Dal 2008 sono state organizzate decine di spedizioni marittime nel tentativo di rompere il blocco navale israeliano sulla Striscia di Gaza. Tra queste, la più drammatica fu la missione della Mavi Marmara nel 2010, conclusasi con l’uccisione di dieci attivisti da parte dei commando israeliani.
Tra settembre e ottobre del 2025 è stata promossa una delle più grandi missioni civili di massa mai organizzate dal basso: circa 50 imbarcazioni salpate da diversi porti del Mediterraneo, anch’esse intercettate e bloccate dalle forze israeliane prima dell’arrivo.
Allora fummo in migliaia a scendere in piazza come “equipaggio di terra” a sostegno degli attivisti rapiti e deportati nelle carceri israeliane. Anche in quest’ultima spedizione, il ripetersi di abusi, vessazioni e vere e proprie torture sui corpi dei sequestrati ha suscitato profondo sdegno per la brutalità dei trattamenti subiti.
A fronte di ciò, abbiamo ascoltato solo pronunciamenti verbali e debolissime iniziative di facciata, ridotte a un generico richiamo al rispetto del diritto internazionale senza alcun provvedimento conseguente. Un’intollerabile concessione all’impunità per il governo israeliano, che ha persino permesso a un suo ministro di dileggiare i prigionieri e di affermare con arroganza di essere “padrone assoluto” di quella terra, libero da qualsiasi sanzione. È questa stessa impunità che consente di procedere con il genocidio a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania e la pratica criminale di apartheid nei confronti dei palestinesi con cittadinanza israeliana.
Pax Christi condanna queste pratiche disumane ed esprime solidarietà e riconoscenza a quanti espongono consapevolmente i propri corpi alle violenze pur di mantenere viva l’attenzione sullo scempio di umanità in corso in Palestina.
Da Vescovi come don Tonino Bello e don Luigi Bettazzi abbiamo imparato che quando la mentalità nonviolenta sembra soccombere alla forza armata, e quando la diplomazia è inerte per viltà o complicità, non resta che porre il proprio corpo in mezzo.
Anche subendo i colpi della ritorsione, si riesce a svelare al mondo l’ignominia di quanto accade, nella speranza di suscitare una vasta mobilitazione di repulsa.
È ora di dire basta all’impunità per Israele. È ora di riconoscere i diritti del popolo palestinese (nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania), che sono i diritti di ogni popolo e i nostri stessi diritti. Ciò che accade oggi in Palestina accadrà altrove, se non fermeremo questo degrado di umanità.
Ci vuole ben altro che una risibile richiesta di scuse.
Occorre “agire” il diritto per salvarci tutti insieme.
Altrimenti, insieme saremo perduti.