per parlare di questo Primo Maggio 2026. Dalla relazione diretta fra guerra e lavoro. Continuiamo con i numeri. L’occupazione globale tiene, la disoccupazione è attorno al 5%. Peccato sia un dato ingannevole. A crescere è il lavoro povero, così come cresce l’informalità e crescono le disuguaglianze. Nei contesti di guerra, poi, il mercato del lavoro collassa. Prendete Gaza: lì la disoccupazione ha raggiunto livelli vicini all’80%. In Ucraina milioni di persone sono fuori dal mercato del lavoro per mobilitazione, fuga o distruzione delle imprese. Nei Paesi fragili, la maggioranza dei lavoratori è intrappolata nell’economia informale, cioè senza salario stabile, senza sicurezza sociale, senza diritti. La guerra agisce come un moltiplicatore di precarietà. Distrugge infrastrutture e posti di lavoro, ma soprattutto svuota lo Stato. Ci sono meno controlli, meno tutele, meno diritti. Il lavoro diventa più ricattabile, più invisibile, più povero. E dove il lavoro perde dignità, cresce l’instabilità sociale, creando le condizioni per nuovi conflitti e il consenso per altre guerre, che sembrano essere la soluzione ai problemi, anche personali. È un maledetto circolo vizioso: meno pace, meno diritti e meno democrazia. Meno diritti significa sempre più conflitto e più guerra. Se non ci basta questo, possiamo aggiungere il dato di genere. Nel 2025, 676 milioni di donne vivevano entro 50 chilometri da una zona di guerra. Per loro, la guerra significa uscita forzata dal lavoro, aumento del lavoro di cura non pagato, maggiore esposizione alla violenza. E dove non c’è la guerra, c’è l’assenza di diritti. In Afghanistan, il divieto di lavorare per molte donne non è solo una violazione dei diritti più elementari per ogni essere umano, è un colpo diretto all’economia. Senza lavoro femminile non c’è tenuta economica. Senza tenuta economica, la pace resta lontana. Siamo di nuovo alla spirale perversa. C’è un altro aspetto importante da raccontare:mentre il Mondo si arma, i bilanci pubblici cambiano direzione. Non sempre in modo visibile, ma sempre in modo strutturale e quasi definitivo. Perché più spesa militare a parità di ricchezza prodotta – in Italia lo sappiamo bene – significa sempre avere meno margini per salari pubblici, sanità, istruzione, politiche sociali. Oppure, vuol dire avere più debito pubblico e in ogni caso a pagare dazio sono i lavoratori. Ne abbiamo la prova proprio nell’Unione Europea. Qui la spesa militare sta crescendo rapidamente: i Paesi europei della NATO hanno superato i 559 miliardi di dollari in un anno. Anche l’Italia accelera, nel 2025 la spesa per la difesa – secondo i criteri Nato – è arrivata al 2,01% del PIL, dal 1,52% dell’anno precedente. Significa che abbiamo speso circa 45miliardi di euro, contro i 33miliardi del 2024. Mentre questo accade, il Paese resta fermo, economicamente immobile, con salari bassi, precarietà diffusa, occupazione femminile tra le più basse d’Europa. La crescita economica prevista nel 2026 è intorno allo 0,5%. L’occupazione formalmente aumenta, ma i contratti di lavoro e i diritti sono sempre meno reali. I lavoratori vengono sfruttati e ricattati, la fragilità cresce. Ecco, questo è il nodo politico. La sicurezza è necessaria, ma non è mai solo militare o di polizia. Un Paese è sicuro quando chi lavora ha un reddito dignitoso, diritti, protezione, ammortizzatori sociali. È sicuro quando le giovani e i giovani hanno una possibile visione del proprio futuro, senza essere costrette e costretti a scegliere tra precarietà ed emigrazione. Lo è quando le donne possono lavorare e a parità di condizioni e carriera rispetto agli uomini. Il Primo Maggio è utile per riaffermare che il lavoro è dignità. È una condizione essenziale per lasciare che la Pace, non la guerra, sia la nostra quotidianità. Il rischio che tutto crolli, che la guerra diventi la nostra nuova normalità, è forte e reale. Viviamo in un Mondo che investe sempre di più nelle armi e sempre meno nel lavoro, in cui la sicurezza delle frontiere apparentemente cresce, mentre quella delle persone concretamente arretra. È una scelta politica, imposta da pochi a molti. Non è un destino ineluttabile. Il Primo Maggio serve a questo: ricordare che il lavoro non è una variabile secondaria. È il cuore della democrazia. E che ogni euro speso, ogni politica pubblica, ogni priorità definisce da che parte stiamo: se stiamo dalla parte del lavoro, siamo dalla parte della Pace.